11 agosto 2022

Il fuoco della vita - 14/8/2022 - XX Domenica tempo ordinario

Il roveto ardente
Nostra Signora di Aparecida - Brasile
(mosaico - Centro Aletti)



«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra»
Troppo spesso nel corso della storia i cristiani hanno interpretato queste parole come un invito a bruciare i nemici, i peccatori, coloro che non si conformavano al 'pensiero corrente'.
Invece il fuoco che è venuto a portare Gesù è il fuoco dell'amore, il fuoco della vita. "La vita xe fiama" diceva il poeta Biagio Marin. È il fuoco dello Spirito, quelle fiamme che la mattina di Pentecoste si sono posate sugli apostoli e che li hanno resi capaci di portare la Buona Novella in tutto il mondo. È il roveto ardente che lo Spirito accende lungo le strade della nostra vita.

«Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione»
Sembra che ci sia una contraddizione tra questa frase e il Gesù che chiede di amare i nemici (Mt 5,44), di benedire chi ci maledice (Lc 6,28), che ha pregato fino all'ultimo per l'unità, «perché siano una cosa sola» (Gv 17, 11), che ha dato il nome di diavolo, cioè 'divisore', al peggior nemico dell'uomo.
Tutta la vita pubblica di Gesù è stata un segno ci contraddizione, una pietra d'inciampo per i 'benpensanti'. Il suo messaggio, il suo Vangelo, è una sconvolgente liberazione. Liberazione per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per i bambini proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri, gli stranieri.
Dio non è neutrale, ma si mette sempre dalla parte dei più deboli. E Gesù fa di un bambino il modello di tutti, dei poveri i prìncipi del suo regno, dei derelitti e degli emarginati gli invitati al suo banchetto di nozze.
Gesù vuole risvegliare la nostra coscienza, rompere le nostre 'paci' fatte di sopraffazione degli altri, di cancellazione delle voci che non ci piacciono, di negazione delle parole che non ci fanno comodo.
Donarsi, perdonare, non attaccarsi al denaro o alle cose, non voler dominare ma servire, diventa divisione con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di chi riesce a mettere i piedi sulla testa degli altri.

In fondo è questo il fuoco che Gesù vorrebbe fosse acceso: il fuoco del Vangelo che ci fa voce di chi non ha voce, che ci fa lottare per la giustizia, che non ci fa restare passivi, arrendevoli di fronte all'ingiustizia, alla violenza, alla prevaricazione.


(Ger 38,4-6.8-10; Sal 39; Eb 12,1-4; Lc 12,49-53)


04 agosto 2022

Dio è contento di donarci il Regno - 7/8/2022 - XIX Domenica tempo ordinario

Angelo (particolare)
Santa Maria del Campo - Ljubljana-Polje (SLO)
(mosaico - Centro Aletti)



La prima parte del Vangelo di oggi (che purtroppo non viene letta se viene proclamata le versione breve) è quella che mi tocca di più.
Gesù, nel suo viaggio verso Gerusalemme, continua la catechesi rivolta soprattutto ai discepoli, ma anche alla folla.

«Non temere, piccolo gregge». In quattro parole Luca riesce a condensare tutta le tenerezza di Gesù, tutto l'amore di Dio per l'umanità.
Qui c'è tutta la maternità di Dio, tutte le sue viscere che fremono di compassione e d'amore per tutti i suoi figli, per tutti noi.
E questa tenerezza si premura subito di darci una bellissima notizia: Dio è contento di donarci il Regno. Non dobbiamo fare imprese eroiche, sacrifici indicibili, per avere il Regno di Dio, cioè Dio stesso. È Lui che ce lo dona, dobbiamo solo accogliere questo regalo.
E se noi accetteremo questo dono, se ne faremo il nostro tesoro, allora riusciremo a fare tanto bene. Perché il bene che facciamo non è il prezzo da pagare per avere il Regno, ma il segno che abbiamo accolto il dono del Regno.

«Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore»
Le cose non sono neutre, se noi mettiamo il nostro cuore nelle cose, un po' alla volta siamo noi che diventiamo 'cosa', che perdiamo la nostra umanità. Non siamo più persone ma oggetti, merce di scambio in mano ai potenti e ai violenti.
Ma se noi mettiamo il nostro cuore in Dio, allora diventiamo sempre più simili a Lui, sempre più capaci di operare come Lui, di amare come Lui. Sempre più persone libere, soprattutto dalle paure.

Ma Gesù ci invita anche ad un'attesa che deve essere vigilante, ma senza essere angosciata. Dio ci vuole attivi, ma sereni, mai agitati.
Si tratta di imparare ad attendere. Letteralmente, attendere vuol dire 'tendere verso', cioè essere proiettati verso una meta, verso un futuro. Dobbiamo essere tesi verso il futuro, ma allo stesso tempo essere testimoni della speranza. Il cristiano è uno rivolto al futuro, ma impegnato nel presente. "L'unica maniera per essere fedeli all'eternità è di essere attuali" scriveva un romanziere francese.
Non si tratta di scegliere tra cielo e terra. Si tratta di permettere che il cielo mandi la sua luce su questa terra. Le «lampade accese» (cioè la fede) che ci sono affidate dal Vangelo, non servono solo ad attendere il Signore, ma anche ad illuminare la 'casa' in cui ci troviamo. A farci vedere meglio, a illuminare le nostre scelte, rendere meno precaria la nostra strada.
Le lampade accese non servono ad illuminare la strada verso il cielo, ma a non smarrirci per i sentieri intricati di questa terra.


(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)


28 luglio 2022

La solitudine della cose - 31/7/2022 - XVIII Domenica tempo ordinario

Il ricco stolto
(olio su tavola - Rembrandt)



Una cosa colpisce nel protagonista della parabola raccontata da Gesù: l'estrema solitudine.
È un individuo senza nome, senza volto, che non ha moglie, figli, fratelli, parenti, amici. Ha solo tante cose. E la sua unica attività è distruggere per poi ricostruire, per poi tornare a distruggere, e via di seguito. Tutta un'attività senza senso. Senza senso perché lui riduce il mondo a sé stesso. Il suo sguardo, la sua vista, non vanno oltre il suo ombelico.

Una volta, per dire che uno era ricco si diceva che 'ha molti mezzi'. Il ricco di questa parabola ha fatto dei mezzi, cioè delle ricchezze, il fine della propria vita, ciò a cui ha sacrificato tutto. Invece dovrebbero essere veicolo di comunicazione, di relazione con gli altri.
È per questo che Dio lo chiama «stolto».
Perché basa la propria sicurezza sull'avere e non sull'essere.
Perché crede che avere molti soldi, molte cose, significhi avere molta vita.
Perché si identifica con le cose e non le trasforma in sacramento di comunione con gli altri.
Perché è in adorazione del proprio 'io' e non si mette mai di fronte, e in relazione, ad un 'tu'.

Questo ricco non riuscirà mai a pregare la preghiera insegnata da Gesù nel Vangelo di domenica scorsa. Lui è capace di dire solo "mio". La parola "nostro" per lui non ha nessun senso.
Non ha capito che si è ricchi solo di ciò che si ha donato.
"Sono affamato di tutto il pane che ho mangiato da solo, povero di tutti i beni che tengo per me" (Gustave Thibon)

Un'ultima cosa.
So che non di può ragionare con gli "e se ...", però mi è venuto spontaneo, leggendo questa parabola, pensare al film 'La vita è meravigliosa'.
Cosa avrebbe fatto questo ricco se anche lui, come George Bailey (il protagonista del film) avesse perso tutte in una volta le sue ricchezze?
Lui che ha investito tutta la sua vita sulle cose, avrebbe finito di vivere.
George Bailey, che aveva investito tutta la sua vita sugli altri, invece si è ritrovato molto più ricco di prima, e non solo di beni materiali.


(Qo 1,2;2,21-23; Sal 89; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21)


21 luglio 2022

Essere svegliati dalla preghiera - 24/7/2022 - XVII Domenica tempo ordinario

La Gerusalemme celeste
Cappella collegio internazionale del Gesù - Roma
(mosaico - Centro Aletti)



Sul Padre Nostro ci sono già un mucchio di commenti migliori, e anche di molto, rispetto a quanto possa fare io, per cui vorrei soffermarmi sulla seconda parte del Vangelo di oggi.

Non so perché, ma questo tizio che va di notte a bussare all'amico mi ha ricordato quella frase dell'Apocalisse che dice «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.» (Ap. 3, 20) Tante volte Gesù si è descritto come uno che sta alla porta del nostro cuore a bussare e sperare che noi gli apriamo. A prendere un po' troppo alla lettera questa parabola, però, sembra invece che Dio sia colui che dorme, disinteressato a noi, e che con la preghiera ci tocca buttarlo giù dal letto. Ma questa immagine è l'opposto del Dio che ci ama e non ci abbandona mai, che ha a cuore la nostra vita, che tiene alla nostra felicità più che alla sua.

E allora forse lo scocciatore che viene a svegliare non sono io, ma è Lui. E il dormiente non è lui, ma sono io.
Troppo spesso ci affidiamo alla routine, alle abitudini, all'automatismo dei gesti. Ci lasciamo sfiorare dalle situazioni e dalle persone senza partecipare, senza neanche cercare di entrare in rapporto, in comunione.
Un antico inno liturgico diceva. «Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5, 14).
Non è Dio che deve essere svegliato dalle nostre preghiere, ma siamo noi che dobbiamo pregare per essere svegliati, per essere illuminati da Cristo che viene a visitarci con «un sole che sorge» (Lc 1, 78). Come diceva lo scrittore C. S. Lewis, il creatore delle "Cronache di Narnia", di fronte alla malattia dell'amata moglie: "Non prego Dio per piegarlo alla mia volontà, ma perché Lui mi aiuti a capire e accettare la sua".
La preghiera ci sveglia, ci aiuta ad avere attenzione agli altri, ad essere presenti nella loro vita. La preghiera più forte che il Signore può sentire è il "Si". E il 'si' fondamentale per tutta l'umanità è quello detto da una fanciulla di Nazareth, che si è messa immediatamente in viaggio per essere vicina e aiutare chi aveva bisogno.

«chiedete e vi sarà dato»
Se siamo sinceri dobbiamo ammettere che questa frase ci sembra più uno slogan pubblicitario che una realtà. Però la certezza dell'esaudimento si colloca su di un altro piano. Con la preghiera sappiamo che Dio ci ha ascoltato, ha preso atto dei nostri desideri. E interviene sempre, anche se non sempre come e quando vorremmo noi.
Noi vorremmo che Lui facesse sparire gli ostacoli, i guai che ci assillano, i dispiaceri che ci fanno soffrire.
Ma Lui, il più delle volte, lascia le cose come sono (all'apparenza). Però Lui si mette in strada con noi, condividendo gli stessi ostacoli, gli stessi fastidi. Col suo silenzio ci dice: "vieni, dai, camminiamo insieme e vedrai ...".
Tutto è sempre lo stesso, sei tu che sei cambiato. E sei cambiato perché hai pregato. La tua forza non è più solo la tua. Non è cambiata la situazione, ma sei tu che hai ricevuto un supplemento di forza e di capacità.
Con la preghiera non ottieni delle cose, ma ottieni qualcosa di più prezioso: la compagnia del Signore.
"Nella preghiera non si ottiene uno sconto sul prezzo del biglietto. Si ottiene un Compagno di viaggio" (Alessandro Pronzato)


(Gen 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14; Lc 11,1-13)


14 luglio 2022

Armonizzare Marta e Maria - 17/7/2022 - XVI Domenica tempo ordinario

Gesù a Betania con Marta, Maria e Lazzaro
(icona - Bose)


Troppo spesso questo brano del Vangelo viene letto come contrapposizione tra vita contemplativa e vita attiva, quasi che Dio ne preferisca una (la contemplativa) e disprezzi l'altra (l'attiva). Ma in Dio non c'è nessuna contrapposizione, in Lui, principio di unità, c'è armonia. Ad esempio il salmo 85 (che viene recitato nelle lodi del martedì - III sett, T.O.) ci ricorda:
«Misericordia e verità s'incontreranno,
giustizia e pace si baceranno»

La differenza tra Marta e Maria non è qualcosa di esterno a noi, ma ci attraversa, è nel nostro intimo. E noi non siamo chiamati a scegliere l'una o l'altra, ma ad armonizzarle, a farle 'lavorare' insieme. Non in competizione ma in sinergia, in simbiosi.

Innanzi tutto c'è da notare che Gesù non riprende Marta per il servizio, ma per l'agitazione. Apprezza il suo buon cuore, ma contesta l'affanno.
Gesù ricorda a Marta, ma anche a tutti noi, che spesso c'è un troppo che ci disumanizza: troppo lavoro, troppo correre, troppe cose. Gesù ci ricorda che al primo posto dobbiamo mettere le persone, e poi le cose. Le cose, il lavoro, gli impegni, devono essere al servizio delle persone, e non viceversa! Dobbiamo imparare a distinguere l'utile dal necessario, il permanente dall'illusorio. Dobbiamo imparare a scegliere tra l'essenziale e il superfluo. Gesù ci dice che non dobbiamo affannarci per nient'altro che non sia la nostra essenza divina.

Ma Gesù vuole anche liberare Marta, e tutti noi, da tutti gli schemi sociali che ci richiudono in un ruolo, che ci fanno smarrire in una serie di 'compiti'. Gesù ci dice: "Tu sei di più, molto di più!. Tu non sei quello che fai. Tu hai la possibilità di avere con Me un rapporto che non sia uno scambio di servizi. Tu ed Io possiamo condividere sentimenti, gioie, dolori, sogni e speranze"

«Maria ha scelto la parte migliore» perché è partita dalla parte giusta. È partita dall'ascolto del cuore di Dio. Perché Dio cerca non dei servitori, ma degli amici. Non cerca delle persone che facciano 'cose' per Lui, ma delle persone che lo lascino fare 'grandi cose' per noi.
L'altra Maria, la madre di Gesù, esclama «Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente» (Lc 1, 49). Il cuore della fede non è quello che io faccio per Dio, ma scoprire quello che Lui fa per me. È Lui che salva!
Siamo chiamati a passare da un Dio sentito come affanno a un Dio vissuto come meraviglia. Da un Dio sentito come dovere, ad un Dio vissuto come desiderio, come l'amico del cuore.

Marta e Maria ci dicono che non dobbiamo fare 'cose' per Dio, basta invece che lasciamo entrare Gesù nella casa del nostro cuore, che lo lasciamo parlare, agire in noi. E dopo, anche le nostre mani riusciranno a fare 'grandi cose'


(Gn 18,1-10; Sal 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42)


07 luglio 2022

Mettere l'altro al centro del nostro cuore - 10/7/2022 - XV Domenica tempo ordinario

Il buon samaritano
Cappella del Santissimo nella cattedrale di Santa Maria La Real de La Almudena - Madrid (Spagna)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)


Parabola conosciutissima quella di questa domenica. Vorrei però soffermarmi su tre punti.

Il primo è il 'vedere'.
Tutti e tre, il sacerdote, il levita e il samaritano, 'vedono' una persona ferita.
Però i primi due partono da sé stessi, dal loro punto di vista: se si fermano diventano impuri (il contatto col sangue rende impuri), rischiano di fare la stessa fine se i ladroni sono ancora lì vicino, perdono tempo per qualcuno che magari non è neanche ebreo. In fondo il loro problema, che è lo stesso del dottore della legge che interroga Gesù, è "Fin dove sono obbligato?"
Invece il samaritano si mette dal punto di vista dell'altro, si domanda: "Cosa si aspetta da me quel poveraccio?"
Se rimaniamo ancorati al nostro punto di vista ci creiamo della barriere di protezione. Se invece partiamo dal punto di vista dell'altro ci apriamo ad un orizzonte senza limiti.
Quella che propone Gesù è una vera e propria rivoluzione copernicana, ribalta totalmente la domanda del dottore della legge. Il problema non è come «ereditare la vita eterna», il problema primo e unico è quel grumo di ossa pestate, di carne sanguinante abbandonato al margine della strada. Se risolvi questo problema, allora risolvi anche l'altro.
È da questo che dobbiamo partire se non vogliamo trasformare l'amore, che è il fine della vita cristiana, in un mezzo, se non vogliamo strumentalizzare l'amore.

Il secondo è la 'compassione'.
Compassione è 'patire con', è provare dolore per il dolore dell'uomo, lasciarsi ferire dalle ferite dell'altro. Senza compassione non c'è umanità, senza compassione siamo peggio delle belve feroci. Però la compassione è anche il meno sentimentale dei sentimenti, il più concreto. Per essere vera richiede uno sforzo da parte nostra: lo sforzo di uscire da noi stessi e di mettere il nostro cuore e noi stessi a disposizione dell'altro. È dire: "prima di tutto vieni tu".
La compassione deve concretizzarsi in 'misericordia', metterci il cuore. Come il samaritano: curvarsi sulle ferite dell'altro e prendersene cura per cercare di guarirle.

Il terzo è l'invito di Gesù: «Va' e anche tu fa' così», Cioè anche tu diventa samaritano, fatti prossimo, usa misericordia. Perché il vero contrario dell'amore non è l'odio, ma l'indifferenza.
'Vai' perché l'amore è un viaggio verso l'altro. 'Fai' perché l'amore richiede tanta azione, non è un vago sentire, ma un concreto agire.
E tutto ciò per quel verbo della Legge: «Amerai». Verbo al futuro, perché amare è un'azione che non ha mai termine. E non all'imperativo, perché non è un obbligo, ma una necessità per vivere una vita felice.


(Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37)


30 giugno 2022

Testimoni di un Dio che è comunione - 3/7/2022 - XIV Domenica tempo ordinario

Guarigione di uno storpio (At 3, 1-8)
Cattedrale Santo Domingo de la Calzada (Spagna)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)



Brano molto semplice, ma molto ricco quello di oggi.
Innanzi tutto il numero degli inviati. Secondo la tradizione giudaica il numero dei popoli sparsi sulla terra era di 72. Il fatto che Gesù mandi proprio settantadue persone indica che il suo messaggio, la sua missione è rivolta non solo al popolo ebraico, ma a tutti gli esseri umani, nessuno escluso. Nessuno deve sentirsi escluso dall'Evangelo. La 'notizia che dona gioia' è rivolta proprio a tutti i popoli e a tutte le persone.

Li manda a due a due. Per aiutarsi a vicenda, per essere sostegno e condivisione l'uno con l'altro.
Ma anche perché il primo e più importante messaggio è che si è portatori di fratellanza, di unità. La buona notizia è che non sei più solo. Nella gioia come nel dolore, nella vita quotidiana, nei piccoli gesti di ogni giorno non sei da solo. Dio ti è sempre vicino, e anche se lungo il cammino inciampi e cadi, Dio non ti abbandona, ma ti tende la mano per aiutarti a rialzarti, si siede al tuo fianco per lasciarti riposare. Nella comunione dovranno essere testimoni di un Dio che è Comunione.

«Vi mando come agnelli in mezzo a lupi». Non sarà una passeggiata, vanno in mezzo al pericolo, in mezzo al male. Ma non deve essere neanche una crociata. L'unica arma sarà l'amore. Il male non si può vincere con le armi, il male lo si vince solo col bene.
"Finché siamo agnelli, noi viviamo. Se diventiamo lupi veniamo vinti. Perché ci mancherebbe l'aiuto del Pastore, il quale pasce agnelli, non lupi" (s. Giovanni Crisostomo). Usare la violenza, la forza, l'imposizione e la prevaricazione contro il male ci condanna alla sconfitta.

La missione ha luogo nelle case, nel quotidiano della vita di ognuno. Ed è nelle piccole cose di ogni giorno che sono inviati innanzi tutto a portare la pace: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”» Portano la pace in due perché la pace non si fa da soli. Si inizia in due in attesa di molti, aperti a quante più persone possibile. Perché la pace vera non è il tacere delle armi, ma la pienezza della vita condivisa.
E la pace porta anche la guarigione: «guarite i malati che vi si trovano». Perché la guarigione inizia quando qualcuno ti si avvicina, condivide con te un po' del suo tempo e un po' del suo cuore. Ci sono malattie inguaribili, ma nessuna è incurabile, nel senso che non esiste malattia di cui non ci si possa prendere cura.

La buona novella è questa: Dio è amore che condivide con te il suo abbraccio trinitario.

Noi non arriveremo alla meta
a uno a uno,
ma a due a due.
Se noi ci ameremo
a due a due,
noi ci ameremo tutti.
E i figli rideranno
della leggenda nera
dove un uomo piangeva
in solitudine
(Paul Éluard)


(Is 66,10-14; Sal 65; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20)


23 giugno 2022

Dio non si vendica mai - 26/6/2022 - XIII Domenica tempo ordinario

Campo arato



Il brano del Vangelo di oggi è di poco successivo al racconto della Trasfigurazione, e rappresenta un punto di svolta nella catechesi di Gesù. Fino ad ora ha puntato sull'ascolto, e il culmine di questa fase è proprio sul monte Tabor, quando la voce del Padre, dalla nube, esorta: «ascoltatelo!» (Lc 9, 35).
Ma adesso inizia la catechesi della sequela: «Seguimi». Cioè vienimi dietro, fai quello che faccio io.

E che non sia una cosa così facile lo scopriamo subito. Giacomo e Giovanni, che insieme a Pietro erano stati scelti per essere testimoni della Trasfigurazione, i più vicini al maestro, di fronte al rifiuto di un villaggio della Samaria di accoglierli, invocano fuoco e fiamme, auspicano la distruzione del nemico.
Ma Gesù non vuole distruggere il nemico, ma il concetto stesso di nemico! Lui non ha niente a che fare con chi usa, ma anche solo invoca, le violenza. Dio non si vendica mai, con nessuno, neanche con eretici o bestemmiatori.
Perché Lui ci ha creati liberi, e si fa strenuo difensore della nostra libertà, anche quella di pensarla diversamente da Lui, anche quella di rifiutarlo. Per Lui l'essere umano conta più delle sue idee, più della sua fede. È un essere umano, e questo gli basta. Non gli interessano le nostre aggiunte, le nostre etichette. Lui non vede samaritano o giudeo, giusto o ingiusto, ateo o credente. Lui vede solo un uomo. E questo gli basta, perché il suo obiettivo è ogni essere umano, nessuno escluso.

E il rifiuto diventa occasione di altri sentieri, altri incontri. Gesù ha il cuore pieno di sentieri verso gli uomini. E il Vangelo diventa spazio aperto, nuovo cammino da fare. Il Vangelo ci chiede di non brontolare per il passato, ma di aprire nuove vie.

E qui c'è la seconda parte del Vangelo. Gesù aveva molti amici disposti ad accoglierlo e ospitarlo, ma col discorso che «non ha dove posare il capo» ci ricorda che la sua esistenza, e quindi anche quella del suo seguace, è sempre minacciata dal potere, esposta alle persecuzioni. È vero che a volte la fede è conforto e sostegno, gioia che scalda il cuore, ma tante volte è invece essere dileggiati, emarginati, perseguitati, anche uccisi.

«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti». Una frase che sembra durissima, ma che che viene chiarita dal seguito: «tu invece va' e annuncia il regno di Dio». Sei chiamato a fare cose nuove. Se ti riduci, se ti limiti al già visto, al già pensato, non vivi in pienezza. Il padre Giovanni Vannucci diceva: "non pensate pensieri già pensati da altri". Noi abbiamo bisogno di aria pulita, fresca e il Signore ha bisogno di gente viva e che doni vita.
Ha bisogno, e noi con Lui, di gente che, una volta preso in mano l'aratro, non guardi indietro a sbagli, incoerenze, fallimenti, ma guardi avanti, ai grandi campi del mondo, dove i solchi del nostro aratro, anche se storti o poco profondi, al passaggio del Signore si riempiono di vita.


(1Re 19,16.19-21; Sal 15; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62)


16 giugno 2022

La Messa deve continuare nella nostra vita - 19/6/2022 - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Il Banchetto Celeste
Refettorio Pontificio Seminario Francese - Roma
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)



Colpisce il dialogo tra Gesù e gli Apostoli:
«Congeda la folla» dicono i discepoli,
«Voi stessi date loro da mangiare» dice Gesù

Il nostro istinto è sempre di schivare gli impegni più difficili, magari accampando anche delle scuse che riteniamo legittime: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci»
Mentre per Gesù è imperativo farsi carico della fame degli altri.
Il cardinale e teologo Yves Congar diceva: "Ogni cristiano, spiritualmente parlando, ha famiglia a carico". Ed è una famiglia grande come il mondo.
E questa responsabilità ci viene data da Gesù proprio con l'Eucarestia.

Ricevere l'Eucarestia non significa solo ricevere il Corpo di Cristo. Ma insieme riceviamo anche gli esseri umani, le loro attese, i loro problemi, i loro sogni, le loro speranze.
"Fare la comunione" non basta. Per non 'profanarla' dobbiamo anche "fare comunione" con i fratelli, lavorare per l'unità, essere operatori di pace e di concordia.

In fondo è proprio questo il senso della tradizionale processione del Corpus Domini. Si porta Dio per le vie, le strade, le piazze, cioè dove l'uomo vive, lavora, abita, spera, soffre, ama.
Perché Eucarestia non è stare con Gesù in modo intimistico. Significa stare con Lui in mezzo agli uomini, dove gli uomini vivono.
Credere alla 'presenza reale' significa anche assicurare la presenza reale del Cristo nel mondo per mezzo della nostra vita, del nostro impegno per cercare di soddisfare tutte le 'fami' degli esseri umani.

Piccola nota a margine.
Il saluto finale della Messa, quello che in latino era "Ite, missa est" è stato tradotto con "La messa è finita, andate in pace". È una traduzione che non mi è mai piaciuta, perché il significato più profondo sarebbe: "Andate, questa è la vostra missione" (Messa e missione hanno la stessa radice). Un volta finito il rito, deve iniziare la vita, è il momento dei nostri gesti vitali. Dobbiamo 'portare fuori' ciò che abbiamo ricevuto.
La Messa non finisce mai, deve continuare nella nostra vita.


(Gen 14,18-20; Sal 109; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11-17)


09 giugno 2022

In principio c'è la relazione - 12/6/2022 - Santissima Trinità

Trinità
Chiesa degli Angeli Custodi - Budapest (H)
(mosaico - p. M. Rupnilìk s.j.)



Quando Dio dice: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26), se guardiamo bene, possiamo notare che Adamo non è fatto a immagine del Dio che crea, non a immagine dello Spirito che «si librava sulle acque»(Gen 1,1), non a immagine del Verbo che «era da principio presso Dio»(Gv 1,1).
È molto di più. Adamo ed Eva sono fatti a immagine della Trinità, a somiglianza di quella comunione, di quel legame d'amore, di quella condivisione. È questa la nostra identità più profonda, il cromosoma divino in noi. In principio, alla base di tutto, c'è la relazione.

Ecco allora che quando apriamo il Vangelo noi troviamo un Padre che non è paternalista, ma è sempre tenero, rispettoso delle libertà dei suoi figli, sempre pronto ad accogliere il prodigo. Un padre che fa del perdono la sua caratteristica principale, il suo tratto caratteristico.
Troviamo un Figlio che in Gesù ha un volto umano, fraterno. Un Dio che è attorno a noi, al nostro fianco. Un Dio che ha avuto fame, ha avuto sete, ha sofferto come noi, ama e fa festa con noi.
E troviamo, nello Spirito Santo, un Dio che per esserci più vicino ha fatto del nostro cuore, del nostro intimo, la sua casa. "Dio mi è più intimo di quanto io lo sia a me stesso" (sant'Agostino)

La Trinità non è un'idea, è una comunione.
Una comunione che illumina le nostre relazioni umane. "La nostra dottrina sociale è la Trinità" (Berdiaev). Chi crede nella Trinità cerca di vivere rigettando l'egoismo, il rinchiudersi in sé stesso. Sa che non importa quante volte in una giornata ha pensato a Dio, ma ciò che conta realmente è quante relazioni ha vissuto, quanti legami tra le persone ha creato, ha coltivato, ha fatto crescere.
Non si tratta di limitarsi a credere alla Trinità, si tratta di lasciarsi abbracciare da quel flusso d'amore, da farsi inglobare in quella condivisione.


(Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15)