domenica 17 aprile 2011

dom. delle Palme

Proprio perché la morte, la croce, non sono l'ultima parola, non hanno vinto, in questa domenica delle Palme, più che su un episodio della Passione, vorrei fare la mia riflessione sui giorni seguenti la Risurrezione. E lo vorrei fare coll’aiuto dell’ultimo capitolo del vangelo di Giovanni, il 21.


Gesù appare agli apostoli sul lago di Tiberiade. E la prima cosa che fa è di preparare loro la cena. Quanta delicatezza e fraternità in questo gesto!


Poi per tre volte domanda a Pietro: “mi ami tu?” e ad ogni risposta lo conferma nella sua vocazione di pastore. Tre volte a cancellare i tre rinnegamenti. Ma soprattutto l’esame non è sulla dottrina, ma solo sull’amore.


Perché ogni vocazione, che sia quella di pastore o quella di coniuge, o di genitore, o di qualsiasi altra cosa a cui Dio ci chiama, non è altro che una vocazione d’amore.


E le parole che Gesù rivolge poi a Pietro: “ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” non sono altro che lo sviluppo di ogni vocazione d’amore.


Perché amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme in una stessa direzione. Amare non è fare, ma lasciarsi fare. Amare è prendersi per mano, non per condurre, ma per lasciarsi portare.
Amare è realmente un farsi portare dove noi non avremmo mai voluto andare, dove non pensavamo neanche lontanamente di poter arrivare. Ma dove, una volta arrivati, ci rendiamo conto che solo li è il nostro posto, solo li è la nostra felicità più piena. E ci rendiamo conto che solo amando abbiamo potuto raggiungere questo traguardo.

domenica 10 aprile 2011

quinta dom. di Quaresima

Nei vangeli della Passione l’evangelista Luca, oltre a quello visto la settimana scorsa, aggiunge anche un altro particolare non raccontato dagli altri evangelisti: “E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito, pianse amaramente.” (Lc 22, 60b-62)


Mi ha sempre colpito molto questo sguardo di Gesù. E non posso pensarlo in altro modo che come uno sguardo colmo di amore e di misericordia.


Ed è dopo questo sguardo che Pietro si ricorda di ciò che gli aveva detto il Signore. 


È solo l’amore che riesce a tirare fuori il meglio di noi stessi, è solo l’amore che ci fa realmente rendere conto dei nostri sbagli in modo che possiamo migliorare.
Il rimprovero, il rinfacciarci le nostre colpe, il più delle volte generano un sentimento di difesa, di auto giustificazione. 


L’amore ci mette di fronte ciò che possiamo essere, ciò che possiamo diventare nonostante il nostro passato, nonostante i nostri peccati.


Solo davanti ad uno sguardo pieno d’amore e di misericordia scopriamo quello di grande che possiamo essere, e invece quello di piccolo che ci limitiamo a vivere. Ma questa scoperta, proprio perché fatta alla luce dell’amore e della misericordia non ci schiaccia né ci abbatte, ma ci dona le ali per volare nelle braccia protese del Signore che ci vuole solo amare.

I figli: una continua scoperta

Uno pensa di conoscere bene i figli, ma poi questi non finiscono mai di meravigliarti.
Come ho detto nel post precedente ieri è stata un giornata particolare. 


Ebbene il grande, che ultimamente era sempre serio e taciturno (veniva a trovarci e non apriva bocca tutto il tempo) per i problemi di lavoro, è stato quasi tutta la mattina con noi.


Il piccolo, che non hai mai parlato molto, ma che in questo periodo si vedeva solo a cena (e anche qui era l'ultimo a sedersi e il primo ad alzarsi) perché era sempre o in università o chiuso in camera sua a studiare, quando siamo tornati a casa, abbiamo scoperto che aveva fatto la spesa, passato l'aspirapolvere per tutta la casa, fatto una lavatrice, e stirato tutta la roba della settimana!!!!


Decisamente non mi merito dei figli così

sabato 9 aprile 2011

La scuola del Pronto Soccorso

Una mattina al Pronto Soccorso può anche essere una bella lezione.
Essere totalmente nelle mani di altri, dover dipendere da loro e dalle medicine ti fa capire che non puoi controllare tutto. Che ci sono dei momenti e delle occasioni in cui l'unica cosa che puoi fare è abbandonarti, lasciarti fare e lasciarti condurre.


Un bel corso pratico di umiltà (che in Quaresima ci sta sempre bene)


A tranquillizzare chi mi legge. 
Questa notte un calcolo renale (che non sapevo di avere) ho deciso di fare le bizze. Due ore di coliche renali e questa mattina ricovero al pronto soccorso. Questo pomeriggio dimesso. Adesso a casa, un po' a pezzi, ma tutto bene.

mercoledì 6 aprile 2011

The Way

Antefatto
45 anni fa. Classe seconda media. Ora di storia. Argomento: il valore dei pellegrinaggi nel medioevo. La testa (mia) parte in un 'sogno': perché non rifare anche oggi quei cammini e in particolare quello cha va a Santiago?
Nel corso degli anni questa idea va e viene, ma sempre tutto rimane a livello di fantasticheria, di sogno ad occhi aperti.

Rapido zoom ad un mesetto fa
In autobus incontro una signora che conosco e che era non vedevo da un po' di tempo. Mi racconta che il marito, per festeggiare la collocazione in pensione, si era fatto il Cammino di Santiago, da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago. È lanciare un sassolino che scatena una valanga.

Da allora sto leggendo tutto quello che trovo a questo proposito.

Ieri sera ho avuto occasione di guardare (in inglese e senza sottotitoli) il film "The Way" di Emilio Estevez con Martin Sheen.
Racconta il dramma incentrato sulla storia di Tom Avery, oftalmologo californiano che - alla notizia della morte del figlio durante una tempesta sui Pirenei - si reca in Francia per farlo cremare, poi ripone l’urna con le ceneri nello zaino del ragazzo e si mette in viaggio lungo il Cammino di Santiago, portando a termine il pellegrinaggio intrapreso dal figlio. E il Cammino è anche una riscoperta del figlio.

Piccola (per modo di dire) difficoltà è stata la lingua. Lui parla con un forte accento americano, per cui non è sempre comprensibile. Ma quello che è veramente incomprensibile è lo scrittore irlandese. Parla con accento irlandese spiccato, cioè velocissimo e in modo 'martellante'. Sono riuscito a capire si e no il 10% di quello che diceva  . Un po' di problemi all'inizio con la canadese, ma poi tutto liscio. L'olandese invece in alcuni momenti parlava con forte accento 'fiammingo', ma era sempre intellegibile.
Questi sono i 4 protagonisti principali.

Penso che abbia ben descritto lo spirito del Cammino, anche se mi domando come delle persone che dormono all'aperto alla mattina possano essere linde e pulite come se fossero appena uscite da una doccia e da un trattamento di visagista.

Non vengono celati alcuni aspetti 'negativi' del cammino, come ad esempio il non riuscire a dormire per causa dei russatori, o il fatto che non tutti gli hospital sono accoglienti allo stesso modo.
Però nessuno ha mai né una vescica né un mal di schiena o una tendinite.

Un'altra cosa che mi ha un po' meravigliato è il fatto che una persona che fino al giorno prima se solo doveva fare più di 10 metri prendeva un mezzo di trasporto (Martin Sheen), riesca poi a farsi tutto il Cammino senza sforzi eccessivi.

Questi aspetti però non impattano sul giudizio complessivo. Descritto molto bene (a mio avviso) il clima che si crea tra i pellegrini, la complicità e la fratellanza. E anche i momenti di tensione e le litigate alla fine vengono superati e sono occasione di un approfondimento del rapporto.

La scena finale mi pare che sia uno strizzare l'occhio al gusto americano che vuole sempre un lieto fine che sia conclusivo. Per i miei gusti il film era finito a Finisterre. Ma questa è solo una considerazione personale.

Mi è piaciuto molto il contrasto tra le scene iniziali in cui si vedono solo macchine e in cui nessuno cammina, poi c'è lo stacco con i titoli, e infine tutto il film in cui le macchine sono praticamente assenti.

Nel complesso un film molto bello. Fa venire voglia di preparare lo zaino e mettersi in cammino.

domenica 3 aprile 2011

quarta dom. di Quaresima

Nel racconto della veglia nell’orto del Getsemani, l’evangelista Luca (22,43) aggiunge un particolare: Dio manda un angelo a consolare Gesù.


A tutti nella vita capitano dei momenti di scoraggiamento, di prostrazione profonda. Di dolore indicibile. Indicibile proprio perché non si può comunicare. Anche alle persone più care, che ci sono più vicine, la nostra sofferenza rimane in parte incomprensibile. Il sonno che coglie Pietro, Giacomo e Giovanni non è segno di indifferenza, ma del nostro limite umano, Nel dolore dell’altro, per quando ci sia caro, rimane sempre una zona irraggiungibile, incomprensibile, misteriosa.


Quando si soffre così, ci si sente sempre molto soli, abbandonati da tutti. Anche Dio a volte sembra lontano e insensibile al nostro dolore.
Ma se proprio in quei momenti si ha la forza di dire: “Non io, ma Tu. Non la mia ma la Tua volontà sia fatta”, allora il Signore ci manda un angelo per consolarci, per darci forza e coraggio.


Può essere un sorriso da una persona sempre seria, un “grazie” per qualcosa che neanche ci siamo accorti di fare, un gesto di amicizia e di affetto da chi conosciamo appena. Sono cose apparentemente piccole, ma che ci danno forza, ci danno il coraggio di affrontare la prova che stiamo vivendo, danno al nostro cuore un po’ di pace e di serenità. Ci fanno capire che non siamo soli, ma che c’è Qualcuno che ci ama di un amore molto più grande del nostro dolore.