venerdì 31 dicembre 2010

2010: alcuni numeri

232.500 le vittime delle catastrofi in Pakistan, Haiti (dove adesso c'è un'epidemia di colera) e Cile


30 milioni i posti di lavoro bruciati dalla crisi


15.000 le persone assassinate dai narcos in Messico


1,8 milioni i nuovi sieropositivi nell’Africa subsahariana


2.800 i giorni di prigionia di Aung San Suu Kyi nel Myanmar


200 giorni senza governo a Bruxelles 


300 gli ostaggi eritrei (cifra ufficiale del governo egiziano) torturati, uccisi, a cui sono stati prelevati organi, stuprati



venerdì 24 dicembre 2010


Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. (Gv 3, 16-17)


A tutti i miei auguri di
Buon Natale

domenica 19 dicembre 2010

Quarta domenica d'Avvento

Così fu generato Gesù” Inizia in questo modo la nuova traduzione del vangelo di Matteo che leggiamo oggi. “Ecco come avvenne la nascita di Gesù” diceva invece la vecchia traduzione. Quale che sia la traduzione migliore, resta il fatto che il racconto che segue, a ben guardare, non è che spieghi poi molto.

È una spiegazione che ti prende per mano solo per un pezzo di strada. Ti conduce solo fino ad un certo punto. Poi ti abbandona sull’orlo di un precipizio.

E a questo punto si tratta di scegliere: da una parte c’è la logica umana, la dimostrazione razionale. Dall’altra la possibilità di sfiorare l’infinito di Dio, la vertigine del mistero. È un passo che più che spiegare ci pone un mucchio di domande.

  • Consumarsi gli occhi al lume di una candela, oppure chiuderli completamente abbagliati dalla luce di Dio?

  • Parlano di più i dotti discorsi dei sapienti, o il silenzio stupefatto di Maria?

  • Perché Dio ci chiama, quasi esige la nostra collaborazione, ma poi fa tutto Lui, quasi che gli fossimo d’impaccio?

  • Come mai il Signore ricorre agli strumenti umani, ma nello stesso tempo ne fa a meno?

  • Perché sceglie la via della carne, ma per riportare tutto alla potenza dello Spirito?

C’è una grande differenza tra cronaca e rivelazione. Nella rivelazione c’è sempre una parte non spiegata, una parte di mistero. Anche noi, come Giuseppe, a volte siamo tentati di “ripudiare”, magari in segreto, il mistero. Ma dobbiamo renderci conto che una volta rigettato il mistero, corriamo il rischio di rimanere al buio.

domenica 12 dicembre 2010

Terza domenica d'Avvento

Colpisce, nel vangelo di oggi, il Battista. Proprio lui, che aveva riconosciuto pubblicamente Gesù (basti pensare al battesimo di Gesù), adesso, chiuso in prigione, arriva a dubitare, a chiedersi se aveva visto giusto, se per caso non si fosse sbagliato a riconoscere in suo cugino il Messia tanto atteso.
Questa sua paura di aver frainteso Dio, questi suoi dubbi, ci fanno capire che per tutti arrivano momenti di dubbio in cui la volontà di Dio una volta così chiara, ora ci è del tutto oscura, in cui ci sembra di aver sbagliato tutto, in cui Dio stesso sembra si sia dimenticato di noi, quando non ci sia addirittura ostile. 
Già il fatto che anche il Battista abbia provato tutto questo ci è di consolazione, ci fa sentire meno soli e meno manchevoli nei momenti bui. Ma ancora più consolante è l’atteggiamento di Gesù. Proprio in questo momento definisce Giovanni come il più grande di tutti gli uomini. 
I dubbi non diminuiscono il nostro valore agli occhi di Dio. Anche se noi dubitiamo, l’amore e la stima di Dio nei nostri confronti non mutano, rimangono sempre uguali.
E alla domanda del Battista “Sei tu?” Gesù risponde con una serie di fatti. Non scrive lettere o documenti, non organizza convegni o dibattiti, ma opera. E opera in modo che i più derelitti abbiano la possibilità di ricominciare, in modo che tutti abbiano una seconda opportunità.
Opera piantando nel nostro cuore il seme del suo Regno. E adesso sta a noi far germogliare questo seme, sta a noi farlo crescere in modo da dare quegli stessi segni e farne anche di più grandi.

domenica 5 dicembre 2010

Seconda domenica d'Avvento

Ci sono alcune pagine del vangelo che devo confessare faccio fatica a leggere, e non perché mi sono dimenticato di mettermi gli occhiali, ma perché, proprio come dice la lettera agli Ebrei, sono una spada a doppio taglio che “penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). 
Quella di oggi è una di queste pagine. Giovanni Battista predica a tutti il suo appello: “convertitevi” ma a me viene sempre da leggere “convertiti!!!”. Si, mi sento sempre bisognoso di conversione.
La conversione non avviene una volta per sempre. È un processo continuo. Ogni giorno abbiamo bisogno di convertirci. Ogni giorno i fatti della nostra vita, il male che esiste nel mondo, cercano di portarci fuori strada, di farci deviare dal nostro cammino.
Da un po’ di anni si usa il navigatore satellitare, adesso lo hanno messo persino nei telefonini. Devo dire che anch’io ce l’ho e in un paio di occasioni mi è stato veramente utile, soprattutto quando mi sono trovato a girare in macchina in una città che non conoscevo o a dover fare una strada che non ricordavo bene.
Ma questo anche se sembra una novità, in fondo non lo è. Dio sa benissimo che abbiamo la tendenza a sbagliare strada e che quindi tutti noi abbiamo bisogno di un navigatore satellitare che ci indichi la strada giusta, che ci avverta dove e quando svoltare. E ce lo ha regalato: e la Bibbia, è lui stesso nella persona di Gesù. 
Ma sa anche che, come tutti i nostri navigatori, c’è bisogno di aggiornare le mappe, sa che strade nuove vengono tracciate ogni giorno, che strade vecchie vengono dismesse quando non cancellate.
Ed allora il Signore ci ha anche indicato il metodo per ‘aggiornare le mappe’: la preghiera, il dialogo costante e fiducioso con Lui. Dialogo che ci aggiorna, che ci ricrea. Cioè, in una parola, che ci converte.

domenica 28 novembre 2010

Prima domenica d'Avvento

Nelle letture di oggi, prima domenica di Avvento, spiccano due verbi: “vegliate” e “state pronti”. Vegliare e stare pronti perché, come ci dice il Vangelo, non sappiamo né il giorno né l’ora in cui il Signore verrà. Ma ci sarebbe da aggiungere che non sappiamo neanche “come”, in che modo, verrà.

Proprio poco tempo fa con mia moglie si parlava del nostro matrimonio, di come ci fossimo preparati, di quali aspettative e quali sogni avessimo quel giorno, e di come poi le cose fossero andate: certamente in modo diverso ma soprattutto inaspettato. Ma d’altra parte anche Maria e Giuseppe erano senz’altro pronti alla nascita di Gesù, ma certamente il modo, le circostanze sono state diverse da come le avevano immaginate, sperate.

Attendere non significa sapere tutto in anticipo. Vegliare non vuol dire neutralizzare la sorpresa.

Quando si ha a che fare con Dio bisogna sempre essere aperti alla sorpresa. Oserei dire che se Dio non ci sorprende, allora non è dio ma soltanto una nostra idea, un idolo che ci siamo costruiti.

Perché Dio è spesso misterioso (i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie - Is 55,8) e quindi mai totalmente immaginabile, a volte anche bizzarro, mai totalmente spiegabile o comprensibile.
Dobbiamo essere aperti alla sorpresa per non fare come i farisei, che erano convinti di sapere tutto di Dio, ma che non lo seppero riconoscere quando venne in mezzo a loro. E anzi, arrivarono a condannare a morte Dio convinti di fare la volontà di Dio.

Ma soprattutto dobbiamo essere aperti alla sorpresa per poterlo riconoscere quando ci viene a trovare ogni giorno nella nostra vita, quando cammina nelle nostre strade, quando si fa presente sotto l’aspetto più inaspettato e impensabile.

domenica 7 novembre 2010

Un cammino di liberazione: Il Decalogo (1)

Marco 12, 28-34
Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è:Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi”. Lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Qual è il primo”, domanda lo scriba, quasi a voler fare una classifica, quasi a voler dire “questo lo seguo, gli altri se posso....”. Ma Gesù non accetta di fare una graduatoria, non fa una citazione letterale del decalogo. Lui va al cuore dei comandamenti, al loro Spirito, al loro senso profondo. Il decalogo non rappresenta niente altro che diversi modi di coniugare il verbo ‘amare’. Le due tavole dei comandamenti (quella riguardante Dio e quella riguardante gli esseri umani) non sono altro che le due facce di un’unica medaglia. Non c’è l’una senza l’altra. Negarne una significa negare anche l’altra.

Giovanni, il discepolo prediletto, dice che “Dio è amore” (1Gv 4,8). Ritengo che questo sia il centro del cristianesimo, della rivelazione del vero volto del Padre fatta da Gesù.

Poco prima della sua Passione Gesù ci ha lasciato un comandamento nuovo: “Amatevi come io vi ho amato”. Questo comandamento non cancella gli altri. Troppe volte Cristo ha espressamente detto che non è venuto per abolire la legge, ma per portarla a compimento. Quindi questo ‘comandamento nuovo’ è il compimento del Decalogo. È la lampada che ci deve illuminare nella lettura e nella comprensione dei 10 Comandamenti.

E una delle condizioni per amare è la libertà, difatti ‘amare’ è un verbo che non ha l’imperativo, non si può obbligare ad amare.

I comandamenti vanno letti all’interno dell’alleanza che Dio, di sua iniziativa, ha stretto col popolo d’Israele. Sono inseparabili da questo rapporto particolare e unico. E, all’interno di questo rapporto, non sono l’elenco di ciò che un dio lontano pretende dai suoi sudditi, ma sono un dono che Dio fa ai suoi amici; dono fatto insieme alla capacità di seguirli e viverli.

Come sempre, per capire il senso di un discorso bisogna fare attenzione a come questo inizia, all’incipit. Il decalogo inizia così: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù” (Es 20,2; Dt 5,6). Dio si presenta sottolineando innanzi tutto ciò che Lui ha fatto per il suo popolo. E le parole che seguono non sono ciò che il popolo deve fare, il prezzo da pagare per il dono della libertà, ma sono sempre il dono della libertà che deve continuare, che non deve esaurirsi in un solo atto e in un solo momento. Il dono (la liberazione) va mantenuto, custodito, fatto fruttificare e aumentare (ricordate la parabola dei Talenti?)
Il Dio liberatore non può trasformarsi di colpo in un carabiniere o in un Dio esoso. Non può diventare un faraone che sottopone ai lavori forzati di un’osservanza legale. Molte volte Dio dice che lui è geloso, ma è geloso innanzi tutto della libertà del suo popolo, l’ha liberato e vuole che rimanga libero. In fondo neanche a Dio, come a noi, piace lavorare invano, né gli piace che il suo lavoro vada vanificato o distrutto.
Una cosa notano tutti: i comandamenti sono una serie di proibizioni, espresse col ‘non’. Ci sono otto “non” e solo due sono ordini: l’amore ai genitori e il rispetto del sabato (anche se questo, dopo l’enunciazione positiva, continua con “non farai alcun lavoro”). Un rabbino commentava questo fatto così: “Le Parole (così gli ebrei chiamano i comandamenti) si riassumono in una sola proibizione: ‘Non tornare indietro, nella terra della schiavitù’”. Dio libera degli schiavi, ma non per condurli ad un’altra schiavitù. Per questo motivo il decalogo fa parte a pieno titolo della liberazione, ne è un aspetto. Vivendo le dieci parole io dimostro di essere definitivamente uscito dall’Egitto, e di non aver nessuna voglia di ritornarci. I comandamenti rappresentano la possibilità di una vita nuova, nella libertà che Dio ci offre.


E noi come sentiamo l’obbedienza ai comandamenti? Come un peso o come una possibilità immensa? Come una legge o come una ‘buona notizia’? Li subiamo, magari cercando di svicolare tra i cavilli e i distinguo, oppure rendiamo grazie a Dio per averceli donati?
Li sentiamo come una catena o come una liberazione? Chiudono la nostra vita tra mura o ci aprono spazi inesplorati? Sono una serie di obblighi e divieti, o una via aperta che ognuno di noi può percorrere per essere sé stesso nella libertà e nell’amore?

Per concludere una frase di D. Bonhoeffer: “È una grazia conoscere i comandamenti di Dio. Essi ci liberano dai nostri piani personali e dai nostri conflitti, rendono sicuri i nostri passi e gioioso il nostro cammino.

mercoledì 13 ottobre 2010

Occhi




Hanno occhi
le ragazze innamorate
quando guardano lui
che illuminano e scaldano più
di un sole d'agosto

Hanno occhi
le ragazze innamorate
quando lui si allontana
più ardesia
del mare in una sera d'inverno

Hanno occhi
le ragazze innamorate
quando pensano a lui
che si aprono su
immensi e fantastici mondi
a noi preclusi

martedì 21 settembre 2010

Quando ...

... incontri una persona che non vedevi da un po' e dopo le solite cose la prima cosa che ti domanda è "Quanto manca a te per la pensione?", allora capisci che stai invecchiando.


sabato 18 settembre 2010

Invecchiare con amore


Lasciatemi invecchiare con amore
e diventare anziano,
così come avviene
per tante cose belle.
L'avorio e l'oro, 
i merletti e le sete
non vogliono essere nuovi:
nelle vecchie querce
c'è tanta potenza,
nelle vecchie strade
tanto fascino e calore.
Perché allora a me,
come a tutte queste cose,
non deve essere permesso
d'invecchiare con amore?

Karl Wilson Baker

martedì 14 settembre 2010

Predicare bene e razzolare male

Dal sito di Rassegna.it possiamo scoprire che è molto facile criticare gli altri (in questo caso la FIAT) salvo poi, quando ci si ritrova nella stessa posizione (in questo caso l'editoriale Espresso-La Repubblica) comportarsi nello stesso modo.


lunedì 6 settembre 2010

I girasoli

Foto fatta ad una decina di Km dal luogo narrato.
E due anni prima

La casa in cui eravamo ospitati era isolata, al bordo del bosco, a 4 km dal paese più vicino (se si può chiamare paese un gruppo di 4 case) e a una decina di km dal luogo dove ci incontravamo.
Per arrivarvi si percorreva una strada che attraversava, con dolci sali-scendi, una serie di colline. In cima ad una di queste, la strada faceva un'ampia curva passando in mezzo a dei campi di girasole.
Una sera rientravamo dopo il tramonto, al crepuscolo. Arrivato alla leggera salita ho la netta sensazione che dall'altra parte arrivi una macchina: i girasoli spandevano una luce quasi abbagliante. Lampeggio con i miei abbaglianti, ma non succede niente. 
Allora realizzo che non è una macchina, ma sono proprio i girasoli che sono 'luminescenti'. 
Sembra che tutta la luce del sole che hanno assorbito durante il giorno, adesso che il sole si è nascosto dietro l'orizzonte, la restituiscano al mondo.
Non so perché questa immagine mi porta alla mente alcune persone da me incontrate. Persone che erano state talmente a contatto con Dio da avere gli occhi luminosi. Come Mosè disceso dal Sinai aveva il volto splendente, così nel loro sguardo, nei loro occhi, c'era una luce. 
Anche loro, come i girasoli, restituivano al mondo la luce che il mondo non riesce più a vedere.

venerdì 6 agosto 2010

Il tempo che passa


Agosto 1973.
Seduto sul prato in cima alla collina insieme ad un amico si parla di tante cose. Ad un certo punto il discorso cade sulla fotografia e lui, fotografo di professione, mi mostra il suo teleobiettivo. Per farmi apprezzare la definizione, stando seduti, guardo un silo dall'altra parte della valle sottostante: si distinguono le singole tegole, quasi quasi anche le fogli degli alberi che l'attorniano.

Fine luglio 2010.
Sullo stesso prato mi ritorna in mente la scena di 37 anni prima. Solo che adesso la siepe subito sotto di noi è stata sostituita da una staccionata. Ma soprattutto adesso per vedere il silo devo mettermi i punta di piedi.

Il tempo che passa lo puoi misurare anche da come crescono gli alberi.

sabato 10 luglio 2010

Ciao Lelio

Per la nostra generazione il venerdì era la giornata di HIIIIT PARAAAADEE!!!!
Quell'urlo rimarrà per sempre nel nostro cuore.
Ma fra tutti i ricordi quello più caro risale ad un anno fa, quando per caso eri seduto al mio fianco a bere un caffè al Caffè degli Specchi in piazza Unità. Sei stato squisito e gentilissimo:




Ciao Lelio!

giovedì 8 luglio 2010

Libreria e Libertà

La poetessa americana Kathleen Norris nel suo libro "Dakota" (splendido libro di cui consiglio la lettura) racconta che il terzo presidente degli USA, Thomas Jefferson, notava che le parole inglesi 'library' (biblioteca) e 'liberty' (libertà) hanno la stessa radice, per cui per avere un popolo realmente libero bisogna dargli la possibilità di leggere più libri possibili.

In italiano si può dire la stessa cosa per le parole 'libreria', 'libro' e 'libertà'. 

Certo che dà da pensare che uno dei primi provvedimenti di una dittatura è (o era) il rogo dei libri. Dico 'era' perché il potere si è fatto più furbo. Non brucia più i libri, solo che ne rende sempre più difficile la lettura. E in parallelo diffonde sempre maggiormente l'idea che leggere un libro sia una perdita di tempo, un impegno gravoso.

In Italia siamo un paese che legge poco o niente (ci sono persone che si vantano di non aver più letto un libro dalla fine della scuola). 

Mi pare che l'affermazione di Jefferson sia confermata.

mercoledì 7 luglio 2010

La terra e il tesoro

(Mt 13,44) "Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo."

In questo periodo mi sono trovato a riflettere su questo passo.
L'uomo compra tutto il campo, non prende solo il tesoro. Per avere il tesoro si deve prendere anche la terra che lo contiene. E la terra non è che sia pulita, anzi, basta pensare a come ci sgridavano le nostre mamme quando rientravamo a casa sporchi di fango!
Mi viene in mente che la creazione dell'uomo (Gen 2,7) fatta proprio con la terra. Siamo un'unione di terra (sporca, infetta) e Spirito di Dio. Ogni uomo è questa intima unione.

Ma questo ragionamento non si applica solo all'uomo, si può applicare anche ad un'altra realtà: la Chiesa.
In effetti la Chiesa è insieme tesoro (Dio) e terra (gli uomini).
Già il fatto che Dio abbia affidato il suo Regno e la sua realizzazione ad una creatura così limitata e per molti versi 'inaffidabile' come l'uomo è in fondo un mistero.
Ma questa parabola ci dice anche che non possiamo avere il tesoro senza prendere anche la terra. Non possiamo avere Dio senza prendere anche gli uomini. E dobbiamo riuscire a vedere Dio attraverso gli uomini, nonostante gli uomini.
Non è sempre facile, e a volte è quasi impossibile.

domenica 27 giugno 2010

Avviso ai naviganti

Rosa dei venti sulla punta del Molo Audace.
La stella indica la direzione della Bora
In questo periodo non mi sono fatto vivo a causa di un periodo stracolmo di impegni e pensieri vari.

Non è un periodo 'facile', ma le ferie sono ogni giorno sempre più vicine!!!

A tutti un saluto e non mi sono dimenticato di voi (continuo a leggervi)

venerdì 28 maggio 2010

Si può continuare così?

Per andare a lavorare prendo sempre l'autobus. Ma anche per andare in giro per la città (quando non vado a piedi) uso i mezzi pubblici. Quindi mi capita spesso di essere fermo alla fermata di un bus (ma anche ad un semaforo in attesa che diventi verde). 
Da un po' di tempo ho iniziato ad osservare le macchine che passano, non più per guardare quanti indossano le cinture di sicurezza (per fortuna sempre di più, soprattutto giovani) o quanti usano il telefonino (anche qui, purtroppo sempre di più), ma per vedere quante persone ci sono a bordo.
Ebbene, il 90% circa delle vetture ha a bordo solo il guidatore. E allora mi sono domandato: "Ma è economico?"
Per spostare UNA persona vengono bruciati molti litri di petrolio. Non solo quelli trasformati in benzina o diesel che vengono utilizzati direttamente dall'automobile, ma anche quelli utilizzati per produrre il carburante, le plastiche e le vernici dell'auto. 
Anche da un punto di vista puramente energetico è assurdo lo spreco di energia necessario per compiere il lavoro di spostare 70/80 kg da un punto ad un altro. Perché in realtà non si spostano chili ma quintali (anche l'auto si sposta).
Senza contare l'inquinamento!
Decisamente penso che sia necessario un ripensamento di questa nostra società, perché così non si può certo andare avanti.
In un sistema finito non ci può essere sviluppo infinito.

domenica 9 maggio 2010

Anche gli animali ne approfittano

Oggi, complice la prima bella giornata dopo tanti giorni di pioggia, Maurizia ed io nel pomeriggio siamo andati a farci un giretto in Carso.
Dopo esserci riempiti gli occhi di tenero verde, del colore dei glicini, del bianco dei fiori di acacia, del volo delle rondini, siamo andati a 'riempire lo stomaco' in un locale all'aperto.
Sui tavolini posti sotto gli alberi (dei bei tigli che tra poco spanderanno il dolce profumo dei loro fiori) c'erano anche dei contenitori con le bustine di zucchero. C'erano bustine bianche con lo zucchero normale, bustine marroncino con lo zucchero di canna e bustine blu col dolcificante.
Non tutti i tavoli erano occupati, e questo ha dato modo di assistere ad una scenetta molto curiosa.
Sul tavolo più isolato è planato un gruppo di cinciallegre. Una si è avvicinata al contenitore e col becco ha afferrato una bustina marrone facendola cadere sul tavolo. A questo punto con alcuni colpi di becco vi ha praticato un foro. Subito le compagne si sono avvicinate e hanno iniziato a 'farsi fuori' lo zucchero di canna. Finito lo spuntino se ne sono andate. Poco dopo la stessa scena si è ripetuta ad un altro tavolo.
È stata una scenetta gustosa, e che mi ha fatto riflettere su come ormai gli animali 'selvatici' si siano adattati a noi e ai nostri costumi.
E non so se sia un bene o un male. O se sia nella semplice natura delle cose.

domenica 25 aprile 2010

Qualche giorno in Piemonte

Dai 4 ai 19 anni ho vissuto in Piemonte, precisamente a Novara. Nonostante questo ci sono zone di questa regione che non conosco. Ad esempio in tutto quel periodo non ero mai stato a Torino.
Questa settimana sono andato da mia sorella, che abita ancora vicino a Novara. L'occasione è stata l'ostensione della Sindone. Così giovedì, Maurizia ed io, siamo andati nella città sabauda. Devo ammettere che avevo sempre l'idea di Torino come di una città 'grigia'. Invece, non so se per la giornata calda e soleggiata, per la folla, l'ho trovata una città molto piacevole. Sarà per i palazzi sabaudi, oppure perché è stata prima capitale del regno piemontese e poi d'Italia, ma ha proprio l'aria di una capitale. 
Dopo aver sostato in Duomo per la Sindone, siamo andati alla Consolata. E dopo abbiamo gironzolato un po' per il centro.

In genere i miei interessi di quegli anni mi portavano più verso il lago d'Orta o il lago Maggiore, per cui della Val Sesia non conoscevo niente. In questi giorni ha colmato almeno in parte questa lacuna. Venerdì siamo andati al Sacro Monte di Varallo. Quella dei 'Sacri Monti' è una tradizione tipica di quella zona. Personalmente mi è piaciuto. Mi ha colpito molto lo 'Scurolo' con la statua della Madonna dormiente. Mi ha colpito perché il tema della 'dormizione di Maria' lo conoscevo più come ortodosso che della tradizione latina.

domenica 18 aprile 2010

Una lezione inaspettata

Come dicevo oggi ho celebrato il battesimo del bambino singalese. È stata l'occasione di una bella lezione.
All'inizio ho dato ai genitori e ai padrini il testo del rito e delle letture in inglese, chiedendogli se, viste le difficoltà, gli faceva piacere se avessi fatto tutto in inglese. I genitori, con un ampio sorriso, mi hanno detto: "No, siamo in Italia e allora è più giusto fare tutto in italiano"
Pensavo di accogliere e invece sono io che mi sono sentito accolto.

La forza dei libri

Oggi ho appreso la morte del Card. Tomáš Špidlík.
Non l'ho mai conosciuto di persona, ma attraverso i suoi libri lo consideravo direi un amico.
Ho gioito quando è stato nominato cardinale, sono stato orgoglioso per lui quando gli è stato chiesto da Giovanni Paolo II di tenere gli esercizi spirituali della curia romana.
90 anni, nato in Moravia, è sempre stato uno studioso dei Padri della Chiesa, ma soprattutto della spiritualità orientale e ortodossa. 
Veramente una mente aperta che recepiva nell'altro, nel diverso, non una minaccia, ma una nuova possibilità, una ricchezza da cogliere e preservare, un dono immenso.

sabato 17 aprile 2010

Lingue differenti


Si dice che Pico della Mirandola affermasse che una persona vale tante persone quante lingue parlasse. Non so se lo dicesse per gloriarsi, visto che, secondo la leggenda, lui ne parlava una ventina, però è certo che ogni lingua rappresenta un mondo.

Siccome il parroco mi ha affidato la preparazione al battesimo (e domani anche il battesimo) del figlio di una famiglia singalese, nel corso degli incontri mi sono reso conto, anche perché me lo hanno detto loro, che parlano non molto bene l'italiano. E mi hanno avvertito che i padrini lo parlano meno di loro.
Allora ho pensato di fare almeno alcune parti (se non tutto) in inglese. Oggi pomeriggio ripassavo un po' il tutto con Maurizia e leggendo il Padre Nostro mi ha colpito come avesse tutto un altro 'sapore'.
Non è la prima volta che lo recito in una lingua diversa dall'italiano. E in effetti devo dire che, data l'età, l'ho imparato prima in latino. Però oggi mi ha colpito in maniera particolare come riuscisse a comunicare anche qualcosa di diverso. Ogni lingua si porta dietro tutta una cultura, tutta un'umanità, che risuona non solo nelle parole, ma anche proprio nella musica delle parole. 

Al di là delle parole, una lingua riesce a comunicare anche qualcosa che non è traducibile.

mercoledì 14 aprile 2010

Gli eroi sono egoisti?

A margine di una discussione su un blog ( Orientalia4All) che leggo sempre perché molto interessante, è sorta questa domanda da parte di Diego: "tutti noi, anche non credenti, abbiamo presente la figura del nazareno che paga sulla croce, con la croce; ma a me qualche volta è venuto un pensiero: non gli dispiaceva far soffrire sua madre? l'eroe, il santo, il martire, non si pone mai il problema dei suoi cari, di quelli che soffrono per il suo martirio? non c'è in fondo un impercettibile egoismo anche nell'essere eroi?"

Come già rispondevo a Diego è una domanda che mi sono posto anch'io.
Io penso che nessuna nostra decisione (e anche non decidere è in fondo una decisione) non è mai neutra, genererà sempre sia della gioia che del dolore. Non siamo delle monadi isolate, o come diceva John Donne "nessun uomo è un'isola", per cui ogni nostra azione si ripercuote attorno a noi. Non sempre nelle nostre decisioni siamo coscienti delle ripercussioni che queste avranno sugli altri, il più delle volte lo siamo solo in parte. Il fatto che una nostra scelta produrrà della sofferenza a persone a noi care deve impedirci di fare tale scelta? Oppure il bene più grande che una scelta darà può compensare e lenire il dolore arrecato?
Un altro punto è se questa scelta la facciamo in modo solitario o se la condividiamo con le persone a noi care.
Quanto poi all'egoismo, io direi che anche forse si. In fondo in ognuno di noi c'è un misto di bene e di male, e anche ogni nostra azione ha dei risvolti o positivi o negativi. Niente di ciò che facciamo è positivo o negativo al 100%. Per cui ci sta che nell'eroismo dell'eroe ci sia anche un impercettibile egoismo.

Io penso che soprattutto nel caso di Gesù lui era certamente cosciente che la sofferenza sua era anche quella di sua madre (e anche dei suoi amici) avrebbe poi generato tanto più bene per tutti (e in primis per sua madre), il bene che ne sarebbe vebuto sarebbe stato enormemente più grande di quel dolore. Lui stesso l'aveva paragonato al dolore del parto: a un dolore segue poi una gioia ancora più grande, grande al punto da cancellare il dolore.
Inoltre sua madre non era mia stata estranea alle sue scelte e anche se molto probabilmente non le aveva sempre capite fino in fondo, le aveva sempre condivise e vi aveva partecipato.

La padrona di casa, Boh, risponde: "una professoressa americana di buddhismo diceva spesso che Gesù non ha pensato alle sofferenze della mamma, causate da lui stesso, e per questo non poteva essere Dio. D'altronde i grandi paladini della libertà in Birmania o in Nepal rinunciano alla famiglia. Si staccano dai figli, e così via. Per non fargli male, oltre che per non essere ricattabili."

Innanzi tutto mi domando se distaccarsi dai figli già non provochi dolore in loro. Ma il punto ritengo sia un altro.
Se non mi sbaglio, nel qual caso cara Boh ti prego di correggermi, e detto in maniera molto povera e semplice, nel buddismo si cerca di raggiungere il Nirvana tranite la liberazione dalle passioni. Passioni che sono causa da una parte delle reincarnazioni, e dall'altra del dolore. La risposta che il Buddismo da al problema del dolore e una risposta che tende al superamento del dolore tramite la sua negazione.
La risposta cristiana è invece differente. Come Gesù vince la morte attraverso la morte, la scardina dall'interno, così riesce a vincere il dolore accettandolo e 'donandolo'. Lo vince dall'interno. Il dolore lo vinci non fuggendolo, ma accettandolo e dal di dentro trasformarlo vivendolo per amore. Attenzione che non si tratta di cercare il dolore, ma solo di accoglierlo quando, se e come viene. E senza mai dimenticare che non è il dolore in sé che 'salva'. Il dolore può diventare via di salvezza, ma anche di dannazione.

Date queste premesse mi sembra logico che un buddista trovi impossibile che Gesù sia Dio.

Io sto con Emergency


Io sto con Emergency

mercoledì 7 aprile 2010

Il regalo più bello

Il giorno di Pasqua il figlio grande è venuto a pranzo da noi. Poco prima di metterci a tavola, eravamo tutti in cucina a fare quattro chiacchiere, raccontarci le ultime novità. 
A un certo punto lui ci dice:
"Vorrei proprio ringraziarvi, non tanto per quello che avete fatto in questi ultimi mesi (ha avuto alcuni problemi sul lavoro e abbiamo cercato di aiutarlo come potevamo) quanto per tutto quello che mi avete sempre dato, per come mi avete educato, per i valori e l'esempio che mi avete dato. Più vado avanti e più mi rendo conto di quanto sia stato importante".

Non abbiamo mai avuto un regalo così bello.

domenica 4 aprile 2010

Buona Pasqua



Cristo è risorto!
È veramente risorto!

Buona Pasqua a tutti

domenica 28 marzo 2010

La povertà della Croce (dom. delle Palme)

Quando si pensa alla povertà di Gesù viene subito in mente la grotta di Betlemme, la mangiatoia, la paglia ... ma la vera povertà, quella più radicale,  si ha proprio sul Calvario, sulla Croce.
Solo chi non nessuna cosa da donare può donare qualcuno, cioè la propria persona, può donare sé stesso.
Cristo è nato dalla povertà di Maria, povertà che l’ha resa disponibile ad accettare il dono di Dio, ed è vissuto come un povero che “non ha dove posare il capo” (Mt 8,20). Nella via verso la croce è accompagnato da una folla di poveri, oppressi, straccioni, vittime della prepotenza e dell’egoismo degli altri. E alla fine è appeso al patibolo degli schiavi, accompagnato da due malfattori.
Sul Calvario si incontrano due povertà. Quella radicale dell’uomo, conseguenza del peccato, e quella di Dio che facendosi carne si è svuotato, si è fatto ‘peccato’ per noi. E da questo incontro tra due povertà nasce la nostra liberazione, che è liberazione dalla povertà attraverso la povertà.
La salvezza, cioè l’incredibile ricchezza di figli, ci arriva attraverso un mistero di povertà ma anche di debolezza.
Dio è onnipotenza, ma sul Calvario è anche onni-debolezza. E la sua onnidebolezza è, paradossalmente, proprio l’espressione della Sua onnipotenza. È la potenza non della forza, ma la potenza, che è debolezza, dell’amore. È la potenza di un cuore che ama fino a sanguinare.
Riusciremo a capire, a vivere, questo duplice mistero di povertà e debolezza? Noi uomini, noi cristiani, ci arrenderemo a questa evidenza della Croce?
Cristo ha i piedi inchiodati, eppure percorre tutte le strade del mondo alla ricerca di “ciò che era perduto
Ha le mani inchiodate, eppure abbraccia tutti noi in un gesto di sconfinata tenerezza.
Dio è povero, ma non si rassegna ad essere impoverito dell’uomo. La nostra fuga è finita, siamo caduti nella Misericordia.

domenica 21 marzo 2010

Il Cireneo (quinta dom. di Quaresima)

Davvero misteriosa la Via Crucis: Dio entra nella sofferenza umana, la porta sulle proprie spalle; però nello stesso tempo offre all’uomo la possibilità di condividere il suo dolore, di partecipare alla sua Passione, di dargli una mano a portare la croce. L’episodio del Cireneo ci racconta questo mistero. Dio che interviene nella pena dell’uomo e l’uomo che interviene nella pena di Dio; Dio che porta il peso dell’uomo e l’uomo chiamato a portare il peso di Dio.

Non c’è salvezza senza partecipazione; 
non c’è redenzione senza fatica condivisa; 
non c’è croce, ma neanche felicità, solitaria.

Certo non è una cosa facile, difatti il Cireneo è stato requisito, obbligato. Di fronte alla croce si vorrebbe girare al largo, dire che è troppo per le mie forze, che non è giusto, che male ho fatto per meritarmi tutto questo? Invece è questa la croce che oggi devo portare, proprio nel momento meno opportuno, nelle circostanze meno propizie. Viene da dire: “ma proprio a me doveva capitare?” Perché no, se è “capitato” anche a Dio.
Ma anche di fronte alla croce degli altri si scantona facilmente, si finge di non vedere. “Sono cose che succedono”, si dice sperando che succedano sempre e solo agli altri; “a chi tocca, tocca”, purché tocchi sempre agli altri.“Che c’entro io?” pensiamo. E invece c’entriamo eccome dal momento che “c’entra” Dio!

Chi come me ha studiato il catechismo di Pio X ricorda che una delle prime domande, la settima se non ricordo male, era “dov’è Dio?”. Dopo tanti anni non ricordo più la risposta esatta, però saprei ugualmente dare una risposta: “Dio è all’altro capo della croce”. Della mia croce. Ma anche della croce dell’altro. Dovunque ci sia una croce, non c’è che da tirarla su e siamo certi che dall’altra parte c’è Lui. Adesso sappiamo dove trovarlo

giovedì 18 marzo 2010

Basta un piccolo fiore

Come ogni anno, in questo periodo quando vado al lavoro tengo particolarmente d'occhio un giardino che si trova lungo la strada. Qui è ampiamente visibile un pesco.
Questa mattina come al solito si vedevano solo i rami, ma alle due, tornando, la sorpresa: una nuvola rosa!!!!
È bastata questa visione a rendere rosea tutta la giornata.
Come avere pensieri tristi quando la natura rinasce, quando la primavera avanza e vince il grigio dell'inverno?
A volte anche solo un piccolo fiore rappresenta un dono ineguagliabile.

domenica 14 marzo 2010

Le pie donne (quarta dom. di Quaresima)

La Via Crucis è luogo di incontri. Abbiamo visto quello con Maria e quello con la Veronica. Oggi ne vediamo un altro, quello con le pie donne che piangono sulla sorte del condannato,  narrato da Luca (Lc 23,27-31).
Negli altri incontri Gesù non pronuncia neanche una parola, invece qui si rivolge alle donne in modo che sembra brusco, aspro, anche se queste donne sono mosse da una pietà sincera. È l’affermazione della sproporzione: sproporzione tra dolore e conforto, tra ciò che si prova dentro e ciò che capiscono gli altri. 
Chi soffre vive in un abisso di solitudine, di angoscia, che nessuno, neanche chi lo ama e lo assiste col massimo dell’attenzione, riesce a comprendere fino in fondo.
Queste parole sono un avvertimento ad accostarsi al dolore altrui in punta di piedi, con pudore e rispetto, quasi con un senso di adorazione per un mistero che non potremo mai capire completamente.
La croce visibile che uno porta sulle spalle ha anche delle radici invisibili nella carne viva, nelle profondità, nelle regioni più inesplorate della persona. Chi si avvicina con mani maldestre, anche se con le migliori intenzioni e con la volontà di aiutare a portare quella croce, finisce per umiliare, per provocare ferite ancora più dolorose, per aumentare il peso di quella croce.
Ma il pianto delle donne non è inutile, anzi è necessario. Di fronte a uno che porta la croce bisogna piangere, partecipare, offrire aiuto e vicinanza. Ma non bisogna mai dimenticare che tutto ciò che faremo sarà sempre sproporzionato. 
È un divario che non deve scoraggiare, ci deve semplicemente rendere coscienti che non si capirà mai abbastanza, ma soprattutto non si farà mai abbastanza. Ci deve rendere più attenti, più rispettosi del mistero del dolore altrui. Ma soprattutto più puntuali agli incontri scomodi e impegnativi con la croce.

sabato 13 marzo 2010

Consiglio di lettura

Ho appena finito di leggere "Daniel Stein traduttore" di Ludmila Uliskaya (Ed. Bompiani, pagg. 558). È la storia di un ragazzo ebreo polacco, scappato in Bielorussia, che diventa interprete della Gestapo. In tale veste riesce a salvare un bel po' di ebrei, fino a che viene scoperto e arrestato. Riesce a scappare e si rifugia per 15 mesi in un convento di suore. Qui scopre il cristianesimo e decide di farsi battezzare. Finita la guerra torna in Polonia ed entra in convento diventando carmelitano. Poi si fa trasferire in Israele dove cerca di rifondare la chiesa gerosolimitana, celebra in ebraico, diventa e tante altre cose. Vive da cristiano non rinunciando al suo essere ebreo, e questo gli genera problemi sia con gli ebrei che con i cristiani di ogni confessione.
Il libro è scritto come una raccolta di lettere, articoli di giornale, brani di diario, verbali di polizia. I personaggi sono tanti, con storie che si intrecciano o si sfiorano nel loro rapporto col protagonista.

Il bello di questo libro è che è una storia vera, è basato su anni di ricerche e di interviste. Solo alcuni personaggi sono inventati, e i nomi sono cambiati in quanto alcuni di loro sono ancora vivi e potrebbero aver problemi in quella realtà complessa e caotica che è il medio-oriente.

Il vero nome di Daniel Stein era Oswald Rufeisen, e l'idea di questo libro venne all'autrice quando per un caso fortuito lo incontrò.  Lei stessa dice che la libertà era la qualità umana che Rufeisen prediligeva; la sua saggezza di vita è racchiusa in poche semplici parole: "Credete come volete, ma osservate i Comandamenti e comportatevi degnamente".

Decisamente un libro da leggere, interessante e che avvince.

Da una ricerca in rete ho appurato che praticamente tutti gli episodi relativi a Daniel raccontati sono veri. Solo di uno non ho trovato traccia: il suo rapporto con un certo polacco a cui aveva 'soffiato' il posto in Carmelo. Un polacco che si chiamava Karol Woytila.


domenica 7 marzo 2010

La Veronica (terza dom. di Quaresima)

Nella Via Crucis c’è un episodio, quello della Veronica, che non è raccontato in nessun vangelo, ma che è presente nella tradizione popolare fin dai primissimi secoli. Ma che sia realmente accaduto o meno non è importante, ciò che è importante è che noi oggi lo rifacciamo.
Ogni volta che noi ci fermiamo di fronte ad una disgrazia altrui, ogni volta che rompiamo il cerchio dell’indifferenza, ogni volta che sfidiamo l’egoismo per aprirci all’accoglienza dell’altro, ogni volta che non pensiamo ai guai che potremmo avere ma solo al bene che possiamo dare, ogni volta che non cerchiamo “a chi tocca” intervenire ma iniziamo a operare, noi ripetiamo il gesto della Veronica.
Ma una cosa soprattutto è importante. La Veronica non si è preoccupata se il suo gesto avrebbe risolto la situazione. Ha solo fatto un gesto concreto, modesto e anche forse inutile, ma un gesto d’amore.
E il vero amore non si deve fermare ai grandi discorsi, ma si deve incarnare nei gesti, anche i più semplici e ordinari. Col suo gesto Veronica non aveva la pretesa di risolvere tutto, le bastava alleviare, anche solo per un attimo, la tremenda solitudine di quell’uomo. E il suo fazzoletto diventa la bandiera della compassione sventolata sotto il viso degli aguzzini e sotto gli sguardi degli indifferenti.
L’amore è questo: capire il dramma dell’altro, interpretarne le attese, annullare le distanze, dire “me ne importa”. E spiegarsi con un segno, con un gesto, magari anche povero, umile, inutile, ma che indica un cuore dove c’è spazio per la sofferenza dell’altro.
E il volto rimasto impresso su quel fazzoletto è il segno che quel piccolo, insignificante, inutile gesto è invece stato grandissimo e ha operato al di là di ogni intenzione e di ogni speranza.


domenica 28 febbraio 2010

Maria (seconda dom. di Quaresima)

Il vangelo di Marco (3, 31-35) ci narra un incontro mancato tra Gesù e sua madre: quello del “chi sono mia madre e chi sono i miei fratelli?
Ma adesso, sulla via dolorosa, sul cammino verso il Calvario, in mezzo ad una folla non più osannante ma ostile e assetata di sangue, l’incontro avviene.
Il “si” di Maria all’Annunciazione era stata una firma su un assegno in bianco. Ed ora scopre la cifra su quell’assegno. Adesso scopre fino in fondo cosa significa “lasciar fare a Dio”. Ma come c’è coluto il suo “si” per la nascita del Figlio. Ora ci vuole il suo “si” per la sua morte.
E in questo incontro sulla via per la Croce sembra quasi che Maria  abbia voluto rassicurare il figlio che poteva sempre contare su quel “si” iniziale. In mezzo agli innumerevoli “no” del rifiuto, Lui poteva contare su quel “si” per la salvezza del mondo.
Gesù affronta la morte nella spogliazione più totale. Tutto ciò che di concreto riceve (sputi, insulti e aiuto nel portare la croce, percosse e spugna imbevuta di aceto) lo riceve dagli altri. Anche l’ultimo bacio non è quello di sua madre, ma quello di un amico che lo tradiva.
Questo incontro sulla strada che porta al Golgota significa proprio questa comune consapevolezza di un sacrificio illimitato, questo reciproco assenso al distacco più lacerante. Perché non c’è dolore più grande di quello di una madre che vede morire il proprio figlio.
È l’ultimo “si”, l’ultimo “fiat”. Ma questa volta è un “fiat” capovolto. Da “sia fatto secondo la tua parola” adesso diventa “sia fatto secondo la volontà della malvagità umana”. E adesso il Cristo può riprendere la sua strada.

domenica 21 febbraio 2010

La Croce (prima dom. di Quaresima)

Alcuni secoli prima di Cristo, un uomo giusto e molto pio, Giobbe, così lanciava il suo grido a Dio: “Ma io all'Onnipotente voglio parlare, con Dio desidero contendere.” (Gb 13,3) Aveva un po’ di rimostranze da rivolgere a Dio.
Anch’io, seppur non sia né giusto né molto pio, ho delle domande da porre a Dio: perché i terremoti dell'Aquila e di Haiti; perché i bambini sfruttati, violentati, uccisi; perché la solitudine dei vecchi; perché la disperazione dei disoccupati; perché gli affamati, gli emarginati, i derelitti?
E Dio deve rispondermi, deve darmi delle spiegazioni. Deve giustificarsi.
E la risposta arriva per bocca di Pilato: “Ecco l’uomo” (Gv. 19,5). Ecco il tuo fratello di sventura, il tuo compagno di dolore. 
Dio non è venuto per eliminare il dolore umano, non è venuto a presentarci un trattato sulla sofferenza molto erudito. Non ci ha fornito delle spiegazioni, Invece ha fatto qualcosa di più: è venuto a condividere, a partecipare, a prendere su di sé il dolore degli uomini, di tutti gli uomini che soffrono.
Ecco cos'è la croce. È il sacramento della sofferenza degli uomini che Dio riceve, che Dio mette sulle proprie spalle. È l’urto tremendo del dolore umano che va a schiantare il cuore di Dio.
Sulla Croce niente viene dimenticato, niente viene lasciato fuori: ci sono le vittime dei terremoti; i bambini derubati dell’innocenza, della speranza e della vita; la solitudine della vecchiaia; la disperazione dei disoccupati; ci sono gli affamati, gli emarginati, i derelitti di ogni tipo. C’è l’urlo strozzato di chi non ce la fa più, ci sono tutte le angosce morali, psicologiche e fisiche.
Adesso niente va perduto. È venuto a cercare il tuo dolore ‘inutile’. L’ha scoperto e se ne è impossessato. E adesso avanza barcollante sotto il peso della croce.
Ecco l’uomo!
Ecco Colui che “porta, sopporta, porta via la nostra angoscia” (K. Barth)

giovedì 18 febbraio 2010

La via della salvia

Vista verso Grado

Sono stufo di freddo, cielo grigio, umidità o bora. E non sono il solo. In autobus, sul lavoro, al supermercato, tutti si lamentano di questo inverno che non vuole andarsene via.

Mi piace cucinare. Ma non sono come quei mariti che una volta ogni tanto si chiudono in cucina e dopo averla trasformata in un caos, si sentono grandi chef. Io cucino ogni volta che ho tempo, cioè tutte le sere e il sabato e la domenica anche il pranzo (e prima di servire in tavola pulisco tutto).


L'altro giorno stavo preparando una cosa di carne. Cercando tra gli odori ho preso un paio di foglie di salvia. E così, complice il loro profumo e quello che dicevo prima sul tempo, mi è tornata alla mente una passeggiata che è tanto tempo che non faccio, ma che vorrei fare appena la primavera farà il suo ingresso (spero trionfale). È la "via della salvia".

La via della salvia è un tratto di sentiero di quella che nel progetto doveva essere la 'traversata carsica triestina', cioè un sentiero che partendo da Muggia, lungo tutto il ciglione carsico doveva arrivare fino a Duino, approfittando di alcuni sentieri già tracciati. Uno di questi è proprio quello di cui parlo. 
Inizia da Santa Croce (per la precisione poco sotto il paese, appena sopra la ferrovia) e arriva a Sistiana. Percorre il ciglione e se la giornata è limpida si può ammirare tutto il golfo di Trieste e anche oltre. La vista va dal promontorio di Salvore (la punta più orientale dell'Istria) fino a Grado, Lignano (a volte si riesce a vedere anche il campanile di Caorle). 
Vista verso il castello di Miramare e la città
Deve il suo nome al fatto che a un dato momento si passa in mezzo ad una enorme macchia di salvia selvatica. Il suo profumo si sente già da prima. E poi ci si trova immersi. L'ultima volta che ci sono stato ne ho raccolto un mazzetto, e poi alla sera, ci ho fatto una frittata fenomenale. Ha un odore e un sapore che la salvia che si compra in negozio al confronto sembra erba comune. 

Decisamente al primo giorno di bel tempo e con un po' di tepore ci vado a fare una camminata.

domenica 14 febbraio 2010

Disservizi RAI

Sono un po' di anni che ho abbandonato Windows per passare a Linux (anche se sarebbe più corretto dire GNU/Linux).
Fino a pochi giorni fa anche per chi usa questo sistema operativo era possibile accedere alle dirette RAI e vederle. Ma ora non più. È iniziato con un avviso che il servizio è fruibile solo dall'Italia, come se fossi chissà dove. Adesso invece compare un avviso che si possono vedere le dirette solo dal sito dell'azienda. Ma per vedere le dirette dal sito dell'azienda bisogna avere un'applicazione che gira solo sotto Windows.
Non vedo perché un servizio pubblico debba essere riservato solo ad alcuni cittadini, quando poi tutti i cittadini che hanno un apparecchio atto a ricevere segnali televisivi (e tali sono non solo le televisioni, ma anche i computer) debba pagare la tassa di possesso, tassa che poi viene 'girata' alla RAI. Sono tenuto a pagare per un servizio di cui poi, per scelte aziendali, mi viene negata la fruizione. 
Lo ritengo estremamente scorretto. 
Per questo invito a firmare il seguente appello.

domenica 7 febbraio 2010

Welcome

Ieri sera ho visto un bel film: il francese "Welcome".

La storia è relativamente semplice, ma attuale.
Simon è istruttore di nuoto in una piscina comunale a Calais, sulla costa nord della Francia. È in crisi con la moglie e svolge il suo lavoro come una banale routine, fino a quando incontra Bilal, un giovane curdo che ha attraversato l’Europa da clandestino per raggiungere la ragazza in Inghilterra. Dopo un tentativo fallito di varcare la frontiera, l’unica possibilità per Bilal di realizzare il suo sogno è attraversare la Manica a nuoto e Simon è il solo che può allenarlo: il coraggio del ragazzo, deciso a tutto pur di salvare il suo amore, convincerà Simon a mettersi in gioco in prima persona, sfidando la legge per aiutarlo in un’impresa all'apparenza impossibile.

È un film che fa riflettere sul problema degli immigrati clandestini. Qui vengono presentati innanzi tutto come persone: ci sono i buoni e i cattivi, i generosi e gli egoisti. Si tratta insomma di persone come noi, con i loro pregi e i loro difetti. Non vengono idealizzati, ma neanche demonizzati.

Un film non leggero, anzi alla fine ti sembra di aver ricevuto un pugno allo stomaco, ma un film da vedere.

giovedì 28 gennaio 2010

Per Haiti

Tutti noi stiamo facendo del nostro meglio per Haiti (come l'abbiamo fatto e continuiamo a farlo per L'Aquila). Oggi leggevo queste parole di Richard (le scrive il 21 gennaio) un giovane haitiano:

"La notte, la vita, la morte, non vedo alcuna differenza.
Da martedì 12 gennaio, da quando il paese è immerso in una profonda sofferenza, ho visto decine di anni assorbiti da cinque secondi di scosse. La speranza è svanita; non ci sono più soldi, non c’è più lavoro, decine di migliaia di persone senza riparo, senza acqua, senza cibo, senza elettricità.
Lo stato, prima, era assente, ora si può dire che è fuggito.
Sotto le macerie i cadaveri sono in decomposizione dopo nove giorni. C’è un odore terribile in quasi tutti i quartieri, si dorme all’aperto accanto alla spazzatura, all’odore di urina e alle feci. Arriveranno epidemie di tipo sconosciuto.
....
Provate a immaginare per un attimo: una generazione che non ha avuto quasi alcuna formazione per quanto riguarda le catastrofi naturali è smembrata da questa. Non sapevo che, dopo un terremoto, le scosse di assestamento potessero essere così forti, per tutta la notte durante il sonno soffro di palpitazioni e quando si verifica una scossa di assestamento mentre sto sonnecchiando, rimango senza fiato."

Richard chiude la sua lettera con una richiesta che giro a chi la vorrà accogliere: di pregare il 12 di ogni mese e per 12 mesi per il popolo haitiano. Per lui è molto importante.

Qui potete trovare la sua lettera insieme ad altre di giovani di Haiti

mercoledì 27 gennaio 2010

Piccola ricetta

A me il miele piace molto. Preferisco in genere i mieli 'amari'. Il mio preferito è la 'melata di bosco', segue poi il miele di castagno. Une vera rarità è il miele di pino: un bel colore verde, e quando apri il barattolo si spande un profumo che ti sembra di essere in una pineta. Ne bastano pochi cucchiai che ti passa anche la tosse più ostinata.

Essendo i miei figli a conoscenza di questa mia passione (sono l'unico a casa che mangia miele) mi hanno regalato un vasetto di miele di marasca. È un miele che l'anno scorso ha vinto il premio di miglior miele italiano. Ha un colore chiaro, un sapore di ciliegia selvatica (le marasche). Ha certamente un suo fascino, ma non incontrava i miei gusti (troppo dolce). Fino a che non ho seguito il consiglio che il produttore aveva dato loro: "mangiatelo sulla ricotta".

Ho messo sul piatto un bel po' di ricotta, ci ho 'versato' sopra un cucchiaio di questo miele. Ho assaggiato il tutto ..... veramente sublime!!!!!!

A questo punto ho provato anche con altri formaggi (il miele sul formaggio è ottimo, dipende però sia dal tipo di miele e dal tipo di formaggio). Ma non era la stessa cosa, anzi alcuni accoppiamenti proprio non ci stavano.

Buon appetito a tutti

martedì 26 gennaio 2010

Mi faccio un regalo


Siccome fuori fa freddo, soffia la bora, il cielo è grigio, ecc. ecc. ho deciso di farmi un regalo. Questa foto ha poco più di 15 anni, è stata fatta in Carnia, in un prato poco sopra Paluzza, pochi giorni dopo Pasqua. Oltre a piacermi, mi ricorda una piacevole vacanza con Maurizia e i figli.

Saluti a tutti

PS ma è proprio necessario che ci sia un motivo per fari un regalo? Evviva i regali immotivati!!!!

domenica 24 gennaio 2010

L'importanza dei piccoli gesti

Sono un paio di giorni un po' così ... (stanchezza? problemi? il tempo? il freddo? una combinazione di tutto questo più magari qualcos'altro?)
Questa mattina, durante la Messa, come al solito al momento della distribuzione della Comunione mi dirigo verso il fondo della chiesa. Verso la fine si avvicinano madre e figlia a braccetto. La figlia ha chiaramente dei problemi (sindrome di Down). Le noto perché sono facce nuove (in fondo alla chiesa in genere ci sono sempre le stesse facce). La figlia è sorridente, di un sorriso molto dolce. Le do la comunione e mentre mi accingo a darla a sua madre, lei, sempre con quel sorriso che illumina più di un faro, mi fa una carezza sul braccio.
Mi è venuto spontaneo ricambiare, facendole anch'io una carezza sul braccio. Ma soprattutto cercando di ricambiare quel sorriso splendido.

Tutta la giornata mi è rimasta in testa, ma soprattutto nel cuore, quella carezza. Quasi volesse dirmi: "non ti crucciare, anche se ti senti giù, anche se non tutto va per il meglio, c'è sempre qualcuno che ti ama, che ti capisce, che ti è vicino"

Grazie del messaggio, sconosciuta ragazza.

domenica 10 gennaio 2010

Scrittura

In questo ultimo periodo mi sono spesso imbattuto sia in libri che parlano di scrittori che in persone che scrivono.
Tutto è cominciato circa un anno fa quando ho letto 'La sovrana lettrice'. Il finale mi era piaciuto anche se non mi trovavo d'accordo con la tesi espressa: un forte lettore alla fine diventa scrittore.

Io sono un lettore da non meno di 60 libri l'anno (per cui per le statistiche italiane sarei un forte lettore) ma ho sempre avuto un rapporto teso con l'arte della scrittura. Da una parte non nego che a volte mi abbia attratto, ne abbia sentito il richiamo. Ma dall'altra le volte che ho dovuto scrivere qualcosa sono stati per me momenti di sofferenza e tensione.
Non è solo il 'blocco da foglio bianco', ma anche e soprattutto la tensione nervosa. Siccome per motivi di tempo potevo scrivere solo alla sera, le volte che dovevo farlo significava che accumulavo tanta tensione nervosa che poi passavo la notte in bianco.

Eppure mi è sempre piaciuto 'inventare' storie, immaginare trame e personaggi. E tante volte (e ultimamente sempre più spesso) mi viene in mente che potrei anche scriverle. Non limitarmi a pensarle per me ma condividerle con qualcun'altro.
Però è anche questo ultimo aspetto che costituisce un problema. Avendo fatto studi tecnici, non ho gli 'strumenti tecnici' né la preparazione teorica. Sento che la mia scrittura è povera, retorica (nel senso peggiore). Sinceramente: ogni volta che ho iniziato a scrivere qualcosa, quando l'ho riletto non mi è piaciuto e quindi non sono andato avanti.

Quello che mi piacerebbe sapere è: ma voi che scrivete, come fate?
;-)


mercoledì 6 gennaio 2010

Effetti delle ferie

Non guardo quasi mai la televisione, non per piaggeria ma perché ho altro da fare. Non ne sento la mancanza, né mi sento un alieno, anzi ne sono contento. Però in questi giorni di ferie mi è capitato ogni tanto di darci un'occhiata (però dopo 5/10 minuti mi rompevo) e ho notato una cosa.
Prima delle Feste: tutto un parlare di cenoni, di mangiare e bere, di cibi e abbuffate varie;
dopo le Feste: tutto un parlare di diete, palestre e chili di troppo.

Ora io mi domando, ma sapersi gestire no? Trovare la giusta via nelle cose no?
Ma perché questa società prima ti fa sentire in colpa se non fai delle mangiate pantagrueliche e poi ti fa sentire in colpa perché le hai fatte?

A me sembra che ci sia una schizofrenia galoppante

PS: io non ho fatto nessuna mangiata pantagruelica, magari mi sono concesso qualche cibo un po' diverso dal solito, ma nelle dosi normali. E adesso non ho bisogno di buttare altri soldi in nessuna palestra. Mi sa che tra un po' mi sbattono o in prigione o in manicomio ;-)

martedì 5 gennaio 2010

Nostalgie

Ci sono due tipi di nostalgia: quella di ciò che è stato e non c'è più, di ciò che abbiamo avuto e non abbiamo più; e quella di ciò che non è mai stato, di ciò che non abbiamo mai avuto. Entrambe fanno male, ma il dolore che danno è differente.

La prima, quella per ciò che è stato e non è più, dà delle fitte tremende, che possono erompere in lacrime e urla. Ma sono fitte che passano. Passano perché siamo consapevoli che ciò che è stato fa parte di noi, niente e nessuno ce lo potrà togliere. E inoltre c'è sempre la segreta speranza che ciò che è stato possa tornare, magari in forma e in modo diverso, ma tornerà.

La seconda invece dona un dolore sordo, che solo a volte supera la soglia della coscienza. Ma è un dolore che non passa mai, sta sempre li. E condiziona tutta la tua vita. Perché anche se non lo senti è sempre presente. Ed è anche un dolore che non ha fine, perché passi la tua vita a cercare ciò che non hai avuto, ciò che non è stato, ma niente e nessuno potrà mai dartelo.

lunedì 4 gennaio 2010

Le nuove chiese

Ieri, domenica, mia moglie ed io siamo andati a trovare dei parenti che abitano fuori Trieste (in effetti ormai, da quando è morto mio padre tutti i nostri parenti non abitano a Trieste). Percorrendo l'autostrada siamo passati vicino ad un grosso centro commerciale (non quello della foto). Erano circa le 10 di mattina, e il parcheggio era già quasi pieno!!!!
Poi al ritorno, verso le 19, abbiamo visti tutte le macchine incolonnate in una lunga fila che abbandonavano il medesimo.

Mi è venuto da pensare che le nuove chiese sono i centri commerciali, la nuova religione prevede che appena possibile le si frequenti. E poi oggi tutti i notiziari a sbandierare come una ottima notizia che ieri ci siano state in tutta Italia code e traffico sostenuto nei pressi di detti centri.

A me tutto questo sembra una pazzia. Se sapessi il latino direi:
Mala tempora currunt




venerdì 1 gennaio 2010

Motto per un anno

Mi è piaciuta l'idea dell'amica Marina di 'eleggere' un motto che faccia più o meno da guida per l'anno appena iniziato. Un motto da ripetersi alla mattina appena alzati, per la strada andando al lavoro, prima di prendere una decisione, quando incontri una persona (almeno io l'iniziativa l'ho letta così).

Alla fine penso che eleggerò mio motto dell'anno questo:

Non io ma Tu

Se realmente in ogni occasione si riuscisse a mettere l'altro prima di sé stessi, forse sarebbe l'inizio di una nuova era, di una nuova civiltà che ci faccia uscire da questa barbarie sempre più diffusa. E il primo passo, se è questo che vogliamo, lo dobbiamo fare noi.
Le botte sui denti che prenderemo saranno tante, ma se nessuno inizia ....