mercoledì 24 dicembre 2008

È Natale!!!

Sarà perché è il primo Natale senza uno dei figli (è in Marocco), sarà perché oggi ho finalmente sentito la mia nipote preferita (anche perché è l'unica, gli altri sono maschi, ma soprattutto perché è stata la prima e l'ho fatta saltare tante volte sulle ginocchia...) che è in ospedale da più di un mese e il Natale non potrà vedere i figli perché immunodepressa. Sarà per questo o per altro, ma oggi mi è tornato in mente il Natale del 1959, l'unico della mia infanzia che ricordo molto vivamente.
Avevo cinque anni, e quaranta giorni prima mi ero rotto una caviglia. Siccome ero scarnificato fino all'osso non era stato possibile ingessare e così dovetti stare tutto quel tempo a letto immobile. Il primo giorno che avrei potuto finalmente alzarmi era proprio il giorno di Natale. Lo aspettavo con un'ansia che non avevo mai provato: i regali di Natale e potersi alzare, camminare, correre, saltare, non essere più obbligato a letto!!!
Quella mattina però quando arrivò il momento di alzarsi per andare a scartare i regali... non riuscivo a stare in piedi. Ricordo ancora il pianto disperato, non mi fregava niente dei regali. Ricordo che uno dei doni era un fortino per giocare con i cowboy e gli indiani. Al pomeriggio, dopo che mi ero un po' calmato, giravo per casa a quattro zampe trascinandolo. Solo alla sera, con molta fatica riuscivo a tirarmi in piedi sorreggendomi al muro, ma con le gambe che tremavano e che dopo pochi secondi si piegavano.
Nonostante tutte le mie paure dopo pochi giorni correvo e saltavo quasi come prima.

Ma bando alla tristezza. Tra poco uscirò per andare alla Veglia e alla Messa di mezzanotte. Vedrò i parrocchiani, persone che nel corso degli anni mi sono state vicine nelle gioie e nei dolori. Persone che mi danno forza e sostegno. Persone che mi sono care come e forse più di parenti.
Rideremo, ci faremo gli auguri e festeggeremo il Natale prima con la Messa e poi con una bicchierata in piazza con spumante e vin-brulè per combattere il freddo. Ma l'amore scalda più di ogni altra cosa.

A tutti auguro un Natale pieno di affetti e di amore, quello vero.

Pace e benedizione

lunedì 22 dicembre 2008

C'era una volta Natale

Orologi e catenine
Cellulari e telecamere dalle vetrine
Occasioni di vacanze che non hanno fine
E la vittima sei tu..

E regali obbligatori
Sulle macchine pulite parcheggiate fuori
Ma non rimettiamo niente ai debitori
Non si torna indietro più..

Frasi fatte e bigliettini
Una favola elettronica per i bambini
Il presepe grande più di quello dei vicini
Con i fari su Gesù..

Tanta roba da mangiare
E riempirsi fino a stare pigramente male
E vedere la famiglia festeggiare
Senza mai guardare su..

C’era una volta un giorno, il giorno di Natale
C’è stato un tempo in cui vivevano il Natale
Ci hanno lasciato soli, tra milioni di altri cuori soli
Tra milioni di regali e di colori di Natale

Ora con i messaggini
Lungo il vuoto di parole che non han confine
Qualche frase che hanno detto le televisioni perché le ripeta tu
Qualche gesto solidale fa tacere la coscienza quando gira male
Per non rovinare questo festeggiare, ma che non si ripeta più..

C’era una volta un giorno, il giorno di Natale
C’è stato un tempo in cui capivano il Natale
Ci hanno lasciato soli tra milioni di altri cuori soli
Tra milioni di regali e di colori di Natale

C’era una volta un giorno, il giorno di Natale
C’è stato un tempo in cui sentivano il Natale
Ci hanno lasciato soli tra milioni di altri cuori soli
Tra milioni di regali e di colori di Natale
Tra milioni di regali e di colori di Natale
Tra milioni di regali e di colori di Natale

(testo di Enrico Ruggeri - dall'album "Il Regalo di Natale (2007))

domenica 21 dicembre 2008

Quarta domenica di Avvento - Il presepe 4


Nel corso di questi anni nel nostro presepe ormai abbiamo messo tutte le statuine necessarie: le pecore, i pastori, il bue, l’asino, Maria e Giu­seppe, e infine il Bambino. A questo punto mi pare che manchino solo i Magi.
Belle figure queste. Vengono, portano dei doni, e poi se ne tornano a casa (ma non sono belle per questo).
Innanzi tutto mi pare che siano proprio loro ad iniziare l’abitudine di scambiarsi regali per Natale. Il fatto che sia narrata nel vangelo ci dice che è una bella abitudine. Siamo noi che, in questi anni di consumismo sfrenato, l’abbiamo portata a degenerare. Abbiamo ridotto tutto ad un fatto di denaro. Sappiamo il prezzo delle cose, ma non riusciamo a sapere quanto valgono.
E ci lasciamo talmente prendere da questa ansia di “dover fare” i regali, che dimentichiamo che il regalo più grande è quello che ci viene fatto. Anche se, come i Magi, riuscissimo a regalare “oro, incenso e mirra”, doni degni di un re, i nostri doni sarebbero ben miseri di fronte al dono che ci viene dato: Dio che si fa uomo, Dio stesso si fa dono per noi.
Forse almeno per una volta, davanti al presepe, davanti a Dio, dovremmo presentarci non con le mani piene, ma vuote, disposte solo all’accoglienza.
Ma anche il ritorno è indicativo. Matteo ci dice che “un’altra strada fecero ritorno al loro paese”. E questo è molto indicativo. Quando si incontra il Signore, si cambia strada. L’incontro con Dio ti cambia dentro. E quando sei cambiato dentro non hai più voglia di percorrere le solite strade, compiere le solite azioni.
Ma ci dice anche un’altra cosa. La conversione è un ritorno a casa. Alla vera casa, quella che il Signore ha preparato per noi.

Pace e benedizione

lunedì 15 dicembre 2008

Terza domenica di Avvento - Il presepe 3


Dopo i pastori e Maria, un’altra statuina immancabile è quella di s. Giuseppe. Immancabile anche se la mettiamo sempre in un angolino della grotta, un po’ in fondo e un po’ in disparte, dove avanza un posticino. Ma non penso che questo gli dispiaccia. In fondo tutta la sua vita è stata all’insegna del nascondimento. La sua azione è poco appariscente, e anche la sua paternità è all’insegna della discrezione e del riserbo.

Di fronte all’annuncio dell’angelo, che non fornisce spiegazioni esaurienti, lui ubbidisce, accetta una realtà misteriosa (e anche tormentosa) nella propria vita, non rifiuta il mistero. Noi vorremmo sempre tutto chiaro, avere una soluzione convincente a qualsiasi problema, una risposta sempre chiara a ogni dubbio. Ragioniamo, discutiamo, chiariamo, e solo poi facciamo (ma tante volte ci accontentiamo di dire). Proprio l’opposto di Giuseppe. Lui prima fa e poi, eventualmente capisce. Noi invece volgiamo prima capire e poi eventualmente fare.

Anche il suo mestiere, falegname dice la tradizione, in realtà a quel tempo era un po’ il tuttofare della comunità, colui che aggiustava, riparava, sistemava ogni cosa, mobili, utensili, case. Anche noi dovremmo imparare l’arte di Giuseppe. Dopo gli incidenti, gli scontri, le liti, quando qualcosa dentro si rompe o si blocca nel nostro rapporto con gli altri, dovremmo avere la pazienza e la delicatezza di riparare i guasti, tentare di rimediare agli inconvenienti, cercare di ricucire, rimettere insieme. Soprattutto dovremo resistere alla tentazione di fare come si usa oggi con le cose che non funzionano bene: buttare via. Dovremmo resistere alla tentazione di gettare le persone, scartarle, ignorarle, dichiarare che non c’è più niente da fare.

Ma soprattutto nel mettere nel presepe la statuina di Giuseppe dovremmo pregarlo perché aggiusti tutto ciò che non funziona. Non nel presepe, ma nella nostra vita di credenti, nella nostra vita di uomini.

domenica 7 dicembre 2008

Seconda domenica di Avvento - Il presepe 2

Domani è l’Immacolata, e allora oggi nel presepe metteremo la statuina di Maria. Il Vangelo della Natività non riporta neanche una parola della Madonna. E neanche di Giuseppe. Loro due nel presepe custodiscono il silenzio. Avvolgono il Bambino nel silenzio, ed è questo il loro modo di custodirlo.
L’evangelista Luca è quello che ci parla di più di Maria. E usa spesso questa frase: “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Noi viviamo in un tempo in cui l’ultima notizia cancella tutto ciò che è accaduto solo pochi minuti prima. Abbiamo la memoria corta, l’ultima emozione cancella ogni altro sentimento. E in questo modo tutto ci scivola addosso, niente ci rimane, ma soprattutto finiamo per non capire più niente, per essere sballottati qua e la come una foglia secca nella corrente di un fiume tumultuoso.
Invece occorre custodire, avvolgere nel silenzio il mistero. Bisogna leggere gli avvenimenti alla luce della fede. Aprirsi progressivamente (e tante volte anche faticosamente, tra molte incertezze e tanti dubbi) alla rivelazione e alla comprensione. I “valori” vanno prima di tutto custoditi nel profondo dell’anima, riscaldati da un cuore. Senza una fase di raccoglimento, di meditazione, di interiorità non ci può essere racconto, annuncio. In fondo sia il “riferire” dei pastori che il “serbare in cuore” de Maria fanno parte di una stessa esigenza missionaria. Si tratta di essere attivi nella contemplazione e contemplativi nell’azione. Contempl-attivi, secondo una formula di alcuni anni fa.
Ma c’è un’altra cosa. Maria che offre il Bambino all’adorazione dei pastori è una patena. La Vergine ha letteralmente “messo al mondo” il proprio Figlio. Perché lo ha donato al mondo, agli uomini, ai legittimi destinatari. Maria nel presepe è ostensorio e patena. Compie una specie di liturgia eucaristica, ci dice, senza bisogno di parlare: “Questo è il mio Figlio che è per voi ...”.
A Betlemme, ossia nella “casa del pane” (perché questo è il significato di Betlemme), Maria offre il proprio Figlio per la fame degli uomini.

lunedì 1 dicembre 2008

Mosè e il faraone


La storia di Mosè viene raccontata nei primi libri della Bibbia (Esodo, Deuteronomio, Numeri). Poi praticamente il suo nome scompare, viene scritto solo una volta nel Siracide, che però per gli ebrei non è un libro canonico, scritto in epoca prossima al cristianesimo. In effetti solo col cristianesimo si torna a nominarlo, basti pensare che nel N.T. è citato ben 80 volte. Questo fatto però non toglie che la sua figura sia fondamentale nell’ebraismo. Non viene nominato direttamente perché lui si identifica col suo popolo, con la Legge, il Pentateuco, che la tradizione vuole scritta direttamente da lui.

È un uomo che è passato da un’esperienza ad un’altra nella sua vita. Ha vissuto avvenimenti grandi, dolorosi e veramente sconvolgenti. È passato, e ha fatto passare il suo popolo, da un’esistenza ad un’altra. È l’uomo che è legato con tutta la sua vita all’iniziativa del passaggio di Dio.
Tutta la sua vita è stata all’insegna del viaggio. Da appena nato ha affrontato il viaggio sul Nilo, poi il viaggio verso il deserto per sfuggire al faraone, poi il viaggio nel deserto come pastore di suo suocero. Ha poi affrontato il viaggio di ritorno in Egitto per concludere col grandioso e penoso viaggio con tutto il suo popolo dall’Egitto alla Terra Promessa.
Ma nella sua vita ha avuto una serie di viaggi ben più importanti: quelli interiori. Nato ebreo, cresciuto nell’elite culturale e politica egiziana (che in quell’epoca era il massimo) fino a giungerne ai vertici più alti, abbandona tutto per il suo popolo nel vano tentativo di farsene l’eroe e il capo puramente politico. Scacciato da questi si rifugia nel deserto dove sceglie la solitudine e il nascondimento. Qui avviene l’incontro con Dio (il Roveto Ardente). E infine il ritorno dal suo popolo come intermediario tra questo e Dio.
Molto bello, e da meditare, il riassunto della sua vita fatto da Stefano in At 7,20-43, in cui, rifacendosi ad una tradizione precedente, divide la vita di Mosè in tre tappe di quarant’anni (40 in Egitto, 40 in Madian e 40 a servizio di Israele).

Il faraone e Mosè.

Ho scelto questo brano perché penso che del roveto ardente o del passaggio del Mar Rosso ne abbiate già sentito parlare molto. Inoltre non mi soffermo ad analizzare le varie piaghe, in quanto materia molto vasta e controversa. L’incontro tra i due viene descritto nei cap. dal 5 all’11 dell’Esodo.
Dal testo il faraone ci appare come un uomo intelligente, abile, perspicace, in fondo una persona attraente: ascolta, discute, entra in dialogo con Mosè e Aronne. Inoltre non solo sa trattare, ma cerca di capire, di venire incontro, di capire la situazione degli altri, sa anche riconoscere i propri torti.
Però è anche un uomo condizionato dalla sua posizione, dai suoi privilegi, dal suo essere faraone, e questo in fondo è il suo dramma. Lui sarebbe anche disposto a lasciar partire gli ebrei, ma non può perché andrebbe contro troppi interessi. Alla fine ritira il suo ‘sostegno’ altrimenti crollerebbe l’intero sistema egiziano. In fondo è prigioniero del dovere, della sua carica.
Nella figura del faraone si riassumono tutte quelle forme che ci condizionano e ci risucchiano, senza la quali agiremo in altro modo. Sono condizionamenti che non avvertiamo. Viviamo tranquilli , ma poi capitano certe occasioni in cui questi condizionamenti ci fanno dire e fare cose che non avremmo pensato. Si tratta di vere chiusure, il più delle volte inconsce per noi, ma spesso chiaramente visibili da parte degli altri.
A questi poi si aggiungono i condizionamenti di gruppo che ci fanno giudicare in base a pregiudizi comuni, in base a opinioni comunemente accettate. Arriva il momento in cui ci troviamo a dire: “Oltre non si può andare, siamo arrivati al limite”. Ma qual’è questo limite invalicabile? Quello del privilegio, del benessere, oppure quello che seguace di Cristo crocifisso?
Non dimentichiamo che però questi condizionamenti non li vediamo. Sono solo le occasioni che ce li dimostrano, facendo apparire quelle zone d’ombra che non siamo capaci (o non vogliamo) prendere in considerazione.

Mosè invece è lo slancio della libertà, della volontà di capire le cose, di decidere. È il suo desiderio, di fronte al roveto ardente, di vedere, di capire. Rappresenta il desiderio di andare a fondo nelle cose, di rimetterle in discussione. Il nostro anelito alla libertà può sembrare una piccola cosa, ma è un anelito pericoloso, perché mette in moto tante cose. Ed è un dono che nella Scrittura viene chiamato “pneuma”, che significa spirito, cioè la capacità di mettersi di fronte alle cose e domandarsi: “Perché agisco così, perché reagisco così?”
A questo dono si aggiunge quello del Pneuma, lo Spirito di Dio che incessantemente fa di tutto per liberarci
e per ispirare il nostro desiderio di autenticità, il nostro desiderio di liberarci da tutti i condizionamenti. È lo Spirito che ci pone di fronte alle cose con animo non rigido ma libero.
Mosè, toccato da questo Spirito, non agisce più come la prima volta con la violenza (quando uccise l’egiziano), ma con coraggio va più volte dal faraone, anche se questo è sempre più adirato. Mosè crede nella forza della parola, anche se avverte che il faraone è sempre più ostinato. E ci crede perché sa che non è la sua di parola, ma quella di Dio. È Dio che opera mediante la sua parola, e per questo continua a dirgli: “Va da faraone e digli ...”. Dio agisce con la parola e la persuasione, anche quando le circostanze sembrano totalmente contrarie.
Ma oltre alle parole, fin dall’inizio abbiamo da parte di Mosè anche dei segni. All’inizio sono segni ingenui, semplici che vengono proposti appunto come segni, ma che il faraone, proprio perché non vuole rinunciare al suo essere faraone, cerca di riprodurre al fine soprattutto di tranquillizzarsi. Ma Dio attraverso Mosè parla con segni sempre più duri e molesti, sempre più veri e propri castighi.
Ma qual’è il castigo fondamentale, quello a cui tutti gli altri si riducono? È l’incapacità di amare, l’incapacità di realizzare effettivamente l’amore di Dio, soprattutto quello verso il prossimo. Perché l’amore verso Dio può essere facile; difficile è quello verso gli altri, che consiste nel rispondere alle vere esigenze, alle vere situazioni di disagio dell’altro, anche quando l’altro non merita il mio aiuto, anzi lo demerita. E dobbiamo aggiungere che c’è anche un castigo finale. Difatti alla fine il faraone si chiude, rimane faraone perché vuole così, vuole conservare i suoi privilegi, senza rinunciare a niente, senza mettere niente in discussione, e così viene travolto dal mare dei Giunchi. Di fronte a Dio può venire il momento in cui restiamo induriti nella nostra incapacità, nella nostra volontà di non amare. Dopo tanti rifiuti restiamo irretiti in questa incapacità che diventa definitiva. È un castigo che parte prima di tutto da noi stessi che ci siamo chiusi alle parole e ai segni che il Signore permetteva nella sua misericordia. Quindi l’indurimento del faraone rappresenta tutti i nostri indurimenti.

Ma il nostro indurimento può verificarsi in due maniere.
- Per ostinazione, che è la forma più tipica, che non è solo quello ad esempio dell’ateo che non vuol credere, o del vizioso che non vuole tirarsi fuori, ma anche quello di chi si crede detentore della verità, che identifica con la propria storia. In questo modo siamo portati ad identificare la nostra storia, anche quella personale, con quello che può essere vero.
- Ma c’è anche l’indurimento per debolezza, che sperimentiamo quando ci accorgiamo che ci sono dei limiti alla nostra capacità di amare, quando sperimentiamo la nostra impotenza pratica a liberarci da noi stessi e ad amare davvero. Allora anche noi abbiamo paura di perdere, e non vogliamo perdere (come il faraone) e vogliamo quindi venire a patti, scendere a compromessi. Il Signore ci fa conoscere i limiti della nostra esistenza ‘faraonica’ e permette che sbattiamo la testa, proprio perché così invochiamo la sua salvezza e riconosciamo l’incredibile sovrabbondanza della sua misericordia.

Pace e benedizione