venerdì 28 novembre 2008

Prima domenica di Avvento - Il presepe 1


Un presepe senza pastori non è un presepe. In effetti proprio loro sono stati i primi invitati, i primi destinatari della “buona notizia”, portata a loro direttamente dagli angeli. Però nella realtà loro non erano come quelle statuine belle pulite che usiamo noi per i nostri presepi. Anzi!

Nella società ebraica di quei tempi erano considerati, al pari di soldati, marinai, prostitute, usurai, esattori delle imposte, dei pubblici peccatori. A motivo della loro vita errabonda non potevano studiare e quindi osservare la Legge. E quindi erano gente senza legge.

E invece proprio loro, che a causa del loro mestiere, non potevano testimoniare in tribunale, sono chiamati a diffondere la notizia della nascita di Dio in terra, sono chiamati ad esserne i primi testimoni.

Decisamente i modi di Dio non sono i nostri modi. Quando noi dobbiamo diffondere una notizia indiciamo una conferenza, a cui ci preoccupiamo di invitare le persone più importanti, cerchiamo di metterci sotto le luci più forti. Dio invece viene di notte, e chiama solo gli ultimi, i reietti, gli esclusi.

I pastori nel presepe ci dicono che le preferenze di Dio non sono le nostre, che la sua lista degli invitati boccia sonoramente la nostra. Lui gradisce la presenza, ma soprattutto la vicinanza, della gente da niente, degli individui che non contano, di quelli che non hanno le carte in regola perché le carte non le hanno (e in effetti sono i primi sans-papier).

Ci dicono che c’è sempre qualcuno, che noi magari disprezziamo, che è più vicino al Bambino di quanto noi pretendiamo di essere; e questo perché lui è arrivato prima di noi, ha capito meglio le esigenze del Vangelo, e fa la verità, mentre noi ci accontentiamo di conoscerla.

Ma soprattutto ci ricordano il dovere di accogliere i diversi, gli esclusi, gli immigrati, gli extracomunitari.

Quando mettiamo i pastori nel presepe occorre farlo con uno stile penitenziale, domandando perdono per tutti i nostri razzismi, per tutte quelle volte che abbiamo detto, o anche solo pensato, che gli zingari ... i romeni ... i cinesi ... gli arabi ... e via dicendo. Dobbiamo chiedere perdono per tutte quelle volte che abbiamo diviso gli uomini in due: da una parte “noi” i buoni, i giusti, i sani, e dall’altra gli altri, cioè i cattivi, gli sbagliati, i delinquenti.

Pace e benedizione

PS: altre riflessioni sulle statuine del presepe le potete trovare qui.

sabato 22 novembre 2008

Giuseppe e i suoi fratelli

La storia di Giuseppe è narrata nel libro del Genesi nei capitoli che vanno dal 37 al 50, cioè in pratica gli ultimi capitoli del primo libro della Bibbia. È il primo dei due figli che Giacobbe ebbe dall’amatissima moglie Rachele. L’altro si chiama Beniamino. In totale Giacobbe ebbe 12 figli.

Riassumo la storia. Giuseppe era un po’ il preferito di Giacobbe. Questo destava la gelosia dei fratelli. Giuseppe fece due sogni secondo i quali prima i fratelli, e poi anche i genitori, l’avrebbero ossequiato, si sarebbero prostrati di fronte a lui. Questi due sogni rappresentano il punto di rottura tra Giuseppe e i fratelli. Quando Giacobbe invia Giuseppe a trovare i suoi fratelli, questi al suo sopraggiungere decidono dapprima di ucciderlo, ma poi, per non macchiarsi del suo sangue, lo spogliano della sua tunica e lo calano in una cisterna vuota. Il giorno dopo lo rivendono ad una carovana che lo porta, in schiavitù, in Egitto. Qui, dopo varie vicissitudini, diviene l’uomo di fiducia del faraone. Nel frattempo scoppia una carestia, che Giuseppe aveva previsto. Grazie alle previsioni di Giuseppe, l’Egitto non risente di questa carestia, ma anzi riesce a vendere il grano. Proprio questa ricchezza è l’occasione perché i fratelli scendano in Egitto. Qui avviene la riconciliazione e il ricongiungimento della famiglia di Giacobbe.
Fin dall’inizio del cristianesimo Giuseppe è stato visto come una figura fortemente anticipatrice di Gesù. E in effetti se avessimo il tempo di analizzare tutta la vicenda di questa persona potremo vedere che le analogie, i rimandi al Cristo sono numerosi e profondi. Questa sera ne vedremo alcuni accenni.

I sogni

Un ruolo molto importante nella vita di Giuseppe l’hanno i sogni. Sia quelli suoi che quelli di altri che lui riesce ad interpretare. Nella Bibbia il sogno è spesso un momento in cui Dio si rivela all’uomo, è quasi una profezia, la manifestazione di una vocazione. In genere vengono descritti due tipi di sogno: i sogni di vocazione (cfr. 1Sam 3, la vocazione di Samuele) e i sogni di protezione (cfr. Mt 2,13-15, il sogno che dica a Giuseppe di fuggire in Egitto con il piccolo Gesù e Maria).
I due sogni fatti da Giuseppe si possono ascrivere ai sogni di vocazione, quelli cioè in cui uno intravede lo sguardo di Dio sulla sua vita.
È interessante notare come Giuseppe nonostante si trovi in una situazione difficile (è amato dal padre, ma proprio per questo è oggetto di rancore da parte dei fratelli) faccia dei sogni che lo mettono al centro: il covone a cui tutti si inchinano, il sistema solare che gli si inchina. I covoni di grano diventeranno una realtà chiave nella vocazione di Giuseppe: non sono soltanto i fratelli che si inchinano a lui, ma sono il cibo che li salverà. E non solo perché darà loro la salvezza corporale, ma anche perché proprio tramite il grano, arriveranno alla comprensione dell’amore del padre e quindi dell’amore come legame dell’intera famiglia. Anche qui è chiaro il legame con Gesù, col grano, col pane, coll'Eucarestia che ci nutre.

Ci potremmo legittimamente chiedere se questi sogni non esprimano forse anche un grande soggettivismo, se non addirittura un certo narcisismo. La chiamata di Dio tiene conto della persona concreta. La chiamata, la vocazione non è mai astratta, né generica, né soprattutto uguale per tutti. Questo significa che il carattere, i talenti, la storia personale, ma anche le tendenze personali (nel caso di Giuseppe un certo narcisismo) non tolgono nulla all’azione di Dio e alla sua chiamata. La chiamata è ricevuta da una persona concreta, dentro la sua storia, all’interno della sua cultura. Il sogno è come una visione momentanea, e che poi avrà bisogno di tutta la vita per vivere. Il sogno è una comunicazione dialogica di Dio, non una visione ideale. Va vissuto all’interno di un dialogo, non come un ideale a cui tendere e adattarsi.
Se si comprende il sogno in termini di percezione della vocazione, quindi dell’amore, la realizzazione passa attraverso la modalità dell’amore, cioè attraverso il sacrificio. Ma un sacrificio che non scegliamo noi. Il sacrificio ci è richiesto dalla vita stessa, dagli altri. Anzi, è l’amore stesso che lo esige. Se non è un sacrificio nell’amore e per amore è una perversione, una devianza patologica. Difatti Giuseppe sognando ha un segno da parte di Dio di una vocazione che si espliciterà solo alla fine della storia, e che in pienezza sarà realizzata da Cristo, che raccoglierà l’umanità dispersa dalla conflittualità, dalle contraddizioni, proprio nel momento in cui sarà innalzato da terra. Gesù come Giuseppe, che diventerà l’elemento unificante dei fratelli grazie al male che loro stessi gli infliggono. La chiamata, come realtà dell’amore, vive il suo primo grande dramma all’interno dei suoi, dei più vicini, che finiscono per rivelarsi come i veri lontani che devono essere avvicinati.
La via di Giuseppe nella realizzazione dei sogni è per lui un cammino pieno di pericoli e di continue morti. Giuseppe morirà molte volte lungo la strada, eppure sarà sempre protetto da Dio. L’amore di Giacobbe, immagine dell’amore di Dio Padre, lo tirerà sempre fuori dalle morti, perché proprio questo è il modo dell’amore.
Si nota una cosa, mentre suo padre Giacobbe, suo nonno Isacco e suo bisnonno Abramo parlavano direttamente con Dio, avevano con Lui un dialogo, a volte anche degli scontri (vedi Giacobbe al torrente Iabbok in Gen 32, 23-33 ), a Giuseppe Dio non parla mai in maniera diretta. Giuseppe all'inizio non sa che i sogni sono messaggi divini. Ma in tutta la storia si vede il suo atteggiamento religioso di fondo, per cui Dio è il primo e l’unico. E alla fine riconoscerà che proprio Lui è l’attore principale della storia (vedi cap. 45). Passo passo si lascia guidare dagli incontri, dagli eventi, in maniera che si dischiude tutta la sua chiamata. Non sa che è Dio che gli manda i sogni, ma dal momento che è nell’amore è disponibile alla comprensione dell’amore.

I fratelli non vivono nella logica dell’amore filiale, ma sono sottomessi ad una logica di invidia. Proprio per questo non sono in grado di comprendere la realtà divina dei sogni, che invece, in questo contesto, diventano un incentivo, un motivo in più per odiare il fratello. I sogni sono interpretati da loro solo nel campo psicologico dell’avere, del potere, dell’essere di più o di meno.

Cerco i miei fratelli (Gen 37,16)

Giuseppe vive in casa col padre, mentre i fratelli sono a pascolare le greggi a poco più di 80 chilometri. È una distanza geografica che indica anche una distanza interiore. Il percorso che deve fare Giuseppe per raggiungere i fratelli è in aperta campagna e accidentato. Riuscire ad affrontare questo viaggio è indice di una sicurezza esistenziale come può averla solo uno che è certo a livello esistenziale di essere amato. Ed è lo stesso che capita al Figlio di Dio che si allontana dalla Trinità, dal seno del Padre, per immergersi nel creato, per sprofondare nel male e nella morte.
Giuseppe è il principio di unità della famiglia, proprio perché è il padre che lo manda a cercare i fratelli. E il padre che invia Giuseppe a cercare e trovare i fratelli è una immagine fortemente cristologica.
In questo brano per la prima volta Giuseppe esplicita la sua vocazione. Non si rende ancora conto di cosa significhi, di tutta le implicazioni che queste semplici parole hanno e avranno nella sua vita, ma sta già facendo (anche se inconsapevolmente) i primi passi nella direzione indicata dai sogni. Nell’obbedienza vive la sua identità. E la missione si compie proprio per mezzo dell’essere mandati. Ha avuto i sogni, ma l’inizio della loro realizzazione avviene attraverso il mandato del padre. Se la vocazione, la chiamata, consiste nell’amore del Padre, è impossibile rivelare questo amore attraverso l’affermazione di sé stessi. Neanche se questo principio autoaffermativo viene camuffato sotto l’apparenza di generosità e di altruismo. Questo è difficile capirlo per noi oggi, perché la nostra cultura favorisce più una mentalità di progettazione e di autorealizzazione, dove tutto parte sempre e comunque da noi. Esattamente il contrario della mentalità propria della vocazione, dove si risponde e si segue, e seguendo si serve.
Ma i fratelli non vivono nella logica dell’amore. E difatti appena lo vedono si risveglia in loro l’invidia. Siccome si sono allontanati dall’amore del padre, non riescono più a vedere il loro fratello come figlio dello stesso padre, non riescono a partecipare dello stesso amore, e quindi la passione che li attanaglia è la voglia di impossessarsi dell’amore del padre. E sperano di averlo uccidendo il figlio prediletto. Chi è fuori dell’amore crede di impossessarsi dell’amore tramite la violenza, facendo pressione per essere amato.

venerdì 21 novembre 2008

Il tempo


Quando esci dall'ospedale dopo una degenza di una decina di giorni vorresti che il sole splendesse. Invece oggi c'era un cielo bigio e triste, e una nebbiolina piuttosto insolita per questa città.

Però va bene anche così. L'importante è essere felici.

Pace e benedizione.

giovedì 20 novembre 2008

Trieste su Life

Da oggi Google mette a disposizione tutte le foto dell'archivio della rivista Life. Sono andato a curiosare un po' e come logico tra le altre ricerche ho anche dato un'occhiata alla voce "Trieste". Con mia somma meraviglia ho scoperto che per la prestigiosa rivista la città dove vivo, dopo la guerra era in Yugoslavia (in realtà era Territorio libero sotto amministazione anglo-AMERICANA) e che scrivere "W Tito" significava essere anticomunisti e contro Tito (sic!)

Della serie "anche i migliori sbagliano"

Pace e benedizione

lunedì 3 novembre 2008

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La vita è cambiamento, evoluzione. Se una cosa (o una persona) non cresce, non cambia, non si evolve, non è più viva, è morta.
Però in genere noi di fronte ai cambiamenti, quando li avvertiamo, reagiamo in due modi differenti. Da una parte ci sono quei cambiamenti che ci spaventano, che ci fanno rivolgere al passato, che ci fanno sperare che niente cambi.
Ma ci sono i cambiamenti che invece ci fanno respirare meglio, ci allargano il sorriso, ci riempiono il cuore di speranza.

In questi giorni mi è tornato alla mente il papà di una mia amica. Il giorno del suo 80° compleanno, al momento del brindisi, con un sorriso che veniva dal profondo del cuore, disse: "Sono molto contento di vivere questa nuova fase della vita"

Ogni cambiamento non è altro che l'inizio di una nuova fase. E dovremmo essere sempre contenti di avere una nuova possibilità.

Pace e benedizione