domenica 13 aprile 2014

domenica delle Palme

Si sente spesso lamentarsi che non c’è più il senso del sacro, neanche nella chiesa, che ciò che riguarda Dio viene banalizzato, reso terra-terra, che non c’è più trascendenza dicono quelli che vogliono far vedere che hanno studiato.

Ma cosa vuol dire “sacro”? Stando al vocabolario ‘sacro’ è ciò che è connesso, collegato, riservato alla divinità, e quindi per estensione ciò che è separato dall’uso normale, quotidiano.

Il senso del sacro giustamente vissuto ci ricorda che Dio è l’Altro per eccellenza, che non possiamo e non dobbiamo rinchiuderlo nei nostri schemi, che ‘le sue idee non sono le nostre idee’. Ci dice che se Dio ci da sempre ragione, se non ci sorprende mai, se ogni tanto non ribalta le nostre idee su di Lui, forse non stiamo più seguendo Dio ma qualcos’altro.

E il ribaltamento più grande lo ha portato Gesù: non è più l’uomo che deve salire fino a Dio, ma è Dio che scende a cercare l’uomo. Lui è vero Dio, e anche vero uomo. E come tale ha dovuto anche Lui imparare a camminare pagando lo scotto di cadute e sbucciature di ginocchia e mani, anche Lui ha dovuto imparare ad usare il vasino. E alla fine della sua vita ha scelto il suo trono: una croce. L’abito regale lo ha voluto fatto dal suo sangue e dai nostri sputi. Per valletti ha scelto due ladroni. Con Gesù, per trovare Dio non dobbiamo salire, ma scendere, non dobbiamo guardare allo sfarzo, alla potenza, ma all'umiltà, alla debolezza.

Gesù, e soprattutto Gesù risorto, spiazzano la nostra ricerca di Dio. La mattina di Pasqua è tutto un correre, corrono le donne, corrono Pietro e Giovanni, corrono le guardie. Ma Gesù non c’è, non è li dove tutti lo cercano, dove tutti vorrebbero che fosse. E gli angeli lo fanno notare: “Non è qui”. Lui stesso ci ha detto che quello che faremo al più piccolo lo faremo a Lui e ci ha promesso che sarà sempre con noi. Per questo se lo vogliamo trovare dobbiamo piegare la schiena per aiutare chi soffre, dobbiamo piegare le ginocchia per rialzare chi non ce la fa più. Ma soprattutto non dobbiamo farci venire il torcicollo a furia di guardare in alto. Che non capiti anche a noi, come agli Apostoli, di sentirci rimproverare dagli angeli: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?

domenica 6 aprile 2014

quinta domenica di Quaresima

C’è, in questi giorni, una pubblicità in cui un’attrice famosa entra in un locale e vede che tutti sono legati con dei fili di argento e brillanti, quando si accorge che anche lei ha questi fili, li rompe e se ne va. Il messaggio è chiaro: siamo tutti dei burattini, degli schiavi, ma se usi il prodotto reclamizzato potrai rendertene conto e liberarti.

A parte il fatto che sostituire una dipendenza con un’altra non è mai liberante, che nessun oggetto è mai liberante, però questo spot è in fondo molto reale: tutti noi abbiamo dei ‘fili di brillanti’, dei fili d’oro preferisco chiamarli, che ci legano, ci frenano. Alcuni sono molto subdoli: sembra che ci aiutino, ci liberino, ci salvino, ma in realtà ci rendono schiavi. La bibbia li chiama ‘idoli’.

Una canzone degli anni 60 diceva che ‘il denaro ed il potere sono trappole mortali’ e in effetti questi sono i due idoli più forti e più comuni, ma non sono i soli. Ogni volta che un oggetto, un’idea, diventano assoluti, che prendono la totalità dei nostri pensieri e desideri, allora stanno diventando idoli.

La libertà non è facile. Richiede attenzione, vigilanza. Più su sé stessi che sugli altri. Cadere nell’idolatria e nella schiavitù è la cosa più facile di tutte.

Lo sa molto bene il Signore. Difatti il primo dono che fa a Israele dopo averlo liberato è il Decalogo. Dio ci ha creato liberi e ci vuole liberi. È per questo che fa di tutto, anche farsi mettere in croce, per liberarci. Ma sa anche molto bene che siamo deboli, che alla minima difficoltà iniziamo, come gli ebrei nel deserto,  a rimpiangere le cipolle d’Egitto e a detestare la libertà. E allora ci dona questi cartelli indicatori che ci avvertono quando stiamo per cedere la nostra libertà per un piatto di cipolle: i 10 comandamenti! Questi ci dicono che ogni volta che iniziamo a pensare che la nostra felicità sta in un oggetto, iniziamo ad esserne schiavi; ogni volta che iniziamo a odiare una persona, l’odio ci fa suoi schiavi; ogni volta che vogliamo usare una persona noi la violentiamo, e diventiamo schiavi del nostro desiderio, e così via.

Il decalogo non è una catena che vuole limitare i nostri movimenti e la nostra libertà. Tutt’altro. È il GPS che Dio ci dona per indicarci la strada per la libertà e quindi verso di Lui.