venerdì 28 settembre 2007

Correzione fraterna

Ciascuno deve rispondere del fratello, ciascuno è custode del fratello. Un’espressione tipica di questa corresponsabilità è data appunto dalla correzione fraterna. A proposito della quale sarà opportuno fare alcune precisazioni fondamentali:

1. Essere custode non significa comportarsi da spia o poliziotto dell'altro.

2. “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te...”. Bisogna accertare la colpa, prima di tutto. E vedere di che colpa si tratta. il fratello non pecca contro di te se non ha le tue stesse idee, non condivide le tue simpatie o antipatie, non si arruola per le tue cause. Il fratello non va ripreso per la colpa di non essere a tua immagine e somiglianza, a portare in giro la “sua” faccia, che non coincide con la tua.
Attenti, perciò, a non confondere il peccato con il diverso. A non definire “male” ciò che semplicemente non rientra nei nostri gusti e nei nostri schemi. Attenti, soprattutto, a non intervenire continuamente per delle sciocchezze, per delle cose assolutamente marginali. Certe persone religiose pare possiedano l'arte di "asfissiare", più che liberare, aiutare, promuovere.

3. La procedura indicata da Matteo (Mt 18,15-20) non va confusa con un processo. Si tratta piuttosto di una mano tesa ostinatamente ma con delicatezza estrema verso l’altro che minaccia di allontanarsi, di separarsi. E non è detto che le fasi debbano essere rigidamente tre. Possono e devono essere molte di più, con tutte le iniziative suggerite dalla fantasia e dal cuore che non si arrende mai, malgrado i ripetuti insuccessi.

4. Prima ancora di far capire al fratello che ha sbagliato, occorre dimostrargli e convincerlo che è amato, nonostante tutto. La carità, la pazienza, la misericordia, la sensibilità, sono la luce indispensabile attraverso la quale il deviante può scoprire il proprio errore di rotta. Più che richiamano all’ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare.

5. La correzione fraterna implica, oltre che la carità, anche l'umiltà. Umiltà che si traduce nell'abbandono di qualsiasi atteggiamento di superiorità. Il peccatore deve comprendere che chi lo ammonisce è peccatore quanto e più di lui, uno che condivide la sua stessa fragilità e miseria. Non: «Guarda che cosa hai fatto!», ma: «Guarda che cosa siamo capaci di fare...».

6. Il metodo più efficace per far capire l’errore, non è l’impiego delle parole e delle dimostrazioni teoriche o le citazioni di un codice, ma l’illustrazione pratica, personale, della virtù dimenticata, del valore disatteso, dell'ideale calpestato. Meglio sempre gli “annunci” che le “denunce”. Anche perché le denunce possono essere sospette per il fatto stesso che non costano niente. Sovente parliamo e gridiamo troppo, perché la nostra condotta non è abbastanza eloquente. Siamo predicatori implacabili e moralisti insopportabili perché la santità della nostra vita non è tale da costituire una silenziosa condanna di certi difetti e deviazioni. Si può insegnare in maniera efficace anche col silenzio. Sempre che la vita parli, naturalmente.

7. I ruoli non sono mai definiti, ma risultano intercambiabili. Per cui non ti è consentito rivendicare il dovere di criticare l'altro, se non gli concedi il diritto di criticare, a sua volta, i tuoi comportamenti poco corretti.

8. La scomunica e l’esclusione, più che un elemento punitivo, devono costituire un motivo di riflessione e uno stimolo alla conversione. Devono avere una funzione pedagogica, non vendicativa. Non è tanto la comunità che decreta l'esclusione, quanto il fratello, peccatore ostinato, che si pone automaticamente, e pervicacemente, in stato di separazione, fuori dalla comunione. E lui che si scomunica. La comunità non fa altro che prendere atto, dolorosamente. Si tratta, perciò, di «aiutare il fratello a prendere coscienza del suo stato di separazione, perché possa, di conseguenza, ravvedersi. Lo scopo è quello di creare nel peccatore uno stato di disagio, perché è proprio in una situazione di disagio che spesso Dio si inserisce e spinge al ritorno» (B. Maggioni). Illuminante, a questo proposito, risulta la cosiddetta “parabola del figliol prodigo”. Comunque, la comunità non deve mai alzare il ponte levatoio. Deve sempre tenere la porta aperta, la luce accesa. Una comunità si rivela cristiana quando non si rassegna alla perdita definitiva di un membro, ma si dimostra sempre pronta ad accogliere, perdonare, riconciliare. E fa tutti i passi possibili e impossibili perché avvenga il ritorno atteso.E ci dovrebbe sempre essere aria di festa, non musi lunghi, quando il fratello, lo sbandato, ricompare all’orizzonte. Teniamo pronta la musica, la tavola imbandita, non i rimbrotti, le accuse.
Tutti siamo al sicuro soltanto quando nessuno è fuori.

9. ...E anche quando l'altro si pone fuori dalla comunità, si autoesclude, non per questo hai esaurito il tuo compito. Gli “devi” ancora più amore.

A. Pronzato, “Tu solo hai parole . Incontri con Gesù nei vangeli” vol. III, pagg. 264-269

giovedì 27 settembre 2007

Il valore delle vocazioni

“La vita di un cristiano ha significato e vale solo nella misura in cui è conforme alla vita di Gesù. Ma Gesù visse in povertà e sofferenza, e morì sulla croce. Tutte le nostre vite sono offerte a Dio con la sua nella Messa, se siamo veri cristiani. Questo può avverarsi in ogni vocazione.”
(Thomas Merton, Il segno di Giona, pag. 181)

Dio vuole la nostra salvezza, e a questo fine chiama ognuno di noi. E la chiamata è unica e personale. Non c’è vocazione (e vocazione significa chiamata) che sia migliore di un’altra. Proprio perché chiamata di Dio, ogni vocazione (celibato, matrimonio, vita consacrata, sacerdozio e quanto d’altro l’infinita fantasia di Dio possa immaginare) è in ugual modo via alla santità.

mercoledì 26 settembre 2007

Il senso della Chiesa

“Nel martirologio, insieme all’annuncio della grande festa che mi colma sempre di felicità, c’è stata anche la commemorazione annuale di sant’Agostino, che convertì per la seconda volta l’Inghilterra. Dopo tanti secoli, io sono uno dei figli delle sue preghiere, delle sue fatiche apostoliche e dei suoi sacrifici”
(Thomas Merton, Il segno di Giona, pag. 219)

Abbiamo coscienza di essere inseriti in una ininterrotta catena di fede che parte da Gesù per passare poi agli Apostoli, a Paolo, a Agostino, e attraverso i secoli arriva ai nostri genitori, alle persone che ci hanno formato? e che la prosecuzione di questa catena dipende anche da noi?
Questa catena ininterrotta non è altro che la Chiesa, e di fronte alle tentazioni, alle prove e alle desolazioni sappiamo che possiamo contare sulle sue preghiere e sul suo sostegno, ma anche sulla sua comprensione e sulla sua misericordia. Tutte le persone che la compongono non sono state una specie di superuomini senza problemi né debolezze, anche loro hanno, come noi e prima di noi, avuto le stesse miserie, gli stessi limiti, gli stessi problemi, e hanno fatto anche loro degli errori.

lunedì 24 settembre 2007

Sul diaconato

Thomas Merton alla vigilia della sua ordinazione diaconale scriveva (i corsivi sono dell’autore):
“La prima cosa da dire del diaconato è che è grande. Quanto più ci penso, tanto più mi avvedo che è un Ordine Maggiore. Dovete essere la forza della Chiesa. Riceverete lo Spirito Santo ad robur, non solo per voi stessi, ma per sostenere la Chiesa intera. Dovete combattere gli eserciti del demonio.”
(Il segno di Giona, pag. 191)

Che queste parole ci siano di monito e di sostegno. Lo Spirito che ci è stato dato con l’imposizione delle mani del vescovo è sempre presente in noi, ma soprattutto è sempre operante, anche quando noi non lo avvertiamo o ce ne dimentichiamo.

venerdì 21 settembre 2007

La scienza può essere un idolo

Ci può essere un'idolatria della scienza quando essa avanza pretese di infallibilità e di verità ultime, e i suoi sacerdoti officiano, con alterigia, i riti dell'onnipotenza, sotto gli occhi della gente sbalordita e ammirata.
La scienza diventa un idolo allorché non riconosce i propri limiti. Quando si libera, con evidente fastidio, di quelle che essa chiama anacronistiche “pastoie” della saggezza, dell'etica, della prudenza e della coscienza. Quando non è a servizio dell'uomo, ma va contro l'uomo e la sua dignità. Quando si pone come capacità assoluta di intelligere (letteralmente, leggere dentro) e interpretare la realtà delle cose e delle persone. Quando proclama con sussiego le proprie certezze, tenendo lontano da esse il dubbio salutare.
È idolo la scienza che non è accompagnata dalla modestia e cede alla tentazione della spettacolarità. Che rivendica per sé statuti di libertà assoluta, al di fuori di ogni regola e controllo, per cui tutto le sembra lecito, e non ammette che ciò che si può fare non diventa automaticamente ciò che si deve fare. Confonde il diritto legittimo a conoscere, ricercare, con l'applicazione - qualche volta inopportuna e perfino dannosa - delle conoscenze e delle ricerche. Basti pensare alla bomba atomica, alle armi batteriologiche, ai disastri ambientali provocati dalle sostanze chimiche. E si pensi anche ai pericoli rappresentati dagli organismi geneticamente modificati, ai cosiddetti “cibi transgenici”, alle “mucche pazze” (o allevatori stupidi e criminali?).
Diventa idolo la scienza che formula l'equazione tra “vero” e “scientificamente dimostrabile”, e quindi, in ultima analisi, tra “verità” e “quantificabilità”. Si propone come depositaria assoluta della verità. Invade campi (compreso quello religioso) che non sono di sua competenza.
Accanto all'idolo rappresentato dalla scienza va collocato il tecnicismo esasperato. Per cui, in nome della comodità, si lascia intendere che tutti i problemi della vita sono risolti, e invece si creano sempre nuove schiavitù e dipendenze.
La scienza si fa idolo «dove non riconosce il suo fondante statuto di approssimazione come avvicinamento descrittivo-quantitativo al fenomeno, e ove non riconosca la possibilità che un’altra teoria (o più altre) possa soppiantare quella che al momento è ritenuta la migliore, più completa e più semplice» (Gianluca Poldi, "Idola scientiae, idolum temporis", nel numero 134 di «Servitium», marzo-aprile 2001).
La scienza è idolo quando non ammette che i suoi, spesso, sono tentativi, non teoremi definitivi, e soprattutto non sa confessare i propri errori (e i propri guasti!).
Per non diventare idolo, la scienza deve dimostrare di essere a servizio dell'uomo. E, soprattutto, non deve pregiudicare l'avvenire, porre una ipoteca sul tempo. Quel tempo che potrebbe produrre un evento imprevedibile, non programmabile, fuori programma, fuori teoria, fuori paradigma, fuori schema. Un evento, una nuova scoperta che smentiranno clamorosamente le certezze attuali e sfasceranno miseramente certe montagne di supponenza (lasciando intatto, però, il gruzzolo accumulato attraverso lo spaccio di false sicurezze).
L’idolo della scienza, allorché si guarda allo specchio con evidente compiacimento e smodata auto-esaltazione, dovrebbe sospettare che, appena dietro l'angolo... c'è il ridicolo.

Tratto da: A. Pronzato – “Ritorno ai dieci comandamenti” vol 1, pag 104-106

giovedì 20 settembre 2007

È possibile amare i nemici?

Gli antichi autori cristiani non parlavano molto sul tema dell’amore di Dio. Sembrava loro troppo alto per chi non ha ancora raggiunto la perfezione. Tuttavia parlavano spesso dell’amore del prossimo e suggerivano le situazioni concrete nelle quali si deve realizzare. Però una di tali situazioni non la sviluppano troppo: l’amore dei nemici al quale siamo esortati nel Vangelo (cfr. Mt 5,43 ss.). Sono consapevoli che anche questo è un comandamento nuovo non facile da capire. Di quale difficoltà si tratta? Pensiamo a quella teorica. L’insegnamento di Cristo si confronta qui, come in altri casi, con due tradizioni: quella profana e quella biblica. In entrambe le linee, come sembra, l’insegnamento è diverso da quello evangelico. Nella letteratura profana il termine nemico è frequente. I primi eroi dell’umanità sono combattenti e vincono nella lotta contro i nemici. Che cosa resterebbe dell’Iliade e delle altre epopee eroiche se non ci fosse la vittoria degli uni contro gli altri? I fondatori di dinastie sono coloro che hanno scacciato per lungo tempo i nemici da un territorio divenuto il loro. Una poesia egiziana loda il faraone che ha distrutto i nemici così radicalmente che non potranno alzare la testa per secoli. Solo così si potrà assicurare alla terra la pace e la prosperità. Anche gli abitanti del grande impero romano sognavano la situazione in cui sarà presente nel mondo la “pax romana”, custodita dai legionari alle frontiere che nessun barbaro oserà passare.
Il nemico è quindi un elemento distruttivo, e come tale si deve combattere radicalmente. È possibile distruggere i nemici totalmente? Tutti gli uomini sanno dalla propria esperienza che è un inganno vedere il nemico soltanto nel soldato di una potenza straniera. Tutti abbiamo avversari anche nella vita quotidiana, spesso nella propria famiglia. Che cosa fare con loro? Verso la fine dell’antichità, Plutarco scrisse un opuscolo, “De utilitate inimicorum”, sull’utilità dei nemici. Qui cerca di consolare il lettore che avere dei nemici non è poi così male. Contro i nemici dobbiamo combattere, e questo fa crescere la nostra forza, ci insegna a stare attenti, sveglia la nostra capacità e dà più valore a quanto abbiamo acquisito lottando, insegnandoci a stimarlo di più.
Senza i nemici le nostre virtù non avrebbero possibilità di crescere. Plutarco cerca quindi di trovare nei nemici un elemento positivo per lo sviluppo delle persona. Ma non dice mai se, a causa di questo, dobbiamo amare i nemici.
E come guarda i nemici la Sacra Scrittura? Anche l’Antico Testamento è pieno di nemici, esterni ed interni. Non solo tali solo i filistei e i gebusei. L’odio penetra anche nelle famiglie. Ne sono esempi Caino e Abele, Esaù e Giacobbe. La storia di Davide è piena di avversari. Quasi in ogni salmo si parla dei nemici che ci odiano e vogliono farci male. Davide è un soldato coraggioso e sa difendersi. Ma anche a lui vengono momenti di scoraggiamento e di dubbio. I suoi nemici sono troppo. Signore, chi potrà resistere?
Ma nella Bibbia c’è anche un nuovo motivo. Non si lodano gli eroi vittoriosi perché erano forti, ma perché Dio era dalla loro parte. Nel nome di Dio si potevano distruggere i nemici che volevano soggiogare il suo popolo. Tale vittoria era tuttavia solo occasionale e per un breve tempo. Esiste però contemporaneamente una grande promessa: quando verrà il Messia promesso, il re della pace, Dio farà di tutti i suoi nemici come lo sgabello dei suoi piedi. Nessuno oserà più alzare la testa contro di lui e i suoi fedeli. (cfr. Is 32, 1-5).
Voltiamo ora la pagina e soffermiamoci sul Nuovo Testamento. Gesù assicura gli altri che lui è il re promesso della pace. Se pensiamo logicamente, diremmo che lui si alzerà e distruggerà i suoi nemici con la potenza di Dio. Lui invece dichiara: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano” (Lc 6, 27). Qualche opuscolo rabbinico dichiara: “Chi ama il proprio nemico, ama la propria perdizione”. Nella vita di Gesù questa esperienza si è tragicamente verificata. Tutti i suoi nemici si unirono contro di lui e lo uccisero.
La conclusione logica di questa esperienza per coloro che la pensavano alla maniera antica era una sola: Gesù non era e non poteva essere il Messia promesso, il re d’Israele. Anche i discepoli, che dopo il tragico avvenimento si misero sul cammino di Emmaus, sospiravano tristemente: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (Lc 24, 21). Come allora dobbiamo mettere d’accordo il comandamento di Gesù di amare i nemici con l’universale esperienza umana e la tradizione dell’Antico Testamento? Non è sufficiente dichiarare soltanto genericamente che quello era l’Antico Testamento e che ora vale il Nuovo. Il Nuovo è davvero nuovo, ma sempre nella tradizione dell’Antico. Sottolineiamo allora dall’Antico Testamento l’elemento che si mette sempre in risalto quando si parla dei nemici: senza dubbio la fede che Dio stesso li renderà innocui. Chi è con Dio non potrà mai essere vinto da nessun nemico.
È di questo motivo che Gesù s’appropriò e che ripeteva spesso: “Perché avete paura, uomini di poca fede?” (Mt 8,26). Senza la volontà di Dio neanche un capello può cadere dalla nostra testa (cfr. Lc 21, 18).
Gesù lo applicava principalmente alla sua vita e alla sua missione. Finché non è venuta l’ora giusta, egli non mostra la minima paura di quelli che minacciano la sua vita. E anche quando è venuta l’ora nella quale Pilato, rappresentante dell’impero, dichiara ufficialmente che ha il diritto di uccidere o liberare Gesù, sente la risposta autorevole del Messia: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19, 11). Si è verificato ciò che era stato predetto: tutti i nemici sono nelle mani di Dio. Non è possibile neanche un solo movimento da parte loro senza la volontà del Padre celeste. Le promesse messianiche si sono verificate, ma in maniera differente da come si immaginavano gli ebrei. Essi credevano che avere qualcuno in proprio potere significasse distruggerlo. Cristo insegna diversamente. Se Dio ha nelle sue mani qualcuno, lo userà per la salvezza, per la sua opera, per realizzare i piano della sua provvidenza. Allora ne segue una conclusione logica: perché dovremmo odiare un uomo per il fatto che realizza i piani di Dio? Chi può intenderlo intenda! Certo è che gli autori spirituali che esortavano all’amore dei nemici insistevano in primo luogo nel cogliere i progetti di Dio per non aver paura. Può amare solo colui che non teme. Finché avremo paura degli uomini, non potremo amarli. E temeremo gli uomini così a lungo finché non crederemo nell’infallibilità del governo di Dio nel mondo, nel regno di Dio e di Cristo.

Card. T. Spidlik

mercoledì 19 settembre 2007

Salvare il seme

Don Camillo spalancò le braccia:
- “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”
- “Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione tra gli uomini sarebbe fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”
- “No Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza la quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato […] Signore, se è questo che accadrà, cosa possiamo fare noi?”
Il Cristo sorrise:
- “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa fertile dal limo del fiume, il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pace, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede …”

Giovannino Guareschi, Don Camillo e i giovani d’oggi.

martedì 18 settembre 2007

Santità

“La cosa più assurda che io possa fare è turbarmi perché sono debole, distratto, cieco e commetto continui errori. E che altro mi aspetto? Forse che Dio mi ama di meno perché non riesco a farmi santo con le mie forze e come vorrei? Mi ama di più perché sono così maldestro e impotente senza di Lui; sotto quello che io sono ora, Egli vede come sarò un giorno per Suo puro dono, e questo Gli è gradito; per questo anch’io sono contento, e mi consacro al Suo grande amore, che è la mia gioia”
(Thomas Merton, Il segno di Giona, pag. 116)

Una delle più grandi e sottili tentazioni è quella di pensare di salvarsi con le proprie forze, ma soprattutto di decidere noi cosa sia “essere santi”, cosa e come bisogna fare per “essere santi”.
Non è sbagliato voler essere santi, quello che è sbagliato è decidere noi stessi quale deve essere la nostra strada per la santità. In fondo questa non è altro che la vecchia tentazione dell’Eden: voler decidere noi qual è la nostra salvezza, dov’è la nostra felicità.
E questo deriva dal fatto che non ci fidiamo veramente di Dio.
Tante volte pensiamo di saperne di più noi.
E vogliamo insegnargli il suo mestiere.

lunedì 17 settembre 2007

"Per" o "con"?

Jean Vanier, il fondatore della Comunità dell’Arca per l’assistenza agli handicappati mentali, dice che bisogna passare dal fare le cose “per” Gesù a fare le cose “con” Gesù.

In effetti a ben guardare, finché facciamo le cose (anche le migliori) “per” Gesù, al centro del nostro agire ci siamo sempre noi, c’è sempre il nostro “io”. E comunque il nostro agire è sempre soggetto alla nostra volontà, al nostro sentire. E allora quando arriva la stanchezza, la frustrazione (che prima o poi arrivano sempre) ecco che il nostro volere scema, il nostro agire si affievolisce in qualità, ma soprattutto in quantità. E allora nella migliore delle ipotesi si passa a fare qualcos’altro, quando non si abbandona invece tutto e si inizia a pensare solo a sé stessi e ai proprio interessi.

Quando invece facciamo le cose “con”Gesù il centro del nostro agire non siamo più noi, ma inizia ad essere il nostro rapporto con Dio, cioè a essere fuori da noi per andare sempre più nelle mani e nel cuore del Signore. E allora quando arriva la stanchezza e la frustrazione non siamo più soli, ma abbiamo delle braccia amorose che ci accolgono e ci alleviano il peso, ci donano la forza e la voglia di perseverare.

Ma come fare per riuscire a essere “con” e non “per”? Sempre Jean Vanier dice che solo la preghiera ci può aiutare. Anche nelle giornate più intense bisogna sempre trovare un tempo di preghiera, un tempo per stare con Dio e solo con Lui.

Anche Madre Teresa di Calcutta, che non era di certo una persona che non agiva, dedicava ogni giorno almeno un’ora all’adorazione. Le Sorelle della Carità, l’ordine da lei fondato, prima di “prendere servizio” devono passare del tempo in adorazione, e inoltre durante i vari spostamenti devono recitare il rosario.

È interessante notare come, leggendo le vite dei vari santi, anche i più “attivi” non potessero fare a meno di avere ogni giorno dei momenti, e neanche tanto brevi, di preghiera.

La preghiera non è un passatempo per chi non ha niente da fare, ma è il “carburante” indispensabile per chi ha tanto da fare.

Quando non hai tempo neanche per respirare allora devi fare solo una cosa: PREGARE. Si tratta di non confondere l’urgente col necessario.

venerdì 14 settembre 2007

Preghiera di un diacono

Oggi, Signore vorrei dirti grazie!
In un mondo che vede come unica via di realizzazione il prevalere sugli altri, tu mi hai insegnato che non c’è gioia più grande che il servire.
Tu mi hai chiamato ad essere servo.
Mi hai chiamato a servirTi servendo gli altri.

Io non ha altro da offrirti che il mio grazie,
grazie per il passato che mi hai donato
grazie per il presente che mi doni,
ma soprattutto grazie per il domani che mi donerai.

giovedì 13 settembre 2007

Cristiani e pagani

Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,
piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
Così fan tutti, tutti, cristiani e pagani

Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,
lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.
I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.

Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.

Dietrich Bonhoeffer (giugno 1944)

mercoledì 12 settembre 2007

Architettura e liturgia

Thomas Merton ne “Il segno di Giona” (pagg. 98-99) scrive:

“Non si può spiegare la perfezione dell’architettura cistercense del dodicesimo secolo sostenendo che i Cistercensi cercavano una nuova tecnica. […] Costruivano delle belle chiese perché cercavano Dio. E cercavano Dio in un modo così puro e integrale, che tutto quel che facevano e toccavano dava gloria a Dio.

Noi non possiamo riprodurre quello che fecero, perché affrontiamo il problema in un modo che automaticamente ci impedisce di trovarne la soluzione. Noi ci rivolgiamo una domanda che gli antichi Cistercensi non si posero mai. Come costruire un bel monastero secondo lo stile di un’età passata, secondo le regole di una tradizione morta? Con questo noi rendiamo il problema non solo infinitamente complicato, ma di fatto insolubile. Perché uno stile morto è morto. Ed è morto perché i motivi e le circostanze che un giorno gli diedero vita hanno cessato di esistere.

Hanno dato luogo ad uno stato di cose che richiede altro stile. Se ci preoccupassimo di amare Dio piuttosto che di riuscire a costruire una chiesa gotica, con pochi fondi, innalzeremmo qualcosa di semplice che darebbe gloria a Dio e sarebbe conforme alla tradizione dei nostri Padri. […]

In ogni caso, i Cistercensi del dodicesimo secolo si preoccupavano di essere architetti. San Bernardo mando Achard di Clairvaux a studiare le chiese dei villaggi della Borgogna, e a vedere come fossero costruite. Ed è pur vero che nell’aria di quell’età c’era una specie di misticismo puro che faceva belle tutte le cose. Uno dei maggiori problemi di un architetto oggigiorno è che da centocinquant’anni si costruiscono le chiese come se non potessero appartenere al nostro tempo. Io penso che questa opinione si basi su un’implicita confessione di ateismo. Come se Dio non appartenesse a tutte le età, e come se la religione fosse soltanto una formalità piacevole e necessaria, ereditata dal passato per dare al nostro mondo un’aria di rispettabilità”

Una domanda che mi faccio in tutta sincerità è se questo discorso non si possa applicare anche alla celebrazione liturgica. Non siamo troppo preoccupati a volte della correttezza formale, secondo antichi canoni, della Messa, finendo per dimenticare che compito di ogni liturgia (ma anche di tutta la vita di ogni cristiano) è dar gloria a Dio?

martedì 11 settembre 2007

Preghierina

Tempo fa, facendo "pulizia" nel computer ho trovato questa preghierina. Non so di chi sia e non ricordo assolutamente da dove l'abbia scaricata, ma mi piace e così ve la propongo:

Mio Signore,
oggi mi sto comportando bene.

Non ho fatto pettegolezzi,
non ho perso la calma,
non sono stata avida, golosa, musona,
egoista o indulgente verso me stessa.
Non ho frignato, non mi sono lamentata,
Non ho detto parolacce o mangiato cioccolata.
Non ho caricato nulla sulla carta di credito.

Ma mi alzerò dal letto tra un minuto e penso che a quel punto
avrò senz'altro bisogno del tuo aiuto.


lunedì 10 settembre 2007

Il corpo

Il più grande mistero della fede cristiana è che Dio è venuto a noi nel corpo, ha sofferto con noi nel corpo, è risorto nel corpo e ci ha dato da mangiare il suo corpo. Nessuna religione prende il corpo altrettanto sul serio della religione cristiana. Il corpo non è visto come il nemico o la prigione dello spirito, ma viene celebrato come tempio dello Spirito. Attraverso la vita, la morte e la resurrezione di Gesù il corpo umano è diventato parte della vita di Dio. Mangiando il corpo di Cristo, i nostri fragili corpi diventano intimamente legati al Cristo risorto e preparati così a essere innalzati con lui nella vita divina. Gesù dice: “Il sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51).

È in unione col corpo di Cristo che giungo a conoscere il pieno significato del mio corpo. Il mio corpo è molto di più che uno strumento mortale di piacere e di dolore. È una casa dove Dio vuole manifestare la pienezza della gloria divina. Questa verità è la base più profonda della vita morale. L’abuso del corpo - sia esso psicologico (per esempio incutendo paura), fisico (per esempio la tortura), economico (per esempio lo sfruttamento) o sessuale (per esempio la ricerca del piacere edonistico) - è una distorsione del vero destino umano: vivere nel corpo eternamente con Dio. L’amorosa cura che diamo al nostro corpo e al corpo degli altri è quindi un autentico atto spirituale, in quanto porta più vicino alla sua gloriosa esistenza.

(Henri J.M. Nouwen, In cammino verso l’alba di un giorno nuovo, pp. 297-298)