lunedì 24 dicembre 2007

Auguri

Ai miei 3 lettori e mezzo faccio i miei migliori auguri.
Ma ricordate:

Gesù nasce ogni giorno o non nasce mai

Che anche questa e le prossime notti Gesù nasca nei vostri cuori

Pace e benedizione

domenica 23 dicembre 2007

Quarta domenica di Avvento

Un monaco veniva disturbato nella sua preghiera dall’insistente gracidare delle rane del vicino stagno. Una sera, spazientito, intimò il silenzio. Siccome era un santo, di colpo le rane tacquero, e con esse anche tutti gli animali dello stagno. Però dopo pochi istanti di quel silenzio finalmente raggiunto, una voce interiore sussurrò al monaco: “E chi può dire se il gracidio delle rane non sia gradito a Dio quanto il tuo salmodiare e le tue preghiere? Come spiegheresti allora il fatto che Dio stesso l’abbia creato?”
Pensieroso, allora il monaco invitò le rane a riprendere il loro concerto, e subito l’aria fu piena del gracidare di tutte le rane dello stagno. Quelle voci sembravano arricchire il silenzio della notte e il monaco si accorse di non essere più solo a pregare, e si rese conto che il gracidare delle rane si univa alla sua preghiera. E la preghiera che saliva al Signore era molto più bella e ricca.

C’è il momento della preghiera solitaria, e c’è il momento della preghiera comunitaria. E se quando siamo soli ognuno prega come vuole, come può e come riesce, quando siamo tutti assieme allora bisogna essere attenti anche agli altri, accogliere soprattutto i più disturbatori, i più piccoli, unire la nostra preghiera alla loro. La loro preghiera sarà arricchita dalla nostra, ma anche la nostra sarà arricchita dalla loro. E la preghiera che salirà al Signore sarà immensamente più bella della somma di tutte le singole preghiere.

mercoledì 19 dicembre 2007

Tutto è relativo

In questi giorni mi è capitato di fare alcune considerazioni che mi hanno portato a rivedere alcune opinioni.

1) I genitori, specie quando siamo giovani, sono vecchi. In questi giorni, facendo un po' di mente locale, ho "scoperto" che quando mia mamma è morta era 4 anni più giovane di quanto sia io adesso, e che mio papà, quando è rimasto vedovo aveva la mia età attuale. Ma io non mi sento vecchio, tutt'altro!

2) I figli, per i genitori, sono sempre 'piccoli'. Adesso che il mio grande ha terminato l'università e che tra pochi giorni inizierà a lavorare, già la cosa mi sembra strana, ma poi quando mi ha detto che è probabile che debba andare per 6 mesi in Australia..... "il mio piccolinoooooooo, noooooooo!!!" Anche se devo salire di un paio di scalini per guardali negli occhi, faccio fatica a pensare che sono ormai adulti. E pensare che io all'età del grande ero già padre da un anno (proprio di lui), e non mi sentivo assolutamente piccolo.

Pace e benedizione

domenica 16 dicembre 2007

Note a margine del vangelo di oggi

Il vangelo di oggi, terza domenica d’Avvento, mi pare si adatti bene ad una riflessione sul senso che ha per noi l’attesa di questo Dio che viene ad abitare in mezzo a noi.
Una prima cosa colpisce. Il Battista è in prigione, e giungono a lui le notizie su Gesù. Ma lui che tanto prontamente l’aveva riconosciuto quando era venuto a farsi battezzare, adesso è perplesso. Finché era nel deserto ci vedeva chiaro, adesso che è in prigione è assalito dai dubbi, non si raccapezza più:
“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attendere un altro?”
Giovanni non aveva nessuna pretesa per sé stesso. Tutta la sua vita l’aveva spesa per quell’Altro che doveva venire. Il quarto vangelo ci riporta che disse: “Lui deve crescere e io diminuire”.
Possiamo allora legittimamente pensare che la sola sua soddisfazione fosse di veder crescere l’Altro. Pensava che quella soddisfazione nessuno gliela avrebbe potuta togliere.

E invece Quello continuava a diminuire. Non cercava gli applausi, sembrava che ci tenesse a nascondersi, non faceva nessuna concessione ad una facile popolarità, si premurava di stare ben alla larga da ogni potere, sia politico che religioso.

Provate un po’ a pensare al vangelo di domenica scorsa. Giovanni parlava di mietitura, di raccolto. E Gesù invece parla di seminazione.
Giovanni gli metteva in mano un ventilabro, lo vedeva intento a pulire l’aia, a spazzare via i nemici, a separare definitivamente i buoni dai cattivi. Insomma, per lui era finalmente arrivato il castigamatti, quello che avrebbe finalmente messo a posto tutte le cose, sistemato ognuno come si meritava e una volta per tutte. Gesù invece accoglie tutti, si mette a far bisboccia con pubblicani e peccatori, addirittura fa capire che il “giudizio” è rimandato alla fine. Lui dice chiaramente che non era venuto a “sistemare definitivamente” le cose, ma a dare l’avvio a qualcosa, non era venuto a separare ma ad accogliere.
Giovanni gli aveva dato una scure per abbattere senza indugio, alla radice, gli alberi cattivi, e Gesù inaugura il tempo della pazienza e del perdono
Giovanni lo aveva descritto in termini di un fuoco purificatore e divoratore del male. E Gesù gli manda a descrivere la sua azione in termini di misericordia: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” per concludere il suo messaggio con una frase forse un po’ sconcertante: “beato colui che non si scandalizza di me”.
Il Messia compie quindi delle opere, ma non sono quelle che si aspettava il suo Precursore, e con lui tanta gente del tempo.

Giovanni aveva visto molto bene riguardo al tempo, e anche riguardo al Personaggio (lo aveva indicato con precisione). Ma aveva toppato completamente riguardo al modo. Aveva centrato esattamente la persona, ma completamente sbagliato il bersaglio riguardo alla sua azione.
Capite quindi il suo smarrimento nella prigione. Penso che questo sia stato il suo vero martirio: un Dio che parla in maniera diversa da quella che ci saremmo aspettati, che non si comporta secondo le nostre previsioni, che non ascolta i nostri suggerimenti, che non sta al nostro cerimoniale, è davvero insopportabile. Viene quasi il dubbio che non sia più Dio.
Difendere la causa di un Dio che non sposa le nostre cause, il nostro punto di vista, che regolarmente ci smentisce su chi si debba frequentare e chi evitare come la peste, è la cosa più difficile. Non è il martirio, ma è senz’altro la prova decisiva per la fede.
Ma perché la Chiesa in questo periodo dell’attesa ci presenta questo fatto: gli atteggiamenti di Gesù non coincidono con le aspettative, con le immagini messe in circolazione da quello che ha meritato l’elogio di essere “il più grande tra i nati di donna”?

Una cosa innanzi tutto. Non è raro che Dio smentisca i propri profeti, che smentisca i suoi “porta-voce” ufficiali. Pensate ad esempio al profeta Giona, ma anche all’episodio del profeta Natan narrato in 2Sam 7,1-29 quando dapprima il profeta dà ragione a Davide a proposito della costruzione del tempio, ma poi gli comunica che Dio non vuole che sia lui a costruirlo, ma il figlio Salomone.
Non è sufficiente accogliere Dio, bisogna essere disposti ad accogliere un Dio “diverso”. Diverso dalle nostre idee, dai nostri schemi e dalle nostre abitudini.
Siamo sempre tentati di imprestare, quando non a imporre, a Dio i nostri sentimenti, i nostri punti di vista, i nostri gusti. Ma anche i nostri risentimenti, le nostre meschinità, le nostre antipatie.
Siamo sempre pronti a suggerire a Dio come deve comportarsi, chi deve accogliere e chi rifiutare, chi premiare e chi castigare. Insomma, abbiamo la pretesa di insegnare a Dio ad essere … Dio. E così facendo dimentichiamo che invece è Lui che ha tutti i diritti di insegnarci il nostro mestiere di uomini.

Dobbiamo stare attenti a non tirare Dio dalla nostra parte. Piuttosto è Lui che deve tirare noi dalla Sua parte. E bisogna ammettere che purtroppo noi in questo tiro alla fune mettiamo in campo tutte le nostre forze, le nostre astuzie, e qualche volta giochiamo anche sporco.
Dimentichiamo molto rapidamente e molto facilmente che Lui stesso ci ha detto che “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore” (Is 55,8).
Anni fa uno scrittore proprio a questo proposito accusava i cristiani di fabbricarsi un Dio “a cui la peggiore delle canaglie si vergognerebbe di assomigliare”. Acutamente precisava che il più delle volte l’uomo si fabbrica un’idea di Dio conforme a ciò che lui stesso avrebbe voluto essere, cioè un essere superiore agli altri per poterli poi dominare. E concludeva il suo pensiero sostenendo che invece Gesù rappresenta la rottura di tutte le rappresentazioni umane di Dio.

Occorre accettare un Dio che distrugge il nostro dio-idolo. Un dio fatto a nostra immagine e somiglianza non è Dio. Un dio che non sia altro che una specie di superuomo non è Dio.
Occorre purificare continuamente la nostra idea di Dio, confrontandola con l’immagine autentica manifestata da Gesù. Anche se questa immagine sembra, alla nostra mentalità, sconvolgente. Anzi, direi che più ci sembra sconvolgente, più significa che stiamo adorando un idolo da noi costruito e non il Dio Padre che è rivelato da Gesù Cristo.
E occorre soprattutto evitare di metter in circolazione una caricatura di Dio, un’immagine che ci rassomiglia troppo.
Ho il forte sospetto, per non dire la certezza, che tanto ateismo non sia un rifiuto del Dio vero, ma il rifiuto di tante caricature di Dio che noi cristiani abbiamo messo in circolazione. Nell’autobiografia di una pedagogista francese, possiamo leggere che nell’adolescenza, mentre era in un collegio retto da religiose, spesso andava in chiesa e sfogava la sua delusione piangendo e pestando i pugni sul banco dicendo: “Dio, io voglio che tu sia diverso da come mi vieni presentato”.

Soltanto se riusciamo ad accettare un Dio diverso, che ci da torto, che smaschera senza pietà le nostre idolatrie, che fa saltare le nostre classificazioni e sistemazioni, che non è mai d’accordo con noi , saremo realmente pronti ad accettare questo Dio che viene tra noi in un bambino nudo e indifeso, per terminare la sua vita, sempre nudo e indifeso, appeso su di una croce. Ma soprattutto avremo la possibilità di parlare di Dio con un linguaggio che sarà certamente inadeguato, ma che rispetterà il mistero, ne lascerà indovinare la profondità, e soprattutto farà venir voglia di Dio (o almeno ne susciterà nostalgia)

sabato 15 dicembre 2007

Terza domenica di Avvento

Un monaco molto venerabile era assorto in contemplazione. Dopo aver a lungo pregato, si inginocchiò e toccò con la fronte la terra dicendo: “Signore, ho un solo desiderio nella vita: fammi la grazia di non offenderti mai più”
Nell’udire queste parole, Dio scoppiò a ridere e disse: “È quello che chiedono tutti. Ma dimmi, se concedessi a tutti questa grazia, chi avrei ancora da perdonare?”

-=-=-

Gesù nella sua vita ha insistito molto sulla necessità di perdonare. E in effetti è proprio venuto sulla terra per proclamarci che il Padre non vuole altro che perdonarci, il sogno di Dio è che noi accettiamo il suo perdono, non ha sogno più grande.

Perdonare è proprio l’azione che ci rendo più vicini a Dio, che ci rende a Lui più simile, è un’azione divina.

venerdì 14 dicembre 2007

Un insolito maestro di preghiera

Ho scoperto perché la Chiesa chiama certi periodi (Avvento e Quaresima in primis) 'tempi forti': perché per sopravvivervi bisogna esser forti. ;-)
Scherzi a parte in questo periodo sono un po' pieno di cose da fare in parrocchia, oltre al solito lavoro e famiglia. Per cui alla sera sono un po' stanco. E come sempre, nella stanchezza la prima cosa che ne risente è la preghiera. :-(
A volte ne risente solo in qualità, ma altre putroppo anche in quantità.

L'altra sera ero in quello che considero un po' il mio regno (la cucina dopo cena) e cercavo di raccogliermi un po' in preghiera, di stare per un periodo solo col Signore, ma continui pensieri e preoccupazioni mi passavano per la testa. Non riuscivo a trovar pace né, soprattutto, quel silenzio interiore che anelavo.

In sottofondo, ma in maniera molto discreta, il frigorifero faceva il suo lavoro. Il compressore quasi non si sentiva, e il fruscio del liquido refrigerante non dava il minimo fastidio. Ad un tratto il compressore si è fermato, e il liquido ha però continuato a circolare per un po', a velocità, e rumore, sempre più bassa. Fino a fermarsi del tutto. Il silenzio

È stato come se qualcuno avesse acceso la luce in una stanza prima al buio. Anch'io dovevo fare così: spegnere il compressore dell'ansia, e lasciare che i liquidi dei pensieri continuassero pure a circolare per un po'. Dopo, senza più spinta, si sarebbero fermati.

E così è stato. Quando non ho più cercato di pregare, ma ho lasciato che la preghiera sorgesse da sola, la preghiera è arrivata.

Pace e benedizione

giovedì 13 dicembre 2007

Il bus come mezzo di trasporto a Dio

Questa mattina, come al solito, ho preso il bus per andare al lavoro. Stavo ripensando all'altra sera, all'incontro di catechesi coi giovani, e a domenica prossima, giornata di ritiro sempre coi giovani. Tema dell'altra sera era in fondo questo: quanto contiamo su Dio e quanto invece su noi stessi?
Invece delle solite 4-5 persone, questa mattina sul bus c'ero solo io e l'autista (vado a lavorare presto). E pensavo... io non sto 'andando' a lavorare. In realtà mi faccio portare da un altro al lavoro. Mi affido all'autista, alla sua conoscenza della strada, alla sua capacità di guidare, se adesso gli succede qualcosa la mia vita dipende da lui. Ho fiducia in lui.

E non è la stessa cosa con Dio? Se ho deciso di salire sul suo bus (la fede) allora significa che mi devo realmente fidare di Lui, e lo devo fare fino in fondo. Lui sa dove è meglio che io vada, sa meglio di me qual'è la strada migliore per arrivarci, e sa guidare il suo bus meglio di me, è il suo mestiere, e lo fa da un'eternità!

Pace e benedizione a tutti

mercoledì 12 dicembre 2007

AVVISO

A questo indirizzo potete trovare la terza scheda della catechesi sulla Seconda Lettera a Timoteo. Il titolo è "Le sane parole (la sana dottrina)".

sabato 8 dicembre 2007

Seconda domenica d'Avvento

Un racconto ebraico:
Un povero contadino si recò al mercato col carro. Purtroppo durante il viaggio si stacco una ruota del carro, e il tempo perso per ripararla gli impedì di tornare a casa per la notte. Quando si preparò per andare a dormire si accorse che aveva dimenticato di portare con sé il libro delle preghiere.
Allora pregò in questo modo: “Ho commesso una grave sciocchezza Signore: sono partito da casa senza il mio libro di preghiere, e ho così poca memoria che senza di esso non riesco a dire neanche un’orazione. Ma ecco cosa farò: reciterò molto lentamente tutto l’alfabeto e Tu, che conosci ogni preghiera, potrai mettere insieme le lettere in modo da formare le preghiere che non riesco a ricordare”
Disse allora il Signore ai suoi angeli: “Di tutte le preghiere che oggi ho sentito, questa è la più bella perché è nata da un cuore semplice e sincero”

Non sono le parole che usiamo nella preghiera che contano, ma è il cuore che ci mettiamo che da il vero valore alla nostra preghiera.

giovedì 6 dicembre 2007

Eucaristia, sacramento dell'unità e della differenziazione

Ultimamente sento sempre più spesso (o forse solamente ci faccio più caso) persone che si lamentano perché dicono che andare a Messa e poi pensare e fare cose molto diverse, cercare di vivere il proprio cristianesimo in maniera differente vuol dire "prendere in giro il Signore". Tutti o quasi pensano che SOLO il loro modo di intendere l'essere cristiani sia quelo vero, gli altri sono eresie più o meno palesi.
Non dico che tante volte non sia una tentazione in cui sia caduto anch'io.
Oggi leggevo un libro e sono capitato su una citazione di un passo di Jean-Marie Roger Tillard (domenicano, tra le altre cose anche consulente del Segretariato per l'unità dei cristiani, morto nel 2000) che vi riporto:

"Vivere l'Eucaristia, comunicare allo sptesso Pane, mentre nella vita quotidiana le nostre opzioni, i nostri punti di vista ci mettono in opposizione tra di noi, non equivale necessariamente a una menzogna che ci rende indegni del Sacro Banchetto. Al contrario, questo atto può anzi proclamare, con una forza superiore alle nostra parole, quanto le diversità e divergenze si radichino in una stessa volontà di comunione al Vangelo, nell'ottica di una stesso progetto."

Dei cristiani che hanno celbrato insieme l'Eucaristia non possono più trasformare in non-amore le loro opposizioni. Mi viene in mente una frase latina "Quidquid recipitur, ad modum recipientis recipitur". L'Eucaristia produce comunione tra le persone, ma sottolineando e sviluppando la fisionomia tipica di ognuno di noi.

martedì 4 dicembre 2007

Una bella domenica

Ho passato una domenica un po' particolare, a contatto con la sofferenza.
Tutto è iniziato subito dopo la Messa quando mi hanno chiesto di trovare con urgenza uno dei preti per un'Unzione degli infermi. Poi c'è stata la ragazza che è stata abbandonata ad un mese dal matrimonio, poi la nonnina a cui porto ogni domenica la Comunione, e mentre tornavo a casa, la persona che non vedevo da molto tempo e che ha notevoli problemi psichiatrici, e che mi ha fermato per parlarmi dei suoi problemi, sia quelli vecchi che quelli nuovi.
Al pomeriggio poi ero con mia moglie in ospedale a trovare un amico ricoverato per una grave malattia. Questo è stato il momento più difficile. Varcare nuovamente quella porta dell'ospedale è stato come ripiombare in un periodo della mia vita che fa ancora male: quello della sofferenza e della morte di persone a noi care.
La serata si è poi conclusa con la notizia della morte del padre di una nostra amica.
Una giornata a stretto contatto con la sofferenza in vari suoi aspetti. E pensavo che proprio sabato il Papa ha pubblicato un'enciclica sulla speranza. Al di là di ogni parola, al di là di ogni teoria, siamo chiamati a portare un segno di speranza in situazioni come quelle di cui sopra. A volte penso che non sia tanto importante quanta speranza abbiamo, ma quanta speranza riusciamo a donare, a mostrare, a comunicare.
Non so quanta speranza sia riuscito a donare (né se ne abbia data), ma in fondo è stata una bella domenica. Bella perché passata immerso nella vita degli altri, con le loro gioie e con i loro dolori, cioè con la loro umanità.


sabato 1 dicembre 2007

Prima domenica di Avvento

Come ogni anno, il mio parroco mi chiede di tenere delle brevi meditazioni per i Vespri della domenica di Avvento. Ecco quelle di quest'anno.

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Quando un amico che non vediamo da tempo, perché abita lontano, ci telefona annunciandoci una sua prossima visita, subito iniziamo a pensare a come accoglierlo. Cerchiamo di prepararci al meglio per l’incontro, per fare in modo che sia il più lieto possibile. E anche ripensiamo ai bei momenti passati insieme, a cosa gli piaceva di più.
Una cosa che a Gesù, questo amico che ci verrà a trovare tra poco, piaceva fare era raccontare storie. Noi le chiamiamo parabole. Allora per prepararci alla sua visita, anch’io vorrei, in questo Avvento, raccontarvi delle storie che ci aiutino ad essere pronti ad accoglierlo.

Una giovane coppia di sposi stava seduta su di una panchina a contemplare il tramonto. Tenendole teneramente la mano, lui le disse: “Sai cara, lavorerò sodo e un giorno saremo ricchi”. Ma lei rispose: “Siamo già ricchi caro, perché tu hai me e io ho te. Un giorno forse avremo i soldi”

La vera ricchezza è un cuore che ama. Essere ricchi, ma veramente ricchi, non significa avere molti soldi, tante carte di credito, tanti fondi di investimento. Significa invece un cuore che ama, e che amando si dona totalmente all’amato. Un cuore che non trattiene niente, ma che tutto dona.

Solo un cuore che ama è pronto ad accogliere quel Gesù che sta per venire tra noi.

giovedì 29 novembre 2007

Dai numeri alle persone

La sera dopo cena, quando i figli o studiano, o guardano qualche film, o sono fuori con gli amici, e mia moglie guarda la tv, porto in cucina (dove c'è la cara amica radio) il portatile e un po' giochicchio e un po' cerco di scrivere qualcosa.
Ieri sera dovevo iniziare a preparare la scheda per il prossimo incontro di catechesi coi giovani.
Ho notato che man mano che passa il tempo, il preparare queste schede mi riesce sempre più difficile. Non è perché il tavolo è completamente occupato da libri, fogli di appunti e ammenicoli vari. Il fatto è che quando 4 anni fa questa avventura è iniziata cercavo solo di spiegare bene quello che volevo dire. Adesso invece quelle che all'inizio erano solo delle facce, sono delle persone. Non si tratta più di spiegare in generale, ma si tratta di spiegare a delle persone ben precise. E allora per ogni frase mi scopro a pensare: "questo concetto A lo capirà, ma come lo posso esprimere perché anche B (o C, o D) lo possa capire?"
Ieri sera era particolarmente difficile, e come sempre capita quando non riesco ad andare avanti, la mente ha iniziato a divagare. E ho iniziato a pensare a tutti questi ragazzi e ragazze, a quello che abbiamo affrontato in questi anni. Hanno più o meno l'età dei miei figli. E ho scoperto di essermi affezionato ad ognuno di loro, ognuno di loro mi è entrato nel cuore.
Non so cosa e quanto abbia loro dato in questo periodo, ma so che loro hanno dato a me tanto.
Una cosa non mi importa: quanti sono. In un'epoca in cui quello che sembra contare sono i numeri, il successo misurato solo sull'audience, a me non interessa. Sarei infinitamente felice se anche solo uno avesse raggiunto una più profonda amicizia con Dio. Questo sarebbe l'unico successo che vorrei avere.

lunedì 19 novembre 2007

Dio e i parcheggi

In genere vado a lavorare in autobus, ma a volte devo andare con la macchina. Il rientro è sempre un po’ problematico per il parcheggio perché è un’ora in cui non c’è molto ricambio. A volte mi tocca girare anche per quasi un’ora.
Normalmente quando trovo un parcheggio, appena sistemata la macchina, mentre spengo il motore, ringrazio sempre il Signore. Ma quando lo trovo dopo pochi giri il mio ringraziamento è molto più sentito e caloroso.
Però oggi pensavo: “Ma non è un po’ blasfemo pensare che Dio non abbia niente di meglio da fare che pensare al mio parcheggiare la macchina? Non c’è un fondo di superstizione?”
Ma poi pensavo che se credo, come credo, che la nostra vita sia nelle Sue mani, significa che TUTTA la mia vita è nelle Sue mani. I vecchi dicevano che non si muove foglia che Dio non voglia, e perché allora non si trova parcheggio che Dio non voglia?
Certo che c’è il rischio di cadere nel fatalismo, o nel negare la nostra libertà di figli o il nostro libero arbitrio. Ma come a me, siccome amo mia moglie, a volte mi piace farle dei doni anche senza un’occasione particolare, perché non posso pensare che a volte a Dio piaccia farmi dei doni senza motivo?
In fondo mia ha già donato la vita, senza un motivo. E mi ha donato la salvezza senza un motivo né soprattutto nessun merito da parte mia.

giovedì 15 novembre 2007

Dare gloria a Dio

Nella Bibbia si legge spesso l’esortazione a dare “gloria a Dio”. Ma cosa significa concretamente, come si può, in pratica, dare gloria a Dio?
La parola ebraica che noi traduciamo con ‘gloria’ ha la stessa radice della parola che in ebraico indica ‘peso’. Questo ci dà un’indicazione: dare gloria equivale a dare peso a Dio. Maggior peso diamo a Dio nella nostra vita, maggior gloria Gli diamo.
Allora capiamo che non è un problema di parole, ma di fatti (“non chi dice Signore, Signore entrerà nel Regno, ma chi FA la volontà del Padre mio” Mt 7,21).
E allora, quale gloria diamo a Dio, cioè qual è il peso di Dio nella nostra vita, quale posto occupa nei nostri pensieri, nelle nostre azioni, nel nostro cuore?

mercoledì 14 novembre 2007

AVVISO

Sul mio sito è disponibile la seconda scheda di catechesi sulla Seconda lettera a Timoteo.

martedì 6 novembre 2007

L'insegnamento e la vita

Dai racconti dei padri del deserto:
Abba Poemen disse: “Un uomo che insegna senza fare ciò che insegna, è simile ad una fontana che dà da bere e lava tutti, ma non può purificare sé stessa

Se la nostra vita non è coerente, o almeno non cerca la coerenza, con ciò che insegnamo siamo solo una campana rotta, un sepolcro imbiancato.

martedì 30 ottobre 2007

Mai vantarsi

Abba Xantia disse: “Il ladro era sulla croce, e con una sola parola fu giustificato. Giuda, che era nel numero degli Apostoli, in una sola notte perse sé stesso e dal cielo scese agli inferi. Perciò che nessuno si vanti delle sue opere buone, poiché tutti quelli che fecero affidamento su sé stessi caddero

venerdì 26 ottobre 2007

Sui cattivi pensieri

Ancora dai racconti dei Padri del deserto:
Abba Isaia interrogò abba Poemen riguardo ai pensieri impuri. Abba Poemen gli rispose: “È come un baule pieno di indumenti: se sono trascurati si rovinano con il tempo; lo stesso è per i pensieri: se non li realizziamo corporalmente, con il tempo si rovinano, cioè svaniscono

giovedì 25 ottobre 2007

Umiltà e discernimento

Dai racconti dei Padri del deserto:
Abba Antonio disse: “Io vidi tutte le reti tese dal nemico sulla terra e dissi gemendo: Chi può superare queste trappole? E una voce mi rispose: L'umiltà

Egli disse ancora: “Alcuni hanno macerato il loro corpo nell'ascesi, ma poiché non hanno saputo discernere, si sono allontanati da Dio”.

mercoledì 24 ottobre 2007

La difficoltà della preghiera

Dai racconti dei Padri del deserto:
Un giorno i fratelli domandarono ad abba Agatone: “Padre, qual è, fra le opere buone, la virtù che richiede maggiore sforzo?”. Egli rispose loro: “Perdonatemi, ma io credo che non vi sia maggior sforzo di quello richiesto per pregare Dio. In effetti, ogni qualvolta l'uomo decide di pregare, i suoi nemici fanno di tutto per impedirglielo. Essi sanno, infatti, che possono impedire il suo cammino spirituale soltanto distogliendolo dalla preghiera. Qualsiasi opera buona che una persona intraprende, se sarà perseverante troverà la pace. Ma per la preghiera bisognerà combattere fino all'ultimo respiro”.

martedì 23 ottobre 2007

Siamo tutti peccatori

Dai racconti dei Padri del deserto.

Un prete cacciò dalla chiesa un fratello che aveva peccato.
Abba Bessarione si alzò e uscì con lui, dicendo: “Anch'io sono peccatore

lunedì 22 ottobre 2007

Temperanza

Dai racconti dei Padri del deserto:

Nel deserto c'era un cacciatore di animali selvatici che vide abba Antonio fare ricreazione con alcuni fratelli e se ne scandalizzò. Poiché il vecchio saggio voleva convincerlo che ogni tanto bisognava accondiscendere ai desideri dei fratelli, gli disse: “Metti una freccia al tuo arco e tendilo”. Questi fece così. Il vecchio riprese: “Tendilo di più”, e il cacciatore lo fece. Il vecchio gli disse ancora: “Continua a tenderlo”. Il cacciatore rispose: “Se tendo il mio arco oltre misura lo romperò”. Il vecchio allora gli disse: “È la stessa cosa nell'opera del Signore: se tendiamo i fratelli troppo, presto saranno spezzati. Quindi ogni tanto è necessario accondiscendere ai loro bisogni”. Al sentire quelle parole, il cacciatore fu pieno di contrizione, e partì edificato dal vecchio saggio. Quanto ai fratelli, se ne ritornarono rafforzati.

Il sabato è per l'uomo, e non l'uomo per il sabato.

venerdì 19 ottobre 2007

Santi e peccatori

Una volta un predicatore fece ad un gruppo di bambini questa domanda: “Se tutte le persone buone fossero dipinte di bianco e quelle cattive fossero dipinte di nero, voi di che colore sareste?
La piccola Mary rispose: “Reverendo, io sarei a strisce!

La divisione tra santi e peccatori è una divisione immaginaria. Nessuno sa chi veramente sono i santi e chi i peccatori. E poi tutti noi, santi e peccatori, siamo peccatori.

Un uomo cercava una buona chiesa da frequentare ed entrò per caso in una in cui il prete e i fedeli stavano leggendo il loro libro di preghiere. E dicevano: “Non abbiamo fatto queste cose che avremmo dovuto fare e abbiamo fatto queste cose che non avremmo dovuto fare.
L’uomo si lasciò cadere su di un banco e sospirando sollevato si disse: “Grazie a Dio ho finalmente trovato la mia gente

giovedì 18 ottobre 2007

Conoscere davvero

Dialogo tra un uomo convertito a Cristo di recente e un suo amico non credente:
- Così ti sei convertito a Cristo?
- Si
- Allora devi sapere un sacco di cose su di lui. Dimmi, dov’è nato?
- Non lo so
- Quanti anni aveva quando è morto?
- Non lo so
- Quante prediche ha pronunciato?
- Non lo so
- Sai decisamente ben poco per essere un uomo che afferma di essersi convertito a Cristo!
- Hai ragione. Mi vergogno di quanto poco so. Ma quello che so è questo: tre anni fa ero un ubriacone. Ero pieno di debiti. La mia famiglia cadeva in pezzi. Mia moglie e i miei figli temevano il mio ritorno a casa ogni sera. Ma ora ho smesso di bere, non abbiamo più debiti, la nostra ora è una casa felice, i miei figli attendono con ansia il mio ritorno a casa la sera. Tutto questo ha fatto Cristo per me. E questo è quello che so di Cristo!

Conoscere davvero significa essere trasformati da ciò che si sa.

mercoledì 17 ottobre 2007

Cambiamenti

Un maestro sufi diceva di sé stesso:
- Quando ero giovane ero un rivoluzionario e tutte le mie preghiere a Dio erano: “Signore, dammi la forza di cambiare il mondo
Quando ero vicino alla mezza età e mi resi conto che metà della mia vita era passata senza che avessi cambiato una sola anima, cambiai la mia preghiera in: “Signore, dammi la grazia di cambiare quelli che sono in contatto con me; solo la mia famiglia e i miei amici e sarò contento
Ora che sono vecchio comincio a capire quanto sono stato sciocco. La mia preghiera ora è: “Signore, fammi la grazia di cambiare me stesso
Se avessi pregato per questo fin dall’inizio non avrei sprecato la mia vita.

Tutti pensano di dover cambiare il mondo, solo i saggi pensano di dover cambiare sé stessi. Solo cambiando sé stessi si potrà cambiare il mondo.

martedì 16 ottobre 2007

La vera ricchezza

Il marito: “Sai cara, lavorerò sodo e un giorno saremo ricchi
La moglie: “Siamo già ricchi caro, perché tu hai me e io ho te. Un giorno forse avremo i soldi

lunedì 15 ottobre 2007

Il Peccato

Due monaci buddisti, in cammino verso il monastero, incontrarono sulla riva del fiume una donna molto bella. Come loro ella desiderava attraversare il fiume, ma l’acqua era troppo alta. Così uno dei monaci se la pose sulle spalle e la portò sull’altra sponda.
Il monaco che era con lui era scandalizzato. Per due ore intere lo rimproverò per la sua negligenza nel rispettare la santa regola: aveva dimenticato che era un monaco? Come aveva osato toccare una donna? E peggio trasportarla attraverso il fiume? E cosa avrebbe detto la gente? Non aveva screditato la santa religione? E così via.
Il monaco rimproverato ascoltò con pazienza l’interminabile predica. Alla fine lo interruppe dicendo: “Fratello, io ho lasciato quella donna al fiume. Non sarà che tu te la stia ancora portando dietro?

L’atto del peccato è molto meno dannoso del desiderio e del pensiero del peccato. Quando qualcuno non fa che rimuginare sui peccati commessi da altri sorge il sospetto che queste riflessioni procurino loro più piacere di quanto il peccato ne procuri al peccatore.

venerdì 12 ottobre 2007

Presunzione e superbia

Il maestro sufi Sa’di di Shiraz racconta questa storia di sé stesso:
Quand’ero bambino ero un ragazzo pio, fervente nella preghiera e nella devozione. Una notte vegliavo con mio padre con il santo Corano in grembo. Tutti gli altri presenti nella stanza iniziarono a sonnecchiare e ben presto si addormentarono profondamente, per cui dissi a mio padre: “Nessuno di questi dormiglioni apre gli occhi o solleva la testa per dire le preghiere. Si direbbe che sono tutti morti”.
Mio padre replicò: “Mio diletto figliolo, preferirei che anche tu ti fossi addormentato come loro piuttosto che maldicente”.

Bisogna fare attenzione perché la presunzione e la superbia sono sempre in agguato.

giovedì 11 ottobre 2007

Pasqua

La grazia di Pasqua è un grande silenzio, una tranquillità immensa e un senso di pulito nell’anima. È il sapore del cielo, ma non del cielo di una violenta esaltazione. La visione di Pasqua non è orgia ed ebrietà di spirito, ma la scoperta di un ordine sopra ogni ordine, scoperta di Dio e di tutte le cose in Lui. È un vino senza ebrietà, una gioia che non nasconde alcun veleno. È una vita senza morte. Quando l’avremo gustata per un momento, saremo subito in grado di vedere e di vivere tutte le cose secondo la loro verità; e possederle nella loro sostanza nascosta in Dio, oltre tutti i sensi. Il desiderio si aggrappa invano alla veste, alle caratteristiche esteriori delle cose, ma la carità le possiede nella semplice profondità di Dio.

Thomas Merton, Il segno di Giona, pag. 341

mercoledì 10 ottobre 2007

Il mistero della parola e del silenzio è sciolto negli Atti degli Apostoli. La Pentecoste ne è la soluzione. Il problema del linguaggio è il problema del peccato. Il problema del silenzio è anche un problema d’amore. Come può un uomo sapere per certo se scrivere o no, se parlare o no, se le sue parole e il suo silenzio siano per il bene o per il male, per la vita o per la morte, se non comprende le due divisioni delle lingue: la divisione di Babele, quando gli uomini furono divisi nel linguaggio a causa dell’orgoglio, e la divisione di Pentecoste, quando lo Spirito Santo inviò uomini di un solo dialetto a parlare tutte le lingue della terra, e condurre tutti gli uomini all’unità: siano essi uno, Padre, Tu in Me e Io in loro, perché siano uno in noi!

Thomas Merton, Il segno di Giona, pagg. 343-344

martedì 9 ottobre 2007

AVVISO

Sul mio sito è disponibile la prima scheda di catechesi sulla Seconda lettera a Timoteo.

La scoperta di Cristo

La vita cristiana, soprattutto la vita contemplativa, è una continua scoperta di Cristo in luoghi nuovi e inaspettati. E tali scoperte sono a volte immensamente proficue, quando Lo troviamo in una cosa che eravamo portati a trascurare e anche a disprezzare. Allora il risveglio è più puro, è l’effetto più gagliardo, perché Egli ci era così vicino, e noi Lo trascuravamo.
Quante volte scopriamo che ciò che cercavamo è vicino a noi, solo che non avevamo occhi per vedere, ma soprattutto cuore per accogliere.

lunedì 8 ottobre 2007

Donarsi a Dio

Alla metà del secolo scorso un cistercense scriveva: “Dio si dona a coloro che si donano a Lui. Il modo non ha importanza, finché è quello da Lui scelto per noi.
Qualunque sia la strada che Dio ha scelto per noi, quando noi la accettiamo e in quella strada ci doniamo a Lui, allora Lo troveremo. E allora sarà uno scambio d’amore.

venerdì 5 ottobre 2007

La ricchezza della parola è la sua povertà

Troppe volte uno sottovaluta il significato e il valore della propria situazione. Ad esempio, la donna di casa, il povero, l’oppresso, l’emarginato, in genere giudicano se stessi con la mentalità di chi li pone in ruolo subalterno, e si spossessano, almeno a livello di condizione, del loro valore.
Gesù dice che questo non è affatto vero: dichiara piuttosto finito chi è potente, arrivato, e pronostica vincente il povero, chi piange, chi è mite.
Il regno si costruirà con questa stoffa.
Al suo piccolo gregge, ad esempio, dirà che le scelte dovranno essere sempre nell’umiltà, nella semplificazione, perché si realizzi il servizio e sia sempre possibile l’ospitalità, per chiunque e da qualsiasi parte giunga. La complicazione e la superstruttura ne saranno la vecchiaia e la morte; mentre il ritorno continuo al piccolo e al semplice, sarà il ritorno alla giovinezza, alla fecondità e alla vita

Silvano Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Marco.

giovedì 4 ottobre 2007

Un prete annotava: “Per predicare la parole di Dio ci vuole silenzio. Se la predicazione non è nata dal silenzio, è tempo sprecato.
Le parole per comunicare l’incomunicabile devono nascere non dalla nostra piccola testa, ma da un silenzio profondo, da un silenzio vissuto in un faccia a faccia con Dio.
Per preparare un’omelia, una meditazione, una catechesi, la cosa principale non è la preparazione teorica, ma il silenzio orante, il silenzio che possa riempire le nostre parole della Parola.

mercoledì 3 ottobre 2007

Importanza della Passione

Un monaco trappista scriveva nel suo diario: “La vita contemplativa diventa terribilmente superficiale e monotona, se per parecchi giorni di seguito non si riflette esplicitamente sulla Passione di Cristo.
Se questo è vero per una persona che vive in convento, è ancor più vero per chi vive nel mondo. Solo ritornando continuamente ai piedi della Croce, solo ripercorrendo ogni giorno la Passione di Gesù, possiamo innanzi tutto rimanere intimi di Dio senza farci “assorbire” dal mondo, ma soprattutto riusciamo a dare un senso e a vivere pienamente le tante piccole croci che ci capitano nella giornata. Solo ai piedi di Cristo il dolore e la sconfitta (apparente) diventano la porta della risurrezione.

martedì 2 ottobre 2007

Prega come puoi

“Prega come puoi, e non cercar di pregare come non puoi”
Don Chapman, Lettere Spirituali.
Troppo spesso la nostra preghiera viene meno perché non riusciamo a pregare secondo il modello di preghiera che abbiamo in mente. Dimentichiamo così che la preghiera non è una formula, un dovere, ma è rapporto con Dio. In ogni rapporto umano c’è il momento delle risate e quello delle lacrime, il momento delle carezze e il momento del viso ‘duro’, il momento delle parole e il momento del silenzio. E così nel nostro rapporto con Dio. Meglio una preghiera povera, fatto come possiamo, che non pregare. Nella preghiera sincera Dio mette quello che manca alla nostra povera umanità.

lunedì 1 ottobre 2007

La chiesa in stato di emergenza

Con la Chiesa e come la Chiesa, noi, a causa del mondo, siamo in stato di emergenza. Tutto ciò che facesse di noi dei pensatori, delle persone ripiegate nell’introspezione, dei problematici cronici, ci impedirebbe di far fronte a tale emergenza ... Invece, mentre si cammina, si può pensare, ci si può raccogliere, si può riflettere.
Poiché siamo nella Chiesa, siamo persone incalzate, in essa e con essa, da urgenze.
Ora, noi siamo sempre indotti nella tentazione di dimenticare questa condizione della Chiesa, questo stato di emergenza, e di trasformare le soste della nostra vita in immobilismo o in chiacchiere.
Le stesse parole del Signore e la interpretazione che Egli ne dà, possiamo sclerotizzarle, dimenticando che esse sono spirito, vita.
Perfino gli appuntamenti che Cristo ci ha dato: “Là dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, noi possiamo trasformarli in conferenze.
Anche la preghiera, questo mezzo datoci da Gesù per ottenere ciò che a noi è necessario, possiamo ridurla a qualcosa di meccanico o a una richiesta di soccorso.
Le stesse soste necessarie: “Venite in disparte e prendetevi un po’ di riposo”, sì, possiamo non dico trasformarle, in un campeggio, però c’è il rischio che vi studiamo l’arte del campeggiatore.
Nelle curve delle nostre strade, vicino alle persone che incontriamo, corriamo il rischio di dimenticare che Cristo è la nostra unica via e che Egli è presente in ogni nostro incontro. Allora siamo anche capaci di fermarci a dipingere un paesaggio ... o a fare analisi psicologiche.
Da tutte queste tendenze è necessario che il Signore ci scampi. Bisogna chiedergli che la nostra ... guida tascabile ci insegni a sincronizzare i nostri passi, a portare i bagagli gli uni degli altri, a far nostra la fatica di tutti, a sorridere quando i piedi ci fanno male, a sorridere davvero per non essere ingrati.
Lungo il cammino: “Tutto ciò che capita è adorabile”*, lungo il cammino: “Tutto è grazia”.
Fino alla fine dei tempi la Chiesa resterà una sposa novella, ed è proprio così che san Giovanni la presenta. Fino alla fine dei tempi la Chiesa combatte contro la morte, e sulla morte consegue la vittoria che già le è stata data. La Chiesa partorisce dei risorti.
In tal modo la Chiesa avanza indefinitamente, finché dura il tempo, verso la pienezza della sua giovinezza.
In essa è la legge della vita eterna in noi.
La Chiesa ci alleva, ci educa, ci istruisce, ci forma perché in essa diventiamo Vangelo vivente. Tutto nella Chiesa mira a ciò. E noi, da quelle infinite terminazioni nervose che siamo nel corpo della Chiesa, dobbiamo, come tutto il resto, diventare questo Vangelo vivente.
Dobbiamo diventarlo attraverso ciò che la Chiesa a tale scopo incessantemente ci comunica. Ma dobbiamo diventarlo anche attraverso ciò che l’intimo contatto con il mondo, senza tregua, ci impone, ci propone, ci oppone.
Dobbiamo seguire l’istinto della Chiesa che rivendica il diritto di camminare su tutte le strade.
Affinché in essa Gesù Cristo vada nel mondo per salvare il mondo, è necessario che la Chiesa ogni giorno si incarni nel mondo: la sua carne siamo tutti noi, contrastati e trafitti come il mondo e dal “mondo”

Madeleine Delbrel “Indivisibile amore” pagg 138-140

*Per la Delbrel "adorabile" ha il significato di "da adorare".

venerdì 28 settembre 2007

Correzione fraterna

Ciascuno deve rispondere del fratello, ciascuno è custode del fratello. Un’espressione tipica di questa corresponsabilità è data appunto dalla correzione fraterna. A proposito della quale sarà opportuno fare alcune precisazioni fondamentali:

1. Essere custode non significa comportarsi da spia o poliziotto dell'altro.

2. “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te...”. Bisogna accertare la colpa, prima di tutto. E vedere di che colpa si tratta. il fratello non pecca contro di te se non ha le tue stesse idee, non condivide le tue simpatie o antipatie, non si arruola per le tue cause. Il fratello non va ripreso per la colpa di non essere a tua immagine e somiglianza, a portare in giro la “sua” faccia, che non coincide con la tua.
Attenti, perciò, a non confondere il peccato con il diverso. A non definire “male” ciò che semplicemente non rientra nei nostri gusti e nei nostri schemi. Attenti, soprattutto, a non intervenire continuamente per delle sciocchezze, per delle cose assolutamente marginali. Certe persone religiose pare possiedano l'arte di "asfissiare", più che liberare, aiutare, promuovere.

3. La procedura indicata da Matteo (Mt 18,15-20) non va confusa con un processo. Si tratta piuttosto di una mano tesa ostinatamente ma con delicatezza estrema verso l’altro che minaccia di allontanarsi, di separarsi. E non è detto che le fasi debbano essere rigidamente tre. Possono e devono essere molte di più, con tutte le iniziative suggerite dalla fantasia e dal cuore che non si arrende mai, malgrado i ripetuti insuccessi.

4. Prima ancora di far capire al fratello che ha sbagliato, occorre dimostrargli e convincerlo che è amato, nonostante tutto. La carità, la pazienza, la misericordia, la sensibilità, sono la luce indispensabile attraverso la quale il deviante può scoprire il proprio errore di rotta. Più che richiamano all’ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare.

5. La correzione fraterna implica, oltre che la carità, anche l'umiltà. Umiltà che si traduce nell'abbandono di qualsiasi atteggiamento di superiorità. Il peccatore deve comprendere che chi lo ammonisce è peccatore quanto e più di lui, uno che condivide la sua stessa fragilità e miseria. Non: «Guarda che cosa hai fatto!», ma: «Guarda che cosa siamo capaci di fare...».

6. Il metodo più efficace per far capire l’errore, non è l’impiego delle parole e delle dimostrazioni teoriche o le citazioni di un codice, ma l’illustrazione pratica, personale, della virtù dimenticata, del valore disatteso, dell'ideale calpestato. Meglio sempre gli “annunci” che le “denunce”. Anche perché le denunce possono essere sospette per il fatto stesso che non costano niente. Sovente parliamo e gridiamo troppo, perché la nostra condotta non è abbastanza eloquente. Siamo predicatori implacabili e moralisti insopportabili perché la santità della nostra vita non è tale da costituire una silenziosa condanna di certi difetti e deviazioni. Si può insegnare in maniera efficace anche col silenzio. Sempre che la vita parli, naturalmente.

7. I ruoli non sono mai definiti, ma risultano intercambiabili. Per cui non ti è consentito rivendicare il dovere di criticare l'altro, se non gli concedi il diritto di criticare, a sua volta, i tuoi comportamenti poco corretti.

8. La scomunica e l’esclusione, più che un elemento punitivo, devono costituire un motivo di riflessione e uno stimolo alla conversione. Devono avere una funzione pedagogica, non vendicativa. Non è tanto la comunità che decreta l'esclusione, quanto il fratello, peccatore ostinato, che si pone automaticamente, e pervicacemente, in stato di separazione, fuori dalla comunione. E lui che si scomunica. La comunità non fa altro che prendere atto, dolorosamente. Si tratta, perciò, di «aiutare il fratello a prendere coscienza del suo stato di separazione, perché possa, di conseguenza, ravvedersi. Lo scopo è quello di creare nel peccatore uno stato di disagio, perché è proprio in una situazione di disagio che spesso Dio si inserisce e spinge al ritorno» (B. Maggioni). Illuminante, a questo proposito, risulta la cosiddetta “parabola del figliol prodigo”. Comunque, la comunità non deve mai alzare il ponte levatoio. Deve sempre tenere la porta aperta, la luce accesa. Una comunità si rivela cristiana quando non si rassegna alla perdita definitiva di un membro, ma si dimostra sempre pronta ad accogliere, perdonare, riconciliare. E fa tutti i passi possibili e impossibili perché avvenga il ritorno atteso.E ci dovrebbe sempre essere aria di festa, non musi lunghi, quando il fratello, lo sbandato, ricompare all’orizzonte. Teniamo pronta la musica, la tavola imbandita, non i rimbrotti, le accuse.
Tutti siamo al sicuro soltanto quando nessuno è fuori.

9. ...E anche quando l'altro si pone fuori dalla comunità, si autoesclude, non per questo hai esaurito il tuo compito. Gli “devi” ancora più amore.

A. Pronzato, “Tu solo hai parole . Incontri con Gesù nei vangeli” vol. III, pagg. 264-269

giovedì 27 settembre 2007

Il valore delle vocazioni

“La vita di un cristiano ha significato e vale solo nella misura in cui è conforme alla vita di Gesù. Ma Gesù visse in povertà e sofferenza, e morì sulla croce. Tutte le nostre vite sono offerte a Dio con la sua nella Messa, se siamo veri cristiani. Questo può avverarsi in ogni vocazione.”
(Thomas Merton, Il segno di Giona, pag. 181)

Dio vuole la nostra salvezza, e a questo fine chiama ognuno di noi. E la chiamata è unica e personale. Non c’è vocazione (e vocazione significa chiamata) che sia migliore di un’altra. Proprio perché chiamata di Dio, ogni vocazione (celibato, matrimonio, vita consacrata, sacerdozio e quanto d’altro l’infinita fantasia di Dio possa immaginare) è in ugual modo via alla santità.

mercoledì 26 settembre 2007

Il senso della Chiesa

“Nel martirologio, insieme all’annuncio della grande festa che mi colma sempre di felicità, c’è stata anche la commemorazione annuale di sant’Agostino, che convertì per la seconda volta l’Inghilterra. Dopo tanti secoli, io sono uno dei figli delle sue preghiere, delle sue fatiche apostoliche e dei suoi sacrifici”
(Thomas Merton, Il segno di Giona, pag. 219)

Abbiamo coscienza di essere inseriti in una ininterrotta catena di fede che parte da Gesù per passare poi agli Apostoli, a Paolo, a Agostino, e attraverso i secoli arriva ai nostri genitori, alle persone che ci hanno formato? e che la prosecuzione di questa catena dipende anche da noi?
Questa catena ininterrotta non è altro che la Chiesa, e di fronte alle tentazioni, alle prove e alle desolazioni sappiamo che possiamo contare sulle sue preghiere e sul suo sostegno, ma anche sulla sua comprensione e sulla sua misericordia. Tutte le persone che la compongono non sono state una specie di superuomini senza problemi né debolezze, anche loro hanno, come noi e prima di noi, avuto le stesse miserie, gli stessi limiti, gli stessi problemi, e hanno fatto anche loro degli errori.

lunedì 24 settembre 2007

Sul diaconato

Thomas Merton alla vigilia della sua ordinazione diaconale scriveva (i corsivi sono dell’autore):
“La prima cosa da dire del diaconato è che è grande. Quanto più ci penso, tanto più mi avvedo che è un Ordine Maggiore. Dovete essere la forza della Chiesa. Riceverete lo Spirito Santo ad robur, non solo per voi stessi, ma per sostenere la Chiesa intera. Dovete combattere gli eserciti del demonio.”
(Il segno di Giona, pag. 191)

Che queste parole ci siano di monito e di sostegno. Lo Spirito che ci è stato dato con l’imposizione delle mani del vescovo è sempre presente in noi, ma soprattutto è sempre operante, anche quando noi non lo avvertiamo o ce ne dimentichiamo.

venerdì 21 settembre 2007

La scienza può essere un idolo

Ci può essere un'idolatria della scienza quando essa avanza pretese di infallibilità e di verità ultime, e i suoi sacerdoti officiano, con alterigia, i riti dell'onnipotenza, sotto gli occhi della gente sbalordita e ammirata.
La scienza diventa un idolo allorché non riconosce i propri limiti. Quando si libera, con evidente fastidio, di quelle che essa chiama anacronistiche “pastoie” della saggezza, dell'etica, della prudenza e della coscienza. Quando non è a servizio dell'uomo, ma va contro l'uomo e la sua dignità. Quando si pone come capacità assoluta di intelligere (letteralmente, leggere dentro) e interpretare la realtà delle cose e delle persone. Quando proclama con sussiego le proprie certezze, tenendo lontano da esse il dubbio salutare.
È idolo la scienza che non è accompagnata dalla modestia e cede alla tentazione della spettacolarità. Che rivendica per sé statuti di libertà assoluta, al di fuori di ogni regola e controllo, per cui tutto le sembra lecito, e non ammette che ciò che si può fare non diventa automaticamente ciò che si deve fare. Confonde il diritto legittimo a conoscere, ricercare, con l'applicazione - qualche volta inopportuna e perfino dannosa - delle conoscenze e delle ricerche. Basti pensare alla bomba atomica, alle armi batteriologiche, ai disastri ambientali provocati dalle sostanze chimiche. E si pensi anche ai pericoli rappresentati dagli organismi geneticamente modificati, ai cosiddetti “cibi transgenici”, alle “mucche pazze” (o allevatori stupidi e criminali?).
Diventa idolo la scienza che formula l'equazione tra “vero” e “scientificamente dimostrabile”, e quindi, in ultima analisi, tra “verità” e “quantificabilità”. Si propone come depositaria assoluta della verità. Invade campi (compreso quello religioso) che non sono di sua competenza.
Accanto all'idolo rappresentato dalla scienza va collocato il tecnicismo esasperato. Per cui, in nome della comodità, si lascia intendere che tutti i problemi della vita sono risolti, e invece si creano sempre nuove schiavitù e dipendenze.
La scienza si fa idolo «dove non riconosce il suo fondante statuto di approssimazione come avvicinamento descrittivo-quantitativo al fenomeno, e ove non riconosca la possibilità che un’altra teoria (o più altre) possa soppiantare quella che al momento è ritenuta la migliore, più completa e più semplice» (Gianluca Poldi, "Idola scientiae, idolum temporis", nel numero 134 di «Servitium», marzo-aprile 2001).
La scienza è idolo quando non ammette che i suoi, spesso, sono tentativi, non teoremi definitivi, e soprattutto non sa confessare i propri errori (e i propri guasti!).
Per non diventare idolo, la scienza deve dimostrare di essere a servizio dell'uomo. E, soprattutto, non deve pregiudicare l'avvenire, porre una ipoteca sul tempo. Quel tempo che potrebbe produrre un evento imprevedibile, non programmabile, fuori programma, fuori teoria, fuori paradigma, fuori schema. Un evento, una nuova scoperta che smentiranno clamorosamente le certezze attuali e sfasceranno miseramente certe montagne di supponenza (lasciando intatto, però, il gruzzolo accumulato attraverso lo spaccio di false sicurezze).
L’idolo della scienza, allorché si guarda allo specchio con evidente compiacimento e smodata auto-esaltazione, dovrebbe sospettare che, appena dietro l'angolo... c'è il ridicolo.

Tratto da: A. Pronzato – “Ritorno ai dieci comandamenti” vol 1, pag 104-106

giovedì 20 settembre 2007

È possibile amare i nemici?

Gli antichi autori cristiani non parlavano molto sul tema dell’amore di Dio. Sembrava loro troppo alto per chi non ha ancora raggiunto la perfezione. Tuttavia parlavano spesso dell’amore del prossimo e suggerivano le situazioni concrete nelle quali si deve realizzare. Però una di tali situazioni non la sviluppano troppo: l’amore dei nemici al quale siamo esortati nel Vangelo (cfr. Mt 5,43 ss.). Sono consapevoli che anche questo è un comandamento nuovo non facile da capire. Di quale difficoltà si tratta? Pensiamo a quella teorica. L’insegnamento di Cristo si confronta qui, come in altri casi, con due tradizioni: quella profana e quella biblica. In entrambe le linee, come sembra, l’insegnamento è diverso da quello evangelico. Nella letteratura profana il termine nemico è frequente. I primi eroi dell’umanità sono combattenti e vincono nella lotta contro i nemici. Che cosa resterebbe dell’Iliade e delle altre epopee eroiche se non ci fosse la vittoria degli uni contro gli altri? I fondatori di dinastie sono coloro che hanno scacciato per lungo tempo i nemici da un territorio divenuto il loro. Una poesia egiziana loda il faraone che ha distrutto i nemici così radicalmente che non potranno alzare la testa per secoli. Solo così si potrà assicurare alla terra la pace e la prosperità. Anche gli abitanti del grande impero romano sognavano la situazione in cui sarà presente nel mondo la “pax romana”, custodita dai legionari alle frontiere che nessun barbaro oserà passare.
Il nemico è quindi un elemento distruttivo, e come tale si deve combattere radicalmente. È possibile distruggere i nemici totalmente? Tutti gli uomini sanno dalla propria esperienza che è un inganno vedere il nemico soltanto nel soldato di una potenza straniera. Tutti abbiamo avversari anche nella vita quotidiana, spesso nella propria famiglia. Che cosa fare con loro? Verso la fine dell’antichità, Plutarco scrisse un opuscolo, “De utilitate inimicorum”, sull’utilità dei nemici. Qui cerca di consolare il lettore che avere dei nemici non è poi così male. Contro i nemici dobbiamo combattere, e questo fa crescere la nostra forza, ci insegna a stare attenti, sveglia la nostra capacità e dà più valore a quanto abbiamo acquisito lottando, insegnandoci a stimarlo di più.
Senza i nemici le nostre virtù non avrebbero possibilità di crescere. Plutarco cerca quindi di trovare nei nemici un elemento positivo per lo sviluppo delle persona. Ma non dice mai se, a causa di questo, dobbiamo amare i nemici.
E come guarda i nemici la Sacra Scrittura? Anche l’Antico Testamento è pieno di nemici, esterni ed interni. Non solo tali solo i filistei e i gebusei. L’odio penetra anche nelle famiglie. Ne sono esempi Caino e Abele, Esaù e Giacobbe. La storia di Davide è piena di avversari. Quasi in ogni salmo si parla dei nemici che ci odiano e vogliono farci male. Davide è un soldato coraggioso e sa difendersi. Ma anche a lui vengono momenti di scoraggiamento e di dubbio. I suoi nemici sono troppo. Signore, chi potrà resistere?
Ma nella Bibbia c’è anche un nuovo motivo. Non si lodano gli eroi vittoriosi perché erano forti, ma perché Dio era dalla loro parte. Nel nome di Dio si potevano distruggere i nemici che volevano soggiogare il suo popolo. Tale vittoria era tuttavia solo occasionale e per un breve tempo. Esiste però contemporaneamente una grande promessa: quando verrà il Messia promesso, il re della pace, Dio farà di tutti i suoi nemici come lo sgabello dei suoi piedi. Nessuno oserà più alzare la testa contro di lui e i suoi fedeli. (cfr. Is 32, 1-5).
Voltiamo ora la pagina e soffermiamoci sul Nuovo Testamento. Gesù assicura gli altri che lui è il re promesso della pace. Se pensiamo logicamente, diremmo che lui si alzerà e distruggerà i suoi nemici con la potenza di Dio. Lui invece dichiara: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano” (Lc 6, 27). Qualche opuscolo rabbinico dichiara: “Chi ama il proprio nemico, ama la propria perdizione”. Nella vita di Gesù questa esperienza si è tragicamente verificata. Tutti i suoi nemici si unirono contro di lui e lo uccisero.
La conclusione logica di questa esperienza per coloro che la pensavano alla maniera antica era una sola: Gesù non era e non poteva essere il Messia promesso, il re d’Israele. Anche i discepoli, che dopo il tragico avvenimento si misero sul cammino di Emmaus, sospiravano tristemente: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (Lc 24, 21). Come allora dobbiamo mettere d’accordo il comandamento di Gesù di amare i nemici con l’universale esperienza umana e la tradizione dell’Antico Testamento? Non è sufficiente dichiarare soltanto genericamente che quello era l’Antico Testamento e che ora vale il Nuovo. Il Nuovo è davvero nuovo, ma sempre nella tradizione dell’Antico. Sottolineiamo allora dall’Antico Testamento l’elemento che si mette sempre in risalto quando si parla dei nemici: senza dubbio la fede che Dio stesso li renderà innocui. Chi è con Dio non potrà mai essere vinto da nessun nemico.
È di questo motivo che Gesù s’appropriò e che ripeteva spesso: “Perché avete paura, uomini di poca fede?” (Mt 8,26). Senza la volontà di Dio neanche un capello può cadere dalla nostra testa (cfr. Lc 21, 18).
Gesù lo applicava principalmente alla sua vita e alla sua missione. Finché non è venuta l’ora giusta, egli non mostra la minima paura di quelli che minacciano la sua vita. E anche quando è venuta l’ora nella quale Pilato, rappresentante dell’impero, dichiara ufficialmente che ha il diritto di uccidere o liberare Gesù, sente la risposta autorevole del Messia: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19, 11). Si è verificato ciò che era stato predetto: tutti i nemici sono nelle mani di Dio. Non è possibile neanche un solo movimento da parte loro senza la volontà del Padre celeste. Le promesse messianiche si sono verificate, ma in maniera differente da come si immaginavano gli ebrei. Essi credevano che avere qualcuno in proprio potere significasse distruggerlo. Cristo insegna diversamente. Se Dio ha nelle sue mani qualcuno, lo userà per la salvezza, per la sua opera, per realizzare i piano della sua provvidenza. Allora ne segue una conclusione logica: perché dovremmo odiare un uomo per il fatto che realizza i piani di Dio? Chi può intenderlo intenda! Certo è che gli autori spirituali che esortavano all’amore dei nemici insistevano in primo luogo nel cogliere i progetti di Dio per non aver paura. Può amare solo colui che non teme. Finché avremo paura degli uomini, non potremo amarli. E temeremo gli uomini così a lungo finché non crederemo nell’infallibilità del governo di Dio nel mondo, nel regno di Dio e di Cristo.

Card. T. Spidlik

mercoledì 19 settembre 2007

Salvare il seme

Don Camillo spalancò le braccia:
- “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”
- “Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione tra gli uomini sarebbe fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”
- “No Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza la quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato […] Signore, se è questo che accadrà, cosa possiamo fare noi?”
Il Cristo sorrise:
- “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa fertile dal limo del fiume, il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pace, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede …”

Giovannino Guareschi, Don Camillo e i giovani d’oggi.

martedì 18 settembre 2007

Santità

“La cosa più assurda che io possa fare è turbarmi perché sono debole, distratto, cieco e commetto continui errori. E che altro mi aspetto? Forse che Dio mi ama di meno perché non riesco a farmi santo con le mie forze e come vorrei? Mi ama di più perché sono così maldestro e impotente senza di Lui; sotto quello che io sono ora, Egli vede come sarò un giorno per Suo puro dono, e questo Gli è gradito; per questo anch’io sono contento, e mi consacro al Suo grande amore, che è la mia gioia”
(Thomas Merton, Il segno di Giona, pag. 116)

Una delle più grandi e sottili tentazioni è quella di pensare di salvarsi con le proprie forze, ma soprattutto di decidere noi cosa sia “essere santi”, cosa e come bisogna fare per “essere santi”.
Non è sbagliato voler essere santi, quello che è sbagliato è decidere noi stessi quale deve essere la nostra strada per la santità. In fondo questa non è altro che la vecchia tentazione dell’Eden: voler decidere noi qual è la nostra salvezza, dov’è la nostra felicità.
E questo deriva dal fatto che non ci fidiamo veramente di Dio.
Tante volte pensiamo di saperne di più noi.
E vogliamo insegnargli il suo mestiere.

lunedì 17 settembre 2007

"Per" o "con"?

Jean Vanier, il fondatore della Comunità dell’Arca per l’assistenza agli handicappati mentali, dice che bisogna passare dal fare le cose “per” Gesù a fare le cose “con” Gesù.

In effetti a ben guardare, finché facciamo le cose (anche le migliori) “per” Gesù, al centro del nostro agire ci siamo sempre noi, c’è sempre il nostro “io”. E comunque il nostro agire è sempre soggetto alla nostra volontà, al nostro sentire. E allora quando arriva la stanchezza, la frustrazione (che prima o poi arrivano sempre) ecco che il nostro volere scema, il nostro agire si affievolisce in qualità, ma soprattutto in quantità. E allora nella migliore delle ipotesi si passa a fare qualcos’altro, quando non si abbandona invece tutto e si inizia a pensare solo a sé stessi e ai proprio interessi.

Quando invece facciamo le cose “con”Gesù il centro del nostro agire non siamo più noi, ma inizia ad essere il nostro rapporto con Dio, cioè a essere fuori da noi per andare sempre più nelle mani e nel cuore del Signore. E allora quando arriva la stanchezza e la frustrazione non siamo più soli, ma abbiamo delle braccia amorose che ci accolgono e ci alleviano il peso, ci donano la forza e la voglia di perseverare.

Ma come fare per riuscire a essere “con” e non “per”? Sempre Jean Vanier dice che solo la preghiera ci può aiutare. Anche nelle giornate più intense bisogna sempre trovare un tempo di preghiera, un tempo per stare con Dio e solo con Lui.

Anche Madre Teresa di Calcutta, che non era di certo una persona che non agiva, dedicava ogni giorno almeno un’ora all’adorazione. Le Sorelle della Carità, l’ordine da lei fondato, prima di “prendere servizio” devono passare del tempo in adorazione, e inoltre durante i vari spostamenti devono recitare il rosario.

È interessante notare come, leggendo le vite dei vari santi, anche i più “attivi” non potessero fare a meno di avere ogni giorno dei momenti, e neanche tanto brevi, di preghiera.

La preghiera non è un passatempo per chi non ha niente da fare, ma è il “carburante” indispensabile per chi ha tanto da fare.

Quando non hai tempo neanche per respirare allora devi fare solo una cosa: PREGARE. Si tratta di non confondere l’urgente col necessario.

venerdì 14 settembre 2007

Preghiera di un diacono

Oggi, Signore vorrei dirti grazie!
In un mondo che vede come unica via di realizzazione il prevalere sugli altri, tu mi hai insegnato che non c’è gioia più grande che il servire.
Tu mi hai chiamato ad essere servo.
Mi hai chiamato a servirTi servendo gli altri.

Io non ha altro da offrirti che il mio grazie,
grazie per il passato che mi hai donato
grazie per il presente che mi doni,
ma soprattutto grazie per il domani che mi donerai.

giovedì 13 settembre 2007

Cristiani e pagani

Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,
piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
Così fan tutti, tutti, cristiani e pagani

Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,
lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.
I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.

Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.

Dietrich Bonhoeffer (giugno 1944)

mercoledì 12 settembre 2007

Architettura e liturgia

Thomas Merton ne “Il segno di Giona” (pagg. 98-99) scrive:

“Non si può spiegare la perfezione dell’architettura cistercense del dodicesimo secolo sostenendo che i Cistercensi cercavano una nuova tecnica. […] Costruivano delle belle chiese perché cercavano Dio. E cercavano Dio in un modo così puro e integrale, che tutto quel che facevano e toccavano dava gloria a Dio.

Noi non possiamo riprodurre quello che fecero, perché affrontiamo il problema in un modo che automaticamente ci impedisce di trovarne la soluzione. Noi ci rivolgiamo una domanda che gli antichi Cistercensi non si posero mai. Come costruire un bel monastero secondo lo stile di un’età passata, secondo le regole di una tradizione morta? Con questo noi rendiamo il problema non solo infinitamente complicato, ma di fatto insolubile. Perché uno stile morto è morto. Ed è morto perché i motivi e le circostanze che un giorno gli diedero vita hanno cessato di esistere.

Hanno dato luogo ad uno stato di cose che richiede altro stile. Se ci preoccupassimo di amare Dio piuttosto che di riuscire a costruire una chiesa gotica, con pochi fondi, innalzeremmo qualcosa di semplice che darebbe gloria a Dio e sarebbe conforme alla tradizione dei nostri Padri. […]

In ogni caso, i Cistercensi del dodicesimo secolo si preoccupavano di essere architetti. San Bernardo mando Achard di Clairvaux a studiare le chiese dei villaggi della Borgogna, e a vedere come fossero costruite. Ed è pur vero che nell’aria di quell’età c’era una specie di misticismo puro che faceva belle tutte le cose. Uno dei maggiori problemi di un architetto oggigiorno è che da centocinquant’anni si costruiscono le chiese come se non potessero appartenere al nostro tempo. Io penso che questa opinione si basi su un’implicita confessione di ateismo. Come se Dio non appartenesse a tutte le età, e come se la religione fosse soltanto una formalità piacevole e necessaria, ereditata dal passato per dare al nostro mondo un’aria di rispettabilità”

Una domanda che mi faccio in tutta sincerità è se questo discorso non si possa applicare anche alla celebrazione liturgica. Non siamo troppo preoccupati a volte della correttezza formale, secondo antichi canoni, della Messa, finendo per dimenticare che compito di ogni liturgia (ma anche di tutta la vita di ogni cristiano) è dar gloria a Dio?

martedì 11 settembre 2007

Preghierina

Tempo fa, facendo "pulizia" nel computer ho trovato questa preghierina. Non so di chi sia e non ricordo assolutamente da dove l'abbia scaricata, ma mi piace e così ve la propongo:

Mio Signore,
oggi mi sto comportando bene.

Non ho fatto pettegolezzi,
non ho perso la calma,
non sono stata avida, golosa, musona,
egoista o indulgente verso me stessa.
Non ho frignato, non mi sono lamentata,
Non ho detto parolacce o mangiato cioccolata.
Non ho caricato nulla sulla carta di credito.

Ma mi alzerò dal letto tra un minuto e penso che a quel punto
avrò senz'altro bisogno del tuo aiuto.


lunedì 10 settembre 2007

Il corpo

Il più grande mistero della fede cristiana è che Dio è venuto a noi nel corpo, ha sofferto con noi nel corpo, è risorto nel corpo e ci ha dato da mangiare il suo corpo. Nessuna religione prende il corpo altrettanto sul serio della religione cristiana. Il corpo non è visto come il nemico o la prigione dello spirito, ma viene celebrato come tempio dello Spirito. Attraverso la vita, la morte e la resurrezione di Gesù il corpo umano è diventato parte della vita di Dio. Mangiando il corpo di Cristo, i nostri fragili corpi diventano intimamente legati al Cristo risorto e preparati così a essere innalzati con lui nella vita divina. Gesù dice: “Il sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51).

È in unione col corpo di Cristo che giungo a conoscere il pieno significato del mio corpo. Il mio corpo è molto di più che uno strumento mortale di piacere e di dolore. È una casa dove Dio vuole manifestare la pienezza della gloria divina. Questa verità è la base più profonda della vita morale. L’abuso del corpo - sia esso psicologico (per esempio incutendo paura), fisico (per esempio la tortura), economico (per esempio lo sfruttamento) o sessuale (per esempio la ricerca del piacere edonistico) - è una distorsione del vero destino umano: vivere nel corpo eternamente con Dio. L’amorosa cura che diamo al nostro corpo e al corpo degli altri è quindi un autentico atto spirituale, in quanto porta più vicino alla sua gloriosa esistenza.

(Henri J.M. Nouwen, In cammino verso l’alba di un giorno nuovo, pp. 297-298)