14 marzo 2024

Diventare specchio che rifletta l'amore di Dio - 17/3/2024 - V Domenica di Quaresima

semi germogliati (*)



Nei Vangeli ci sono due domande che ogni volta che le leggo, le sento come fossero rivolte a me personalmente. Una la pone Gesù: "e tu, Julo, chi dici che io sia?" (cfr. Mc 8, 29; Mt 16, 15 e Lc 9, 20). La seconda, nel Vangelo di oggi, la pongono dei Greci: «vogliamo vedere Gesù»

Penso che il 'mondo', le persone siano stufe di discorsi dotti, stanchi di prediche auliche, di norme e regole fumose. Non c'è bisogno di dimostrazioni di Dio. C'è bisogno di fedeli che 'mostrino' Dio; che lo rendano presente con la loro vita, con i loro gesti.
In una società delle immagini, dell'apparire, c'è bisogno di 'influencer' che ci facciano venire voglia di Dio.
Quando morì in un incidente d'auto, l'abbé Amédée Ayfre, il creatore della teologia dell'immagine, aveva 42 anni. La sua epigrafe più bella è stata detta, sia pure involontariamente, da un'attrice che confessò ad un giornalista che la intervistava: "Che cosa volete che vi dica, quello era un uomo che quando lo incontravi, ti faceva venire voglia di Dio".
Penso a fr. Roger, che ogni volta che lo vedevi, che parlavi con lui, con il suo sguardo, con la dolcezza del suo sorriso ti faceva venire nostalgia di Dio.
Mosè quando discese dal monte Sinai dopo aver incontrato Dio, aveva 'il volto incendiato', il viso splendente (Es 34, 29).
È la nostra vita che deve mostrare Gesù, che deve diventare uno specchio che rifletta l'amore di Dio per tutti gli uomini, che sia segno della misericordia divina per tutti noi, pecorelle smarrite del suo gregge.
«Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza..."» (Gen 1, 26) In ogni essere umano c'è questa impronta, questo 'marchio di fabbrica', magari nascosto sotto mucchi di polvere, seppellito sotto valanghe di varia paccottiglia. La nostra vita dovrebbe diventare quello specchio che permetta agli altri di riscoprire quel pezzo di DNA divino che hanno nella loro persona.

È questo il senso dell'immagine del chicco di grano usata da Gesù. Noi ci lasciamo colpire da quel "se muore..., se non muore..." e trascuriamo tutto il resto. Quella parola, 'morire', è solo il dito che ci indica il vero nocciolo del discorso: "produrre vita". La gloria di Dio non sta nel morire, ma nel dare molto frutto. Perché il chicco di grano, come qualsiasi seme, anche se sembra qualcosa di secco e arido, in realtà è una bomba di vita. Perché il seme, una volta posto nel terreno, in realtà non muore, ma si trasforma. Il seme offre al germe (ma seme e germe non sono due cose diverse, sono la stessa cosa) il suo nutrimento, come una madre offre al bimbo il suo seno. E quando il seme ha dato tutto, il germe si lancia verso il basso con le radici e poi verso l'alto con la punta fragile e potentissima delle sue foglioline. Allora sì che il chicco muore, ma nel senso che la vita non gli è tolta ma trasformata in una forma di vita più evoluta e potente, gli viene donata più vita.



Dio ama racchiudere
il grande nel piccolo:
l'universo nell'atomo
l'albero nel seme
l'uomo nell'embrione
la farfalla nel bruco
l'eternità nell'attimo
l'amore in un cuore
se stesso in noi.

versi tratti da 'Ho buttato tutto ciò che potevo per fare più spazio al cuore' di Ferruccio Parrinello




Letture:
Geremia 31,31-34
Salmo 50
Ebrei 5,7-9
Giovanni 12,20-33



* (Foto di Adrian Infernus su Unsplash)


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