30 luglio 2026

Il miracolo è la condivisione - 2/8/2026 - XVIII Domenica Tempo Ordinario

 
«non abbiamo altro che cinque pani e due pesci»

 
Una grande folla è andata ad ascoltare da Gesù parole d'amore e di consolazione. Ma adesso è sera e devono mangiare. I discepoli, uomini pratici, dicono: «congedali perché vadano a comprarsi da mangiare». Il maestro ribatte: «voi stessi date loro da mangiare».
Due atteggiamenti opposti sintetizzati in due verbi: 'comprare' e 'dare'.
Comprare, dicono gli apostoli. Ed è la nostra mentalità: se vuoi qualcosa, lo devi pagare. Non c'è nulla di scandaloso, ma neppure nulla di grande in questa nostra logica dove trionfa l'eterna illusione dell'equilibrio tra il dare e l'avere.
In questo sistema chiuso, prigioniero della contabilità, Gesù introduce il suo verbo: «voi stessi date». Non dice vendete, scambiate, prestate; ma dice semplicemente "date". E sopra il principio del calcolo spunta un altro principio: la gratuità, l'amore senza calcoli, il disequilibrio, dare senza aspettarsi niente.
 
Il miracolo della moltiplicazione comincia quando il pane da mio diventa nostro, nostro pane quotidiano. Il pane per me stesso è una questione materiale, il pane per il mio vicino è una questione spirituale.
Dacci il nostro pane, diciamo. E questa domanda rimbalza da Dio fino a noi «voi stessi date loro da mangiare». «Date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante» (Luca 6,38). È la folle regola del Regno: poco pane condiviso tra tutti è sufficiente, perché diventa il pane di Dio. La fame comincia quando io tengo il mio pane per me, quando l'Occidente tiene il suo pane per sé.
In questo nostro mondo il primo miracolo (impossibile, ma proprio per questo necessario) è la condivisione. Sfamare la terra è un miracolo possibile se la condivisione prende piede.
La moltiplicazione verrà perché chi condivide convoca Dio, mette il pane nelle sue mani, diventa dipendente dal cielo, e Dio non lo abbandona. E cinque pani basteranno per una folla, e i pezzi avanzati riempiranno dodici ceste. Nulla andrà perduto perché nulla è troppo piccolo per non servire alla comunione.
 

 
Un'ultima considerazione:
«Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.»
Il fatto è che le donne, allora, non venivano contate perché "non contavano", erano trascurabili, erano un nulla, proprio come i bambini. Oggi si contano - specialmente quando si tratta di riempire le chiese - ma non è detto che contino molto di più. La mentalità di Matteo si è tramandata fino a noi, di generazione in generazione, per via ... celibataria.
 
 

 
Letture:
Isaia 55,1-3
Salmo 144
Romani 8,35.37-39
Matteo 14,13-21
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21)

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull?erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
 
 

23 luglio 2026

Dio prepara tesori per noi - 26/7/2026 - XVII Domenica Tempo Ordinario

 
... trovata una perla di grande valore ...

 
Due persone, un contadino e un mercante, trovano un tesoro. Però uno lo trova per caso mentre sta arando un campo non suo. L'altro invece mentre gira il mondo proprio alla ricerca di qualcosa di prezioso. Due modi per trovare Dio che sembrano agli antipodi. Ma a Dio piace nascondersi per donarci la gioia e la meraviglia di trovarlo.
Il Vangelo è liberante: l'incontro con Dio non sopporta vie prestabilite, è possibile a tutti trovarlo, o meglio essere trovati da lui. Non importa se folgorati da una luce sulla via di Damasco, o nella normalità che passa, come dice Teresa d'Avila, "fra le pentole della cucina". Una normalità che è nel campo di ogni giorno, là dove vivi, ami e lavori come un contadino paziente, e magari neanche pensi mai a Lui.
 
Ma la parola centrale è tesoro! Il cristianesimo non è rinuncia o sacrificio, è un tesoro. E quando lo trovo allora vendo tutto, ma per guadagnare tutto, faccio un investimento sicuro al 100% e con un rendimento inimmaginabile! Non c'è nessuna rinuncia da fare.
Noi spesso pensiamo che la rinuncia sia la condizione per una gioia successiva che Dio ci darà in base ai nostri sforzi. Le parabole di oggi ci dicono che l'ordine è ribaltato, che il dono prezioso precede il nostro impegno. Se la gioia di una scoperta, di un "che bello!" che sgorga spontaneo dal nostro cuore non precede le rinunce, queste non generano altro che tristezza, freddo, lontananza.
 
In questo periodo di incertezze, di preoccupazioni, il Vangelo ci annuncia tesori. Ci ricorda che c'è Qualcuno che non si stanca di preparare tesori per noi, che non si stanca di seminare in abbondanza perle preziose nel mare della nostra vita.
 
 

 
Letture:
1 Re 3,5.7-12
Salmo 118
Romani 8,28-30
Matteo 13,44-52
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,44-52)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Forma breve (Mt 13,44-46):

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».
 
 

16 luglio 2026

Salvare il bene è più importante di distruggere il male - 19/7/2026 - XVI Domenica Tempo Ordinario

 
La parabola del grano e del loglio (zizzania)
Orfeo Tamburi (1978)

 
Il male esiste, è intorno a noi e anche dentro di noi. Ma il mondo è un posto pericoloso non perché c'è chi fa il male, ma perché c'è chi, vedendo il male, non si decide a fare il bene. Non si può combattere il male non facendo nulla, ma neanche facendo il male, cioè rendendo 'pan per focaccia'.
La nostra risposta di fronte al male è un po' come quella dei servi: «andiamo ad estirparla», cioè 'partiamo alla guerra contro il male'.
Ma la risposta di Gesù ci spiazza, è un NO senza appello. Il fatto è che la nostra vista è difettosa, vediamo che c'è tanto male, ma quanto di ciò che noi reputiamo male lo è realmente (appena spuntati, il grano e la zizzania sono praticamente indistinguibili)?, quanto la nostra paura del male ci impedisce di vedere il bene?
"Se Dio esiste, da dove viene il male?" chiede l'uomo.
"Se Dio non esiste, da dove viene tutto questo bene?" chiede Gesù.
 
Questa parabola è anche un racconto di sguardi: lo sguardo dei servi, che si fissano sulla zizzania, e lo sguardo di Dio, che invece si fissa sul buon grano.
Il Dio seminatore azzarda molto, ma nel suo cuore la salvaguardia della più infinitesima parte di bene vale molto più dell'estirpazione totale del male! Sembra una forma pericolosa di pazzia, ma è l'Amore: nessuna forzatura alla libertà, ma solo un'infinita pazienza di attendere fino allo scadere del tempo.
 
Di fronte a quella parte di noi pronta a strappare, a sradicare, a separare, siamo invitati ad assumere l'atteggiamento di Dio che è fatto di pazienza, di mitezza, di fiducia. Non è facendo terra bruciata che cresciamo e facciamo crescere, ma, come dice la prima lettura, giudicando con mitezza, governando con indulgenza, amando, infondendo dolce speranza, concedendo la possibilità di pentirsi. Cioè, come si potrebbe anche tradurre l'originale ebraico: «rendendo gli occhi dei figli pieni di speranza» (Sap 12,19). Gesù questo ce lo ha insegnato con la sua vita: il Regno splende in quei semi di luce seminati in Zaccheo, nel ladrone pentito, nella donna adultera, nel pubblicano Matteo, nel figlio che allontanatosi da casa ha dilapidato tutte le sue sostanze.
È proprio uno sguardo diverso quello di Dio: è uno sguardo che ama la vita, che protegge ogni germoglio, che è indulgente con tutte le creature. È uno sguardo che vede sempre delle possibilità, che vede il futuro, non il passato.
Possa essere questo il nostro sguardo: uno sguardo che sappia cogliere le possibilità di bene che abitano in ogni essere umano.
 
 

 
Letture:
Sapienza 12,13.16-19
Salmo 85
Romani 8,26-27
Matteo 13,24-43
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,24-43)

In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?". Ed egli rispose loro: "Un nemico ha fatto questo!". E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?". "No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio"».
Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Forma breve (Mt 13,24-30):

In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?". Ed egli rispose loro: "Un nemico ha fatto questo!". E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?". "No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio"».
 
 

09 luglio 2026

Anch'io sono terra che viene seminata - 12/7/2026 - XV Domenica Tempo Ordinario

Il seminatore
Jean François Millet (olio su tela)

 
 
«Ecco, il seminatore uscì a seminare». È una frase piena di profezia, che profuma di pane appena sfornato, che ha sapore di fame saziata. Anche oggi Dio esce a seminare, a spargere a piene mani i suoi semi di vita per le strade del mondo. Dio non è il mietitore che impugna la falce pronto a recidere gli steli, ma è il seminatore, cioè mano che dona con sovrabbondanza, forza che sostiene, cuore che palpita, voce che incoraggia e sostiene.
 
Anch'io sono terra che viene seminata, ma quanti errori commetto!!!
«Una parte cadde lungo la strada» Il primo errore lo faccio quando sono strada, cioè uno che non si ferma, che corre sempre. Invece la Parola di Dio chiede un minuto di sosta, una pausa per ascoltarLo, anche solo un momento per stare con Lui.
«Un'altra parte cadde sul terreno sassoso» Il secondo errore lo faccio quando mi accontento di sensazioni superficiali, quando il mio cuore non approfondisce, quando mi fermo alla superficie delle cose e delle persone.
«Un'altra parte cadde sui rovi» Il terzo errore è quando lascio crescere le spine del quotidiano, dell'ansia del benessere, della fatica di resistere allo sconforto, dell'insicurezza del domani. Sono queste le spine che soffocano la fiducia e mi fanno pensare che in me non ci sia spazio per far germogliare il seme di Dio.
 
Ma il centro della parabola non sono i miei errori, gli errori dell'uomo, il centro è Dio. Un Dio generoso, che non priva nessuno dei suoi doni, anzi, continua a donare a piene mani. Nasce allora la fiducia, oserei dire la certezza, che per quanto io sia arido, spento, sterile, Dio continua senza sosta e senza misura a seminare in me.
Nonostante tutti i rovi e le spine, malgrado tutti i sassi e le strade, Lui riesce a vedere in me una terra capace di accogliere il seme e dove il piccolo germoglio alla fine fiorirà.
 
Mi commuove questo Dio che semina così tanto per raccogliere così poco. Lui sa che, per tre volte dice la parabola, per infinite volte dice la mia esperienza, io non rispondo.
Poi però una volta rispondo, e allora è il trenta, il sessanta, forse il cento per uno. Amo questo Dio contadino, pieno di fiducia nella forza del seme, e di speranza per quel pugno di terra che sono io, allo tempo stesso campo di spine e terra capace di far germogliare i semi di Dio.
 
 

 
Letture:
Isaia 55,10-11
Salmo 64
Romani 8,18-23
Matteo 13,1-23
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-23)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:
"Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!".
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Forma breve (Mt 13,1-9):

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
 
 

02 luglio 2026

La meraviglia di un bambino - 5/7/2026 - XIV Domenica Tempo Ordinario

 
... meraviglia ...

 
Se leggiamo i versetti che precedono il brano di oggi, possiamo renderci conte che per Gesù è un momento molto difficile, in cui tutto e tutti sembrano dirgli: "hai sbagliato strada, sei un illuso, ti stai mettendo contro Dio". Anche i suoi discepoli dimostrano di non capirlo molto. Sta proprio toccando il fondo dell'incomprensione.
Proprio in questo momentaccio Gesù se ne esce con un'esclamazione di gioioso stupore: «Ti rendo lode, Padre, perché [...] queste cose [...] le hai rivelate ai piccoli.».
 
L'incontro con il Dio che fa nuove tutte le cose dovrebbe aprirci allo stupore. Dovremmo imparare a trovare il meraviglioso in ciò che ci circonda, al di là delle preoccupazioni e delle batoste che la vita ci infligge. "Io continuo a stupirmi. È la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta" scriveva Albert Einstein. Oltre al pane quotidiano, nel Padre Nostro dovremmo chiedere anche lo stupore quotidiano. Necessitiamo di almeno un boccone di meraviglia quotidiana.
Ma non una meraviglia qualunque, bensì la meraviglia dei piccoli, dei bambini. È questa la meraviglia di Gesù, la meraviglia di un bambino di fronte al mai visto, ad un dono inatteso, al volto di una persona cara.
 
Dobbiamo riscoprire quant'è bello essere uomini-bambini che si fidano di chi ha deciso di governare il mondo con la gioia e l'amore: «Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero». Perché il giogo di Dio non è un collare che opprime, un peso che schiaccia, ma è Amore e Gioia che sollevano, che mettono le ali, che fanno danzare, che ci fanno spalancare le braccia per abbracciare tutti.
 
Abbraccia in te l'amore: è un re che non ferirà mai il tuo cuore, ma che è instancabile nel curare, confortare, vivificare, dare ristoro e serenità.
 
 

 
Letture:
Zaccaria 9,9-10
Salmo 144
Romani 8,9.11-13
Matteo 11,25-30
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».