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01 settembre 2020

Correzione fraterna

NB: questa è la riedizione di un mio vecchio post del 2007!

Ciascuno deve rispondere del fratello, ciascuno è custode del fratello. Un’espressione tipica di questa corresponsabilità è data appunto dalla correzione fraterna. A proposito della quale sarà opportuno fare alcune precisazioni fondamentali: 

 1. Essere custode non significa comportarsi da spia o poliziotto dell'altro. 

 2. “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te...”. Bisogna accertare la colpa, prima di tutto. E vedere di che colpa si tratta. Il fratello non pecca contro di te se non ha le tue stesse idee, non condivide le tue simpatie o antipatie, non si arruola per le tue cause. Il fratello non va ripreso per la colpa di non essere a tua immagine e somiglianza, di portare in giro la “sua” faccia, che non coincide con la tua.
Attenti, perciò, a non confondere il peccato con il diverso. A non definire “male” ciò che semplicemente non rientra nei nostri gusti e nei nostri schemi. Attenti, soprattutto, a non intervenire continuamente per delle sciocchezze, per delle cose assolutamente marginali. Certe persone religiose pare possiedano l'arte di "asfissiare", più che liberare, aiutare, promuovere. 

 3. La procedura indicata da Matteo (Mt 18,15-20) non va confusa con un processo. Si tratta piuttosto di una mano tesa ostinatamente ma con delicatezza estrema verso l’altro che minaccia di allontanarsi, di separarsi. E non è detto che le fasi debbano essere rigidamente tre. Possono e devono essere molte di più, con tutte le iniziative suggerite dalla fantasia e dal cuore che non si arrende mai, malgrado i ripetuti insuccessi. 

 4. Prima ancora di far capire al fratello che ha sbagliato, occorre dimostrargli e convincerlo che è amato, nonostante tutto. La carità, la pazienza, la misericordia, la sensibilità, sono la luce indispensabile attraverso la quale il deviante può scoprire il proprio errore di rotta. Più che richiamano all’ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare. 

 5. La correzione fraterna implica, oltre che la carità, anche l'umiltà. Umiltà che si traduce nell'abbandono di qualsiasi atteggiamento di superiorità. Il peccatore deve comprendere che chi lo ammonisce è peccatore quanto e più di lui, uno che condivide la sua stessa fragilità e miseria. Non: «Guarda che cosa hai fatto!», ma: «Guarda che cosa siamo capaci di fare...». 

 6. Il metodo più efficace per far capire l’errore, non è l’impiego delle parole e delle dimostrazioni teoriche o le citazioni di un codice, ma l’illustrazione pratica, personale, della virtù dimenticata, del valore disatteso, dell'ideale calpestato. Meglio sempre gli “annunci” che le “denunce”. Anche perché le denunce possono essere sospette per il fatto stesso che non costano niente. Sovente parliamo e gridiamo troppo, perché la nostra condotta non è abbastanza eloquente. Siamo predicatori implacabili e moralisti insopportabili perché la santità della nostra vita non è tale da costituire una silenziosa condanna di certi difetti e deviazioni. Si può insegnare in maniera efficace anche col silenzio. Sempre che la vita parli, naturalmente. 

 7. I ruoli non sono mai definiti, ma risultano intercambiabili. Per cui non ti è consentito rivendicare il dovere di criticare l'altro, se non gli concedi il diritto di criticare, a sua volta, i tuoi comportamenti poco corretti. 

 8. La scomunica e l’esclusione, più che un elemento punitivo, devono costituire un motivo di riflessione e uno stimolo alla conversione. Devono avere una funzione pedagogica, non vendicativa. Non è tanto la comunità che decreta l'esclusione, quanto il fratello, peccatore ostinato, che si pone automaticamente, e pervicacemente, in stato di separazione, fuori dalla comunione. E lui che si scomunica. La comunità non fa altro che prendere atto, dolorosamente. Si tratta, perciò, «di aiutare il fratello a prendere coscienza del suo stato di separazione, perché possa, di conseguenza, ravvedersi. Lo scopo è quello di creare nel peccatore uno stato di disagio, perché è proprio in una situazione di disagio che spesso Dio si inserisce e spinge al ritorno» (B. Maggioni). Illuminante, a questo proposito, risulta la cosiddetta “parabola del figliol prodigo”. Comunque, la comunità non deve mai alzare il ponte levatoio. Deve sempre tenere la porta aperta, la luce accesa. Una comunità si rivela cristiana quando non si rassegna alla perdita definitiva di un membro, ma si dimostra sempre pronta ad accogliere, perdonare, riconciliare. E fa tutti i passi possibili e impossibili perché avvenga il ritorno atteso.E ci dovrebbe sempre essere aria di festa, non musi lunghi, quando il fratello, lo sbandato, ricompare all’orizzonte. Teniamo pronta la musica, la tavola imbandita, non i rimbrotti, le accuse. Tutti siamo al sicuro soltanto quando nessuno è fuori. 

 9. ...E anche quando l'altro si pone fuori dalla comunità, si autoesclude, non per questo hai esaurito il tuo compito. Gli “devi” ancora più amore. 

 A. Pronzato, “Tu solo hai parole . Incontri con Gesù nei vangeli” vol. III, pagg. 264-269


09 giugno 2020

Sale e luce

Nel Vangelo di oggi Gesù ci dice che noi siamo il sale e la luce.
Senza sale il cibo non è buono, ma con troppo sale è immangiabile.
Senza luce non vediamo niente, ma troppa luce ci abbaglia e ci fa male agli occhi.
Dobbiamo imparare a lasciarci guidare dallo Spirito Santo ad essere la giusta quantità di sale, la giusta intensità di luce.

25 gennaio 2015

Un libro consigliato

Ho sempre considerato Giona come un libro molto umoristico, per cui quando ho visto che il sottotitolo di questo volume era "Il libro più umoristicamente serio della Bibbia", e che per giunta era scritto da un autore, Alessandro Pronzato, che stimo, ho "dovuto" comprarlo.

Leggerlo è stato un approfondire la conoscenza dell'umorismo di Dio (argomento troppo poco affrontato da teologi ed esegeti, forse perché si prendono troppo sul serio). Ma anche scoprire come il fatto di avere una corretta teologia non vuol dire fare la volontà di Dio. Puoi avere idee, convinzioni, credenze perfettamente ortodosse e giuste, ma agire e vivere in modo completamente opposto alla volontà di Dio.

E Dio non per questo ti ripudia, non per questo di abbandona, non per questo ti condanna. Anzi. Fa di tutto (in questo caso converte 120.000 niniviti, nel caso del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo esce dal banchetto e dalla casa) per convertire il suo profeta.
Il guaio è che sia con Giona che col fratello maggiore, non sappiamo se tanto sforzo, e tanta sofferenza divina, abbiano raggiunto il risultato.

17 gennaio 2015

2 DOMENICA TEMPO ORDINARIO

"Che cosa cercate?" domanda Gesù ai due discepoli. Una domanda che riecheggia molto quella che farà al cieco nato "Cosa vuoi che io ti faccia?".

Noi siamo portati a pensare a cosa possiamo fare per Dio, anzi, il più delle volta abbiamo un po' paura di cosa Dio ci possa chiedere, le parole che il serpente disse ad Eva risuonano nella nostra mente. 
Invece Dio è venuto sulla terra, 
è venuto tra noi, 
per mettersi al nostro servizio
Non è venuto per dirci cosa dobbiamo fare per Lui,
    ma per chiederci cosa Lui può fare per noi; 
non è venuto per dirci cosa vuole, 
    ma per chiederci cosa vogliamo noi.

Ma questa domanda ci rivela anche un'altra cosa. Troppo spesso neanche noi sappiamo cosa cerchiamo, cosa vogliamo. Il nostro cuore è tirato di qua e di la da tantissimi desideri, a volta anche contrastanti. È difficile per noi avere quello che i Padri chiamavano "un cuore indiviso", un cuore cioè che vuole una cosa sola, che cerca una cosa sola. E tutti i vari desideri, le varie aspirazioni, indirizza a questo unica meta. 

Con sole tre parole Gesù ci svela il vero volto e il vero cuore del Padre, ma anche ci svela una parte di noi. 
Ci dona un Dio che ci ama, e ci dona una via per la nostra felicità già qui su questa terra.

05 gennaio 2015

Siamo tutti un po' Natanaele

Nel vangelo di oggi, Natanaele dice, a proposito di Gesù: "Da Nazareth può venire qualcosa di buono?"

Quanti Cristi abbiamo rifiutato, condannato, pensando e dicendo che "niente di buono poteva venire...
... dalla Romania
... dall'Africa
... dagli zingari
... dal meridione
... dal settentrione
... dalla regione vicina alla nostra
... dal paesino a 10 km
... dai comunisti
... dai fascisti
... dai cattolici
... dai protestanti
... dagli atei
... da ...
... da ...
... da una qualsiasi delle innumerevoli etichette che appiccichiamo alle persone e che ci impediscono di vedere che dietro l'etichetta c'è un essere umano proprio come te".

Che a ognuno di noi capiti un amico che ci dica "vieni e vedi" e che ci trovi disposti a farlo.

Che ognuno di noi sia per l'amico colui che invita a 'venire e vedere'.

14 gennaio 2011

Un cammino liberazione: Il Decalogo (2)

L’altra volta abbiamo visto come il Decalogo possa essere considerato come la ‘legge della li­bertà’. Nella concezione attuale però, legge e libertà sono due termini che vengono sempre più vissuti come antitetici, si tende a intendere la libertà innanzi tutto come un non dover adeguarsi a nessuna regola e nessuna legge.

Però noi viviamo immersi in tutta una serie di regole di cui siamo più o meno consapevoli. Il lin­guaggio stesso che usiamo per comunicare con gli altri non è che tutta una serie di regole. Innanzi tutto ogni lingua usa certi fonemi e non altri, poi li organizza in parole che abbiano un senso e inol­tre organizza le parole in strutture, le frasi, che seguono tutta una serie di regole. Tutte queste regole quando parliamo le applichiamo inconsapevolmente. Ne diventiamo consapevoli quando ad esem­pio studiamo una lingua straniera, specie se questa lingua appartiene ad un ceppo linguistico diverso da quello della nostra madrelingua.

Proprio l’esempio delle leggi del linguaggio ci permette di capire il senso delle regole. Se noi vi­vessimo completamente soli in un’isola deserta, allora potremmo elaborare il nostro linguaggio come meglio a noi piace. Ma dal momento che viviamo a contatto con altre persone, proprio per in­teragire con loro, per comunicare il nostro pensiero, i nostri desideri e per capire gli altri, diventa necessaria la costruzione di tutta una serie di regole comuni a tutti. 
Una persona completamente isolata e senza nessun contatto con altri può essere legislatore a sé stesso. Ma quando una persona è inserita in un gruppo, in una società, allora sono necessarie delle regole. Questo proprio perché se la mia libertà finisce dove inizia la libertà dell’altro, senza leggi si ha solo la legge della giungla: vince il più forte. E tutti gli altri sono suoi schiavi. Sotto questo punto di vista è significativo che la Bibbia, presentando il primo incontro di un essere umano con un altro, ci narri l’episodio di Caino e Abele. Senza leggi, senza regole non si ha convivenza ma lotta e so­praffazione del più debole.

Ma chi stabilisce le regole? Perché se è importante che delle regole ci siano, è anche importante stabilire chi le deve promulgare, in modo che non ci sia solo la legge del più forte, del più potente. C’è bisogno di un’autorità, da tutti riconosciuta, che operi nel rispetto di tutti. Inoltre con questa au­torità deve essere possibile il dialogo, non deve essere inaccessibile, lontana, sorda alle nostre esi­genze, ai nostri problemi e alle nostre aspirazioni.
Sotto questo punto di vista i 10 Comandamenti sono esemplari. Vengono proposti da un’autorità esterna, ma questa autorità non si presenta in virtù del suo potere, della sua forza, ma solo come co­lui che ha ascoltato i lamenti e le preghiere, che è intervenuto per porre fine alle sofferenze, per li­berare e condurre alla felicità e alla festa.

Indicativo anche il modo del verbo usato. In ebraico non esiste l’imperativo negativo. Al suo po­sto viene usato l’imperfettivo. Per cui, ad esempio, la traduzione più fedele non è ‘non uccidere’ ma ‘non ucciderai’. Non è solo una caratteristica grammaticale, ma è anche segno di molto realismo. Non siamo sempre e in ogni momento col desiderio di uccidere, rubare, mentire, tradire il coniuge. Siamo esseri con pregi, ma anche con difetti, che possono essere soggetti a tentazioni. Il Decalogo non ci vede come peccatori incalliti, ci considera individui fragili, esposti a volte alla tentazione, persone che potrebbero “anche” peccare ma non è detto.
Quindi quel futuro è un elemento che tiene conto della dignità e della fragilità dell’uomo, della sua grandezza ma anche della sua miseria.

Etica e Morale

I 10 Comandamenti rappresentano un’etica o una morale? 
Prima di cercare di capirlo bisogna sapere la differenza tra le due cose. È questa una cosa dibat­tuta, sono state avanzate molte proposte. Penso che la più chiara e semplice sia quella di Paul Ri­coeur.
Paul Ricoeur identifica l’etica come ciò che ha per meta una vita compiuta. È l’orizzonte, il fine dell’individuo e della comunità, il progetto a cui si tende. Invece la morale è costituita dalle norme concrete che si adottano per realizzare un’etica. Queste norme possono, e a volte devono, cambiare in base al variare della situazione. Ma possono anche cambiare in seguito ad una maggiore com­prensione e approfondimento dell’etica che le ha generate. 
Cioè l’etica è una promessa di felicità per sé e per gli altri. La morale è l’insieme di norme per pervenirvi.
C’è, e ci deve essere sempre, dialettica tra etica e morale. Se si perde di vista o si dimentica l’eti­ca, la morale diviene un’insieme di pratiche imposte, senza più senso, gravose e assurde. Ma senza norme morali, l’etica diventa un vago orientamento, un principio vuoto e astratto.

Tornando alla domanda, direi che il Decalogo, sotto questo punto di vista rappresenti più un’etica che una morale. Quindi sta a noi elaborare, a partire da questa etica, una morale. D’altra parte Dio ha sempre cercato la nostra collaborazione, non ci ha mai comandato a bacchetta, ma ci ha sempre dato fiducia, ci ha sempre invitato a prenderci le nostre responsabilità.
Penso che il fatto che già nella Bibbia ci siano due versioni leggermente diverse dei Comanda­menti (Es 20,2-17 e Dt 5,6-21) sia indice di questo. Se poi confrontiamo queste due versioni con quella che abbiamo studiato a catechismo, vediamo che ci sono ancora più differenze. Non sono dif­ferenze sostanziali (se si eccettua il divieto al farsi immagini), sono diversità dovute ad un appro­fondimento, ad una maggior comprensione. Come diceva s. Gregorio Magno “la Scrittura cresce con chi la legge”, il Decalogo, pur conservando una caratteristica di fondo di immutabilità, tuttavia cresce nello svolgersi della storia umana. C’è una comprensione sempre più profonda del testo, se ne scoprono sempre più implicazioni e determinazioni pratiche man mano che lo si interroga e non si cessa di ricercare e meditare.

Distruzione e costruzione

Un’ultima notazione ‘geografica’. Le tavole con i 10 Comandamenti sono state donate da Dio sul monte Horeb. I maestri ebrei fanno notare che il nome deriva dalla radice “h’arav” che significa ‘distruzione’. Quindi il dono della legge è legato alla distruzione. La spiegazione che danno di que­sto è che il Decalogo demolisce l’ordine precedente, rovescia le nostre idee precedenti, distrugge il nostro egoismo, per stabilire un’armonia nuova nel mondo e in ciascuno di noi.
Ma questo suggerisce anche un’altra considerazione. L’Horeb si trova nel mezzo del deserto del Sinai. Allora i 10 Comandamenti, oltre a distruggere, hanno anche lo scopo di far fiorire il deserto, rendere la terra più abitabile per gli uomini.
Siamo noi, col nostro egoismo, che abbiamo reso aspra, selvaggia, desertica la terra dove Dio ci aveva collocati perché vivessimo come fratelli. Nel deserto creato da noi abbiamo aperto le gabbie delle nostre belve. Le Dieci Parole dovrebbero trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne, ammorbidire le nostre durezze, neutralizzare la nostra cattiveria. Ricordarci che la nostra vocazione è quella di essere custodi, sia della terra-giardino (Gn 2,15) che del proprio fratello (Gn 4,9), e non quella dell’animale da preda che tutto devasta, calpesta, che vuole solo azzannare e sbranare.
Dal Decalogo nasce la civiltà del rispetto.

07 novembre 2010

Un cammino di liberazione: Il Decalogo (1)

Marco 12, 28-34
Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è:Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi”. Lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Qual è il primo”, domanda lo scriba, quasi a voler fare una classifica, quasi a voler dire “questo lo seguo, gli altri se posso....”. Ma Gesù non accetta di fare una graduatoria, non fa una citazione letterale del decalogo. Lui va al cuore dei comandamenti, al loro Spirito, al loro senso profondo. Il decalogo non rappresenta niente altro che diversi modi di coniugare il verbo ‘amare’. Le due tavole dei comandamenti (quella riguardante Dio e quella riguardante gli esseri umani) non sono altro che le due facce di un’unica medaglia. Non c’è l’una senza l’altra. Negarne una significa negare anche l’altra.

Giovanni, il discepolo prediletto, dice che “Dio è amore” (1Gv 4,8). Ritengo che questo sia il centro del cristianesimo, della rivelazione del vero volto del Padre fatta da Gesù.

Poco prima della sua Passione Gesù ci ha lasciato un comandamento nuovo: “Amatevi come io vi ho amato”. Questo comandamento non cancella gli altri. Troppe volte Cristo ha espressamente detto che non è venuto per abolire la legge, ma per portarla a compimento. Quindi questo ‘comandamento nuovo’ è il compimento del Decalogo. È la lampada che ci deve illuminare nella lettura e nella comprensione dei 10 Comandamenti.

E una delle condizioni per amare è la libertà, difatti ‘amare’ è un verbo che non ha l’imperativo, non si può obbligare ad amare.

I comandamenti vanno letti all’interno dell’alleanza che Dio, di sua iniziativa, ha stretto col popolo d’Israele. Sono inseparabili da questo rapporto particolare e unico. E, all’interno di questo rapporto, non sono l’elenco di ciò che un dio lontano pretende dai suoi sudditi, ma sono un dono che Dio fa ai suoi amici; dono fatto insieme alla capacità di seguirli e viverli.

Come sempre, per capire il senso di un discorso bisogna fare attenzione a come questo inizia, all’incipit. Il decalogo inizia così: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù” (Es 20,2; Dt 5,6). Dio si presenta sottolineando innanzi tutto ciò che Lui ha fatto per il suo popolo. E le parole che seguono non sono ciò che il popolo deve fare, il prezzo da pagare per il dono della libertà, ma sono sempre il dono della libertà che deve continuare, che non deve esaurirsi in un solo atto e in un solo momento. Il dono (la liberazione) va mantenuto, custodito, fatto fruttificare e aumentare (ricordate la parabola dei Talenti?)
Il Dio liberatore non può trasformarsi di colpo in un carabiniere o in un Dio esoso. Non può diventare un faraone che sottopone ai lavori forzati di un’osservanza legale. Molte volte Dio dice che lui è geloso, ma è geloso innanzi tutto della libertà del suo popolo, l’ha liberato e vuole che rimanga libero. In fondo neanche a Dio, come a noi, piace lavorare invano, né gli piace che il suo lavoro vada vanificato o distrutto.
Una cosa notano tutti: i comandamenti sono una serie di proibizioni, espresse col ‘non’. Ci sono otto “non” e solo due sono ordini: l’amore ai genitori e il rispetto del sabato (anche se questo, dopo l’enunciazione positiva, continua con “non farai alcun lavoro”). Un rabbino commentava questo fatto così: “Le Parole (così gli ebrei chiamano i comandamenti) si riassumono in una sola proibizione: ‘Non tornare indietro, nella terra della schiavitù’”. Dio libera degli schiavi, ma non per condurli ad un’altra schiavitù. Per questo motivo il decalogo fa parte a pieno titolo della liberazione, ne è un aspetto. Vivendo le dieci parole io dimostro di essere definitivamente uscito dall’Egitto, e di non aver nessuna voglia di ritornarci. I comandamenti rappresentano la possibilità di una vita nuova, nella libertà che Dio ci offre.


E noi come sentiamo l’obbedienza ai comandamenti? Come un peso o come una possibilità immensa? Come una legge o come una ‘buona notizia’? Li subiamo, magari cercando di svicolare tra i cavilli e i distinguo, oppure rendiamo grazie a Dio per averceli donati?
Li sentiamo come una catena o come una liberazione? Chiudono la nostra vita tra mura o ci aprono spazi inesplorati? Sono una serie di obblighi e divieti, o una via aperta che ognuno di noi può percorrere per essere sé stesso nella libertà e nell’amore?

Per concludere una frase di D. Bonhoeffer: “È una grazia conoscere i comandamenti di Dio. Essi ci liberano dai nostri piani personali e dai nostri conflitti, rendono sicuri i nostri passi e gioioso il nostro cammino.

07 luglio 2010

La terra e il tesoro

(Mt 13,44) "Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo."

In questo periodo mi sono trovato a riflettere su questo passo.
L'uomo compra tutto il campo, non prende solo il tesoro. Per avere il tesoro si deve prendere anche la terra che lo contiene. E la terra non è che sia pulita, anzi, basta pensare a come ci sgridavano le nostre mamme quando rientravamo a casa sporchi di fango!
Mi viene in mente che la creazione dell'uomo (Gen 2,7) fatta proprio con la terra. Siamo un'unione di terra (sporca, infetta) e Spirito di Dio. Ogni uomo è questa intima unione.

Ma questo ragionamento non si applica solo all'uomo, si può applicare anche ad un'altra realtà: la Chiesa.
In effetti la Chiesa è insieme tesoro (Dio) e terra (gli uomini).
Già il fatto che Dio abbia affidato il suo Regno e la sua realizzazione ad una creatura così limitata e per molti versi 'inaffidabile' come l'uomo è in fondo un mistero.
Ma questa parabola ci dice anche che non possiamo avere il tesoro senza prendere anche la terra. Non possiamo avere Dio senza prendere anche gli uomini. E dobbiamo riuscire a vedere Dio attraverso gli uomini, nonostante gli uomini.
Non è sempre facile, e a volte è quasi impossibile.

22 novembre 2008

Giuseppe e i suoi fratelli

La storia di Giuseppe è narrata nel libro del Genesi nei capitoli che vanno dal 37 al 50, cioè in pratica gli ultimi capitoli del primo libro della Bibbia. È il primo dei due figli che Giacobbe ebbe dall’amatissima moglie Rachele. L’altro si chiama Beniamino. In totale Giacobbe ebbe 12 figli.

Riassumo la storia. Giuseppe era un po’ il preferito di Giacobbe. Questo destava la gelosia dei fratelli. Giuseppe fece due sogni secondo i quali prima i fratelli, e poi anche i genitori, l’avrebbero ossequiato, si sarebbero prostrati di fronte a lui. Questi due sogni rappresentano il punto di rottura tra Giuseppe e i fratelli. Quando Giacobbe invia Giuseppe a trovare i suoi fratelli, questi al suo sopraggiungere decidono dapprima di ucciderlo, ma poi, per non macchiarsi del suo sangue, lo spogliano della sua tunica e lo calano in una cisterna vuota. Il giorno dopo lo rivendono ad una carovana che lo porta, in schiavitù, in Egitto. Qui, dopo varie vicissitudini, diviene l’uomo di fiducia del faraone. Nel frattempo scoppia una carestia, che Giuseppe aveva previsto. Grazie alle previsioni di Giuseppe, l’Egitto non risente di questa carestia, ma anzi riesce a vendere il grano. Proprio questa ricchezza è l’occasione perché i fratelli scendano in Egitto. Qui avviene la riconciliazione e il ricongiungimento della famiglia di Giacobbe.
Fin dall’inizio del cristianesimo Giuseppe è stato visto come una figura fortemente anticipatrice di Gesù. E in effetti se avessimo il tempo di analizzare tutta la vicenda di questa persona potremo vedere che le analogie, i rimandi al Cristo sono numerosi e profondi. Questa sera ne vedremo alcuni accenni.

I sogni

Un ruolo molto importante nella vita di Giuseppe l’hanno i sogni. Sia quelli suoi che quelli di altri che lui riesce ad interpretare. Nella Bibbia il sogno è spesso un momento in cui Dio si rivela all’uomo, è quasi una profezia, la manifestazione di una vocazione. In genere vengono descritti due tipi di sogno: i sogni di vocazione (cfr. 1Sam 3, la vocazione di Samuele) e i sogni di protezione (cfr. Mt 2,13-15, il sogno che dica a Giuseppe di fuggire in Egitto con il piccolo Gesù e Maria).
I due sogni fatti da Giuseppe si possono ascrivere ai sogni di vocazione, quelli cioè in cui uno intravede lo sguardo di Dio sulla sua vita.
È interessante notare come Giuseppe nonostante si trovi in una situazione difficile (è amato dal padre, ma proprio per questo è oggetto di rancore da parte dei fratelli) faccia dei sogni che lo mettono al centro: il covone a cui tutti si inchinano, il sistema solare che gli si inchina. I covoni di grano diventeranno una realtà chiave nella vocazione di Giuseppe: non sono soltanto i fratelli che si inchinano a lui, ma sono il cibo che li salverà. E non solo perché darà loro la salvezza corporale, ma anche perché proprio tramite il grano, arriveranno alla comprensione dell’amore del padre e quindi dell’amore come legame dell’intera famiglia. Anche qui è chiaro il legame con Gesù, col grano, col pane, coll'Eucarestia che ci nutre.

Ci potremmo legittimamente chiedere se questi sogni non esprimano forse anche un grande soggettivismo, se non addirittura un certo narcisismo. La chiamata di Dio tiene conto della persona concreta. La chiamata, la vocazione non è mai astratta, né generica, né soprattutto uguale per tutti. Questo significa che il carattere, i talenti, la storia personale, ma anche le tendenze personali (nel caso di Giuseppe un certo narcisismo) non tolgono nulla all’azione di Dio e alla sua chiamata. La chiamata è ricevuta da una persona concreta, dentro la sua storia, all’interno della sua cultura. Il sogno è come una visione momentanea, e che poi avrà bisogno di tutta la vita per vivere. Il sogno è una comunicazione dialogica di Dio, non una visione ideale. Va vissuto all’interno di un dialogo, non come un ideale a cui tendere e adattarsi.
Se si comprende il sogno in termini di percezione della vocazione, quindi dell’amore, la realizzazione passa attraverso la modalità dell’amore, cioè attraverso il sacrificio. Ma un sacrificio che non scegliamo noi. Il sacrificio ci è richiesto dalla vita stessa, dagli altri. Anzi, è l’amore stesso che lo esige. Se non è un sacrificio nell’amore e per amore è una perversione, una devianza patologica. Difatti Giuseppe sognando ha un segno da parte di Dio di una vocazione che si espliciterà solo alla fine della storia, e che in pienezza sarà realizzata da Cristo, che raccoglierà l’umanità dispersa dalla conflittualità, dalle contraddizioni, proprio nel momento in cui sarà innalzato da terra. Gesù come Giuseppe, che diventerà l’elemento unificante dei fratelli grazie al male che loro stessi gli infliggono. La chiamata, come realtà dell’amore, vive il suo primo grande dramma all’interno dei suoi, dei più vicini, che finiscono per rivelarsi come i veri lontani che devono essere avvicinati.
La via di Giuseppe nella realizzazione dei sogni è per lui un cammino pieno di pericoli e di continue morti. Giuseppe morirà molte volte lungo la strada, eppure sarà sempre protetto da Dio. L’amore di Giacobbe, immagine dell’amore di Dio Padre, lo tirerà sempre fuori dalle morti, perché proprio questo è il modo dell’amore.
Si nota una cosa, mentre suo padre Giacobbe, suo nonno Isacco e suo bisnonno Abramo parlavano direttamente con Dio, avevano con Lui un dialogo, a volte anche degli scontri (vedi Giacobbe al torrente Iabbok in Gen 32, 23-33 ), a Giuseppe Dio non parla mai in maniera diretta. Giuseppe all'inizio non sa che i sogni sono messaggi divini. Ma in tutta la storia si vede il suo atteggiamento religioso di fondo, per cui Dio è il primo e l’unico. E alla fine riconoscerà che proprio Lui è l’attore principale della storia (vedi cap. 45). Passo passo si lascia guidare dagli incontri, dagli eventi, in maniera che si dischiude tutta la sua chiamata. Non sa che è Dio che gli manda i sogni, ma dal momento che è nell’amore è disponibile alla comprensione dell’amore.

I fratelli non vivono nella logica dell’amore filiale, ma sono sottomessi ad una logica di invidia. Proprio per questo non sono in grado di comprendere la realtà divina dei sogni, che invece, in questo contesto, diventano un incentivo, un motivo in più per odiare il fratello. I sogni sono interpretati da loro solo nel campo psicologico dell’avere, del potere, dell’essere di più o di meno.

Cerco i miei fratelli (Gen 37,16)

Giuseppe vive in casa col padre, mentre i fratelli sono a pascolare le greggi a poco più di 80 chilometri. È una distanza geografica che indica anche una distanza interiore. Il percorso che deve fare Giuseppe per raggiungere i fratelli è in aperta campagna e accidentato. Riuscire ad affrontare questo viaggio è indice di una sicurezza esistenziale come può averla solo uno che è certo a livello esistenziale di essere amato. Ed è lo stesso che capita al Figlio di Dio che si allontana dalla Trinità, dal seno del Padre, per immergersi nel creato, per sprofondare nel male e nella morte.
Giuseppe è il principio di unità della famiglia, proprio perché è il padre che lo manda a cercare i fratelli. E il padre che invia Giuseppe a cercare e trovare i fratelli è una immagine fortemente cristologica.
In questo brano per la prima volta Giuseppe esplicita la sua vocazione. Non si rende ancora conto di cosa significhi, di tutta le implicazioni che queste semplici parole hanno e avranno nella sua vita, ma sta già facendo (anche se inconsapevolmente) i primi passi nella direzione indicata dai sogni. Nell’obbedienza vive la sua identità. E la missione si compie proprio per mezzo dell’essere mandati. Ha avuto i sogni, ma l’inizio della loro realizzazione avviene attraverso il mandato del padre. Se la vocazione, la chiamata, consiste nell’amore del Padre, è impossibile rivelare questo amore attraverso l’affermazione di sé stessi. Neanche se questo principio autoaffermativo viene camuffato sotto l’apparenza di generosità e di altruismo. Questo è difficile capirlo per noi oggi, perché la nostra cultura favorisce più una mentalità di progettazione e di autorealizzazione, dove tutto parte sempre e comunque da noi. Esattamente il contrario della mentalità propria della vocazione, dove si risponde e si segue, e seguendo si serve.
Ma i fratelli non vivono nella logica dell’amore. E difatti appena lo vedono si risveglia in loro l’invidia. Siccome si sono allontanati dall’amore del padre, non riescono più a vedere il loro fratello come figlio dello stesso padre, non riescono a partecipare dello stesso amore, e quindi la passione che li attanaglia è la voglia di impossessarsi dell’amore del padre. E sperano di averlo uccidendo il figlio prediletto. Chi è fuori dell’amore crede di impossessarsi dell’amore tramite la violenza, facendo pressione per essere amato.

23 maggio 2008

AVVISO

Sul solito sito potete trovare la settima e ultima scheda sulla Seconda lettera di Paolo a Timoteo.
Inoltre c'è anche una piccolissima bibliografia.

25 aprile 2008

La verità

Sto rileggendo un bel libro: un commento ebraico al decalogo. Nella prefazione (scritta da un cattolico) trovo queste belle parole sulla verità:

"Gregorio Magno usa una celebre frase:"La Scrittura cresce con chi la legge". La ricerca della verità, la sua pienezza colta nella Parola di Dio non deve farci mai dimenticare che le nostre parole sono sempre penultime. La "verità" è disseminata perché la si possa cercare lontano da rigidi steccati. La verità è un ponte gettato nel frammento della storia, delle nostre storie. La pienezza della verità che i cristiani proclamano attraverso il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo non viene messa in discussione da chi ci propone una ricerca diversa.
I ponti sono strutture gettate tra sponde diverse perché ci si possa incontrare."

Pace e benedizione

P.S.: per chi fosse interessato ecco gli estremi del libro:
Marc-Alain Ouaknin
Le dieci parole
Paoline

16 aprile 2008

AVVISO

In questo sito trovate la sesta scheda della catechesi sulla Seconda lettera a Timoteo dal titolo "Le lettere pastorali e la nostra pastorale".

Pace e benedizione

29 marzo 2008

Noi e la Parola


Tra le varie letture di questi giorni pasquali c'è quella dei discepoli di Emmaus. Dopo la constatazione che in pratica Gesù con loro celebra una Messa (liturgia della Parola e liturgia eucaristica), una cosa che mi ha sempre colpito è la constatazione dei due: come ci ardeva il cuore quando ci spiegava le Scritture.

È un passaggio che mi ha sempre fatto un po' tremare i polsi.
Mi spiego. Noi ministri della Parola (e non intendo solo quelli ordinati, ma tutti coloro che a vario titolo si trovano a dover commentare/spiegare/proclamare la Bibbia) riusciamo a "scaldare i cuori" di coloro a cui ci rivolgiamo? o riusciamo solo ad annoiarli o ad addormantarli? quando non ad allontanarli dalla Chiesa?

Penso che il problema principale sia innanzi tutto se quella parola ha prima scaldato il nostro cuore. Amiamo realmente, teneramente, quella Parola? l'abbiamo assaporata, gustata, ruminata? l'abbiamo fatta penetrare nel nostro cuore? è stata realmente una spada a due tagli che ci è penetrata nelle ossa e nelle giunture?

Non basta essersi preparati intelletualmente, aver letto magari un mucchio di dotti trattati di esegesi e di critica testuale. Per poter parlare della Parola, bisogna che sia diventata la base della nostra vita. Dovremmo parlarne come un ragazzo parla della sua fidanzata, più che lo studio, dalle nostre parole deve sgorgare l'amore, la vita. Più che con la testa (che comunque non andrebbe dimenticata) dovremmo parlarne col cuore. Con un cuore ardente d'amore, di passione.

Pace e benedizione

09 marzo 2008

5° domenica di Quaresima - La risurrezione di Lazzaro

Sono andato a controllare, e ho notato che in tutto il vangelo, Lazzaro non dice mai niente, non apre mai bocca. Al contrario di Marta e Maria, sue sorelle, di lui sappiamo solo che era molto amico di Gesù, ma dei motivi di questa amicizia, di cosa parlassero, non sappiamo niente.

E poi per lui è arrivato il momento della malattia, della morte. Sono momenti in cui si avrebbe piacere di avere attorno le persone care, gli amici più intimi e sinceri. Però in quel momento, il suo grande amico Gesù non c’era.

Ci siamo mai chiesti quale potevano essere i pensieri di Lazzaro prima di morire? Bella domanda! Io credo che forse avrà pregato proprio con il salmo che usiamo in questa domenica: è “dal profondo” di una malattia che non lascia scampo, anche le speranze di guarigione, normale o miracolosa, sono ormai spente, eppure può confidare nel Signore: spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola, sono come una sentinella che attende il mattino, perché il Signore usa misericordia e offre il perdono, redime Israele da tutte le sue colpe. Parole imparate, parole sussurrate in punto di morte e proprio per questo fatte profondamente personali, parole gridate a tutti nel giorno che doveva essere solo il quarto dalla sua morte e invece è il primo del ritorno alla vita. Parole stabili anche per noi, perché vere!

E penso che proprio alla luce, al calore di quelle parole si sia accorto che anche se il suo amico Gesù non era fisicamente presente, lo era però in un modo particolare, forse più forte ma senz’altro più vero: era lì col cuore ardente d’amore e d’affetto.

08 marzo 2008

Riflessione su Ez 37,12-14

Riflessione per il ritiro interparrocchiale quaresimale dei giovani

La breve lettura di Ezechiele è la chiusura di una visione che il profeta ha appena descritto: una moltitudine di ossa aride è divenuta, per opera dello Spirito di Dio, una moltitudine di persone vive (37,1-10). Ezechiele stesso ci dà la chiave di lettura della visione: le ossa rappresentano Israele in esilio, che si sente oramai perduto senza speranza, definitivamente finito (v. 11). In questa assenza di prospettive umane il Signore annunzia il suo intervento, che è una nuova creazione (il racconto richiama Gen 2,7), per la quale le ossa rivivranno: Israele, cioè, tornerà in patria e proseguirà il suo cammino nella storia. In quel momento Israele farà davvero l’esperienza (“conoscere”, vv. 13-14) di chi sia Dio, di chi abbia la signoria sulla storia, di quanto infallibilmente la sua Parola sia efficace, quanto potentemente creatrice.

È importante ricordarlo: si conosce davvero il Signore solo nella misura in cui si fa l’esperienza del suo amore fedele e della sua potenza liberatrice, che risalta tanto più netta quanto meno è possibile aspettarsi dalle forze umane. L’immagine delle ossa inaridite esprime come meglio non si può l’assoluta inaccessibilità della salvezza: “queste ossa potrebbero mai rivivere?” (v. 3), domanda Dio a ciascuno di noi. Dobbiamo prendere coscienza con chiarezza: i mezzi umani, di qualunque genere, non possono salvarci. Arte, scienza, tecnica, ricchezza, piacere, successo, lo stesso impegno etico, ci lasciano preda della morte; anzi, proprio tramite essi noi non facciamo altro che costatare e riconoscere una volta per tutte il potere della morte. Abbiamo bisogno di uno Spirito nuovo, di una vita che non può venire da noi. È in fondo il discorso sulla “sana dottrina” che tante volte abbiamo visto quest’anno nella lettura della seconda lettera di Paolo a Timoteo.
Pur riguardano direttamente l’esilio in Babilonia, la profezia di Ezechiele apre il cuore umano a una grande promessa, di ben più vasta portata: “farò entrare in voi il mio Spirito” (v. 14). Venendo in noi, lo Spirito ricrea quanto è distrutto, e con ciò apre a una conoscenza nuova del Signore. Egli è adesso colui che ha cura della nostra vita, che nella morte ci resta fedele, che - lo leggiamo oggi nel Vangelo - con potenza ci richiama dal sepolcro.

Questo brano presenta una promessa davvero grande: Dio si impegna con il suo popolo che “giace” nella “tomba di Babilonia” ad aprire i sepolcri, e tramite lo Spirito, risuscitare e ricondurre il popolo in Israele. L’uscita dalla tomba e la nuova vita portano al ritorno nella terra promessa, da cui erano partiti con l’esilio, seguito alla distruzione di Gerusalemme. Per un popolo schiavo, scoraggiato, privo di speranza queste parole suonano da incoraggiamento e come professione di fede: “saprete che io sono il Signore”.

Oggi il mondo ha bisogno soprattutto di speranza, e specialmente della speranza cristiana, che è presenza d’amore. È questa la speranza che riempie il nostro cuore? E quale forza ci procura nelle difficoltà?
- Il nostro è un mondo disperato e deprimente. Mondo di tenebre: nessuna luce per rischiarare e dare all’uomo il senso della vita; prosperano le teorie filosofiche più contraddittorie, pullulano le sette religiose, e ognuna pubblicizza la sua ricetta di vita.
Mondo di odio: i violenti trionfano, i deboli sono oppressi, le classi sociali si combattono, i popoli tremano di fronte alla minaccia di uno scontro generale. Mondo di corruzione: l’inquinamento materiale non è che un riflesso dell’inquinamento e della corruzione spirituale e morale, che sono da temere molto di più.
- Ma noi cristiani possediamo una speranza incrollabile. Speranza che non è illusione, oppio dei popoli - come disse qualcuno -; ma che è “certezza assoluta”: “Non temere, piccolo gregge: io sono con voi”. Speranza che è vittoria della fede: Cristo ha vinto le potenze del male con il suo trionfo sulla morte. Speranza che è soprattutto vittoria dell’amore: nessuno ha mai amato come lui ha amato, e il suo amore divampa oggi come ieri, divamperà domani e sempre. Cristo è sempre al centro della nostra vita: non per eliminare la prova, ma per farcela accettare in una nuova prospettiva e per aiutarci a superare insieme con lui, per mezzo dell’amore.
Sostenuti da questa speranza, noi cammineremo sempre con coraggio, serenità e gioia sulla via della vita, nella certezza che essa ci conduce alla casa del Padre.
- Un ultimo spunto di riflessione. Negli incontri dell’anno scorso abbiamo visto come l’amore sia donazione totale di sé stessi, morte del proprio io per l’altro. Ma è proprio in questa morte che agisce lo Spirito, donandoci nuova vita, ritessendo sulle nostre ossa scarnificate nuovi nervi e nuova carne. La risurrezione non è solo quella che avverrà con la seconda venuta di Gesù, ma è anche quella che ogni giorno possiamo sperimentare nell’amore e attraverso l’amore.

13 febbraio 2008

AVVISO

A questo indirizzo potete trovare la quarta scheda della catechesi sulla Seconda Lettera a Timoteo. Il titolo è "Tre ritratti diversi" (cap. 3).

16 gennaio 2008

AVVISO

A questo indirizzo potete trovare la quarta scheda della catechesi sulla Seconda Lettera a Timoteo. Il titolo è "La sofferenza per Cristo".

12 dicembre 2007

AVVISO

A questo indirizzo potete trovare la terza scheda della catechesi sulla Seconda Lettera a Timoteo. Il titolo è "Le sane parole (la sana dottrina)".

15 novembre 2007

Dare gloria a Dio

Nella Bibbia si legge spesso l’esortazione a dare “gloria a Dio”. Ma cosa significa concretamente, come si può, in pratica, dare gloria a Dio?
La parola ebraica che noi traduciamo con ‘gloria’ ha la stessa radice della parola che in ebraico indica ‘peso’. Questo ci dà un’indicazione: dare gloria equivale a dare peso a Dio. Maggior peso diamo a Dio nella nostra vita, maggior gloria Gli diamo.
Allora capiamo che non è un problema di parole, ma di fatti (“non chi dice Signore, Signore entrerà nel Regno, ma chi FA la volontà del Padre mio” Mt 7,21).
E allora, quale gloria diamo a Dio, cioè qual è il peso di Dio nella nostra vita, quale posto occupa nei nostri pensieri, nelle nostre azioni, nel nostro cuore?

14 novembre 2007

AVVISO

Sul mio sito è disponibile la seconda scheda di catechesi sulla Seconda lettera a Timoteo.