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25 gennaio 2015

Un libro consigliato

Ho sempre considerato Giona come un libro molto umoristico, per cui quando ho visto che il sottotitolo di questo volume era "Il libro più umoristicamente serio della Bibbia", e che per giunta era scritto da un autore, Alessandro Pronzato, che stimo, ho "dovuto" comprarlo.

Leggerlo è stato un approfondire la conoscenza dell'umorismo di Dio (argomento troppo poco affrontato da teologi ed esegeti, forse perché si prendono troppo sul serio). Ma anche scoprire come il fatto di avere una corretta teologia non vuol dire fare la volontà di Dio. Puoi avere idee, convinzioni, credenze perfettamente ortodosse e giuste, ma agire e vivere in modo completamente opposto alla volontà di Dio.

E Dio non per questo ti ripudia, non per questo di abbandona, non per questo ti condanna. Anzi. Fa di tutto (in questo caso converte 120.000 niniviti, nel caso del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo esce dal banchetto e dalla casa) per convertire il suo profeta.
Il guaio è che sia con Giona che col fratello maggiore, non sappiamo se tanto sforzo, e tanta sofferenza divina, abbiano raggiunto il risultato.

25 febbraio 2013

Scoperte commoventi.


Progettare, ma anche solo sognare un viaggio a piedi è una cosa molto diversa dal farlo se il viaggio avverrà in modo 'normale'. 
In quest'ultimo caso ci si preoccupa non tanto del viaggio in sé (se non per quanto riguarda eventuali orari di treni/aerei/traghetti) quanto di come arrivare all'albergo, di cosa vedere una volta arrivati a destinazione.

In un viaggio a piedi invece la maggior parte dello studio va al viaggio in sé. E questo anche perché un viaggio a piedi non è fatto tanto per andare in un posto (anche se questo ha la sua importanza) quanto per il gusto e il piacere del viaggio in sé stesso. Inoltre quando si va a piedi ogni chilometro viene sudato (e in media significa circa un quarto d'ora) e il tipo di strada è molto importante: lo sterrato è molto piacevole (sempre che non sia fango) mentre l'asfalto, specie se assolato, è un vero e proprio inferno. Quindi un buon studio preparatorio è una conditio-sine-qua-non per poter godere del viaggio.

Ed è uno studio che è già un viaggiare, è già divertimento, ma è anche scoperta e istruzione. Si inizia cercando diari e testimonianze di chi quel viaggio l'ha già fatto. Si studiano, prendendo nota di ogni indicazione, di ogni nome di paese o di punti caratteristici. Poi punti si riportano su di una mappa, e si cerca la strada migliore per collagarli. E migliore non sempre significa più breve. Se l'indicazione è un nome di un paese o di una città la cosa è semplice. Ma se è l'indicazione di un monumento, di un palazzo, la cosa diventa più complessa. Si tratta di fare ricerche in rete, sui libri, in ogni posto. E qui si possono fare scoperte che colpiscono.

Una di queste è relativa alla cittadina bretone di Morlaix, la cui più famosa 'attrattiva' è un maestoso viadotto ferroviario (costruito tra il 1861 e il 1863) che sovrasta tutta la città. In un diario ho letto che hanno incontrato degli amici presso la 'Cappella degli angeli' (il vero nome è "Cappella di Nostra Signora degli angeli"). Una ricerca in rete mi ha portato ad una scoperta molto commovente: gli angeli a cui è dedicata la cappella non sono i cherubini o i serafini, ma hanno tutti un nome e un cognome. Durante la guerra, il 29 gennaio 1943 alle 14,15 due bombardieri sganciarono 46 bombe per abbattere il viadotto. Solo tre di queste lo colpirono, facendogli lievi danni, ma 150 edifici furono distrutti e 74 persone persero la vita. Uno di questi edifici era l'asilo-scuola elementare. Tra i morti c'erano 19 bambini e la loro maestra. Sono loro gli angeli, e una targa li ricorda tutti. 


Finita la guerra gli abitanti vollero costruire questa cappella proprio sul posto dove c'era la scuola e nel 1957 venne consacrata.

01 gennaio 2013

Pagina 69

A me piace, e anche tanto, leggere. Tempo fa ho sentito parlare della regola di pagina 69.

Questa regola dice: "se vuoi sapere se un libro che non conosci ti piacerà, leggi la pagina 69. Se ti piace allora ti piacerà anche il libro, se non ti piace non ti piacerà neanche il libro".

Devo ammettere che però quando sono in libreria me ne dimentico. Però ho verificato (a posteriori) sui libri a casa e devo dire che pare funzioni. 

Ve la passo e sappiatemi dire.

Buon Anno a tutti

29 giugno 2011

Internet e il ghiaccio

Non mi piace il copia-incolla da altri siti, ma questa volta (anche su sollecitazione dell'autore) faccio un'eccezione, anche perché l'argomento (e il modo di affrontarlo) lo merita:

Stati Uniti d’America, inizi del XX secolo. L’America crede nel progresso e nella scienza. I piroscafi attraversano l’Atlantico, i treni corrono sempre più veloci, le lampadine inventate da Thomas Alva Edison sostituiscono le vecchie lampade a gas, l’energia elettrica incomincia ad entrare nelle case.

Tutto sembra dire che la freccia del tempo continua ad andare in avanti. Sempre più velocemente.


Alcuni giovani di belle speranze, appena usciti dalle più prestigiose Università americane dove hanno studiato la termodinamica, aprono delle piccole fabbriche ovunque nel Paese. Producono un nuovo marchingegno: il frigorifero domestico. Niente di tecnicamente rivoluzionario, sia chiaro. Macchine del genere già esistevano da tempo, ma erano grandi come case e riservate a chi era in possesso di ingenti capitali da investire nella fiorente industria del ghiaccio. Il frigorifero domestico è diverso: lo metti in cucina e via.

Agli Americani, fieri individualisti, piace subito l’idea di farsi il ghiaccio in casa e di non dover più rivolgersi ai punti vendita per mettere in fresco le vivande e raffreddare i propri drink. Per i locali pubblici (bar, ristoranti) è una vera rivoluzione. Tra le classi meno abbienti impazza la moda della Coca Cola con ghiaccio e del whisky on the rocks. In pochi anni, infatti, il frigorifero è diventato sempre più economico e alla portata di chiunque, anche di impiegati e operai.

L’industria del ghiaccio è in allarme. I suoi margini di profitto diminuiscono a vista d’occhio. Centinaia di analisti guardano i grafici delle revenue in picchiata. In borsa, a New York, tutti vogliono vendere le azioni delle industrie del ghiaccio. Ma nessuno sembra volerle comprare. “Spazzatura”, dicono a Wall Street. Il destino dell’industria del ghiaccio sembra segnato, come era già accaduto per il foraggio dei cavalli (ora la gente viaggia in auto, chi non può permettersela in tram).

E’ a questo punto che la FAIG (Federazione Americana Industria del Ghiaccio) si coalizza con l’UDIGUS (Unione Distributori Ghiaccio degli Stati Uniti) e si rivolge al Congresso. Decine, forse centinaia di lobbisti avvicinano ogni singolo parlamentare. Anche il Presidente li riceve e i membri dell’Amministrazione sono tutti coinvolti.

Ai politici, gli uomini della FAIG spiegano che è sbagliato che gli Americani producano ghiaccio in casa. L’acqua potrebbe essere inquinata, i consumi elettrici sono eccessivi, e poi l’industria sta perdendo profitti di giorno in giorno. Migliaia di operai sono per strada. Molti di più però sono a lavorare nelle industrie di frigoriferi domestici, ma questo i lobbisti non lo dicono ai rappresentanti del Congresso.

Gli uomini della FAIG però capiscono che questo non basta. Sollevano l’argomento morale: non è giusto che i signori del frigorifero domestico usino la nostra stessa tecnologia per distruggerci. E non è giusto che lo facciano i cittadini americani. Chi sono questi consumatori per diventare loro stessi dei piccoli industriali del ghiaccio in casa? Pare infatti che chi ha il frigo addirittura regali il ghiaccio ai vicini! Gratis! Costa talmente poco che è ridicolo farsi pagare. “Non facciamo nulla di male” – dicono i manigoldi – “siamo solo dei buoni vicini”. Ma la FAIG non è d’accordo e spende milioni di dollari in pubblicità sui giornali, nei cinematografi, in radio: “pirati del ghiaccio” vengono subito soprannominati.

La FAIG ottiene dal Congresso la proibizione di “duplicare il ghiaccio e diffonderlo senza autorizzazione dei detentori dei diritti”. Chi lo farà verrà punito dalla legge. Ma non è tutto. Le piccole industrie di frigoriferi domestici devono pagare i brevetti alle grandi industrie della FAIG. Poi devono anche pagare una tassa chiamata “equo compenso”, che sale a seconda di quanti cubetti di ghiaccio il frigo può potenzialmente produrre. Anche i consumatori devono pagare l’equo compenso. Anche quelli che non hanno il frigo. Si sono inventati un modo: siccome il ghiaccio si fa con l’acqua, viene tassata l’acqua. “Ma io non la uso per il ghiaccio” – protestano in molti. Non importa, si presume che tu lo faccia, o che lo faccia il tuo vicino per te, quindi devi pagare ugualmente l’equo compenso.

Nonostante questo, l’industria del ghiaccio è sempre più in crisi. La picchiata non si arresta. Tutte le contromisure sembrano essere inefficaci. Ed è così che nasce l’idea.

La FAIG convince il Congresso a creare una “Autorità Garante per il Ghiaccio”. Una sorta di tribunale senza troppi vincoli, i cui membri sono nominati dal Congresso stesso, che detta le regole, giudica i colpevoli ed emette le sentenze. Molti sostengono sia incostituzionale, ma il Congresso va avanti lo stesso. “Se vuoi puoi ricorrere al giudice contro le decisioni dell’Autorità”, dicono. Decisioni però che sono immediatamente operative. E se non hai i soldi, certo non potrai appellarti contro le sentenze dell’ “A-Gi-Ghi”.

L’Autorità studia come salvare l’industria del ghiaccio. Ma non lo dicono così, perché non è convincente spiegare alla gente che bisogna salvare un’industria vecchia e ucciderne un’altra nuova. Loro parlano di “diritto di congelamento”. L’acqua è privata e le aziende della FAIG possiedono la maggioranza delle azioni degli acquedotti. Pertanto non tutti sono autorizzati a congelarla. Questo è il loro assunto. Puoi pagare per avere il diritto di congelamento ma in realtà io “detentore dei diritti” posso revocartelo quando voglio perché te l’ho solo concesso. Il giacchio l’ho inventato io. Anche l’acqua è mia. Perché dovresti farci altro se non ciò che io “detentore dei diritti” decido tu possa fare con essa? La chiamano “licenza di congelamento”. Le licenze si vendono, per cui ogni cittadino compra la licenza a congelare la “loro” acqua (su cui già paga l’equo compenso). Si stabilisce anche che il cittadino comune non può produrre più di 5 cubetti al giorno. E in ogni drink non possono andarci più di due cubetti. “E il cubetto dispari?”, si chiedono in molti. La nuova legge su “diritto di congelamento” non lo dice, ma il terzo drink lo devi bere fresco appena, e non freddo come vorresti tu.

Viene inventato il sistema “Ice Rights Management”, gestione dei diritti del ghiaccio, e viene inserito nei frigoriferi. All’acqua viene aggiunto un additivo innocuo per la salute, ma che consente il congelamento solo nei frigoriferi autorizzati, quelli che rispondono alle norme tecniche dell’ “IRM”.

I cittadini fanno i salti mortali. Ci sono modi per aggirare i meccanismi di controllo ma non tutti sono capaci di adottarli. E se vieni scoperto a farlo rischi grosso. In Europa un ragazzo che ha inventato un anti-IRM è finito in galera. Anche lui era un “pirata”.

Ma anche questo non basta. Nulla sembra riuscire a fermare la rivoluzione del frigorifero domestico. Le tecniche di controllo si inaspriscono. In Francia, dove hanno lo stesso problema, la società elettrica controlla i flussi di energia: se scopre che c’è un consumo eccessivo, suppone che tu produca troppo ghiaccio. Degli ispettori pagati dalle industrie del ghiaccio possono “aiutare” lo Stato a individuare i malfattori. Se vieni scoperto a produrre cubetti non autorizzati, dopo tre infrazioni ti viene staccata la corrente elettrica. Persino la Società delle Nazioni si ribella e dichiara il frigorifero domestico “diritto umano”. Ma il suo appello cade nel vuoto.

Intanto in America tutto è ormai pronto. Il 6 luglio 1921 l’Autorità Garante per il Ghiaccio vara un regolamento che prevede la “tutela del diritto di congelamento” con ogni mezzo necessario. Compresa la tecnica detta “deep electron inspection” che consiste nel controllare a che scopo gli elettroni vengono consumati. Analoga tecnica, la “deep water inspection”, viene usata per l’acqua. Pare infatti che esistano circuiti di approvvigionamento idrico ed elettrico ancora liberi, che vanno assolutamente contrastati. Lo chiamano “Ice Rights Enforcement”, cioè “applicazione dei diritti del ghiaccio” ma non a caso la parola “enforcement” significa anche “costrizione”. Se violi la direttiva, ad esempio se regali il ghiaccio ai vicini, l’Autorità ti consente di metterti in regola entro 5 giorni. Altrimenti sempre l’Autorità mette delle palizzate intorno a casa tua e il Comune trasforma in un tappeto di chiodi il vialetto che porta nella tua proprietà, così che nessuno possa avvicinarsi. All’inizio del vialetto c’è un cartello: “Sito non raggiungibile per violazione delle norme sui diritti del ghiaccio”. L’idea è nata per contrastare i pedofili, chiudendoli in casa agli arresti domiciliari e segnalandoli alla comunità con cartelli simili. Lo chiamano “oscuramento”. Sei un delinquente, giusto? Perché qualcuno dovrebbe essere libero di venire a casa tua, magari per aiutarti a infrangere la legge? E che dire di quelli che vorrebbero il “nostro” ghiaccio da te?

Qualcuno protesta per l’equiparazione tra pedofili e “pirati”, ma la protesta rimane inascoltata.

Finalmente gli effetti di tanto lavoro incominciano a sentirsi. Migliaia di cittadini vengono “oscurati”. La gente ha paura e fa sacrifici per ottenere il poco ghiaccio concesso secondo le nuove leggi.

Le industrie di frigoriferi domestici avvertono il colpo. Alcune di esse, come “FreezerBook”, “TwiFreezer”, “Froogle” erano diventati dei veri colossi. Ora spendono più in avvocati e sistemi di controllo obbligatorio che in innovazione tecnologica sui frigoriferi. I cittadini sentono che c’è qualcosa di sbagliato, che diffondere il ghiaccio, regalarlo, usarlo per i più svariati scopi e senza limiti al numero di cubetti per drink dovrebbe essere un’attività lecita e libera. Sentono che c’è del “vecchio” in tutto questo, che se l’industria del ghiaccio è messa di fronte ad un nuovo modo di produrre e consumare, allora è l’industria che deve adattarsi. O morire. Non i diritti dei consumatori. Non la nuova tecnologia dei frigoriferi domestici.

Ma il peggio è ormai fatto. La gente ha paura. La vecchia industria del ghiaccio ha vinto. I frigoriferi nelle cucine ci sono ancora, ma sono controllati della Autorità e la FAIG ha persino degli ispettori che vanno casa per casa e denunciano i pochi trasgressori rimasti.

Eppure qualcuno lo aveva detto. Si erano levate voci che avvertivano del pericolo. Molti si sono disinteressati. Altri hanno risposto che era impossibile controllare il progresso e che esso avrebbe vinto, comunque. Non era vero. Era già successo, in Asia, che i frigoriferi dei cittadini fossero controllati dallo Stato. Chi tentò la “Rivoluzione del ghiaccio” fu duramente represso. “Ma quella è una dittatura”, ripetevano in molti. “Ciò non toglie che si possa fare, che la Rivoluzione del frigorifero può essere controllata e addomesticata”, rispondevano le cassandre. Magari non per tutti. Ci sono sempre dei pirati, degli hacker, che bucano la censura. Ma se rivelano come farlo possono venire incarcerati. Uno di loro, il leader di WikiFreeze che voleva “liberare il ghiaccio”, fu colpito con la scusa di aver molestato una donna. Non era vero, ma dovette subire un processo e andò in galera. E la maggioranza non riuscì mai ad applicare le tecniche più sofisticate per scavalcare i controlli.

Fu così che la rivoluzione del frigo domestico fu fermata. Oggi, nell’Anno del Signore 2011, pochi ricordano quegli accadimenti. Eppure hanno cambiato la Storia. Oggi per noi è un fatto assodato non avere la libertà di congelare l’acqua. Ma chiediamoci: è normale che sia così? E’ giusto? Poteva andare diversamente, se avessimo reagito in tempo?

Forse non lo sapremo mai.

P.S. Questo non è un racconto di fantasia. E’ quello che può accadere se l’Autorità Garante delle Comunicazioni italiana varerà il 6 luglio la delibera sull’enforcement del diritto d’autore: http://www.agoradigitale.org/nocensura

Solo che non parliamo di ghiaccio, ma di Internet e di libertà.

Per La Liberta’ Dei Cittadini in Rete: http://www.facebook.com/retelibera

© 2011 Guido Iodice. La copia letterale e la distribuzione di questo articolo nella sua integrità sono permesse (e caldamente sollecitate) con qualsiasi mezzo, a condizione che questa nota sia riprodotta.

Nota: Come tutte le metafore, qualcosa non coincide alla perfezione. Ma lo scopo di questo articolo è mostrare l’assurdità di voler controllare la Rete e la profonda ingiustizia dietro questo intento.

L’idea originale della metafora dell’industria del ghiaccio non è mia, ma di Bruce Perens, che l’ha usata in un contesto differente: http://www.askmar.com/Open%20Source/Bruce%20Perens.pdf

20 maggio 2011

L'ennesima occasione persa.


Non ho mai amato molto Susanna Tamaro. La reputo una scrittrice molto sopravalutata. I suoi romanzi hanno degli ottimi spunti, sono belle storie, ma manca sempre, a mio avviso, qualcosa. Rimangono sempre al di qua di quella soglia che ne farebbe dei libri splendidi, dei capolavori. Ci si avvicinano molto, a volte si affaciano a questa porta, ma non la valicano mai. Insomma, dopo la lettura mi rimane sempre molto amaro in bocca, la sensazione di un qualcosa che potrebbe essere stato ma non c'è riuscito.


Complice un viaggio in treno ho letto l'ultima sua opera: "Per sempre". Mi incuriosiva il fatto che per la prima volta il protagonista fosse un uomo, e le varie critiche che avevo letto erano tutte molto favorevoli. 


Piccola digressione: ma perché la maggioranza delle critiche che si leggono su riviste, rete e quant'altro, a parte alcune eccezioni, sembrano fatte con il copia-incolla?


La storia narrata è molto bella. Scritta anche bene. Il classico libro che non riesci a smettere di leggere, ma da cui ogni tanto devi fare una pausa perché le emozioni suscitate sono talmente forti che a volte hai il bisogno fisico di fermarti a riprendere il fiato. Ma sempre con la voglia di rimetterti a leggere appena possibile, appena il tuo animo ha ritrovato un po' di quiete.


Insomma, inizio a pensare che finalmente l'autrice abbia scritto un libro veramente splendido. 


Ma poi arrivo all'ultimo capitolo, alla chiusura. E qui casca l'asino. La mia impressione è che la chiusura sia stata buttata giù. Mi ha fatto venire in mente quando a scuola dovevamo fare i temi, e quando stava per scadere il tempo a disposizione, si buttava giù una chiusura quale che sia solo per consegnare in tempo. 
Non so se l'abbia terminato in questo modo perché c'erano scadenze contrattuali da rispettare. Oppure anche se la storia l'abbia presa talmente che non sapeva più come chiuderla, quasi un taglio netto per non cadere nel vortice dell'emozione. 


A conti fatti ancora una delusione, anche se notevolmente minore delle altre volte. Quella soglia non è ancora stata varcata, ma mai come questa volta ci è andata vicino.


Però nonsotante tutto è un libro di cui consiglio la lettura.

06 aprile 2011

The Way

Antefatto
45 anni fa. Classe seconda media. Ora di storia. Argomento: il valore dei pellegrinaggi nel medioevo. La testa (mia) parte in un 'sogno': perché non rifare anche oggi quei cammini e in particolare quello cha va a Santiago?
Nel corso degli anni questa idea va e viene, ma sempre tutto rimane a livello di fantasticheria, di sogno ad occhi aperti.

Rapido zoom ad un mesetto fa
In autobus incontro una signora che conosco e che era non vedevo da un po' di tempo. Mi racconta che il marito, per festeggiare la collocazione in pensione, si era fatto il Cammino di Santiago, da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago. È lanciare un sassolino che scatena una valanga.

Da allora sto leggendo tutto quello che trovo a questo proposito.

Ieri sera ho avuto occasione di guardare (in inglese e senza sottotitoli) il film "The Way" di Emilio Estevez con Martin Sheen.
Racconta il dramma incentrato sulla storia di Tom Avery, oftalmologo californiano che - alla notizia della morte del figlio durante una tempesta sui Pirenei - si reca in Francia per farlo cremare, poi ripone l’urna con le ceneri nello zaino del ragazzo e si mette in viaggio lungo il Cammino di Santiago, portando a termine il pellegrinaggio intrapreso dal figlio. E il Cammino è anche una riscoperta del figlio.

Piccola (per modo di dire) difficoltà è stata la lingua. Lui parla con un forte accento americano, per cui non è sempre comprensibile. Ma quello che è veramente incomprensibile è lo scrittore irlandese. Parla con accento irlandese spiccato, cioè velocissimo e in modo 'martellante'. Sono riuscito a capire si e no il 10% di quello che diceva  . Un po' di problemi all'inizio con la canadese, ma poi tutto liscio. L'olandese invece in alcuni momenti parlava con forte accento 'fiammingo', ma era sempre intellegibile.
Questi sono i 4 protagonisti principali.

Penso che abbia ben descritto lo spirito del Cammino, anche se mi domando come delle persone che dormono all'aperto alla mattina possano essere linde e pulite come se fossero appena uscite da una doccia e da un trattamento di visagista.

Non vengono celati alcuni aspetti 'negativi' del cammino, come ad esempio il non riuscire a dormire per causa dei russatori, o il fatto che non tutti gli hospital sono accoglienti allo stesso modo.
Però nessuno ha mai né una vescica né un mal di schiena o una tendinite.

Un'altra cosa che mi ha un po' meravigliato è il fatto che una persona che fino al giorno prima se solo doveva fare più di 10 metri prendeva un mezzo di trasporto (Martin Sheen), riesca poi a farsi tutto il Cammino senza sforzi eccessivi.

Questi aspetti però non impattano sul giudizio complessivo. Descritto molto bene (a mio avviso) il clima che si crea tra i pellegrini, la complicità e la fratellanza. E anche i momenti di tensione e le litigate alla fine vengono superati e sono occasione di un approfondimento del rapporto.

La scena finale mi pare che sia uno strizzare l'occhio al gusto americano che vuole sempre un lieto fine che sia conclusivo. Per i miei gusti il film era finito a Finisterre. Ma questa è solo una considerazione personale.

Mi è piaciuto molto il contrasto tra le scene iniziali in cui si vedono solo macchine e in cui nessuno cammina, poi c'è lo stacco con i titoli, e infine tutto il film in cui le macchine sono praticamente assenti.

Nel complesso un film molto bello. Fa venire voglia di preparare lo zaino e mettersi in cammino.

21 marzo 2011

Un libro ritrovato


Nell'antologia delle medie c'era un piccolo brano che mi incuriosì molto: parlava di un bambino di 4 anni, Ulysses, che vive ad Ithaca. Nelle note si diceva che il era il co-protagonista, assieme al fratello tredicenne Homer, del libro "La Commedia Umana" di William Saroyan. Trovai il libro, lo lessi tutto e devo dire che mi piacque molto.
Poi nel corso dei fatti della vita l'ho perso. Ma mi era sempre rimasto un po' nel cuore. Qualche giorno fa in una libreria l'ho trovato (l'ha riedito la Marcos y Marcos). Comprato, letto e riamato.
Non ha perso la sua bellezza. Bellezza delle cose piccole e semplici, ma che sono piene di senso, di gioia e di tristezza, di VITA. È commovente senza essere melenso.


Al di là dei nomi 'classici' (per completare il quadro c'è anche una Helen) niente a che vedere con riedizioni o riletture di Iliade od Odissea. La storia si svolge in America durante la seconda guerra mondiale. È una storia della gente tutti i giorni, degli umili che accettano “l’universo”. 
Libro adatto a tutte le età, dai 12 ai 99 anni.






“Un uomo che non piange di fronte al dolore del mondo è un uomo per modo di dire. Nel mondo ci sarà sempre dolore. Questo non significa che si debba perdere la speranza. Un uomo vero si sforzerà di eliminare il dolore del mondo. Un uomo meschino non lo vedrà nemmeno, tranne che in se stesso. E un uomo malvagio, per sua disgrazia, porterà al mondo altro dolore, seminandolo ovunque andrà. Ma non è colpa di nessuno, mi sa, perché nessuno ha chiesto di venire al mondo” (p. 169).


La mano di Saroyan è piena di rabbia, una rabbia armena eppure americana: e soprattutto, la sua scrittura è fantastica, lirica fino all'ultimo punto, all'ultima virgola. (John Fante) 

31 dicembre 2010

2010: alcuni numeri

232.500 le vittime delle catastrofi in Pakistan, Haiti (dove adesso c'è un'epidemia di colera) e Cile


30 milioni i posti di lavoro bruciati dalla crisi


15.000 le persone assassinate dai narcos in Messico


1,8 milioni i nuovi sieropositivi nell’Africa subsahariana


2.800 i giorni di prigionia di Aung San Suu Kyi nel Myanmar


200 giorni senza governo a Bruxelles 


300 gli ostaggi eritrei (cifra ufficiale del governo egiziano) torturati, uccisi, a cui sono stati prelevati organi, stuprati



13 marzo 2010

Consiglio di lettura

Ho appena finito di leggere "Daniel Stein traduttore" di Ludmila Uliskaya (Ed. Bompiani, pagg. 558). È la storia di un ragazzo ebreo polacco, scappato in Bielorussia, che diventa interprete della Gestapo. In tale veste riesce a salvare un bel po' di ebrei, fino a che viene scoperto e arrestato. Riesce a scappare e si rifugia per 15 mesi in un convento di suore. Qui scopre il cristianesimo e decide di farsi battezzare. Finita la guerra torna in Polonia ed entra in convento diventando carmelitano. Poi si fa trasferire in Israele dove cerca di rifondare la chiesa gerosolimitana, celebra in ebraico, diventa e tante altre cose. Vive da cristiano non rinunciando al suo essere ebreo, e questo gli genera problemi sia con gli ebrei che con i cristiani di ogni confessione.
Il libro è scritto come una raccolta di lettere, articoli di giornale, brani di diario, verbali di polizia. I personaggi sono tanti, con storie che si intrecciano o si sfiorano nel loro rapporto col protagonista.

Il bello di questo libro è che è una storia vera, è basato su anni di ricerche e di interviste. Solo alcuni personaggi sono inventati, e i nomi sono cambiati in quanto alcuni di loro sono ancora vivi e potrebbero aver problemi in quella realtà complessa e caotica che è il medio-oriente.

Il vero nome di Daniel Stein era Oswald Rufeisen, e l'idea di questo libro venne all'autrice quando per un caso fortuito lo incontrò.  Lei stessa dice che la libertà era la qualità umana che Rufeisen prediligeva; la sua saggezza di vita è racchiusa in poche semplici parole: "Credete come volete, ma osservate i Comandamenti e comportatevi degnamente".

Decisamente un libro da leggere, interessante e che avvince.

Da una ricerca in rete ho appurato che praticamente tutti gli episodi relativi a Daniel raccontati sono veri. Solo di uno non ho trovato traccia: il suo rapporto con un certo polacco a cui aveva 'soffiato' il posto in Carmelo. Un polacco che si chiamava Karol Woytila.


18 febbraio 2010

La via della salvia

Vista verso Grado

Sono stufo di freddo, cielo grigio, umidità o bora. E non sono il solo. In autobus, sul lavoro, al supermercato, tutti si lamentano di questo inverno che non vuole andarsene via.

Mi piace cucinare. Ma non sono come quei mariti che una volta ogni tanto si chiudono in cucina e dopo averla trasformata in un caos, si sentono grandi chef. Io cucino ogni volta che ho tempo, cioè tutte le sere e il sabato e la domenica anche il pranzo (e prima di servire in tavola pulisco tutto).


L'altro giorno stavo preparando una cosa di carne. Cercando tra gli odori ho preso un paio di foglie di salvia. E così, complice il loro profumo e quello che dicevo prima sul tempo, mi è tornata alla mente una passeggiata che è tanto tempo che non faccio, ma che vorrei fare appena la primavera farà il suo ingresso (spero trionfale). È la "via della salvia".

La via della salvia è un tratto di sentiero di quella che nel progetto doveva essere la 'traversata carsica triestina', cioè un sentiero che partendo da Muggia, lungo tutto il ciglione carsico doveva arrivare fino a Duino, approfittando di alcuni sentieri già tracciati. Uno di questi è proprio quello di cui parlo. 
Inizia da Santa Croce (per la precisione poco sotto il paese, appena sopra la ferrovia) e arriva a Sistiana. Percorre il ciglione e se la giornata è limpida si può ammirare tutto il golfo di Trieste e anche oltre. La vista va dal promontorio di Salvore (la punta più orientale dell'Istria) fino a Grado, Lignano (a volte si riesce a vedere anche il campanile di Caorle). 
Vista verso il castello di Miramare e la città
Deve il suo nome al fatto che a un dato momento si passa in mezzo ad una enorme macchia di salvia selvatica. Il suo profumo si sente già da prima. E poi ci si trova immersi. L'ultima volta che ci sono stato ne ho raccolto un mazzetto, e poi alla sera, ci ho fatto una frittata fenomenale. Ha un odore e un sapore che la salvia che si compra in negozio al confronto sembra erba comune. 

Decisamente al primo giorno di bel tempo e con un po' di tepore ci vado a fare una camminata.

07 febbraio 2010

Welcome

Ieri sera ho visto un bel film: il francese "Welcome".

La storia è relativamente semplice, ma attuale.
Simon è istruttore di nuoto in una piscina comunale a Calais, sulla costa nord della Francia. È in crisi con la moglie e svolge il suo lavoro come una banale routine, fino a quando incontra Bilal, un giovane curdo che ha attraversato l’Europa da clandestino per raggiungere la ragazza in Inghilterra. Dopo un tentativo fallito di varcare la frontiera, l’unica possibilità per Bilal di realizzare il suo sogno è attraversare la Manica a nuoto e Simon è il solo che può allenarlo: il coraggio del ragazzo, deciso a tutto pur di salvare il suo amore, convincerà Simon a mettersi in gioco in prima persona, sfidando la legge per aiutarlo in un’impresa all'apparenza impossibile.

È un film che fa riflettere sul problema degli immigrati clandestini. Qui vengono presentati innanzi tutto come persone: ci sono i buoni e i cattivi, i generosi e gli egoisti. Si tratta insomma di persone come noi, con i loro pregi e i loro difetti. Non vengono idealizzati, ma neanche demonizzati.

Un film non leggero, anzi alla fine ti sembra di aver ricevuto un pugno allo stomaco, ma un film da vedere.

27 novembre 2009

Un consiglio musicale

Lo so che è il cd del momento, però mi sento proprio di consigliarlo.

Penso che il video con la prima esibizione di Susan Boyle l'abbiano visto praticamente tutti (e chi non l'avesse visto lo trova facilmente su YouTube) e che quindi si sia potuto apprezzare la voce di questa signora.

Devo dire che all'inizio ero piuttosto scettico. Lei è brava, ma non sarà un disco un po' diciamo così piatto, senza espressione?

È bastato il primo ascolto per esserne letteralmente conquistato. Susan non ha solo una bella voce, ma è anche molta espressività. È un disco in cui anche chi non capisce una parola d'inglese riesce benissimo a sentire il senso del testo. Riesce a comunicare tristezza, ansia, allegria, seduzione, nostalgia, ironia.
Molto belli e indovinati anche gli arrangiamenti. Molto scarni ed essenziali, che non tentano di coprire la voce, ma la esaltano e riescono a sottolinearne le coloriture.

Le uniche 'pecche', a mio avviso, sono in alcuni casi i cori e alcune 'sbavature' sulle note più basse nella voce di Susan. Sempre a mio avviso gli episodi meno riusciti del cd sono "Amazing Grace" e "Silent Night". Ma trovo che la vera perla sia la cover dei Rolling Stone: "Wild Horses".

La trovo anche meglio dell'originale. Qui potete ascoltarla dal vivo dai Rolling Stone, e poi fare un confronto.

Per concludere è proprio un cd da mettere sul lettore, chiudere gli occhi, e ascoltare.

Buon week-end a tutti

20 novembre 2009

Assurdità italiane

Il D.P.Reg.165/2009 del Friuli-Venezia Giulia ha stabilito un finanziamento regionale per l'università e la ricerca. A parte l'irrisorietà del fondo (90.000 euro) quello che desta 'perplessità' e il criterio (anche se in questo caso 'criterio' è una parola grossa) con cui verrà deciso a chi andranno questi fondi: a sportello.
Questo significa che chi prima consegna la domanda avrà i fondi, senza nessuna valutazione sull'importanza o la serietà della ricerca. Se la prima domanda spedita riguardasse il 'sesso degli angeli' e la seconda il 'motore a gatto imburrato', queste avrebbero il finanziamento.

A corollario di tutto ciò c'è il fatto che anche in regione gli uffici postali non aprono allo stesso orario. A Trieste aprono alle 8.30, a Udine alle 8.00. Qualcuno è andato a spedire la raccomandata a Trento dove pare che aprano ancora prima. Qualcun altro invece si è spinto fino in Croazia dove alcuni uffici postali sono aperti 24 ore (con raccomandate spedite alle ore 00,01).

Ma non si doveva puntare sull'efficienza e premiare i migliori? O forse con 'migliori' si intende solo 'i più furbi'?

Povera Italia

16 novembre 2009

Un bel film

Ieri sera mi sono guardato un bel film: "La custode di mia sorella".

Non è un capolavoro, certe scene sono un po' mielose, le tematiche sono tante e quindi non sono affrontate in maniera uguale: alcune sono appena accennate. Però è un film che, anche se per certi aspetti è un vero e proprio pugno nello stomaco, fa molto riflettere.

Il tema forse più sviluppato è quello dell'accanimento terapeutico. Ma non è il solo. C'è anche quello della fecondazione assistita. Quello del rapporto con i figli. Quello del problema della presenza di un malato grave in una famiglia.

L'aspetto che mi è piaciuto di più è che tutte queste tematiche sono state presentate sotto l'aspetto esistenziale. Viene descritto l'impatto che tutte queste cose hanno sulla vita delle persone.

Non ho letto il libro da cui è stata tratta la sceneggiatura, per cui non so se la soluzione per scaricare la figlia minore dal senso di colpa sia presente anche in questo. Mi è sembrato un po' un escamotage filmico per 'stemperare' una situazione che altrimenti avrebbe schiacciato un adulto, figuriamoci una bambina di 11 anni! Nel film ci sta benissimo, ma è la parte che mi ha lasciato un po' un senso di artificiale.

Per concludere direi proprio un film da vedere, magari non in una sera in cui ci si sente un po' giù. L'ideale sarebbe in un cineforum (ma ci sono ancora?) a cui far seguire 'ampia discussione'. Ma in questo caso non vorrei essere il moderatore.
;-)