domenica 18 dicembre 2011

Incarnazione 3


Tra i tantissimi significati e conseguenze dell’Incarnazione questa sera vorrei affrontarne ancora due.





Viviamo in una cultura dell’efficienza, dell’utilità. Tutto ciò che non è efficiente e/o utile non ha dignità, deve essere messo da parte quando non eliminato. E lo stesso trattamento lo si riserva alle persone, basta pensare agli anziani, agli ammalati incurabili, ai bambini non ancora nati. 
Ma cosa c’è di più inutile di un neonato in una mangiatoia? di un uomo inchiodato su una croce? Eppure quel bambino, quell’uomo, salvano il mondo, donano la vera pace e la vera felicità. Sono la vera e unica risposta alla nostra sete di senso, alla nostra fame di amore.


L’Incarnazione ci fa capire l’importanza estrema di tutti quei nostri gesti che troppo superficialmente consideriamo inutili. Non c’è niente di più grande del donare un fiore o un sorriso, un abbraccio a una persona sola o sofferente, cinque minuti del nostro tempo a chi non ha nessuno. Ogni volta che per amore compiamo un gesto gratuito, disinteressato e quindi, per la mentalità del mondo, inutile,  noi rendiamo attuale l’Incarnazione, siamo il mezzo con cui Dio viene tra di noi.





Dio diventa uomo tramite una vergine che è sposata. Con questa sua scelta Dio eleva alla stessa dignità e santità sia la verginità che il matrimonio. Non esistono più scelte di vita privilegiate, ma tutte hanno la medesima dignità, la stessa possibilità di santità e di felicità. Entrambe sono egualmente gradite a Dio e santificate da Lui. 


Ma non solo questo ci insegna la Vergine che partorisce. Ci insegna anche l’importanza dell’unità nella diversità. La diversità non è un ostacolo all’unità, anzi non c’è vera unità se non nella diversità, nell’accettazione e nella valorizzazione delle rispettive diversità. Come sintetizzava il grande teologo Yves Congar, “i cristiani devono essere uniti nella diversità e diversi nell’unità”.

2 commenti:

  1. quanto hai ragione caro julo, sulla questione della «convenienza» secondo i parametri dell’economia e del portafoglio, che sembra l’unico valore «serio» di questo nostro vivere

    e invece sta proprio nella rete dei gesti «che non rendono» al grafico della nostra finanza personale, ma che invece sono preziosi, fecondi, perchè capaci di costituire lo spessore del nostro essere nel mondo, quel senso autentico di cui la nostra natura umana ha bisogno

    oltre a tutto, questa etica del dono, è anche foriera di benessere sociale ed economico, mentre tutte le alchimie egoistiche, alla fine, portano alla disgregazione, alla follìa del PIL che deve salire se no sono guai

    quel bambino, è l’esortazione a rinascere, a ripartire da capo, dagli affetti semplici, non ultimi quelli dei due mansueti animali, il bue e l’asino, così saggi rispetto alla follia umana

    prega anche per me, vecchio julo, buon natale

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  2. Sarà perché lo sento molto affine, ma a me piace più l'asino.

    Buon Natale anche a te, caro Diego

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