20 gennaio 2022

Dio non fa mai le cose a metà - 23/1/2022 - III Domenica tempo ordinario (Domenica della Parola di Dio)

 

Mosaico di p. M. Rupnik s.j

Gesù inizia la sua 'missione' esponendo da subito il suo 'manifesto programmatico'.
Per fare questo si serve di un passo del profeta Isaia che annuncia la liberazione dei deportati a Babilonia, liberazione che viene presentata come un rovesciamento della situazione presente. Applicando a sé questo passo, Gesù vuole dichiarare che la salvezza promessa da Dio si fa presente e attiva qui e ora nella sua persona.

Due cose sono da sottolineare: il messaggio è una "notizia che dà gioia" (cioè un vangelo) perché è un messaggio di liberazione; e questa liberazione è in atto «oggi», non in un futuro più o meno lontano.
C'è da dire che la liberazione del Cristo ha una sua specificità: è totale, riguarda tutto l'essere umano in tutte le sue dimensioni. Dio non fa mai le cose a metà, la sua liberazione non è un allargare le mura della prigione, non è un portare l'uomo da una prigione buia ad una prigione dorata. Lui ha sempre agito per la nostra libertà. Siamo noi che poi abbiamo trasformato le sue 'leggi' da cartelli indicatori per la nostra liberazione in nuove catene per legare noi e gli altri.
E proprio su questo equivoco gioca parte della società moderna: dare l'illusione della libertà lasciando scorrazzare le persone in certi campi (piacere, divertimento, consumismo) per poterle dominare, condizionare, manovrare, in quei campi dove veramente si gioca la possibilità di "essere uomo vero e vivo" e non marionetta guidata dagli interessi altrui.
Perché si ha liberazione totale solo quando uno diventa libero di essere ciò che può e deve essere. La libertà vera non riguarda il 'poter fare', ma il 'poter essere'.

La libertà non ci viene regalata dagli altri, ma solamente da Cristo. Dobbiamo solo renderci conto che tante catene ce le siamo messe noi stessi, che abbiamo bisogno di 'essere liberati'.
Il paradosso della liberazione cristiana sta qui: è una libertà "donata", ma nello stesso tempo da conquistare interiormente. Una libertà che ci viene offerta gratuitamente ogni giorno, ma che nello stesso tempo dipende da noi, che solo noi possiamo perdere.


(Ne 8,2-4.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21)


13 gennaio 2022

Donare il 'di più' - 16/1/2022 - II Domenica tempo ordinario

Nozze di Cana - Santuario san Giovanni Paolo II - Washington
(p. M. Rupnik s.j.)

 

Colpisce che il primo miracolo di Gesù non sia all'insegna del necessario, ma del 'di più', oserei dire del superfluo. Infatti non ha moltiplicato il pane per degli affamati né ha guarito degli ammalati. Ha procurato del vino a chi, come fa notare il direttore del banchetto, ha «già bevuto molto».
Gesù proclama subito che è venuto per portare a tutti l'amore del Padre, per festeggiare pienamente la riunificazione familiare tra Dio e tutti i suoi figli. È venuto per proclamare, e vivere, la gioia della festa, il banchetto nuziale del ritrovato amore tra l'umanità e Dio.
Inoltre il fatto che venga a donare il 'di più' è proprio la prova che il Signore dona sempre il centuplo, Lui ci ripaga sempre "con una misura traboccante".
Lui non ci dona quello che meritiamo (e per fortuna!), ma più di ciò che necessitiamo.

Ma c'è da dire che a volte il superfluo si dimostra indispensabile. A volte un povero ha bisogno di un fiore prima che di un piatto di minestra, di un sorriso più che di un'elemosina, della nostra attenzione più che del nostro aiuto.
Prima che dargli la nostra compassione dovremmo cercare di restituirgli la sua dignità.
Bisogna imparare ad amare anche con un pizzico di fantasia, portando anche l'inatteso, l'imprevedibile.

Piccola postilla
Dal punto di vista liturgico siamo entrati nel "tempo ordinario". Questa definizione non mi piace proprio. Il tempo non è mai 'ordinario', ma soprattutto non lo può essere la domenica, 'Pasqua della settimana'. Il tempo è un dono che ci fa il Signore, per cui è sempre sorprendente, inaudito. È sempre "straordinario".
Dovremmo imparare a celebrare la liturgia della meraviglia, perché dovremmo essere sempre consapevoli che il tempo ci è regalato, ed è un dono insolito e meraviglioso.


(Is 62,1-5; Sal 95; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11)


06 gennaio 2022

Sboccia la salvezza - 9/1/2022 - Battesimo del Signore

  Battesimo di Gesù,
Chiesa di Santa Maria Madre della Chiesa, Zaragoza
(p. M. Rupnik s.j.)

 

Il battesimo di Gesù rappresenta l'inizio della sua vita pubblica. Con esso la sua opera salvifica non è più nascosta a Nazareth, ma diventa manifesta sulla scena del mondo.
Ma questo debutto non avviene in modo spettacolare, Gesù si presenta come uno sconosciuto, un anonimo peccatore in mezzo ad altri peccatori. Fin dall'inizio Gesù vuole farci capire che è uno di noi, nostro fratello venuto a condividere la nostra condizione, la nostra miseria.
Gesù si presenta come una persone qualunque, uno come tutti gli altri, me è anche una persona unica. Lui che in realtà e il più forte si riveste di debolezza.
Dobbiamo imparare a riconoscere Gesù anche nelle apparenze più umili, nei panni più ordinari, nel nascondimento della realtà quotidiana. È questo il grande passo della fede: imparare a guardare nella direzione giusta, senza lasciarsi distrarre da persone o cose che sono semplici mezzi per arrivare a Lui e non punti di arrivo.

Ma il battesimo di Gesù segna anche l'inizio del tempo della misericordia, lo sbocciare della salvezza. È la proclamazione che anche per i peccatori c'è speranza. anche loro possono contare sull'amore ostinato di Dio che viene tra di noi non per condannare, ma solamente per colmare l'abisso della nostra miseria.

L'amore di Dio 'squarcia' i cieli, cioè rompe la barriera tra l'uomo e Dio, adesso non c'è più inimicizia tra l'uomo e il suo Creatore.
Non è finito solo il tempo della separazione, ma anche quello del silenzio di Dio. Il Signore prende la parola e ci indica il suo dono: il Figlio. Gesù è la Parola definitiva che il Padre dice al mondo.
E con la colomba sottolinea che è una parola di pace (vedi l'episodio di Noè alla fine del diluvio) e di amore (vedi tutto il Cantico dei Cantici)

Con Gesù inizia la nuova era. D'ora in poi l'attenzione non deve essere rivolta alle nostre azioni, ma a ciò che Dio fa per noi (vedi il Magnificat). Non che il nostro comportamento non sia importante, c'è sempre l'esigenza della conversione, ma non dobbiamo mai dimenticare che l'iniziativa è sempre di Dio. Noi possiamo (e dobbiamo) solo rispondergli.
La salvezza è dono, non conquista (né tanto meno diritto)


(Is 40,1-5.9-11; Sal 103; Tt 2,11-14;3,4-7; Lc 3,15-16.21-22)


30 dicembre 2021

Bagliori nel buio - 2/1/2022 - II Domenica dopo Natale

Particolare del mosaico del Battistero, chiesa dei santi Agostino e Monica (Casciago, VA)
padre Marco Rupnik s.j.

 

L'inizio del Vangelo di Giovanni è una somma di teologia, filosofia e poesia tutte di altissimo livello. Penso che solamente un mistico riesca a coglierne fino in fondo la profondità e la bellezza.
Io riesco ad intravedere solamente alcuni bagliori, che voglio condividere.

Il brano inizia con le parole «In principio»
Sono le stesse parole con cui inizia la Genesi, il primo libro della Bibbia. Sembra quasi che l'evangelista ci voglia dire che l'Incarnazione sia una nuova creazione. Dio, che fa nuove tutte le cose, ci dona nuove possibilità.
Dio non accetta la distanza che abbiamo posto tra Lui e noi, non si dà pace per la nostra fuga. E per questo decide di venire in mezzo a noi come uno di noi. Lo fa per starci vicino, per aiutarci a rialzarci quando cadiamo, per consolarci e asciugare le nostre lacrime quando soffriamo. Lo fa per darci tutta la sua forza e tutto il suo amore per mezzo del suo Spirito.

Poi c'è il tema della «luce».
Luca ci presenta Gesù come «un sole che sorge» (Lc 1, 78). È un'immagine che mi piace molto. Ho sempre preferito l'alba al tramonto, e poi il sole che sorge scalda senza scottare, illumina senza accecare. È un sole che accarezza, non che 'picchia'.
Ma per quanto bella, all'immagine del sole preferisco quella della candela. Gli innamorati mangiano al lume di candela. Una candela riesce ad illuminare anche la notte più buia. Per secoli una candela accesa posta alla finestra è stata simbolo di accoglienza e di riparo. Penso alla poesia che dice: "magari fossi una candela in mezzo al buio" (Mahmoud Darwish, Pensa agli altri). Non possiamo neanche pensare di essere dei 'soli', ma possiamo cercare di essere una candela nel buio per gli altri, per coloro che ci sono vicini, per coloro che sono attorno a noi. Gesù viene in mezzo a noi come candela per fare di noi delle candele che illuminano le notti dei nostri fratelli.

Il prologo si conclude con la parole «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».
Per millenni l'uomo ha pensato che per arrivare a Dio doveva guardare in alto, cercare di 'salire' fino a Lui.
Ma adesso Gesù si è fatto carne. Il corpo non è più la zavorra che ci impedisce salire fino a Lui. Non è più il muro tra noi e Lui. Non è più la prigione dell'anima. Con l'Incarnazione il corpo diventa il mezzo per arrivare a Dio, diventa la scala per il paradiso.
Il Verbo è venuto ad abitare in mezzo a noi, e per questo non dobbiamo più cercare Dio nei cieli. Per trovare Dio dobbiamo guardare a terra, dobbiamo chinarci sull'uomo, su tutti gli esseri umani, nessuno escluso.


(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)


23 dicembre 2021

Una famiglia come tante - 26/12/2021 - Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Icona della Sacra Famiglia - Vaticano (padre M. Rupnik s.j.)

 

Oggi è la festa della Sacra Famiglia.
Ma com'era in realtà la famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria?
Era una famiglia come tante, non era una famiglia super o da 'mulino bianco'.
Era anche una famiglia con i suoi problemi. Maria rimane incinta prima del matrimonio (ma allora era lecito, anche se non usuale, andare a vivere insieme già dal fidanzamento); il padre di Gesù non era Giuseppe (e ufficialmente la cosa rimane nascosta); sono molto poveri (l'offerta delle due tortore o piccioni era quella concessa ai poveri); poco dopo la nascita devono fuggire perché perseguitati dal potere politico e 'chiedono asilo' all'estero; a 12 anni il figlio li molla senza dire niente e poi li tratta anche un po' male (ma allora a 12 anni si diventava adulti).

Però in questa famiglia Gesù, per 30 dei suoi 33 anni, ha vissuto la sua vita salvifica. Per trent'anni questa famiglia è stata la culla nascosta della salvezza di tutta l'umanità, è stata la scuola in cui l'uomo Gesù ha imparato ad essere il Figlio di Dio.
Non è una famiglia modello, perfettina, ideale. Ma proprio per questo tutte le famiglie umane possono trovare in essa qualcosa.
L'accoglienza per l'altro. Accettare che i figli siano sé stessi (e non la proiezione dei nostri sogni o aspirazioni). Il cercare sempre il bene dell'altro e della famiglia, senza mai far mancare il proprio appoggio anche nei momenti bui e tristi.
Mettere sempre alla base del rapporto l'amore, il dono di sé.
L'importanza del perdonarsi, del condividere, dello stare insieme nella gioia come nel dolore.
La necessità di non rinchiudersi in sé stessi, ma di aprirsi agli altri e in particolar modo ai poveri e ai sofferenti

Prendere ad esempio la Sacra Famiglia significa capire che non è nelle cose eccezionali che conquistiamo la salvezza o la grandezza.
La salvezza e la grandezza le conquistiamo nel quotidiano, nelle piccole cose di ogni giorno. In quei piccoli gesti, magari nascosti a tutti come i primi anni di Gesù, ma che sono segno del nostro dono totale.


(1Sam 1,20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52)


16 dicembre 2021

La prima processione del Corpus Domini - 19/12/2021 - IV Domenica di Avvento

Visitazione - Santuario san Giovanni Paolo II - Washington D.C. (USA)
(mosaico- padre M. Rupnik s.j.)

 

Mi ha sempre colpito quella «fretta» con cui Maria va da Elisabetta. Non è la fretta di chi non vede l'ora di finire un compito per poter essere libero di fare altro. È invece la fretta che nasce dalla gioia di una buona notizia da condividere.
Lei, che ha risposto alla speranza di Dio, si fa subito risposta ai sogni dell'umanità. Maria, con il suo "si" ha riscattato i nostri infiniti 'no'. Per questo cammina in fretta. Il suo è il passo di chi annuncia la nascita di tempi nuovi.


Ma la Visitazione ci dice anche che fin da subito Maria sa che quel Figlio non le appartiene, che appartiene agli altri. Sa che è un dono di Dio per tutti gli uomini. Ed è per questo che, ancora prima di darlo alla luce, lei lo porta incontro all'umanità.
La Visitazione esprime la gioia del dono, della condivisione. La definizione classica di Maria come ostensorio è molto vera, ma non è un ostensorio chiuso in chiesa. È un ostensorio che cammina, che annulla le distanze, che va tra gli uomini non per farsi adorare, ma per farsi servo.

«beata colei che ha creduto»
Quando la Madonna giunge a destinazione, Elisabetta pronuncia la prima delle beatitudini del Vangelo. Cogliendo la vera grandezza di Maria, inventa la beatitudine più adatta alla sua ospite.
La Madonna ha creduto, si è affidata ad un Altro. Prima di portare il Figlio si è lasciata portare dallo Spirito Santo. Ha creduto non a una sfilza di verità, ma ad una Parola che l'ha messa in un cammino sconosciuto.

Maria ha creduto «all'adempimento di ciò che il Signore le ha detto»
Aver fede significa credere che il Signore mantiene la sua parola. L'unica sicurezza, l'unica garanzia, è data dalla certezza che Dio non ti delude quando ti arrendi totalmente a Lui. È soltanto la fede che può riportare Dio in un mondo che pare averlo dimenticato.




(Mi 5,1-4; Sal 79; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45)


09 dicembre 2021

Andare incontro a Gesù rimanendo al proprio posto - 12/12/2021 - III Domenica di Avvento - Gaudete

 

Giovanni Battista - mosaico (padre Ivan Rupnik s.j.)

Nel Vangelo di oggi il Battista chiarisce quali sono le strade che domenica scorsa aveva detto di raddrizzare per preparare l'incontro col Signore che viene. E sono le strade della giustizia, della carità, del rispetto per gli altri. A ben guardare non sono delle novità, sono le strade indicate già da tutta le Bibbia e ribadiscono una verità fondamentale: la strada per arrivare a Dio passa obbligatoriamente attraverso il prossimo. Disprezzare, calpestare, umiliare gli esseri umani è disprezzare, calpestare, umiliare Dio.

Una cosa mi colpisce: Giovanni non invita a fare come ha fatto lui, non spinge a lasciare tutto e ad inoltrarsi nel deserto. Anzi, invita tutti a rimanere al proprio posto, a continuare a fare lo stesso mestiere che stanno facendo. Solo chiede che lo facciano in maniera diversa.
Si tratta di accogliere il Signore nella vita normale, quella di tutti i giorni. Alla stragrande maggioranza degli uomini, Dio non domanda gesti straordinari. Domanda la fedeltà nel quotidiano, nei piccoli gesti di ogni giorno.
Si tratta di andare incontro a Gesù che viene, rimanendo al proprio posto. Il cambiamento che va fatto non è nelle cose esteriori, quello che va cambiato è quello che sta dentro, il nostro cuore.

Ma questo cambiamento del cuore si deve vedere anche all'esterno. Continuare a fare lo stesso mestiere con la stessa mentalità del mondo, pensando solo alla ricchezza, al successo e alla carriera, non è convertirsi. È mettere la stoffa grezza sul vestito vecchio, il vino nuovo in orci vecchi (Mt 9,16-17; Mc 2,21-22; Lc 5, 36-37).
Non si tratta di cercare di mettere Dio nelle nostre azioni, ma di mettere le nostre azioni in Dio. Di avere l'umiltà di accostarci a Lui e domandargli «cosa dobbiamo fare?» E dopo ascoltarlo, cioè fare quello che dice.
«Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.» (Mt 7,21)


(Sof 3,14-18; Is 12; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18)


02 dicembre 2021

Parafrasando il Vangelo - 5/12/2021 - II Domenica di Avvento

Giovanni il Battista - mosaico (padre Ivan Rupnik s.j.)

 

Per togliere i dubbi sulla storicità di quanto racconta, l'evangelista Luca ci dice tutta una serie di nomi che inquadrano tutto il potere politico, sociale e religioso nel territorio d'Israele in un preciso anno. Ma questo quadro così preciso rischia di allontanarci un po' dal Vangelo, di farcelo sentire come una cosa lontana che non ci riguarda se non marginalmente. Forse Luca, oltre al dato storico, vuol dirci anche qualcos'altro, qualcosa che ci riguarda personalmente.

Per cercare di 'capire' meglio, vorrei provare a parafrasare questo brano, a leggerlo un po' a modo mio, cercando non di far coincidere la storia di Gesù con la storia degli uomini, quanto invece di accordare la mia storia con quella di Gesù.

Il racconto potrebbe essere più o meno questo:
Quando la mia vita era sotto il segno dell'insignificanza, sotto il dominio del possesso, dell'apparenza, dell'avidità e dell'orgoglio; quando la mia religiosità era ridotta a pura pratica esteriore, in una rara pausa di silenzio, Dio si è fatto sentire, mi ha rivolto parole esigenti, quasi folli nelle loro pretese.
Ma queste parole non mi hanno spaventato, anzi, mi hanno toccato il cuore, mi hanno fatto scoprire il vuoto della mia vita, la mia fragilità, hanno fatto vacillare le mie sicurezze. E invece di andare a nascondermi in mezzo alla folla, mi sono avviato verso il deserto delle domande più difficili, dei cambiamenti più costosi, delle liberazioni più ardue.

Perché la conversione è questo: è cambiare la geografia interiore, è tracciare strade nuove e impensate, è scoprire zone prima sconosciute o evitate.
È far sì che la storia di Gesù diventi la mia storia, è scoprirsi suo "contemporaneo" e complice delle sue proposte. È accorgersi che Dio non lo si trova nella storia passata, ma nella novità inattesa.


(Bar 5,1-9; Sal 125; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6)


25 novembre 2021

Il paradosso dell'Avvento - 28/11/2021 - I Domenica di Avvento

 

Angelo della Gloria di Dio (mosaico - p. I. Rupnik s.j.)
San Giovanni Rotondo

Tutti noi consideriamo l'Avvento come il tempo dell'attesa, ma forse dovremmo aprirci a cercare di viverlo anche come il tempo del 'desiderio': il Messia è venuto sulla terra dopo esserci fatto desiderare per secoli. Dal semplice prepararci alla venuta del Signore dovremmo passare al desiderare questa venuta.
Ma in questa attesa, in questo desiderio, c'è un paradosso: ci prepariamo ad accogliere "Colui che deve venire" ma che storicamente è già venuto secoli fa.
C'è un senso in questo apparente paradosso. È l'indicazione che dobbiamo ancora comprendere pienamente quanto accaduto, dobbiamo imparare a viverlo. Colui che è venuto secoli fa attende ancora di essere accolto da noi, aspetta che gli facciamo spazio nella nostra vita, ha sete della nostra attenzione.
Gesù è già nato, ma siamo noi che facciamo fatica ad aprirci a questa realtà. È il 'cristiano' che si fa aspettare, che fatica a venire alla luce. È il cristiano che è in me, che deve ancora nascere.

Ma l'Avvento non è un'attesa proiettata ad un futuro vicino, si apre anche al futuro ultimo, ha una prospettiva rivolta verso il giudizio universale. E come ci dice l'evangelista Luca nel Vangelo di oggi, questa attesa non deve essere all'insegna della paura, ma della speranza: «risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». Attendere il giudizio finale deve avere la stessa gioiosa speranza che ha l'attesa di Gesù Bambino!

Queste due figure, il Bambino a Betlemme e il Giudice del Giorno Ultimo sono la stessa Persona. È lo stesso Bambino di Betlemme che sarà il giudice della storia.
Ma soprattutto dobbiamo renderci conto che il giudizio finale avviene ogni giorno. Il giudizio è già oggi.
E il primo giudizio ci è dato anche dal bambino che è in noi, quello che crescendo abbiamo un po' tradito. Crescendo abbiamo tradito i nostri sogni da bambino, ci siamo piegati ad un mucchio di compromessi. Abbiamo sporcato e sprecato molte cose belle della nostra infanzia.
Il bambino ci rimprovera di averlo perso di vista, di essere andati non dove ci portava il cuore, ma dietro l'interesse spicciolo e la comodità.
Il bambino che è in noi, in fondo, ci rimprovera di non esserci fidati fino in fondo del Bambino di Betlemme.


(Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36)


18 novembre 2021

Il mio Regno non è di questo mondo - 21/11/2021 - Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo (XXXIV Domenica tempo ordinario)

 

Cristo Pantocrator (mosaico - p. I. Rupnik s.j.)
Santuario Cristo Re, Zouq, Zouk Mosbeh, Libano

«Il mio regno non è di questo mondo»

È vero!
Non è di questo mondo un regno che si basa sull'amore e non sulla forza, sulla debolezza e non sulla potenza.
Non è di questo mondo un regno dove vengono capovolti tutti i nostri criteri di grandezza.
Non è di questo mondo un regno basato sulla piccolezza, che cresce in maniera nascosta, i cui successi sono misurati da quanto hai piegato la schiena per servire.
Non è di questo mondo un regno il cui re si fa incoronare vestito solo dei nostri sputi, che invece di essere osannato prende frustate e schiaffi, che invece di schiacciare chi lo uccide lo perdona.
Non è di questo mondo un regno in cui gli ultimi saranno i primi, i cui sono beati i poveri, gli affamati, i miti, i perseguitati.
Non è di questo mondo un regno in cui i peccatori e le prostitute avranno la precedenza.

Molto strano anche questo re. Lui non se ne sta nella sua reggia ad esigere il nostro rispetto, la nostra adorazione, il nostro timore, il rispetto dell'etichetta e della distanza.
Gesù ci mostra un re diverso, perché diverso è il Dio che Lui ci rivela. Gesù ci testimonia un Dio che sta in mezzo a noi, che cammina con noi, che possiamo confondere con un uomo o una donna qualsiasi, che possiamo scambiare con chiunque altro.
Un Dio che entra in casa di Zaccheo, che si schiera dalla parte di un'adultera, che gradisce il profumo offertogli da una prostituta, che organizza una festa per un mascalzone che ha dilapidato i soldi del padre.

Ed entrare in questo regno non è questione di merito o fedeltà a dei riti, è questione di amore, è questione di ascolto e di verità:
«Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».


(Dn 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33-37)