domenica 7 marzo 2010

La Veronica (terza dom. di Quaresima)

Nella Via Crucis c’è un episodio, quello della Veronica, che non è raccontato in nessun vangelo, ma che è presente nella tradizione popolare fin dai primissimi secoli. Ma che sia realmente accaduto o meno non è importante, ciò che è importante è che noi oggi lo rifacciamo.
Ogni volta che noi ci fermiamo di fronte ad una disgrazia altrui, ogni volta che rompiamo il cerchio dell’indifferenza, ogni volta che sfidiamo l’egoismo per aprirci all’accoglienza dell’altro, ogni volta che non pensiamo ai guai che potremmo avere ma solo al bene che possiamo dare, ogni volta che non cerchiamo “a chi tocca” intervenire ma iniziamo a operare, noi ripetiamo il gesto della Veronica.
Ma una cosa soprattutto è importante. La Veronica non si è preoccupata se il suo gesto avrebbe risolto la situazione. Ha solo fatto un gesto concreto, modesto e anche forse inutile, ma un gesto d’amore.
E il vero amore non si deve fermare ai grandi discorsi, ma si deve incarnare nei gesti, anche i più semplici e ordinari. Col suo gesto Veronica non aveva la pretesa di risolvere tutto, le bastava alleviare, anche solo per un attimo, la tremenda solitudine di quell’uomo. E il suo fazzoletto diventa la bandiera della compassione sventolata sotto il viso degli aguzzini e sotto gli sguardi degli indifferenti.
L’amore è questo: capire il dramma dell’altro, interpretarne le attese, annullare le distanze, dire “me ne importa”. E spiegarsi con un segno, con un gesto, magari anche povero, umile, inutile, ma che indica un cuore dove c’è spazio per la sofferenza dell’altro.
E il volto rimasto impresso su quel fazzoletto è il segno che quel piccolo, insignificante, inutile gesto è invece stato grandissimo e ha operato al di là di ogni intenzione e di ogni speranza.


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