Ogni uccello ha il suo modo di volare.
Ogni persona ha il suo modo di incarnare il Cristo.
01 settembre 2020
Correzione fraterna
09 giugno 2020
Sale e luce
25 gennaio 2015
Un libro consigliato
Leggerlo è stato un approfondire la conoscenza dell'umorismo di Dio (argomento troppo poco affrontato da teologi ed esegeti, forse perché si prendono troppo sul serio). Ma anche scoprire come il fatto di avere una corretta teologia non vuol dire fare la volontà di Dio. Puoi avere idee, convinzioni, credenze perfettamente ortodosse e giuste, ma agire e vivere in modo completamente opposto alla volontà di Dio.
E Dio non per questo ti ripudia, non per questo di abbandona, non per questo ti condanna. Anzi. Fa di tutto (in questo caso converte 120.000 niniviti, nel caso del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo esce dal banchetto e dalla casa) per convertire il suo profeta.
Il guaio è che sia con Giona che col fratello maggiore, non sappiamo se tanto sforzo, e tanta sofferenza divina, abbiano raggiunto il risultato.
17 gennaio 2015
2 DOMENICA TEMPO ORDINARIO
Noi siamo portati a pensare a cosa possiamo fare per Dio, anzi, il più delle volta abbiamo un po' paura di cosa Dio ci possa chiedere, le parole che il serpente disse ad Eva risuonano nella nostra mente.
Invece Dio è venuto sulla terra,
è venuto tra noi,
per mettersi al nostro servizio.
Non è venuto per dirci cosa dobbiamo fare per Lui,
ma per chiederci cosa Lui può fare per noi;
non è venuto per dirci cosa vuole,
ma per chiederci cosa vogliamo noi.
Ma questa domanda ci rivela anche un'altra cosa. Troppo spesso neanche noi sappiamo cosa cerchiamo, cosa vogliamo. Il nostro cuore è tirato di qua e di la da tantissimi desideri, a volta anche contrastanti. È difficile per noi avere quello che i Padri chiamavano "un cuore indiviso", un cuore cioè che vuole una cosa sola, che cerca una cosa sola. E tutti i vari desideri, le varie aspirazioni, indirizza a questo unica meta.
Con sole tre parole Gesù ci svela il vero volto e il vero cuore del Padre, ma anche ci svela una parte di noi.
Ci dona un Dio che ci ama, e ci dona una via per la nostra felicità già qui su questa terra.
05 gennaio 2015
Siamo tutti un po' Natanaele
Quanti Cristi abbiamo rifiutato, condannato, pensando e dicendo che "niente di buono poteva venire...
... dalla Romania
... dall'Africa
... dagli zingari
... dal meridione
... dal settentrione
... dalla regione vicina alla nostra
... dal paesino a 10 km
... dai comunisti
... dai fascisti
... dai cattolici
... dai protestanti
... dagli atei
... da ...
... da ...
... da una qualsiasi delle innumerevoli etichette che appiccichiamo alle persone e che ci impediscono di vedere che dietro l'etichetta c'è un essere umano proprio come te".
Che a ognuno di noi capiti un amico che ci dica "vieni e vedi" e che ci trovi disposti a farlo.
Che ognuno di noi sia per l'amico colui che invita a 'venire e vedere'.
14 gennaio 2011
Un cammino liberazione: Il Decalogo (2)
07 novembre 2010
Un cammino di liberazione: Il Decalogo (1)
07 luglio 2010
La terra e il tesoro
In questo periodo mi sono trovato a riflettere su questo passo.
L'uomo compra tutto il campo, non prende solo il tesoro. Per avere il tesoro si deve prendere anche la terra che lo contiene. E la terra non è che sia pulita, anzi, basta pensare a come ci sgridavano le nostre mamme quando rientravamo a casa sporchi di fango!
Mi viene in mente che la creazione dell'uomo (Gen 2,7) fatta proprio con la terra. Siamo un'unione di terra (sporca, infetta) e Spirito di Dio. Ogni uomo è questa intima unione.
Ma questo ragionamento non si applica solo all'uomo, si può applicare anche ad un'altra realtà: la Chiesa.
In effetti la Chiesa è insieme tesoro (Dio) e terra (gli uomini).
Già il fatto che Dio abbia affidato il suo Regno e la sua realizzazione ad una creatura così limitata e per molti versi 'inaffidabile' come l'uomo è in fondo un mistero.
Ma questa parabola ci dice anche che non possiamo avere il tesoro senza prendere anche la terra. Non possiamo avere Dio senza prendere anche gli uomini. E dobbiamo riuscire a vedere Dio attraverso gli uomini, nonostante gli uomini.
Non è sempre facile, e a volte è quasi impossibile.
22 novembre 2008
Giuseppe e i suoi fratelli
Riassumo la storia. Giuseppe era un po’ il preferito di Giacobbe. Questo destava la gelosia dei fratelli. Giuseppe fece due sogni secondo i quali prima i fratelli, e poi anche i genitori, l’avrebbero ossequiato, si sarebbero prostrati di fronte a lui. Questi due sogni rappresentano il punto di rottura tra Giuseppe e i fratelli. Quando Giacobbe invia Giuseppe a trovare i suoi fratelli, questi al suo sopraggiungere decidono dapprima di ucciderlo, ma poi, per non macchiarsi del suo sangue, lo spogliano della sua tunica e lo calano in una cisterna vuota. Il giorno dopo lo rivendono ad una carovana che lo porta, in schiavitù, in Egitto. Qui, dopo varie vicissitudini, diviene l’uomo di fiducia del faraone. Nel frattempo scoppia una carestia, che Giuseppe aveva previsto. Grazie alle previsioni di Giuseppe, l’Egitto non risente di questa carestia, ma anzi riesce a vendere il grano. Proprio questa ricchezza è l’occasione perché i fratelli scendano in Egitto. Qui avviene la riconciliazione e il ricongiungimento della famiglia di Giacobbe.
Fin dall’inizio del cristianesimo Giuseppe è stato visto come una figura fortemente anticipatrice di Gesù. E in effetti se avessimo il tempo di analizzare tutta la vicenda di questa persona potremo vedere che le analogie, i rimandi al Cristo sono numerosi e profondi. Questa sera ne vedremo alcuni accenni.
I sogni
Un ruolo molto importante nella vita di Giuseppe l’hanno i sogni. Sia quelli suoi che quelli di altri che lui riesce ad interpretare. Nella Bibbia il sogno è spesso un momento in cui Dio si rivela all’uomo, è quasi una profezia, la manifestazione di una vocazione. In genere vengono descritti due tipi di sogno: i sogni di vocazione (cfr. 1Sam 3, la vocazione di Samuele) e i sogni di protezione (cfr. Mt 2,13-15, il sogno che dica a Giuseppe di fuggire in Egitto con il piccolo Gesù e Maria).
I due sogni fatti da Giuseppe si possono ascrivere ai sogni di vocazione, quelli cioè in cui uno intravede lo sguardo di Dio sulla sua vita.
È interessante notare come Giuseppe nonostante si trovi in una situazione difficile (è amato dal padre, ma proprio per questo è oggetto di rancore da parte dei fratelli) faccia dei sogni che lo mettono al centro: il covone a cui tutti si inchinano, il sistema solare che gli si inchina. I covoni di grano diventeranno una realtà chiave nella vocazione di Giuseppe: non sono soltanto i fratelli che si inchinano a lui, ma sono il cibo che li salverà. E non solo perché darà loro la salvezza corporale, ma anche perché proprio tramite il grano, arriveranno alla comprensione dell’amore del padre e quindi dell’amore come legame dell’intera famiglia. Anche qui è chiaro il legame con Gesù, col grano, col pane, coll'Eucarestia che ci nutre.
Ci potremmo legittimamente chiedere se questi sogni non esprimano forse anche un grande soggettivismo, se non addirittura un certo narcisismo. La chiamata di Dio tiene conto della persona concreta. La chiamata, la vocazione non è mai astratta, né generica, né soprattutto uguale per tutti. Questo significa che il carattere, i talenti, la storia personale, ma anche le tendenze personali (nel caso di Giuseppe un certo narcisismo) non tolgono nulla all’azione di Dio e alla sua chiamata. La chiamata è ricevuta da una persona concreta, dentro la sua storia, all’interno della sua cultura. Il sogno è come una visione momentanea, e che poi avrà bisogno di tutta la vita per vivere. Il sogno è una comunicazione dialogica di Dio, non una visione ideale. Va vissuto all’interno di un dialogo, non come un ideale a cui tendere e adattarsi.
Se si comprende il sogno in termini di percezione della vocazione, quindi dell’amore, la realizzazione passa attraverso la modalità dell’amore, cioè attraverso il sacrificio. Ma un sacrificio che non scegliamo noi. Il sacrificio ci è richiesto dalla vita stessa, dagli altri. Anzi, è l’amore stesso che lo esige. Se non è un sacrificio nell’amore e per amore è una perversione, una devianza patologica. Difatti Giuseppe sognando ha un segno da parte di Dio di una vocazione che si espliciterà solo alla fine della storia, e che in pienezza sarà realizzata da Cristo, che raccoglierà l’umanità dispersa dalla conflittualità, dalle contraddizioni, proprio nel momento in cui sarà innalzato da terra. Gesù come Giuseppe, che diventerà l’elemento unificante dei fratelli grazie al male che loro stessi gli infliggono. La chiamata, come realtà dell’amore, vive il suo primo grande dramma all’interno dei suoi, dei più vicini, che finiscono per rivelarsi come i veri lontani che devono essere avvicinati.
La via di Giuseppe nella realizzazione dei sogni è per lui un cammino pieno di pericoli e di continue morti. Giuseppe morirà molte volte lungo la strada, eppure sarà sempre protetto da Dio. L’amore di Giacobbe, immagine dell’amore di Dio Padre, lo tirerà sempre fuori dalle morti, perché proprio questo è il modo dell’amore.
Si nota una cosa, mentre suo padre Giacobbe, suo nonno Isacco e suo bisnonno Abramo parlavano direttamente con Dio, avevano con Lui un dialogo, a volte anche degli scontri (vedi Giacobbe al torrente Iabbok in Gen 32, 23-33 ), a Giuseppe Dio non parla mai in maniera diretta. Giuseppe all'inizio non sa che i sogni sono messaggi divini. Ma in tutta la storia si vede il suo atteggiamento religioso di fondo, per cui Dio è il primo e l’unico. E alla fine riconoscerà che proprio Lui è l’attore principale della storia (vedi cap. 45). Passo passo si lascia guidare dagli incontri, dagli eventi, in maniera che si dischiude tutta la sua chiamata. Non sa che è Dio che gli manda i sogni, ma dal momento che è nell’amore è disponibile alla comprensione dell’amore.
I fratelli non vivono nella logica dell’amore filiale, ma sono sottomessi ad una logica di invidia. Proprio per questo non sono in grado di comprendere la realtà divina dei sogni, che invece, in questo contesto, diventano un incentivo, un motivo in più per odiare il fratello. I sogni sono interpretati da loro solo nel campo psicologico dell’avere, del potere, dell’essere di più o di meno.
Cerco i miei fratelli (Gen 37,16)
Giuseppe vive in casa col padre, mentre i fratelli sono a pascolare le greggi a poco più di 80 chilometri. È una distanza geografica che indica anche una distanza interiore. Il percorso che deve fare Giuseppe per raggiungere i fratelli è in aperta campagna e accidentato. Riuscire ad affrontare questo viaggio è indice di una sicurezza esistenziale come può averla solo uno che è certo a livello esistenziale di essere amato. Ed è lo stesso che capita al Figlio di Dio che si allontana dalla Trinità, dal seno del Padre, per immergersi nel creato, per sprofondare nel male e nella morte.
Giuseppe è il principio di unità della famiglia, proprio perché è il padre che lo manda a cercare i fratelli. E il padre che invia Giuseppe a cercare e trovare i fratelli è una immagine fortemente cristologica.
In questo brano per la prima volta Giuseppe esplicita la sua vocazione. Non si rende ancora conto di cosa significhi, di tutta le implicazioni che queste semplici parole hanno e avranno nella sua vita, ma sta già facendo (anche se inconsapevolmente) i primi passi nella direzione indicata dai sogni. Nell’obbedienza vive la sua identità. E la missione si compie proprio per mezzo dell’essere mandati. Ha avuto i sogni, ma l’inizio della loro realizzazione avviene attraverso il mandato del padre. Se la vocazione, la chiamata, consiste nell’amore del Padre, è impossibile rivelare questo amore attraverso l’affermazione di sé stessi. Neanche se questo principio autoaffermativo viene camuffato sotto l’apparenza di generosità e di altruismo. Questo è difficile capirlo per noi oggi, perché la nostra cultura favorisce più una mentalità di progettazione e di autorealizzazione, dove tutto parte sempre e comunque da noi. Esattamente il contrario della mentalità propria della vocazione, dove si risponde e si segue, e seguendo si serve.
Ma i fratelli non vivono nella logica dell’amore. E difatti appena lo vedono si risveglia in loro l’invidia. Siccome si sono allontanati dall’amore del padre, non riescono più a vedere il loro fratello come figlio dello stesso padre, non riescono a partecipare dello stesso amore, e quindi la passione che li attanaglia è la voglia di impossessarsi dell’amore del padre. E sperano di averlo uccidendo il figlio prediletto. Chi è fuori dell’amore crede di impossessarsi dell’amore tramite la violenza, facendo pressione per essere amato.
23 maggio 2008
25 aprile 2008
La verità
"Gregorio Magno usa una celebre frase:"La Scrittura cresce con chi la legge". La ricerca della verità, la sua pienezza colta nella Parola di Dio non deve farci mai dimenticare che le nostre parole sono sempre penultime. La "verità" è disseminata perché la si possa cercare lontano da rigidi steccati. La verità è un ponte gettato nel frammento della storia, delle nostre storie. La pienezza della verità che i cristiani proclamano attraverso il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo non viene messa in discussione da chi ci propone una ricerca diversa.
I ponti sono strutture gettate tra sponde diverse perché ci si possa incontrare."
Pace e benedizione
P.S.: per chi fosse interessato ecco gli estremi del libro:
Marc-Alain Ouaknin
Le dieci parole
Paoline
16 aprile 2008
29 marzo 2008
Noi e la Parola

È un passaggio che mi ha sempre fatto un po' tremare i polsi.
Mi spiego. Noi ministri della Parola (e non intendo solo quelli ordinati, ma tutti coloro che a vario titolo si trovano a dover commentare/spiegare/proclamare la Bibbia) riusciamo a "scaldare i cuori" di coloro a cui ci rivolgiamo? o riusciamo solo ad annoiarli o ad addormantarli? quando non ad allontanarli dalla Chiesa?
Penso che il problema principale sia innanzi tutto se quella parola ha prima scaldato il nostro cuore. Amiamo realmente, teneramente, quella Parola? l'abbiamo assaporata, gustata, ruminata? l'abbiamo fatta penetrare nel nostro cuore? è stata realmente una spada a due tagli che ci è penetrata nelle ossa e nelle giunture?
Non basta essersi preparati intelletualmente, aver letto magari un mucchio di dotti trattati di esegesi e di critica testuale. Per poter parlare della Parola, bisogna che sia diventata la base della nostra vita. Dovremmo parlarne come un ragazzo parla della sua fidanzata, più che lo studio, dalle nostre parole deve sgorgare l'amore, la vita. Più che con la testa (che comunque non andrebbe dimenticata) dovremmo parlarne col cuore. Con un cuore ardente d'amore, di passione.
Pace e benedizione
09 marzo 2008
5° domenica di Quaresima - La risurrezione di Lazzaro
E poi per lui è arrivato il momento della malattia, della morte. Sono momenti in cui si avrebbe piacere di avere attorno le persone care, gli amici più intimi e sinceri. Però in quel momento, il suo grande amico Gesù non c’era.
Ci siamo mai chiesti quale potevano essere i pensieri di Lazzaro prima di morire? Bella domanda! Io credo che forse avrà pregato proprio con il salmo che usiamo in questa domenica: è “dal profondo” di una malattia che non lascia scampo, anche le speranze di guarigione, normale o miracolosa, sono ormai spente, eppure può confidare nel Signore: spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola, sono come una sentinella che attende il mattino, perché il Signore usa misericordia e offre il perdono, redime Israele da tutte le sue colpe. Parole imparate, parole sussurrate in punto di morte e proprio per questo fatte profondamente personali, parole gridate a tutti nel giorno che doveva essere solo il quarto dalla sua morte e invece è il primo del ritorno alla vita. Parole stabili anche per noi, perché vere!
E penso che proprio alla luce, al calore di quelle parole si sia accorto che anche se il suo amico Gesù non era fisicamente presente, lo era però in un modo particolare, forse più forte ma senz’altro più vero: era lì col cuore ardente d’amore e d’affetto.
08 marzo 2008
Riflessione su Ez 37,12-14
La breve lettura di Ezechiele è la chiusura di una visione che il profeta ha appena descritto: una moltitudine di ossa aride è divenuta, per opera dello Spirito di Dio, una moltitudine di persone vive (37,1-10). Ezechiele stesso ci dà la chiave di lettura della visione: le ossa rappresentano Israele in esilio, che si sente oramai perduto senza speranza, definitivamente finito (v. 11). In questa assenza di prospettive umane il Signore annunzia il suo intervento, che è una nuova creazione (il racconto richiama Gen 2,7), per la quale le ossa rivivranno: Israele, cioè, tornerà in patria e proseguirà il suo cammino nella storia. In quel momento Israele farà davvero l’esperienza (“conoscere”, vv. 13-14) di chi sia Dio, di chi abbia la signoria sulla storia, di quanto infallibilmente la sua Parola sia efficace, quanto potentemente creatrice.
È importante ricordarlo: si conosce davvero il Signore solo nella misura in cui si fa l’esperienza del suo amore fedele e della sua potenza liberatrice, che risalta tanto più netta quanto meno è possibile aspettarsi dalle forze umane. L’immagine delle ossa inaridite esprime come meglio non si può l’assoluta inaccessibilità della salvezza: “queste ossa potrebbero mai rivivere?” (v. 3), domanda Dio a ciascuno di noi. Dobbiamo prendere coscienza con chiarezza: i mezzi umani, di qualunque genere, non possono salvarci. Arte, scienza, tecnica, ricchezza, piacere, successo, lo stesso impegno etico, ci lasciano preda della morte; anzi, proprio tramite essi noi non facciamo altro che costatare e riconoscere una volta per tutte il potere della morte. Abbiamo bisogno di uno Spirito nuovo, di una vita che non può venire da noi. È in fondo il discorso sulla “sana dottrina” che tante volte abbiamo visto quest’anno nella lettura della seconda lettera di Paolo a Timoteo.
Pur riguardano direttamente l’esilio in Babilonia, la profezia di Ezechiele apre il cuore umano a una grande promessa, di ben più vasta portata: “farò entrare in voi il mio Spirito” (v. 14). Venendo in noi, lo Spirito ricrea quanto è distrutto, e con ciò apre a una conoscenza nuova del Signore. Egli è adesso colui che ha cura della nostra vita, che nella morte ci resta fedele, che - lo leggiamo oggi nel Vangelo - con potenza ci richiama dal sepolcro.
Questo brano presenta una promessa davvero grande: Dio si impegna con il suo popolo che “giace” nella “tomba di Babilonia” ad aprire i sepolcri, e tramite lo Spirito, risuscitare e ricondurre il popolo in Israele. L’uscita dalla tomba e la nuova vita portano al ritorno nella terra promessa, da cui erano partiti con l’esilio, seguito alla distruzione di Gerusalemme. Per un popolo schiavo, scoraggiato, privo di speranza queste parole suonano da incoraggiamento e come professione di fede: “saprete che io sono il Signore”.
Oggi il mondo ha bisogno soprattutto di speranza, e specialmente della speranza cristiana, che è presenza d’amore. È questa la speranza che riempie il nostro cuore? E quale forza ci procura nelle difficoltà?
- Il nostro è un mondo disperato e deprimente. Mondo di tenebre: nessuna luce per rischiarare e dare all’uomo il senso della vita; prosperano le teorie filosofiche più contraddittorie, pullulano le sette religiose, e ognuna pubblicizza la sua ricetta di vita.
Mondo di odio: i violenti trionfano, i deboli sono oppressi, le classi sociali si combattono, i popoli tremano di fronte alla minaccia di uno scontro generale. Mondo di corruzione: l’inquinamento materiale non è che un riflesso dell’inquinamento e della corruzione spirituale e morale, che sono da temere molto di più.
- Ma noi cristiani possediamo una speranza incrollabile. Speranza che non è illusione, oppio dei popoli - come disse qualcuno -; ma che è “certezza assoluta”: “Non temere, piccolo gregge: io sono con voi”. Speranza che è vittoria della fede: Cristo ha vinto le potenze del male con il suo trionfo sulla morte. Speranza che è soprattutto vittoria dell’amore: nessuno ha mai amato come lui ha amato, e il suo amore divampa oggi come ieri, divamperà domani e sempre. Cristo è sempre al centro della nostra vita: non per eliminare la prova, ma per farcela accettare in una nuova prospettiva e per aiutarci a superare insieme con lui, per mezzo dell’amore.
Sostenuti da questa speranza, noi cammineremo sempre con coraggio, serenità e gioia sulla via della vita, nella certezza che essa ci conduce alla casa del Padre.
- Un ultimo spunto di riflessione. Negli incontri dell’anno scorso abbiamo visto come l’amore sia donazione totale di sé stessi, morte del proprio io per l’altro. Ma è proprio in questa morte che agisce lo Spirito, donandoci nuova vita, ritessendo sulle nostre ossa scarnificate nuovi nervi e nuova carne. La risurrezione non è solo quella che avverrà con la seconda venuta di Gesù, ma è anche quella che ogni giorno possiamo sperimentare nell’amore e attraverso l’amore.
13 febbraio 2008
16 gennaio 2008
AVVISO
12 dicembre 2007
15 novembre 2007
Dare gloria a Dio
La parola ebraica che noi traduciamo con ‘gloria’ ha la stessa radice della parola che in ebraico indica ‘peso’. Questo ci dà un’indicazione: dare gloria equivale a dare peso a Dio. Maggior peso diamo a Dio nella nostra vita, maggior gloria Gli diamo.
Allora capiamo che non è un problema di parole, ma di fatti (“non chi dice Signore, Signore entrerà nel Regno, ma chi FA la volontà del Padre mio” Mt 7,21).
E allora, quale gloria diamo a Dio, cioè qual è il peso di Dio nella nostra vita, quale posto occupa nei nostri pensieri, nelle nostre azioni, nel nostro cuore?

