venerdì 14 gennaio 2011

Un cammino liberazione: Il Decalogo (2)

L’altra volta abbiamo visto come il Decalogo possa essere considerato come la ‘legge della li­bertà’. Nella concezione attuale però, legge e libertà sono due termini che vengono sempre più vissuti come antitetici, si tende a intendere la libertà innanzi tutto come un non dover adeguarsi a nessuna regola e nessuna legge.

Però noi viviamo immersi in tutta una serie di regole di cui siamo più o meno consapevoli. Il lin­guaggio stesso che usiamo per comunicare con gli altri non è che tutta una serie di regole. Innanzi tutto ogni lingua usa certi fonemi e non altri, poi li organizza in parole che abbiano un senso e inol­tre organizza le parole in strutture, le frasi, che seguono tutta una serie di regole. Tutte queste regole quando parliamo le applichiamo inconsapevolmente. Ne diventiamo consapevoli quando ad esem­pio studiamo una lingua straniera, specie se questa lingua appartiene ad un ceppo linguistico diverso da quello della nostra madrelingua.

Proprio l’esempio delle leggi del linguaggio ci permette di capire il senso delle regole. Se noi vi­vessimo completamente soli in un’isola deserta, allora potremmo elaborare il nostro linguaggio come meglio a noi piace. Ma dal momento che viviamo a contatto con altre persone, proprio per in­teragire con loro, per comunicare il nostro pensiero, i nostri desideri e per capire gli altri, diventa necessaria la costruzione di tutta una serie di regole comuni a tutti. 
Una persona completamente isolata e senza nessun contatto con altri può essere legislatore a sé stesso. Ma quando una persona è inserita in un gruppo, in una società, allora sono necessarie delle regole. Questo proprio perché se la mia libertà finisce dove inizia la libertà dell’altro, senza leggi si ha solo la legge della giungla: vince il più forte. E tutti gli altri sono suoi schiavi. Sotto questo punto di vista è significativo che la Bibbia, presentando il primo incontro di un essere umano con un altro, ci narri l’episodio di Caino e Abele. Senza leggi, senza regole non si ha convivenza ma lotta e so­praffazione del più debole.

Ma chi stabilisce le regole? Perché se è importante che delle regole ci siano, è anche importante stabilire chi le deve promulgare, in modo che non ci sia solo la legge del più forte, del più potente. C’è bisogno di un’autorità, da tutti riconosciuta, che operi nel rispetto di tutti. Inoltre con questa au­torità deve essere possibile il dialogo, non deve essere inaccessibile, lontana, sorda alle nostre esi­genze, ai nostri problemi e alle nostre aspirazioni.
Sotto questo punto di vista i 10 Comandamenti sono esemplari. Vengono proposti da un’autorità esterna, ma questa autorità non si presenta in virtù del suo potere, della sua forza, ma solo come co­lui che ha ascoltato i lamenti e le preghiere, che è intervenuto per porre fine alle sofferenze, per li­berare e condurre alla felicità e alla festa.

Indicativo anche il modo del verbo usato. In ebraico non esiste l’imperativo negativo. Al suo po­sto viene usato l’imperfettivo. Per cui, ad esempio, la traduzione più fedele non è ‘non uccidere’ ma ‘non ucciderai’. Non è solo una caratteristica grammaticale, ma è anche segno di molto realismo. Non siamo sempre e in ogni momento col desiderio di uccidere, rubare, mentire, tradire il coniuge. Siamo esseri con pregi, ma anche con difetti, che possono essere soggetti a tentazioni. Il Decalogo non ci vede come peccatori incalliti, ci considera individui fragili, esposti a volte alla tentazione, persone che potrebbero “anche” peccare ma non è detto.
Quindi quel futuro è un elemento che tiene conto della dignità e della fragilità dell’uomo, della sua grandezza ma anche della sua miseria.

Etica e Morale

I 10 Comandamenti rappresentano un’etica o una morale? 
Prima di cercare di capirlo bisogna sapere la differenza tra le due cose. È questa una cosa dibat­tuta, sono state avanzate molte proposte. Penso che la più chiara e semplice sia quella di Paul Ri­coeur.
Paul Ricoeur identifica l’etica come ciò che ha per meta una vita compiuta. È l’orizzonte, il fine dell’individuo e della comunità, il progetto a cui si tende. Invece la morale è costituita dalle norme concrete che si adottano per realizzare un’etica. Queste norme possono, e a volte devono, cambiare in base al variare della situazione. Ma possono anche cambiare in seguito ad una maggiore com­prensione e approfondimento dell’etica che le ha generate. 
Cioè l’etica è una promessa di felicità per sé e per gli altri. La morale è l’insieme di norme per pervenirvi.
C’è, e ci deve essere sempre, dialettica tra etica e morale. Se si perde di vista o si dimentica l’eti­ca, la morale diviene un’insieme di pratiche imposte, senza più senso, gravose e assurde. Ma senza norme morali, l’etica diventa un vago orientamento, un principio vuoto e astratto.

Tornando alla domanda, direi che il Decalogo, sotto questo punto di vista rappresenti più un’etica che una morale. Quindi sta a noi elaborare, a partire da questa etica, una morale. D’altra parte Dio ha sempre cercato la nostra collaborazione, non ci ha mai comandato a bacchetta, ma ci ha sempre dato fiducia, ci ha sempre invitato a prenderci le nostre responsabilità.
Penso che il fatto che già nella Bibbia ci siano due versioni leggermente diverse dei Comanda­menti (Es 20,2-17 e Dt 5,6-21) sia indice di questo. Se poi confrontiamo queste due versioni con quella che abbiamo studiato a catechismo, vediamo che ci sono ancora più differenze. Non sono dif­ferenze sostanziali (se si eccettua il divieto al farsi immagini), sono diversità dovute ad un appro­fondimento, ad una maggior comprensione. Come diceva s. Gregorio Magno “la Scrittura cresce con chi la legge”, il Decalogo, pur conservando una caratteristica di fondo di immutabilità, tuttavia cresce nello svolgersi della storia umana. C’è una comprensione sempre più profonda del testo, se ne scoprono sempre più implicazioni e determinazioni pratiche man mano che lo si interroga e non si cessa di ricercare e meditare.

Distruzione e costruzione

Un’ultima notazione ‘geografica’. Le tavole con i 10 Comandamenti sono state donate da Dio sul monte Horeb. I maestri ebrei fanno notare che il nome deriva dalla radice “h’arav” che significa ‘distruzione’. Quindi il dono della legge è legato alla distruzione. La spiegazione che danno di que­sto è che il Decalogo demolisce l’ordine precedente, rovescia le nostre idee precedenti, distrugge il nostro egoismo, per stabilire un’armonia nuova nel mondo e in ciascuno di noi.
Ma questo suggerisce anche un’altra considerazione. L’Horeb si trova nel mezzo del deserto del Sinai. Allora i 10 Comandamenti, oltre a distruggere, hanno anche lo scopo di far fiorire il deserto, rendere la terra più abitabile per gli uomini.
Siamo noi, col nostro egoismo, che abbiamo reso aspra, selvaggia, desertica la terra dove Dio ci aveva collocati perché vivessimo come fratelli. Nel deserto creato da noi abbiamo aperto le gabbie delle nostre belve. Le Dieci Parole dovrebbero trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne, ammorbidire le nostre durezze, neutralizzare la nostra cattiveria. Ricordarci che la nostra vocazione è quella di essere custodi, sia della terra-giardino (Gn 2,15) che del proprio fratello (Gn 4,9), e non quella dell’animale da preda che tutto devasta, calpesta, che vuole solo azzannare e sbranare.
Dal Decalogo nasce la civiltà del rispetto.

4 commenti:

  1. dunque, caro julo, la morale deriva da un'etica, nel senso che per poter esistere una morale, bisogna che essa si sviluppi da un'ethos, un'intenzione, una visione generale indiscussa

    secondo te, però, un'etica, allora da dove comincia, preesiste fuori dal tempo?

    la parola del nazareno, così efficace, così diretta dentro la nostra anima, anche dopo duemila anni, riesce forse a toccarci proprio perchè salta le regole della morale e va dritta all' ethos?

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  2. Sempre molto 'pesanti' i tuoi commenti, Diego. Ma belli proprio per questo.

    Ma veniamo alla prima domanda.
    Direi proprio di si. Personalmente penso che più che "costruire" un'etica, noi la dovremmo scoprire. Invece di dare un senso alla nostra vita, si tratta di scoprire il senso che la nostra vita ha già in sé stessa. In questo sono molto teleologico, ogni cosa ha uno scopo, un senso.

    E anche per la seconda domanda direi proprio di si. E non solo. Smonta anche tutti i nostri idoli, in special modo quelli religiosi. Smonta le nostre certezze, abbatte i nostri limiti. Invece di tranquillizzarci, ci fa capire che una coscienza che si senta 'a posto', è tutto tranne che conforme alle sue parole e al suo esempio.

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  3. in definitiva, caro julo, quel che accortamente scrivi, conferma il mio pensiero:

    credo sia impossibile capire la religione, la fede, con le categorie d'un pensiero filosofico, sono due ambiti diversi alla radice, anche se alcune risonanze, similitudini, ci sono

    per esempio, è molto bella questa idea dello scoprire in noi questa etica, questo tesoro che stà nel cuore d'ogni uomo, ma assomiglia molto alla morale di kant, il famoso cielo stellato sopra di me e la morale dentro di me

    sicuramente, tutti gli uomini di buona volontà sono fratelli e, forse, qualcuno crede anche se non lo sa

    un caro saluto julo, il tuo blog è un vero momento di raccoglimento e riflessione, un prezioso angolo del web

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  4. Innanzi tutto Diego non mi far arrossire.

    Sono abbastanza d'accordo con te. Innanzi tutto penso che la fede sia, in genere, una 'cosa' che nasce da un'esperienza, non da un ragionare.
    Nasce da un'esperienza, ma cresce anche col ragionamento, con la revisione razionale del vissuto.
    E qui può essere utile anche la filosofia. Utile come uno (non l'unico) strumento razionale.
    Con questo non voglio dire, come si asseriva una volta, che la filosofia sia un'ancella della teologia. Le vedo come due discipline con eguale dignità che in alcuni momenti si sfiorano, se non addirittura si toccano.

    Il Dio dei filosofi in fondo è un dio lontano, di cui si può intuire-dimostrare l'esistenza, ma che non incide sul presente.
    Il Dio cristiano è un dio che innanzi tutto si rivela, che cerca una relazione con l'uomo.
    Questa relazione quando è cosciente è la fede.

    Personalmente ritengo che tutti gli uomini sono fratelli (non solo quelli di buona volontà). E questo anche se qualche fratello mi proprio non lo sopporto, mi fa proprio rimpiangere di non essere figlio unico. ;-)
    Ma questo è un mio limite.

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