24 settembre 2026

Il Padre ha bisogno della collaborazione dei figli - 27/9/2026 - XXVI Domenica Tempo Ordinario

 
«Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna»
(foto J.C.)

 
Anche questa domenica nel Vangelo c'è una vigna. Ma oggi invece del padrone della settimana scorsa abbiamo un Padre e due figli. Viene in mente la parabola del Padre Misericordioso (Lc 15,11-32). Anche lì abbiamo un Padre con due figli, e anche lì la parabola è indirizzata ai capi religiosi (sacerdoti e anziani in Matteo, farisei e scribi in Luca).
 
Come sempre, quando Gesù parla di due figli, non vuole indicare due persone diverse, ma due tendenze che sono presenti nel cuore di ognuno di noi.
Anche noi possiamo dire, come san Paolo: «io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (cfr. Rm 7,18-25).
 
Ma Dio non si arrabbia per questo, anzi, ci manda Gesù per aiutarci, per farci sapere che ci è vicino, che ci aiuta, che sta al nostro fianco, pronto a sorreggerci se inciampiamo mentre percorriamo la strada del primo figlio, quello che ha detto di "no", ma poi ha fatto il "si".
Letteralmente Matteo dice che questo figlio "si convertì", cioè cambiò il suo sguardo. Cioè vide in modo nuovo la vigna, il padre, l'obbedienza.
La vigna non è più la vigna del padre, ma è la 'nostra' vigna, quella del padre, del figlio e di chiunque venga a lavorarci.
Il padre non è più un padrone a cui sottostare, ma il vignaiolo che chiede aiuto per preparare il vino per la festa di tutta la casa.
L'obbedienza non è più un chinare il capo, magari mugugnando, ma gioia di condividere lo stesso sogno.
 
Il nodo della questione sta proprio nel fare la volontà del padre. Ma occorre capire bene quale sia questa volontà. Dio non vuole dei figli che siano dei servi ossequienti, dei burattini che si muovono a comando. Lui vuole dei figli liberi e adulti, che si alleino con lui per la fecondità del creato, che cerchino di portare più vita e più bellezza nella realtà in cui vivono.
Dio non vuole obbedienza cieca, ma fecondità. Non ci chiede sottomissione, ma che lo aiutiamo a portare nel mondo frutti abbondanti, grappoli gonfi di vino per la festa senza fine.
 
Perché il sogno più grande di Dio è proprio questo: fare festa con tutti noi. Per questo Lui discende. Ce lo dice la seconda lettura di oggi. Dio è disceso con l'Incarnazione, ma anche dopo si è chinato su ogni uomo per invitarlo alla festa. Si è chinato con l'adultera, con la lavanda dei piedi, con la cananea. Tutto il Vangelo è un chinarsi di Gesù. Gesù è Dio che discende e si china per poter Ascendere portandosi dietro tutta la storia, tutta l'umanità, tutto il creato.
 
Tutti siamo invitati alla festa, sta a noi accettare o meno l'invito. Perché Dio, come il padre della parabola, ha bisogno della collaborazione dei suoi figli. Non può salvare me senza di me. Come diceva Sant'Agostino "Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te".
 
 

 
Letture:
Ezechiele 18,25-28
Salmo 24
Filippesi 2,1-11 (breve 2,1-5)
Matteo 21,28-32
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: "Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna". Ed egli rispose: "Non ne ho voglia". Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: "Sì, signore". Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
 
 

17 settembre 2026

Per fortuna Dio non pensa come noi - 20/9/2026 - XXV Domenica Tempo Ordinario

 
«Andate anche voi nella vigna...»
(foto J.C.)


 
«I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» ci ricorda il Signore tramite il profeta Isaia nella prima lettura. E Gesù ce lo spiega nella parabola: decisamente il padrone della vigna non ragiona in maniera umana; Lui non ragiona in termini di contratto di lavoro, di massimizzare gli utili, di economia d'impresa.
 
Pagando gli operai dell'ultima ora come quelli della prima, Dio non si è limitato a pagargli il lavoro, ma li ha risarciti di tutte le porte sbattute in faccia durante la giornata. Li ha risarciti di tutti i "le faremo sapere" detti mentre la domanda veniva buttata nel cestino, di tutti i "non ha abbastanza esperienza", o "ha troppa esperienza", di tutti i "non assumiamo stranieri", "non assumiamo neri", "non assumiamo donne".
Li vuole risarcire di tutte quelle volte in cui la loro dignità di persone è stata calpestata, di tutte quelle volte in cui gli è stato negato il diritto di potersi guadagnare il pane quotidiano con onestà e senza doverlo mendicare.
 
È difficile per noi capire questo sguardo di Dio. Questo padrone buono non viene capito neanche dai suoi operai, specie quelli della prima ora. Dimenticano che loro hanno patteggiato con Lui, sono giunti ad un accordo economico, e quello ricevono. Ma gli altri si sono semplicemente fidati, non hanno chiesto niente.
Con Dio non conviene mai trattare! Se tratti con Lui, al massimo ricevi quello che hai chiesto; se invece ti fidi, se ti affidi, ricevi il tutto.
 
La sua priorità non è dare lavoro a tutti, ma aprire a tutti la sua vigna. Più che lavoratori cerca partecipanti alla festa del raccolto.
Perché lavorare nella sua vigna non è fatica, è Grazia, è già ricompensa. La paga più grande, il salario immenso, non è nel denaro guadagnato alla fine della giornata, ma in ogni istante vissuto con Dio nella sua vigna.
Anche di questo ha voluto risarcire gli operai dell'ultima ora: dei mancati momenti insieme.
Per questo esce ogni ora e ogni giorno alla ricerca di tutti noi.
 
 

 
Letture:
Isaia 55,6-9
Salmo 144
Filippesi 1,20-24.27
Matteo 20,1-16
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò". Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?". Gli risposero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna".
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi". Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo".
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?". Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
 
 

10 settembre 2026

Dio: il grande perdonatore - 13/9/2026 - XXIV Domenica Tempo Ordinario

 

 
Sono tanti gli appellativi di Dio: onnipotente, onnisciente, padre (e anche madre), signore, giusto, misericordioso, giudice, e via dicendo. Ma c'è una qualità che raramente ci viene in mente quando pensiamo a Lui: perdonatore!
Dio è colui che perdona. Il perdono è proprio una delle caratteristiche di Dio. Noi invece facciamo molta fatica a perdonare.
 
Perdonare è una cosa tipica di Dio, e il suo perdono è del tutto gratuito; è , come dice la parola stessa (per-dono), un dono del tutto immeritato e immotivato. Dio non mi perdona perché mi sono pentito (anzi, è il suo perdono accolto che suscita il mio pentimento), o perché gli ho chiesto scusa.
Lui ci perdona per il semplice fatto che siamo sue creature, suoi figli, ed Egli ci ama. Anche se avessimo un debito enorme, umanamente impossibile da restituire (10.000 talenti erano pari a circa tutto il gettito delle tasse di un anno nel regno d'Israele), Dio è pronto a condonarcelo. Gli basta solo che noi impariamo da Lui. Scoprirci perdonati per imparare a perdonare.
 
Imparare perché il perdono ci rende liberi dal passato. Ci libera dal rancore, ci libera da tutti quei lacci del passato che ci impediscono di vivere appieno. Perché perdonare non significa dimenticare, significa non lasciare che il nostro dolore continui a condizionare la nostra vita. Perdonare significa spezzare le catene del dolore che limitano la nostra vita.
Ma significa anche aprire la nostra vita al futuro. Un futuro in cui chi ci ha fatto del male possa essere liberato, magari proprio da noi, dal male fatto.
Scoprirci perdonati non ci deve far pensare che siamo dei privilegiati, migliori degli altri. Saperci perdonati ci deve insegnare a perdonare. Se non doniamo il perdono ricevuto, finiamo per perderlo.
 
Un proverbio dice: "a voler essere felici per un istante basta vendicarsi: per essere felici sempre occorre perdonare". Come scriveva un ragazzo napoletano alla fine di un tema: "Perdono non perché loro meritano il perdono, ma perché io merito la pace"
Il perdono fa bene prima di tutto a noi stessi.
 
 

 
Letture:
Siracide 27,33-28,9
Salmo 102
Romani 14,7-9
Matteo 18,21-35
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: "Restituisci quello che devi!". Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò". Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?". Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
 
 

 
Nell'Islam è importante la recita dei 99 nomi di Dio.
Il quattordicesimo nome è
AL-GHAFFAR = Colui che perdona
e il trentaquattresimo è
AL-GHAFOOR = Il Perdonatore
 
 
 

03 settembre 2026

Non voglio perderti - 6/9/2026 - XXIII Domenica Tempo Ordinario

 
Matteo 18,15-20 (Bernadette Lopez)

 
Siamo stati creato a immagine e somiglianza del Dio Trinitario, cioè siamo stati creati nella relazione e per la relazione. Ce lo ricorda la prima lettura: «ti ho fatto sentinella», custode, voce per i tuoi fratelli; e Paolo ce lo ribadisce: «avete il solo debito dell'amore reciproco».
 
Ma Gesù sa che siamo fatti di cielo e di fango, e che anche tra fratelli a volte si litiga.
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va'» esci, mettiti in cammino verso di lui, bussa alla sua porta. Fai tu il primo passo. Non importa chi ha torto e chi ragione, l'unica cosa che conta è non perdere tuo fratello. La riconciliazione è sempre un guadagno, mai una perdita. Si tratta di rinunciare a qualcosa per guadagnare molto di più. Il fine non è una semplice giustizia umana, ma quella divina, cioè ritrovare la sinfonia perduta.
 
Ma nonostante tutti i nostri sforzi, può capitare che la riconciliazione non si raggiunga. Solo allora quel fratello «sia per te come il pagano e il pubblicano».
Nei Vangeli ci sono due incontri di Gesù con i pagani: quello con la donna cananea di alcune domeniche fa (Mt 15,21-28), e quello col centurione romano (Mt 8,5-13, e Lc 7,1-10), entrambi vengono lodati per la loro fede e gli viene concesso ciò che chiedono.
Sempre nei Vangeli ci sono due incontri con un pubblicano: la chiamata di Levi/Matteo (Mt 9, 9) e l'episodio di Zaccheo (Lc 19,1-10). Il primo lo chiama al suo seguito e così diventa uno dei dodici, col secondo si invita a cena e ne fa un benefattore.
«Sia per te come il pagano e il pubblicano» non vuol dire che dobbiamo fare come gli scribi e i farisei che rifiutavano ogni contatto con queste persone, ma come Gesù dobbiamo tenere la porta sempre aperta, essere attenti ad ogni occasione che possa riaccendere l'abbraccio della fratellanza, riaprire la relazione.
 
Insomma, come dice Paolo nella seconda lettura, dobbiamo sovrabbondare in carità perché «la carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità».
 
 

 
Letture:
Ezechiele 33,1.7-9
Salmo 94
Romani 13,8-10
Matteo 18,15-20
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».