04 giugno 2026

Uniti e diversi - 7/6/2026 - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

 
vera Comunione è la condivisione

 
Mangiare e bere il corpo e il sangue di Gesù vuol dire entrare in comunione con Lui, essere inseriti nella sua stessa vita. Ma per mezzo dell'Eucarestia noi entriamo in comunione anche tra di noi. Non c'è vera comunione con Dio se non c'è comunione con gli altri.
 
Con l'Eucarestia il cristiano scopre la sua vocazione di "persona comunionale", si rende conto che non si può vivere il cristianesimo in maniera individualistica. "In Paradiso ci si va in comunità, all'inferno ci si va da soli" dicevano i Padri. Partecipare alla Cena Pasquale, all'anticipo del banchetto celeste, vuol dire rinsaldare in ognuno di noi il rapporto con il Padre e con i fratelli. E questo nonostante a volte (per non dire spesso) le nostre opinioni, i nostri punti di vista, ci mettano in opposizione.
Però l'Eucarestia ci fa scoprire quanto le nostre divergenze e le nostre diversità si radicano nella stessa volontà di adesione al Vangelo, nell'ottica di uno stesso amore per Dio.
L'Eucarestia, se celebrata non come rito ma come incontro comunitario col Signore, fa sì che ci si ami nonostante le divergenze e i conflitti quotidiani. "Se vuoi essere cattolico devi essere unito nella diversità e diverso nell'unità" diceva il cardinale e teologo Yves Congar.
 
Quindi l'Eucarestia oltre ad essere il sacramento dell'unità, realizza anche la diversità. Il Pane che riceviamo non produce a tutti gli stessi effetti, non produce un cristiano standard. Invece stimola, potenzia, favorisce e sviluppa le doti che ognuno di noi ha in maniera personale ed unica.
La comunione prodotta da Gesù tra le persone avviene sottolineando e sviluppando le peculiarità e le diversità di ognuno di noi.
 
Ma se l'Eucarestia è tutto questo, allora "mangiare indegnamente il pane" significa non impegnarsi a realizzare la comunione con tutti nella diversità.
I primi cristiani quando parlavano di "corpo di Cristo" pensavano alla Chiesa. E per evitare confusione specificavano: "il vero corpo di Cristo" per indicare il pane eucaristico, e "il corpo mistico di Cristo" per indicare il popolo di Dio. Quindi l'amen che diciamo quando prendiamo l'ostia non è una semplice dichiarazione che crediamo nella reale presenza di Gesù nell'ostia, ma anche la dichiarazione del proprio impegno a costruire questo corpo di Cristo nella comunione con i fratelli.
 
 

 
Letture:
Deuteronomio 8,2-3.14-16
Salmo 147
1 Corinzi 10,16-17
Giovanni 6,51-58
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
 
 

28 maggio 2026

Non c'è amore se non c'è dono - 31/5/2026 - Santissima Trinità

 
Santissima Trinità
affresco (circa 1460-1470) - Ospizio della Trinità - Valgrana (CN)
L'opera è attribuita ai fratelli Tommaso e Matteo Biazaci da Busca e rappresenta una "Trinità orizzontale" con tre busti identici che emergono da un unico corpo, simboleggiando le tre Persone (Padre, Figlio e Spirito Santo).

 
C'è, nel primo film della serie che il regista Kieslowski ha realizzato sul Decalogo, questa scena: «il piccolo Pawel sta giocando. Ad un tratto si ferma e domanda alla zia: "Com'è Dio?". La zia, senza parlare, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia la testa e, sempre tenendolo stretto, gli domanda: "Come ti senti adesso?". Pawel alzando gli occhi le risponde: "Bene, mi sento bene". E la zia: "Ecco, Pawel, Dio è così"».
Dio non è una definizione ma un'esperienza.
La Trinità non è un concetto da capire, ma un abbraccio da accogliere.
Dio come un abbraccio perché Dio è amore, e senza amore non c'è magistero, non c'è teologia, senza amore nessuno riesce a parlare di Dio.
La Trinità è la rivelazione del segreto del vivere, della verità sulla vita, sulla morte, sull'amore. Mi dice che al principio di tutto quanto esiste ed esisterà c'è la relazione, la comunione. Un solo Dio in tre persone: Dio in se stesso non è solitudine, ma è comunione.
 
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio». Il Vangelo ci annuncia che alla base di tutto non c'è nient'altro che l'amore. Ma il verbo 'amare', nella Bibbia, si traduce sempre con un altro verbo molto concreto, molto terra-terra: il verbo "dare". Amare equivale a dare, il verbo delle mani che offrono. Non c'è amore se non c'è dono.
Se mi domandano: tu a che cosa credi? mi verrebbe spontaneo rispondere che credo in Dio Padre, in Gesù crocifisso e risorto, la Chiesa..., ma Giovanni indica una risposta diversa: il cristiano crede all'amore, noi crediamo all'amore che Dio ha per noi! È questa la vera fede.
 
«Dio ha tanto amato il mondo». Non solo l'uomo, tutto il mondo è amato, la terra, gli animali, le piante. La creazione intera è amata. E se Lui ha amato, anch'io devo amare questa terra, con i suoi figli, il suo verde, i suoi fiori, la sua bellezza.
La festa della Trinità è luce al mio cuore profondo, è rivelazione del senso ultimo dell'universo.
Incamminato verso un Padre che è la fonte della vita, verso un Figlio innamorato, verso uno Spirito che semina comunione nelle nostre solitudini, io mi sento piccolo e allo stesso tempo abbracciato dal mistero. Piccolo, ma abbracciato come si abbraccia un bambino che si ama.
 
 

 
Letture:
Esodo 34,4-6.8-9
Daniele 3,52-56
2 Corinzi 13,11-13
Giovanni 3,16-18
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,16-18)

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».
 
 

21 maggio 2026

Unità nella diversità - 24/5/2026 - Pentecoste (Messa del giorno)

 
Icona della Pentecoste (particolare)

 
Una cosa che mi ha colpito nelle icone della Pentecoste è che sono piene di visi, cioè di persone diverse. Lo Spirito Santo apre il "regno dei volti individuali". Gesù Cristo è venuto a riunificare l'umanità, ma lo Spirito Santo viene a diversificare le persone.
«A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito» (1Cor 12,7). L'unità data dal sangue della Croce è accompagnata dalla diversità del fuoco. Nel giorno della Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono (prima lettura di oggi), e ognuna scende su una persona diversa, quasi a illuminare diversamente la vita di ognuno, a donare ad ognuno una particolare missione.
Lo Spirito dona ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono.
E se non realizzi ciò che puoi essere, ci sarà un rallentamento nel cammino del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa. Perché la Chiesa, come corpo di Cristo chiede adesione e unità, ma come Pentecoste richiede l'invenzione personale, la libertà creatrice di nuove strade e di nuove soluzioni.
 
«Ciascuno li udiva parlare nella propria lingua». È questo il miracolo più grosso: non il parlare varie lingue, ma il fatto che gli altri capiscano! Quante volte è capitato che pur parlando la stessa lingua alla fine, dopo ore di discussioni, non ci si sia capiti.
 
Mi viene da pensare che lo Spirito fa diventare Lingua di Dio la tua lingua madre. Lo Spirito non fa altro che, come in Maria, incarnare anche in te il Verbo di Dio. Perché il divino e l'umano trovano compimento solo così: essere l'uno nell'altro.
E allora Dio parlerà con le tue parole, piangerà le tue lacrime, riderà le tue risate.
E le tue mani saranno le sue mani, la tua parola gli darà parola, la tua vita placherà la sua sete di vita.
Il tuo amore sarà il Suo amore.
 
 

 
Letture:
Atti 2,1-11
Salmo 103
1 Corinzi 12,3-7.12-13
Giovanni 20,19-23
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
 
 

14 maggio 2026

Festa della presenza di Gesù - 17/5/2026 - Ascensione del Signore

Cappella dell'Ascensione
(XII sec.)
Monte degli ulivi, Gerusalemme

 
 
L'Ascensione è la festa della presenza di Gesù in un altro modo: in tutti gli uomini, in tutti i giorni. Gesù non si è rinchiuso nel più alto dei cieli, lui è andato avanti e nel profondo. San Paolo scrive: «Cristo è il perfetto compimento di tutte le cose» (Ef 1,23). Ogni cosa che esiste ha in Cristo la sua pienezza e il suo futuro. Essere cristiani è avere la certezza che Cristo è presente in tutte le cose. Che lui è forza di Ascensione dell'intero creato, energia che alimenta l'esistenza e la storia non solo umana, ma di tutto il creato.
 
C'è un aggettivo che ha una presenza martellante in tutte e tre le letture di oggi, "tutto": «andate in tutto il mondo... a tutte le genti annunciate... ogni potere è mio... io sarò con voi tutti i giorni... tutto è sotto i suoi piedi».
Il nobel François Mauriac scrisse: "Dal giorno dell'Ascensione abbiamo Dio in agguato all'angolo di ogni strada".
 
Con l'Ascensione non abbiamo l'assenza di Gesù, ma una presenza più profonda. Gesù adesso è diffuso per tutta l'umanità, seminato in tutte le cose, fino a quando, alla fine del tempo, sarà «tutto in tutti» (Col 3, 11).
Gesù non è solo in me, ma anche nel cuore più distratto, o in quello che si crede spento, perfino in quello che lo rifiuta. Ma Cristo è presente anche in tutte le cose: nella tenera piantina, nella fredda pietra, nelle più lontane galassie come nella forza che tiene uniti gli atomi.
Adesso tutti i giorni e tutte le cose mi possono parlare di Dio, tutti i giorni e tutte le cose sono angeli e Vangeli sul mio cammino di essere umano: "il divino traspare dal fondo di ogni essere" (Theilard de Chardin).
 
«Essi però dubitarono [...] Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». Gesù se ne va con un atto di enorme fiducia nell'uomo. Ci affida la sua Chiesa nonostante il nostri dubbi. Ci chiama, mi chiama ad essere suo testimone nonostante le mie debolezze, i miei limiti, i miei peccati, i miei tradimenti. Ha fiducia in me più di quanta ne abbia io stesso. Sa che sono in grado di essere quel pizzico di lievito, quel granello di sale che, magari di un'inezia, riuscirà a contagiare di Spirito chi mi è affidato.
 
 

 
Letture:
Atti 1,1-11
Salmo 46
Efesini 1,17-23
Matteo 28,16-20
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28,16-20)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
 
 

07 maggio 2026

Amare è donarsi - 10/5/2026 - VI Domenica di Pasqua

 

 
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti».
«Se...» Nessuna costrizione, nessun obbligo. Sei libero di accettare o rifiutare. Gesù, uomo totalmente libero, ci dona parole liberanti.
 
«Se mi amate, osserverete». Gesù non impone, non dice "dovete osservare". La sua non è un'ingiunzione, un comandamento in più, è una constatazione: quando ami le azioni si caricano di un calore nuovo, di una intensità inattesa. La vita ha più slancio, più senso, tutto è più facile.
 
«I miei comandamenti». L'originale greco pone l'accento su 'miei', quasi che Gesù volesse sottolineare che non si tratta dei dieci comandamenti, del decalogo, ma di quelli che lui ci ha donato. E ce li ha donati non perché li ha dettati, ma perché li ha vissuti. Non si tratta di parole, ma della sua vita.
Gesù ci vuole dire: "se mi ami diventerai come me". Amare, ed essere amati, trasforma: si diventa chi si ama. Lui vuol dire che i suoi pensieri, i suoi desideri diventano i tuoi. Amare Dio mi dà la possibilità di diventare come Lui, di acquisire nei miei giorni quel sapore di libertà, di mitezza, di pace, di perdono, quella gioia di tavole imbandite, di abbracci, di relazioni buone che sono la bellezza del vivere.
 
In questi sette versetti del Vangelo Gesù ci parla di comunione, di unione con Lui: «sarò con voi ... verrò presso di voi ... io in voi, voi in me ...». Il Vangelo racconta la passione di Gesù di unirsi a me. E questo mi libera: che io sia amato non dipende da me, dipende da lui; l'uomo può dire di no a Dio, ma Dio non può dire di no all'uomo. Tu puoi voltargli le spalle, ma lui non può rinnegarti.
 
Gesù cerca amore. Ma cos'è l'amore? È famosissima la frase di sant'Agostino: "Ama e poi fa' quello che vuoi". Se ami, non potrai ferire, tradire, derubare, ingannare; non potrai violare, deridere, restare indifferente. Se vuoi prendere, schiacciare, umiliare non è amore. Amare è donarsi.
Se ami, non potrai far altro che soccorrere, accogliere, benedire. E questo per una esigenza interiore, ben più potente di qualsiasi legge esterna.
Ama e poi, quello che senti di fare, mettiti a farlo con tutto il cuore.
 
 

 
Letture:
Atti 8,5-8.14-17
Salmo 65
1 Pietro 3,15-18
Giovanni 14,15-21
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 
 

30 aprile 2026

La via, la verità e la vita - 3/5/2026 - V Domenica di Pasqua

Io sono la via ...
(foto J.C.)

 
 
«Io sono la via, la verità e la vita». Tre parole immense, che nessuna spiegazione può esaurire, che noi possiamo solo balbettare.
 
«Io sono la via», cioè la strada per arrivare a casa, agli altri, a Dio. Davanti a me non c'è un muro invalicabile, uno sbarramento, ma neanche il nulla. Davanti ho una strada, ho degli orizzonti aperti. Gesù mi invita a vedere la vita non come un sistema chiuso, ma come un sistema aperto. Mi chiama ad immaginare la vita, la fede, la Chiesa, Dio stesso come campi aperti fino all'orizzonte e oltre.
Il sogno di Dio è che noi, insieme a Lui, ci incamminiamo su questa strada di amore, di libertà, di bellezza e di comunione con Dio, con l'uomo, con il creato. Perché amore, libertà, bellezza e comunione sono la patria vera dell'essere umano.
 
«Io sono la verità». Non una dottrina, un libro, una legge migliori di altri, ma una vita. La verità non è una idea, un concetto più o meno astratto. È una persona. E una persona non la si può possedere, si può, anzi si deve essere in relazione con lei. Maggiore sarà la nostra relazione con Gesù, più vicina sarà la nostra relazione con la verità.
La verità è la vita di Gesù, venuto a mostrarci il volto d'amore del Padre. Gesù (vero volto dell'uomo) è icona limpidissima della verità che non si è mai fatta comprare da nessuno. Verità disarmata è il suo muoversi libero e amorevole tra le creature. Mai arrogante, sempre accompagnato dalla sorella della verità: la tenerezza.
 
«Io sono la vita », "Che hai a che fare con me, Gesù di Nazareth?" (Mc 1,24) domanda il posseduto nella sinagoga di Cafarnao. Ecco la risposta: «faccio vivere». La mia vita si spiega con la vita di Dio, solo Lui poteva pensare una cosa così!
Più Dio in me non mi rimpicciolisce, anzi, Lui viene per elevarmi, per espandere la mia vita. Più Vangelo entra nella mia vita e più io sono vivo. E questo non solo nel corpo, ma anche nella mente, nel cuore.
 
Poi interviene Filippo: «Mostraci il Padre e ci basta ». È bello che gli apostoli chiedano, che loro, come noi, vogliano capire. «Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre ». Guardi Gesù, guardi come vive, come ama, come accoglie, come va in croce, e capisci Dio e la vita.
Vita è tutto ciò che possiamo mettere sotto questa nome: futuro, amore, casa, pane, festa, riposo, desiderio...
Per questo spirituale e reale coincidono. Fede e vita, sacro e realtà quotidiana hanno la stessa sorgente.
 
 

 
Letture:
Atti 6,1-7
Salmo 32
1 Pietro 2,4-9
Giovanni 14,1-12
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-12)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: "Mostraci il Padre"? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
 
 

23 aprile 2026

Il Signore mi chiama per nome - 26/4/2026 - IV Domenica di Pasqua

 
Pecore col pastore
Foto di Yasin Guçluturk su Unsplash

 
«[Il pastore] chiama le sue pecore, ciascuna per nome». Il Signore mi chiama per nome con lo stesso affetto con cui ha chiamato Marta (Lc 10,41) o la Maddalena (Gv 20,16). Dice il mio nome con un amore che nessuno potrà mai eguagliare. E chiamandomi solamente per nome, senza evocare nessun ruolo, o funzione, o aggettivo, mi restituisce la mia dignità di uomo, la mia unicità. Si rivela un Dio che mi conosce e mi accoglie con tutte le mie emozioni, i miei sentimenti, i miei limiti e i miei pregi. Lui mi ama così come sono, e l'unica cosa che mi chiede è di accettare il suo amore, di lasciarmi amare.
 
«Le conduce fuori». Gesù non è il Dio dei recinti, degli spazi limitati, della paura. È il Dio della libertà, degli spazi aperti, dello sguardo che va oltre l'orizzonte, rivolto non a ciò che è stato, ma a ciò che sarà. È il Dio della fiducia, fiducia nel mondo, ma soprattutto fiducia nei suoi figli. La fiducia è la prima condizione perché ci sia vita, e Lui è il Dio della vita.
 
«Cammina davanti a esse». Mi fa pensare al salmo: «mi indicherai il sentiero della vita» (Sal 15,11), alla frase degli angeli alle donne la mattina di Pasqua: «vi precede in Galilea» (Mt 28,7). È un pastore che non sta rinchiuso nel suo orticello, ma uno che apre cammini, che inventa strade sempre nuove. È un pastore che precede, che cammina attratto dal futuro e non dai rimpianti.
Non sta dietro per frenare o rimproverare, ma davanti per trascinare col suo esempio, attirare col suo andare avanti.
 
«Lo seguono perché conoscono la sua voce» Lo ascoltano perché sono riconosciute. Lo ascoltano perché prima di tutto sanno di essere ascoltate. Chi non lo ascolta si condanna a restare nel vecchio recinto, nelle vecchie paure, a sopravvivere. Chi lo ascolta spalanca le ali verso il futuro, verso la vita piena. Piena di amore, di affetto... piena di Dio.
 
«Io sono la porta». Non un muro compatto, invalicabile. Gesù è apertura verso l'esterno e verso gli altri, è passaggio attraverso il quale la vita entra ed esce senza misura.
 
Seguire Cristo, essere cristiani vuol dire attraversare quella porta, lasciare che Lui porti il mio cuore verso le cose che Lui amava e ama: noi esseri umani, tutti e senza esclusioni, la libertà. Vuol dire donare il proprio cuore. Vuol dire essere uscio spalancato attraversato da molte vite.
 
 

 
Letture:
Atti 2,14.36-41
Salmo 22
1 Pietro 2,20-25
Giovanni 10,1-10
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».
 
 

16 aprile 2026

Ogni strada nel mondo porta a Emmaus - 19/4/2026 - III Domenica di Pasqua

Emmaus
Walter Kostner (acquerello)

 
 
Anche se nei pressi di Gerusalemme possiamo trovare il monastero di Emmaus, in realtà gli studiosi non sono assolutamente concordi su dove sia realmente questo villaggio. Questo mi piace perché mi aiuta a sentire Emmaus come casa mia quando sono tentato di tornare nel mio piccolo angolo, di allontanarmi dalla comunione con gli altri, quando sono ferito, quando il sogno in cui tanto avevo sperato si sfalda in mille pezzetti.
 
«Non è qui» (Mt 28,6; Mc 16,6; Lc 24,6) hanno detto gli angeli. Adesso è nella polvere delle nostre strade, e quando scende la sera sulla nostra fede, lui rallenta i suoi passi al ritmo dei nostri. Ogni strada nel mondo porta a Emmaus.
Cristo si fa nostro compagno di cammino, si fa vicino in ogni esperienza di amicizia. Il Signore ci raggiunge nella nostre vicende quotidiane di viandanti.
E cambia il cuore, gli occhi e il cammino di ciascuno.
Il primo miracolo è così dolce e rispettoso che non ce ne accorgiamo subito: mentre lo sconosciuto ci spiega le Scritture, il nostro "cuore freddo" inizia a scaldarsi, a sciogliersi. La scoperta della pienezza dell'amore trasforma "il nostro cuore di pietra in un cuore di carne" (Ez 36,26).
 
«Resta con noi, perché si fa sera [...] egli entrò per rimanere con loro». E da quel giorno Gesù entra sempre, se appena lo desidero. Il nome di Dio non è più «io sono colui che è» (Es 3,14), ma è «io sono colui che è con te».
 
Ma se la Parola cambia il cuore, il pane cambia gli occhi: «lo riconobbero quando spezzò il pane». Il segno di riconoscimento di Gesù è il suo corpo spezzato e donato, è vita regalata per dare più vita.
Il cuore del Vangelo è spezzare qualcosa di mio per gli altri: il mio pane, o il tempo, o un vaso di profumo, è condividere cammino, speranze e delusioni.
 
Insieme, parola e pane, cambiano il cammino di ogni discepolo: «partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme». Partire verso i fratelli, partire come se la notte non ci fosse più perché ci sentiamo il sole dentro. Il camminare triste e stanco diventa corsa gioiosa: non c'è più notte, né stanchezza, né distanza, il cuore è acceso, gli occhi vedono.
Non soffriamo più la strada perché sappiamo che Dio è in cammino con ogni uomo in cammino
 

 
Non è vero che tutte le strade portano a Dio.
È vero però che Dio percorre tutte le strade per incontrare te.
 
 

 
Letture:
Atti 2,14.22-33
Salmo 15
1 Pietro 1,17-21
Luca 24,13-35
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Luca (24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l'un l'altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
 
 

09 aprile 2026

Il rischio di essere felici - 12/4/2026 - II Domenica di Pasqua

 

 
Solitamente leggendo questo brano del Vangelo mi viene da pensare alla fede di Tommaso, o alla inefficace testimonianza degli apostoli, questa volta invece mi hanno toccato particolarmente le ferite di Gesù. Sembra che quasi le esibisca: «tocca il foro dei chiodi... metti la mano nel costato!»
Noi, sotto sotto, ci aspetteremo che la Resurrezione cancelli le ferite del Venerdì Santo. Ma questo non avviene, perché la Pasqua non è il superamento gioioso della Passione, la Pasqua ne è la continuazione, il frutto maturo.
 
L'amore è calore umano, è gioia, abbracci, pienezza di vita, ma è anche sofferenza. Nel corpo di Gesù, come nel nostro corpo, l'amore scrive la sua storia con l'alfabeto delle ferite. L'amore incancellabile ci lascia delle cicatrici incancellabili.
Ma dalle piaghe del Risorto non esce più sangue, ma luce. Le ferite non lo sfigurano più, adesso lo trasfigurano.
Adesso è il vero Tabor a cui tutti siamo invitati.
Adesso anche il nostro cuore ferito, con le sue cicatrici può diventare più capace di amore, può diventare capace di guarigione. Tutti noi possiamo diventare dei "guaritori feriti" (Henri Nouwen).
 
I colpi duri e spesso insensati della vita ci lasciano tanti lividi e tante cicatrici. Ma è proprio attraverso questi segni che possiamo diventare capaci di capire gli altri, di aiutarli ad affrontare le stesse tempeste. La nostra debolezza, come quella di Pietro, di Tommaso, non è un ostacolo, ma una risorsa. Le nostre ferite possono essere la luce che rischiara il buio di chi, vicino a noi, soffre.
 
Per tre volte, nel Vangelo odierno, Gesù ci dice «Pace a voi!». Gesù ci dona la sua pace che scende sui nostri cuori stanchi. Scende sulla nostra vita di peccatori, sulle nostre delusioni, sulle nostre ferite. Ed è proprio a questa Pace che si abbandona Tommaso. È questa Pace che lo fa passare dal dubbio all'estasi della certezza. E anche noi ci arrendiamo a questa promessa, a questo incoraggiamento che riesce ad attraversare le tristezze della nostra vita.
 
«Beati quelli che senza aver visto crederanno». L'ultima beatitudine tutti la possiamo sentire proprio nostra. Le altre potevano sembrare difficili, per pochi coraggiosi e forti. Ma questa è una beatitudine per tutti, è per chi fa fatica, per chi va a tentoni, per chi continua ad inciampare e a cadere.
Beati, cioè felici. Felici non perché abbiamo una vita più facile, ma perché abbiamo una vita ferita e allo stesso tempo luminosa, piagata e guaritrice.
 
La fede è il rischio di essere felici, il rischio di essere felici portando le nostre piaghe di luce.
 
 

 
Letture:
Atti 2,42-47
Salmo 117
1 Pietro 1,3-9
Giovanni 20,19-31
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
 
 

02 aprile 2026

Questa mattina tutti corrono - 5/4/2026 - Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore

Resurrezione

Alfredo Bortoluzzi (1905-1995)


 
 
«Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo». La Maddalena può correre perché adesso sta sorgendo il sole, ma anche 'deve' correre perché è la nascita di un universo nuovo, sono le doglie della vita.
E Maria, senza saperlo, dice parole che sono segno di fede profonda: «Hanno portato via il Signore ». Non dice che hanno preso 'il corpo' del Signore, ma 'il Signore'. Ne parla come fosse vivo, come si parla di una persona viva. Perché per lei è vivo e lo urla con tutto il suo cuore.
 
«Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro». Tutti corrono al mattino di Pasqua! Corrono perché l'amore ha sempre fretta. Chi ama si sente sempre in ritardo sulla sua fame di abbracci, si sente sempre assetato della gioia dell'incontro.
Ma il «discepolo che Gesù amava» corre più veloce e arriva per primo al sepolcro, cioè arriva per primo a capire la risurrezione e a credere in essa. Perché chi ama e sa di essere amato capisce di più, capisce prima, va più a fondo. "Si vede bene solo con il cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi" (Antoine de Saint-Exupéry)
 
Pasqua è il tema più bello e più arduo di tutta la Bibbia. La risurrezione di Cristo fu un evento talmente inaudito che gli evangelisti, per raccontarla usano i verbi del mattino, del risveglio. Quel giorno unico è raccontato con i verbi di ogni giorno: Pasqua è qui, è adesso. Ogni giorno è quel giorno, perché la forza della Risurrezione non avrà riposo finché non abbia raggiunto l'ultimo atomo della creazione, finché non abbia rovesciato la pietra dell'ultima tomba.
 

 
Pasqua è la festa dei macigni rotolati. È la festa del terremoto.
La mattina di Pasqua le donne, giunte nell'orto, videro il macigno rimosso dal sepolcro.
Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all'imboccatura dell'anima che non lascia filtrare l'ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l'altro.
È il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell'odio, della disperazione del peccato.
Siamo tombe alienate. Ognuno con il suo sigillo di morte.
Pasqua allora, sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l'inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la resurrezione di Cristo.
 
don Tonino Bello, vescovo di Molfetta
 
 

 
Letture:
Atti 10,34a.37-43
Salmo 117
Colossesi 3,1-4
Giovanni 20,1-9
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.