09 luglio 2026

Anch'io sono terra che viene seminata - 12/7/2026 - XV Domenica Tempo Ordinario

Il seminatore
Jean François Millet (olio su tela)

 
 
«Ecco, il seminatore uscì a seminare». È una frase piena di profezia, che profuma di pane appena sfornato, che ha sapore di fame saziata. Anche oggi Dio esce a seminare, a spargere a piene mani i suoi semi di vita per le strade del mondo. Dio non è il mietitore che impugna la falce pronto a recidere gli steli, ma è il seminatore, cioè mano che dona con sovrabbondanza, forza che sostiene, cuore che palpita, voce che incoraggia e sostiene.
 
Anch'io sono terra che viene seminata, ma quanti errori commetto!!!
«Una parte cadde lungo la strada» Il primo errore lo faccio quando sono strada, cioè uno che non si ferma, che corre sempre. Invece la Parola di Dio chiede un minuto di sosta, una pausa per ascoltarLo, anche solo un momento per stare con Lui.
«Un'altra parte cadde sul terreno sassoso» Il secondo errore lo faccio quando mi accontento di sensazioni superficiali, quando il mio cuore non approfondisce, quando mi fermo alla superficie delle cose e delle persone.
«Un'altra parte cadde sui rovi» Il terzo errore è quando lascio crescere le spine del quotidiano, dell'ansia del benessere, della fatica di resistere allo sconforto, dell'insicurezza del domani. Sono queste le spine che soffocano la fiducia e mi fanno pensare che in me non ci sia spazio per far germogliare il seme di Dio.
 
Ma il centro della parabola non sono i miei errori, gli errori dell'uomo, il centro è Dio. Un Dio generoso, che non priva nessuno dei suoi doni, anzi, continua a donare a piene mani. Nasce allora la fiducia, oserei dire la certezza, che per quanto io sia arido, spento, sterile, Dio continua senza sosta e senza misura a seminare in me.
Nonostante tutti i rovi e le spine, malgrado tutti i sassi e le strade, Lui riesce a vedere in me una terra capace di accogliere il seme e dove il piccolo germoglio alla fine fiorirà.
 
Mi commuove questo Dio che semina così tanto per raccogliere così poco. Lui sa che, per tre volte dice la parabola, per infinite volte dice la mia esperienza, io non rispondo.
Poi però una volta rispondo, e allora è il trenta, il sessanta, forse il cento per uno. Amo questo Dio contadino, pieno di fiducia nella forza del seme, e di speranza per quel pugno di terra che sono io, allo tempo stesso campo di spine e terra capace di far germogliare i semi di Dio.
 
 

 
Letture:
Isaia 55,10-11
Salmo 64
Romani 8,18-23
Matteo 13,1-23
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-23)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:
"Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!".
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Forma breve (Mt 13,1-9):

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
 
 

02 luglio 2026

La meraviglia di un bambino - 5/7/2026 - XIV Domenica Tempo Ordinario

 
... meraviglia ...

 
Se leggiamo i versetti che precedono il brano di oggi, possiamo renderci conte che per Gesù è un momento molto difficile, in cui tutto e tutti sembrano dirgli: "hai sbagliato strada, sei un illuso, ti stai mettendo contro Dio". Anche i suoi discepoli dimostrano di non capirlo molto. Sta proprio toccando il fondo dell'incomprensione.
Proprio in questo momentaccio Gesù se ne esce con un'esclamazione di gioioso stupore: «Ti rendo lode, Padre, perché [...] queste cose [...] le hai rivelate ai piccoli.».
 
L'incontro con il Dio che fa nuove tutte le cose dovrebbe aprirci allo stupore. Dovremmo imparare a trovare il meraviglioso in ciò che ci circonda, al di là delle preoccupazioni e delle batoste che la vita ci infligge. "Io continuo a stupirmi. È la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta" scriveva Albert Einstein. Oltre al pane quotidiano, nel Padre Nostro dovremmo chiedere anche lo stupore quotidiano. Necessitiamo di almeno un boccone di meraviglia quotidiana.
Ma non una meraviglia qualunque, bensì la meraviglia dei piccoli, dei bambini. È questa la meraviglia di Gesù, la meraviglia di un bambino di fronte al mai visto, ad un dono inatteso, al volto di una persona cara.
 
Dobbiamo riscoprire quant'è bello essere uomini-bambini che si fidano di chi ha deciso di governare il mondo con la gioia e l'amore: «Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero». Perché il giogo di Dio non è un collare che opprime, un peso che schiaccia, ma è Amore e Gioia che sollevano, che mettono le ali, che fanno danzare, che ci fanno spalancare le braccia per abbracciare tutti.
 
Abbraccia in te l'amore: è un re che non ferirà mai il tuo cuore, ma che è instancabile nel curare, confortare, vivificare, dare ristoro e serenità.
 
 

 
Letture:
Zaccaria 9,9-10
Salmo 144
Romani 8,9.11-13
Matteo 11,25-30
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
 

25 giugno 2026

Il mondo non è limitato alla cerchia familiare - 28/6/2026 - XIII Domenica Tempo Ordinario

 
L'intero Vangelo in un bicchier d'acqua

 
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me» dice il Vangelo.
«Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12 e Dt 5,16) dice il Decalogo.
«L'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie» (Gen 2,24) dice il primo libro della Bibbia.
Tre frasi che, all'apparenza, sembrano non andare d'accordo. Il Signore non vuole fare una gara per il nostro cuore. Dio, con la terza frase (che è lo sfondo delle altre due), ci vuole dire una molto importante: il mondo non è limitato alla cerchia familiare!
La croce o la vita eterna, ma neppure una società di giustizia e di pace, si costruiscono interessandosi solo della propria famiglia, o della propria nazione.
Bisogna saper accogliere gli altri nel cerchio della famiglia, della tribù, della nazione. Perché accogliere genera vita e futuro, spezza l'eterna ripetizione delle ingiustizie, delle ripicche, delle esclusioni.
 
«Chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà»
Perdere la vita non significa farsi uccidere. La vita si perde come si perde un tesoro: donandola. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo regalato agli altri. Gesù parla di una causa per cui vivere, che vale più della stessa vita. Come ha fatto Lui, che ha perduto la sua vita per la causa dell'uomo e l'ha ritrovata.
Ecco quindi che perdere la propria vita vuol dire che per quella persona, per quella causa, io sono pronto a rinunciare ai miei interessi, al mio tornaconto immediato. Sono pronto a lasciar morire il mio egoismo, e in questa morte trovo la mia vita.
 
«Chi avrà dato anche solo un bicchiere d'acqua fresca [...] non perderà la sua ricompensa».
Una promessa che placa tutte le mia paure. Non è detto che debba affrontare il grande gesto, ma devo (e posso) viverlo nei piccoli gesti quotidiani, quelli che nessuno vede.
La croce e un bicchiere d'acqua, cioè il dare tutta la vita e il dare quasi niente sono i due estremi di uno stesso movimento. Un gesto che chiunque può compiere, non occorre essere eroi per farlo; però un gesto vivificato da quell'aggettivo così evangelico: fresca. Acqua fresca cioè procurata con cura, l'acqua migliore che ho, quasi un'acqua affettuosa, con dentro il battito del mio cuore.
Dare la vita, dare un bicchiere d'acqua fresca: non c'è nulla di troppo piccolo per il Vangelo, perché non c'è niente di autenticamente umano che non risplenda nel cielo. Perché l'uomo guarda le apparenze, Dio guarda il cuore. E così l'intero Vangelo può venire riversato in un solo bicchiere d'acqua fresca.
 
 

 
Letture:
2 Re 4,8-11.14-16
Salmo 88
Romani 6,3-4.8-11
Matteo 10,37-42
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10,37-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
 
 

18 giugno 2026

Una speranza che non si arrende - 21/6/2026 - XII Domenica Tempo Ordinario

 
Siamo passeri che hanno il nido nelle mani del Signore
Foto di Haziq Farooqi su Unsplash

 
Due cose mi hanno colpito nel Vangelo di oggi.
 
La prima:
«voi valete più di molti passeri!» Gesù ci parla dell'infinita tenerezza di Dio: si prende cura dei passeri; «i capelli del vostro capo sono tutti contati» cioè tiene conto delle cose più fragili. Niente di me è troppo effimero per Lui!
Sono un passero a cui Lui fa delle sue mani il nido.
 
La seconda:
nonostante tutto ciò ho paura. Ho paura perché vedo che i passeri continuano ad essere vittima dei rapaci; i bambini continuano a morire per la bramosia dei potenti, ad essere venduti per due soldi; i deboli, gli affamati continuano ad essere vittima di chi ha la pancia piena e il cuore di pietra.
Gesù lo sa, ed è per questo che mi ripete «non aver paura».
Però c'è quella frase «nemmeno un passero cadrà a terra senza il volere del Padre vostro» che sembra voglia dire che è Dio che spezza il volo, che è Lui a volere la morte. No!!!
La parola greca (aneu), anche se evoca il 'volere', nel senso più profondo significa "senza Dio, lontano da Dio, senza che lui ne sia coinvolto". Nulla accade nell'assenza di Dio. Invece troppe cose accadono contro il volere del Padre.
Ecco che scopro che il dramma, la sofferenza, non sono solo mie, sono anche di Dio (p. David Maria Turoldo). Nel mio dolore Dio si china su di me, partecipa, condivide la mia sofferenza, impasta la sua speranza con la mia.
Dio non si mette tra la salute e la malattia, si mette nel profondo delle mie lacrime per aumentare la mia forza, moltiplicare il mio coraggio. Lui non placa le tempeste della vita, ma mi dona energia per continuare a remare dentro qualsiasi tempesta.
Così posso proseguire nella vita con la certezza che non sarò mai lasciato solo, e col miracolo di una speranza che non si arrende, perché donata e sostenuta da Colui che ha fatto tutte le cose.
 
 

 
Letture:
Geremia 20,10-13
Salmo 68
Romani 5,12-15
Matteo 10,26-33
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10,26-33)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l'anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
 
 

11 giugno 2026

Portatori sani di compassione - 14/6/2026 - XI Domenica Tempo Ordinario


 
 
«Gesù, vedendo le folle ne sentì compassione». Tutto ha le radici nella compassione, Gesù prova dolore per il dolore del mondo, per il molto dolore dell'uomo. Gesù è il pianto di Dio che si è fatto uomo.
«La messe è molta...», gli occhi di Gesù non vedono la moltitudine delle persone, ma le innumerevoli spighe gonfie di lacrime e paure, le infinite greggi di pecore che soffrono di un'indicibile solitudine perché non hanno un pastore.
La reazione di Gesù, che è poi la reazione di Dio, è un dolore che gli prende le viscere e suscita compassione.
 
È il ministero della pietà, che viene affidato ai Dodici: dovranno preservare, custodire, salvare la compassione, cioè il 'con-patire'. E lo dovranno portare in tutto il mondo attraverso sei azioni: predicate, guarite, risuscitate, sanate, liberate e donate.
La missione è doppia: predicare e prendersi cura della vita.
C'è il ministero della predicazione apostolica, ma strettamente unito al ministero della pietà, e in un rapporto sbilanciato di uno a cinque. Il lavoro nel campo del Signore si esprime in gesti concreti, in cinque opere che dimostrano che "Dio si prende cura di te. Dio ti è vicino con amore". Il Signore soccorre la fragilità dell'uomo con la fragilità di altri uomini, Lui interviene per i suoi figli attraverso gli altri suoi figli. La risposta di Gesù alla sofferenza del mondo sono io. "Dio salva attraverso persone" (Romano Guardini).
 
«Pregate il signore della messe perché mandi operai nella sua messe». Noi subito pensiamo che queste parole siano un invito a pregare per le vocazioni sacerdotali. Ma in realtà sono molto di più. È la preghiera di Gesù perché io riesca a dire: "manda me, Signore. Mandami come operatore della pietà, mietitore di sofferenza; manda me a lottare con tutti contro il male e l'ingiustizia. Manda me, Signore, con mani che sostengano e accarezzino, con parole che fascino il cuore e lo riscaldino".
La compassione di Dio spezza lo schema buoni/cattivi; getta ponti per oltrepassare i fossati del meritevole/non-meritevole. Compassione di Dio sono le mani della pietà e le labbra della preghiera che rendono l'amore cristiano ciò che deve essere: un amore sempre meno selettivo, sempre più onnicomprensivo.
Noi, che abbiamo sperimentato l'abbraccio misericordioso del Padre, non possiamo, e non dobbiamo, negare anche solo una piccola carezza ad ogni figlio di Dio che il Padre mette sulla nostra strada: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
 
 

 
Letture:
Esodo 19,2-6
Salmo 147
Romani 5,6-11
Matteo 9,36-10,8
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9,36-10,8)

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
 
 

04 giugno 2026

Uniti e diversi - 7/6/2026 - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

 
vera Comunione è la condivisione

 
Mangiare e bere il corpo e il sangue di Gesù vuol dire entrare in comunione con Lui, essere inseriti nella sua stessa vita. Ma per mezzo dell'Eucarestia noi entriamo in comunione anche tra di noi. Non c'è vera comunione con Dio se non c'è comunione con gli altri.
 
Con l'Eucarestia il cristiano scopre la sua vocazione di "persona comunionale", si rende conto che non si può vivere il cristianesimo in maniera individualistica. "In Paradiso ci si va in comunità, all'inferno ci si va da soli" dicevano i Padri. Partecipare alla Cena Pasquale, all'anticipo del banchetto celeste, vuol dire rinsaldare in ognuno di noi il rapporto con il Padre e con i fratelli. E questo nonostante a volte (per non dire spesso) le nostre opinioni, i nostri punti di vista, ci mettano in opposizione.
Però l'Eucarestia ci fa scoprire quanto le nostre divergenze e le nostre diversità si radicano nella stessa volontà di adesione al Vangelo, nell'ottica di uno stesso amore per Dio.
L'Eucarestia, se celebrata non come rito ma come incontro comunitario col Signore, fa sì che ci si ami nonostante le divergenze e i conflitti quotidiani. "Se vuoi essere cattolico devi essere unito nella diversità e diverso nell'unità" diceva il cardinale e teologo Yves Congar.
 
Quindi l'Eucarestia oltre ad essere il sacramento dell'unità, realizza anche la diversità. Il Pane che riceviamo non produce a tutti gli stessi effetti, non produce un cristiano standard. Invece stimola, potenzia, favorisce e sviluppa le doti che ognuno di noi ha in maniera personale ed unica.
La comunione prodotta da Gesù tra le persone avviene sottolineando e sviluppando le peculiarità e le diversità di ognuno di noi.
 
Ma se l'Eucarestia è tutto questo, allora "mangiare indegnamente il pane" significa non impegnarsi a realizzare la comunione con tutti nella diversità.
I primi cristiani quando parlavano di "corpo di Cristo" pensavano alla Chiesa. E per evitare confusione specificavano: "il vero corpo di Cristo" per indicare il pane eucaristico, e "il corpo mistico di Cristo" per indicare il popolo di Dio. Quindi l'amen che diciamo quando prendiamo l'ostia non è una semplice dichiarazione che crediamo nella reale presenza di Gesù nell'ostia, ma anche la dichiarazione del proprio impegno a costruire questo corpo di Cristo nella comunione con i fratelli.
 
 

 
Letture:
Deuteronomio 8,2-3.14-16
Salmo 147
1 Corinzi 10,16-17
Giovanni 6,51-58
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
 
 

28 maggio 2026

Non c'è amore se non c'è dono - 31/5/2026 - Santissima Trinità

 
Santissima Trinità
affresco (circa 1460-1470) - Ospizio della Trinità - Valgrana (CN)
L'opera è attribuita ai fratelli Tommaso e Matteo Biazaci da Busca e rappresenta una "Trinità orizzontale" con tre busti identici che emergono da un unico corpo, simboleggiando le tre Persone (Padre, Figlio e Spirito Santo).

 
C'è, nel primo film della serie che il regista Kieslowski ha realizzato sul Decalogo, questa scena: «il piccolo Pawel sta giocando. Ad un tratto si ferma e domanda alla zia: "Com'è Dio?". La zia, senza parlare, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia la testa e, sempre tenendolo stretto, gli domanda: "Come ti senti adesso?". Pawel alzando gli occhi le risponde: "Bene, mi sento bene". E la zia: "Ecco, Pawel, Dio è così"».
Dio non è una definizione ma un'esperienza.
La Trinità non è un concetto da capire, ma un abbraccio da accogliere.
Dio come un abbraccio perché Dio è amore, e senza amore non c'è magistero, non c'è teologia, senza amore nessuno riesce a parlare di Dio.
La Trinità è la rivelazione del segreto del vivere, della verità sulla vita, sulla morte, sull'amore. Mi dice che al principio di tutto quanto esiste ed esisterà c'è la relazione, la comunione. Un solo Dio in tre persone: Dio in se stesso non è solitudine, ma è comunione.
 
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio». Il Vangelo ci annuncia che alla base di tutto non c'è nient'altro che l'amore. Ma il verbo 'amare', nella Bibbia, si traduce sempre con un altro verbo molto concreto, molto terra-terra: il verbo "dare". Amare equivale a dare, il verbo delle mani che offrono. Non c'è amore se non c'è dono.
Se mi domandano: tu a che cosa credi? mi verrebbe spontaneo rispondere che credo in Dio Padre, in Gesù crocifisso e risorto, la Chiesa..., ma Giovanni indica una risposta diversa: il cristiano crede all'amore, noi crediamo all'amore che Dio ha per noi! È questa la vera fede.
 
«Dio ha tanto amato il mondo». Non solo l'uomo, tutto il mondo è amato, la terra, gli animali, le piante. La creazione intera è amata. E se Lui ha amato, anch'io devo amare questa terra, con i suoi figli, il suo verde, i suoi fiori, la sua bellezza.
La festa della Trinità è luce al mio cuore profondo, è rivelazione del senso ultimo dell'universo.
Incamminato verso un Padre che è la fonte della vita, verso un Figlio innamorato, verso uno Spirito che semina comunione nelle nostre solitudini, io mi sento piccolo e allo stesso tempo abbracciato dal mistero. Piccolo, ma abbracciato come si abbraccia un bambino che si ama.
 
 

 
Letture:
Esodo 34,4-6.8-9
Daniele 3,52-56
2 Corinzi 13,11-13
Giovanni 3,16-18
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,16-18)

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».
 
 

21 maggio 2026

Unità nella diversità - 24/5/2026 - Pentecoste (Messa del giorno)

 
Icona della Pentecoste (particolare)

 
Una cosa che mi ha colpito nelle icone della Pentecoste è che sono piene di visi, cioè di persone diverse. Lo Spirito Santo apre il "regno dei volti individuali". Gesù Cristo è venuto a riunificare l'umanità, ma lo Spirito Santo viene a diversificare le persone.
«A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito» (1Cor 12,7). L'unità data dal sangue della Croce è accompagnata dalla diversità del fuoco. Nel giorno della Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono (prima lettura di oggi), e ognuna scende su una persona diversa, quasi a illuminare diversamente la vita di ognuno, a donare ad ognuno una particolare missione.
Lo Spirito dona ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono.
E se non realizzi ciò che puoi essere, ci sarà un rallentamento nel cammino del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa. Perché la Chiesa, come corpo di Cristo chiede adesione e unità, ma come Pentecoste richiede l'invenzione personale, la libertà creatrice di nuove strade e di nuove soluzioni.
 
«Ciascuno li udiva parlare nella propria lingua». È questo il miracolo più grosso: non il parlare varie lingue, ma il fatto che gli altri capiscano! Quante volte è capitato che pur parlando la stessa lingua alla fine, dopo ore di discussioni, non ci si sia capiti.
 
Mi viene da pensare che lo Spirito fa diventare Lingua di Dio la tua lingua madre. Lo Spirito non fa altro che, come in Maria, incarnare anche in te il Verbo di Dio. Perché il divino e l'umano trovano compimento solo così: essere l'uno nell'altro.
E allora Dio parlerà con le tue parole, piangerà le tue lacrime, riderà le tue risate.
E le tue mani saranno le sue mani, la tua parola gli darà parola, la tua vita placherà la sua sete di vita.
Il tuo amore sarà il Suo amore.
 
 

 
Letture:
Atti 2,1-11
Salmo 103
1 Corinzi 12,3-7.12-13
Giovanni 20,19-23
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
 
 

14 maggio 2026

Festa della presenza di Gesù - 17/5/2026 - Ascensione del Signore

Cappella dell'Ascensione
(XII sec.)
Monte degli ulivi, Gerusalemme

 
 
L'Ascensione è la festa della presenza di Gesù in un altro modo: in tutti gli uomini, in tutti i giorni. Gesù non si è rinchiuso nel più alto dei cieli, lui è andato avanti e nel profondo. San Paolo scrive: «Cristo è il perfetto compimento di tutte le cose» (Ef 1,23). Ogni cosa che esiste ha in Cristo la sua pienezza e il suo futuro. Essere cristiani è avere la certezza che Cristo è presente in tutte le cose. Che lui è forza di Ascensione dell'intero creato, energia che alimenta l'esistenza e la storia non solo umana, ma di tutto il creato.
 
C'è un aggettivo che ha una presenza martellante in tutte e tre le letture di oggi, "tutto": «andate in tutto il mondo... a tutte le genti annunciate... ogni potere è mio... io sarò con voi tutti i giorni... tutto è sotto i suoi piedi».
Il nobel François Mauriac scrisse: "Dal giorno dell'Ascensione abbiamo Dio in agguato all'angolo di ogni strada".
 
Con l'Ascensione non abbiamo l'assenza di Gesù, ma una presenza più profonda. Gesù adesso è diffuso per tutta l'umanità, seminato in tutte le cose, fino a quando, alla fine del tempo, sarà «tutto in tutti» (Col 3, 11).
Gesù non è solo in me, ma anche nel cuore più distratto, o in quello che si crede spento, perfino in quello che lo rifiuta. Ma Cristo è presente anche in tutte le cose: nella tenera piantina, nella fredda pietra, nelle più lontane galassie come nella forza che tiene uniti gli atomi.
Adesso tutti i giorni e tutte le cose mi possono parlare di Dio, tutti i giorni e tutte le cose sono angeli e Vangeli sul mio cammino di essere umano: "il divino traspare dal fondo di ogni essere" (Theilard de Chardin).
 
«Essi però dubitarono [...] Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». Gesù se ne va con un atto di enorme fiducia nell'uomo. Ci affida la sua Chiesa nonostante il nostri dubbi. Ci chiama, mi chiama ad essere suo testimone nonostante le mie debolezze, i miei limiti, i miei peccati, i miei tradimenti. Ha fiducia in me più di quanta ne abbia io stesso. Sa che sono in grado di essere quel pizzico di lievito, quel granello di sale che, magari di un'inezia, riuscirà a contagiare di Spirito chi mi è affidato.
 
 

 
Letture:
Atti 1,1-11
Salmo 46
Efesini 1,17-23
Matteo 28,16-20
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28,16-20)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
 
 

07 maggio 2026

Amare è donarsi - 10/5/2026 - VI Domenica di Pasqua

 

 
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti».
«Se...» Nessuna costrizione, nessun obbligo. Sei libero di accettare o rifiutare. Gesù, uomo totalmente libero, ci dona parole liberanti.
 
«Se mi amate, osserverete». Gesù non impone, non dice "dovete osservare". La sua non è un'ingiunzione, un comandamento in più, è una constatazione: quando ami le azioni si caricano di un calore nuovo, di una intensità inattesa. La vita ha più slancio, più senso, tutto è più facile.
 
«I miei comandamenti». L'originale greco pone l'accento su 'miei', quasi che Gesù volesse sottolineare che non si tratta dei dieci comandamenti, del decalogo, ma di quelli che lui ci ha donato. E ce li ha donati non perché li ha dettati, ma perché li ha vissuti. Non si tratta di parole, ma della sua vita.
Gesù ci vuole dire: "se mi ami diventerai come me". Amare, ed essere amati, trasforma: si diventa chi si ama. Lui vuol dire che i suoi pensieri, i suoi desideri diventano i tuoi. Amare Dio mi dà la possibilità di diventare come Lui, di acquisire nei miei giorni quel sapore di libertà, di mitezza, di pace, di perdono, quella gioia di tavole imbandite, di abbracci, di relazioni buone che sono la bellezza del vivere.
 
In questi sette versetti del Vangelo Gesù ci parla di comunione, di unione con Lui: «sarò con voi ... verrò presso di voi ... io in voi, voi in me ...». Il Vangelo racconta la passione di Gesù di unirsi a me. E questo mi libera: che io sia amato non dipende da me, dipende da lui; l'uomo può dire di no a Dio, ma Dio non può dire di no all'uomo. Tu puoi voltargli le spalle, ma lui non può rinnegarti.
 
Gesù cerca amore. Ma cos'è l'amore? È famosissima la frase di sant'Agostino: "Ama e poi fa' quello che vuoi". Se ami, non potrai ferire, tradire, derubare, ingannare; non potrai violare, deridere, restare indifferente. Se vuoi prendere, schiacciare, umiliare non è amore. Amare è donarsi.
Se ami, non potrai far altro che soccorrere, accogliere, benedire. E questo per una esigenza interiore, ben più potente di qualsiasi legge esterna.
Ama e poi, quello che senti di fare, mettiti a farlo con tutto il cuore.
 
 

 
Letture:
Atti 8,5-8.14-17
Salmo 65
1 Pietro 3,15-18
Giovanni 14,15-21
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».