13 maggio 2021

Gesù non ci lascia soli - 16/05/2021 - Ascensione del Signore

 


Oggi abbiamo due racconti diversi dell'Ascensione di Gesù: quello di Luca nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli e quello di Marco nel suo vangelo.

Partiamo un attimo da Marco. Il brano oggi proposto inizia col versetto 15, ma se andiamo a leggere il versetto precedente vediamo che Gesù rimprovera gli Apostoli «per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto». È proprio a queste persone che viene affidato il Vangelo, la responsabilità della Chiesa. La salvezza di tutti gli uomini viene affidata a tutti noi nonostante la nostra "incredulità e la nostra durezza di cuore". Dio ci ama e ci sceglie così come siamo, semplici esseri umani, capaci del meglio e del peggio, in grado di volare alti come un'aquila ma che spesso grufoliamo per terra come un maiale. Ma soprattutto noi, come anche gli Apostoli, facciamo fatica a capire un Dio così imprevedibile, così al di fuori dai nostri schemi.

E che anche gli Apostoli abbiano questa difficoltà ce lo dimostra il racconto di Luca, quando gli angeli li riprendono: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». A partire dalla Resurrezione è sempre un cercare Gesù dove lui non c'è. Prima nella tomba ormai vuota e adesso in cielo nonostante lui stesso abbia assicurato che sarà sempre con noi (Mt 28, 20).
Anche noi tante volte cerchiamo Dio in cielo, tra le nuvole, e così non lo vediamo quando ci passa vicino, proprio alla nostra altezza, quando non più in basso.

Ma Gesù, come dice il Vangelo continua ad "agire insieme a noi". La buona notizia dell'Ascensione è che Gesù è sempre in mezzo a noi. Non lo è più in maniera sensibile, ma lo è in maniera più efficace. Ascensione vuol dire che Gesù si nasconde ai nostri occhi per essere presente in maniera ancora più profonda, perché ora è presente non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi per mezzo del suo Spirito. È visibile agli occhi della fede.
Per trovare Dio non dobbiamo guardare il cielo, ma andare per le strade del mondo, e in ogni posto dove c'è un essere umano che soffre potremo trovarlo, in ogni posto dove c'è un po' di amore potremo trovarlo.

Ma c'è anche un altro significato dell'Ascensione, ed è in quell'affermazione di Marco: «sedette alla destra di Dio». Al Padre è salito il Figlio con la nostra carne, il Figlio che si è fatto uomo. Al cielo è salito un uomo, un nostro fratello. Adesso seduto proprio alla destra del Padre (dove sedeva l'erede, la persona più importante dopo il re), c'è un nostro fratello. È per questo che Gesù può e vuole intercedere a nostro favore, pregare per noi.

Ma non basta. Ogni volta che noi mangiamo il suo corpo e beviamo il suo sangue, cioè ogni volta che facciamo la Comunione, noi diventiamo un solo corpo con Gesù, cioè anche noi sediamo alla destra del Padre. Con l'Ascensione già adesso anche noi, seppur nella fede, seppur misteriosamente, siamo uniti al Padre, siamo già risorti. La nostra vita non è più solo terrestre, ma inizia ad essere anche celeste. La nostra casa inizia a diventare il Paradiso (Col 3, 1-4)

L'Ascensione significa che Gesù non solo non se n'è andato, ma anzi, è più presente adesso che prima.


(At 1,1-11; Sal 46; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20)


06 maggio 2021

C'è un fiume d'amore che scorre dal cielo fino a noi - 09/05/2021 - VI Domenica Di Pasqua

 


Questa parte del lungo discorso d'addio di Gesù raccontato da Giovanni è il cuore del cristianesimo, l'essenza di cosa voglia dire essere cristiani.
In questi nove versetti Gesù usa per nove volte la parola "amore/amare" e per tre volte la parola "amici".

Ed esordisce con un vangelo, cioè con una buona notizia: siamo amati ("io ho amato voi"). Qui Giovanni usa il verbo greco "agapáô" che indica l'amore disinteressato, "amare" nel senso di avere caro, tenere in gran conto, preferire, prediligere. Noi siamo amati da Dio gratis, senza condizioni, senza limiti.
E Dio ci ama affinché la nostra gioia sia piena, trabocchi dai nostri cuori e si riversi nel mondo.
Siamo stati creati bramosi di amore, arsi dalla sete di essere amati. Siamo mendicanti d'amore. Scoprirci amati, sentirci amati ci rende capaci di spostare le montagne, anche quelle del nostro egoismo.
Gesù non ci invita semplicemente ad amare. Potremmo amare per dipendenza, necessità, tornaconto. Ci chiede di amare perché se non amiamo ci distruggiamo. E non ci dice di amare gli altri come amiamo noi stessi (ci sono persone che non si amano o si amano poco) ma di amare come Lui ci ha amato. Solo Dio è la misura dell'amore.

Poi Gesù dice: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore».
Per rimanere nell'amore basta osservare i comandamenti, che però non sono il decalogo, ma il modo di agire di Dio. Il comandamento di Gesù è «Amatevi come io ho amato voi» e il riferimento è la lavanda dei piedi. L'amore non si trasmette attraverso una dottrina, ma solo attraverso gesti che comunicano vita. Il "comandamento nuovo" che Gesù ci dona, è nuovo nella qualità, nel modo di concretizzarlo. Gesù non dice che dobbiamo amare 'quanto' lui ci ha amato, ma 'come' lui ci ha amato, nella stessa maniera, cioè amando di un amore che aggiunge vita, che dona speranza, che regala gioia e letizia.
Ma quel 'come' ci dice anche che solo Dio è la fonte del nostro amore. Un cristiano ama perché si è sentito amato, perché ha sentito la passione che Dio ha per lui. L'amore non parte da un nostro sforzo, da un nostro impegno, ma dallo stupore di un amore folle che ci ha travolto e avvolto.

Ma in cosa consiste, nel concreto, il "come" di Gesù?
È Lui stesso a dircelo: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Giovanni usa il temine "psiché" che vuol dire vita interiore, anima. È questa che bisogna dare ai propri amici: ciò che si ha dentro, la nostra parte più vera, più profonda, più intima, quella fatta di paure e dubbi, ma anche di slanci e sogni.
Se non hai nessuna vitalità (ψυχὴν=psychín), nessun ideale, se sei vuoto dentro, cosa puoi donare? L'amore è vero solo quando dona. È questo che ci aiuta a riconoscere l'amore quando è vero. "Dare la vita" non è sacrificarsi, ma tirare fuori il meglio di noi stessi proprio quando sembra che stiamo rinunciando a qualcosa di grosso.


(At 10,25-27.34-35.44-48; Sal 97; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17)


29 aprile 2021

Condividere lo stesso soffio vitale di Dio - 02/05/2021 - V Domenica Di Pasqua


 

C'è una vigna, che non è altri che Gesù, e un vignaiolo, che è il Padre. Sono questi i protagonisti del Vangelo di oggi. E noi? noi non siamo né la vigna né tanto meno il vignaiolo. Noi siamo dei semplici tralci. Siamo una parte di Gesù, condividiamo con Lui la stessa linfa, lo stesso soffio vitale, ma solo finché siamo innestati sul suo tronco.

"Chi pota bene, vendemmia meglio" recitava un detto dei nostri nonni. Un albero, se non lo poti, muore. Se lo poti rinnova la sua forza e darà un raccolto più abbondante. È la logica della vita così come ce l'ha descritta il vangelo: "Chi ama la propria vita la perde e chi perde la propria vita per il vangelo la ritrova" (cfr. Gv 12, 23-25).
Potare è un'arte difficile e lenta. Ma è soprattutto un gesto di premura, di cura, di amore. È togliere il superfluo perché l'essenziale possa sviluppare tutto il suo potenziale.

«Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto»
Chi compie queste azioni è il Padre. È un Dio innamorato, che contempla la sua vigna e ne vede tutte le possibilità, anche le più nascoste e segrete. E proprio perché queste potenzialità fioriscano in tutto il loro splendore usa tutto il suo amore in due azioni: tagliare e potare.

"Tagliare". Prendere gli errori, le brutture della nostra vita e gettarle via. Dimenticarsele. Il male verrà bruciato.
"Potare". È come lo scultore che toglie alla pietra tutto ciò che non è scultura, come l'orafo che fa emergere da un pezzo di metallo un gioiello. Il Padre pota per ingigantire.

Ma oltre alla potatura, per portare frutto è necessario un altro verbo: "rimanere"
Rimanere non è stare fermi, inattivi. Non si tratta di rimanere in un posto, ma in una relazione, in una comunione d'amore nella quale capiamo che la stessa vita che percorre la vite percorre anche i tralci, la stessa vita di Gesù percorre la nostra vita. Rimanere significa anche ricevere le attenzioni, lasciarsi curare, custodire, potare dal vignaiolo, cioè Dio Padre.
Ma rimanere è anche non stare da soli. Abbiamo bisogno di Dio. Anche Gesù, da solo, non può far nulla! Lui è rimasto fedele a questa affermazione, anche quando dalla croce ha sentito quell'invito: "Salva te stesso!" non l'ha fatto, è rimasto sulla croce. Quello che in questo brano di Vangelo Gesù ci chiede, cioè di rimanere, lui l'ha vissuto fino alla fine. La nostra comunione con Dio è proprio in questo verbo: rimanere!


(At 9,26-31; Sal 21; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8)


22 aprile 2021

A Dio importa di me - 25/04/2021 - IV Domenica Di Pasqua

 


Domenica del Buon Pastore, anche se il termine greco usato da Giovanni (kalós) può significare anche "bello". Gesù è quindi il pastore buono e bello, cioè il pastore perfetto, quello atteso. È la realizzazione delle promesse dell'Antico Testamento.

Tutto ciò che è vivo ha bisogna di cura, di amore, di protezione, di dedizione. Ogni giorno, ogni momento. E Gesù fa proprio questo. Si prende cura delle pecore, le ama, le protegge, le fa vivere e vive per loro.
E invita anche noi a fare altrettanto. Tutti noi siamo chiamati ed essere pastori delle persone: dei mariti, delle mogli, dei figli, degli amici. Perché tutti abbiamo un qualche ruolo di responsabilità: il parroco guida i fedeli, il genitore i figli, il dirigente i suoi dipendenti, l'insegnante i suoi alunni, e così via.
Essere "pastore" significa porre attenzione alle persone, non umiliarle, non esigere di sapere sempre tutto, non scaricare addosso agli altri i nostri sbalzi d'umore. La fiducia si merita, non è un diritto.
Essere "pastore" significa credere nelle proprie pecore, valorizzarle, credere che in ogni persona c'è una scintilla di Dio.
Essere "pastore" significa guidare lasciandoci guidare solo dall'amore.
Essere "pastore" significa dare la propria vita, perché le pecore sono la cosa più importante. Le pecore sono più importanti del risultato, del successo. Più importanti della vita dello stesso pastore!

Questo è possibile solo se il pastore conosce personalmente le sue pecore, se ha il nome di ognuna scritto nel suo cuore.
Per Dio siamo tutti figli unici! Non ci ama in maniera indistinta, sa tutto di noi: le gioie e le fatiche, i sogni e i limiti. Il Signore è capace di adeguare il Suo passo ai nostri ritmi, ma sa anche essere esigente quando la nostra pigrizia lo richiede. Gesù è l'unico che ci conosce veramente, e proprio per questo può amare di noi quello che gli altri o noi stessi non riusciamo ad amare.

La logica del "pastore" è la logica dell'amore, del "mi importa di te". Per Dio, l'uomo è importante. Più importante della sua stessa vita, difatti ce la dona. A ognuno di noi ripete ogni istante: "ho a cuore i passeri del cielo ma tu vali molto di più; ho a cuore i gigli del campo, ma tu vali molto di più"

È questa la bella notizia di questa Domenica: a Dio importa di me! Anche quando non capisco. Anche quando sono turbato per il suo silenzio. Perché il "bel/buon pastore" non può stare bene finché non sta bene ogni sua pecora, ogni suo figlio.


(At 4,8-12; Sal 117; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18)


15 aprile 2021

Gesù, il donatore della pienezza di vita - 18/04/2021 - III Domenica Di Pasqua

 


Nei racconti della apparizioni di Gesù risorto ai discepoli ci sono molti punti in comune, soprattutto quando sono nel Cenacolo.
Innanzi tutto Gesù si mette sempre nel mezzo, al centro. Non è un fatto casuale. Essere discepoli del Risorto significa proprio lasciare che Gesù si metta al centro della nostra vita.
Essere cristiani vuol dire mettere tutta la nostra vita nelle mani trafitte di Gesù e lasciare che tutta la nostra vita sia centrata non più su di noi, ma su di Lui.

Poi c'è l'insistente dono della pace. «Pace a voi!» non è un semplice augurio, ma un dono che il Risorto fa a noi. Un dono che non è un punto di partenza, ma di arrivo: se noi lasciamo i nostri egoismi, se lasciamo che Lui diventi il centro della nostra vita, allora riusciremo ad accettare anche la sua Pace!
Perché la sua Pace è una pace vittoriosa perché passata attraverso il combattimento della Croce. È la Pace che ha una forza superiore a quella dell'odio, della vendetta, della violenza, a quella di tutte le nostre piccinerie, di nostri egoismi, delle nostre vanaglorie.

Ultimo punto in comune è la paura dei discepoli.
Ma Gesù non accetta la paura. Il Risorto è il pienamente Vivente, il portatore della pienezza di vita, che cerca con in suoi esclusivamente un rapporto di amicizia, di amore. E dove c'è amore non c'è posto per il timore: «Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell'amore» (1Gv 4, 18). Gesù scaccia da noi i fantasmi della paura.
Se crediamo veramente nella Risurrezione, non c'è più nulla che giustifichi i nostri timori, le nostre ansietà. Neppure il peso del nostro peccato. Se confidiamo in Lui, il peso del nostro peccato ci farà cadere nell'abbraccio della sua Misericordia. "Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore" (1Gv 3, 20).
No! Le nostre colpe non sono più grandi del suo perdono. Dio è più grande anche della nostra piccineria.
«Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20) ci raccomanda san Paolo. Sa che non è facile lasciarsi riconciliare, lasciarsi perdonare. Qualche volta è più facile lasciarsi rimproverare.
Invece la salvezza consiste nel lasciarsi riconciliare, cioè nel lasciarsi amare.

Non bisogna aver paura di Dio, neppure dei suoi comportamenti a volte imprevedibili. "Ci sono benedizioni di Dio che entrano rompendo i vetri" (Louis Veuillot). Se Dio ci rompe qualche vetro è per far entrare più luce, più aria, più profumi di primavera, più vita. Con Dio tutto andrà bene, nonostante le apparenze contrarie, perché con Lui tutto è amore, tutto è bontà. Anche il più furioso dei temporali può diventare un sorriso, una carezza amorevole, un abbraccio benedicente.


(At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5; Lc 24,35-48)


08 aprile 2021

La più bella dichiarazione di fede della Bibbia - 11/04/2021 - II Domenica Di Pasqua


 

«... mentre erano chiuse le porte ...» e otto giorni dopo «... a porte chiuse ...»
Per nostra fortuna non sempre Gesù sta alla porta limitandosi a bussare ("Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" Ap 3,20). A volte entra, ma senza fare irruzione. Non butta giù la porta, neanche la apre: quando ci sa spaventati, bloccati dalla paura, con molta delicatezza, con infinita gentilezza, si fa piú vicino, si fa nostro prossimo.
E subito la sua pace scende in noi. Pace che non è assenza di guerre o di violenze. È molto di più: è la forza dei giusti contro le ingiustizie, è la serenità dentro le persecuzioni, è una vita che da spenta e triste fiorisce e si apre alla pienezza. È da questa pace che viene la gioia.

Ma non ci dona solo la sua presenza. Ci dona molto di più, «soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo"». Su quelle creature chiuse e impaurite soffia quello Spirito che aleggiava sulle acque prima della creazione del mondo (Gen 1,2), quella brezza carezzevole dell'Oreb sul profeta Elia (1Re 19, 12-14), quel vento impetuoso che sconquasserà il Cenacolo (At 2,2).

E sono proprio queste persone impaurite e asserragliate in sé stesse che Gesù manda nel mondo. Li manda così come sono, fragili e lenti nel capire, ma adesso hanno anche la Sua forza, il Suo Spirito, quel suo alito che gonfierà le loro vele e riempirà la loro vita (e anche il mondo) di Dio!
E anche noi siamo mandati così come siamo, con i nostri pregi e i nostri difetti, con i nostri limiti e le nostre grandezze, con le nostre paure, le nostre fobie, i nostri sogni e i nostri desideri, ma adesso anche con la Sua forza, con lo Spirito Santo in noi che ci sostiene e ci dona la forza di affrontare le sfide della nostra vita quotidiana.

E non si scandalizza se qualche volta anche noi, come Tommaso, siamo preda dei dubbi, se facciamo fatica a credere. Lui non ci rimprovera, ci avvicina ancora di più, ci tende quelle mani dove l'amore ha inciso una storia meravigliosamente dolce.
E a noi questo gesto è sufficiente. Quando qualcuno ti tende la mano, non ti giudica ma ti incoraggia, ti offre un petto ferito dove riposarti e riprendere fiato, sai che quel qualcuno ha un nome solo: Gesù!

E allora anche noi, con la gioia che trabocca dal cuore, gli diciamo «Mio Signore e mio Dio!».


(At 4,32-35; Sal 117; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31)


01 aprile 2021

Cristo è veramente Risorto - 04/04/2021 - Domenica Di Pasqua



Cristo è risorto!
- È veramente risorto!

Veramente, e non apparentemente.
Veramente, e non probabilmente.
Veramente, e non simbolicamente.

È qui in fondamento della nostra fede,
è qui la ragione della nostra gioia,
è qui la certezza della nostra speranza.

«ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1Cor 15,17)
Cristo risorto ci dice che l'amore è più forte della morte,
che l'amore è più forte dei nostri peccati,
che nessun gesto d'amore va perduto,
che solo ciò che doniamo non lo perderemo mai.

Il mio augurio di Buona Pasqua lo faccio con parole di qualcuno più bravo di me:

(padre Ermes Ronchi, frate dei Servi di Maria)
Siamo presi per il polso da Gesù (nelle icone orientali della Risurrezione Cristo afferra Adamo per il polso, là dove si sente pulsare la vita e battere il cuore), trascinati in alto dal Risorgente in eterno: chi vive in Lui, chi è in Lui compreso, è preso da Lui nel suo risorgere. Cristo non è semplicemente il Risorto: egli è la Risurrezione stessa. L’ha detto a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). In quest’ordine preciso: prima la risurrezione e poi la vita.

(don Tonino Bello, vescovo di Molfetta)
Pasqua, festa che ci riscatta dal nostro passato! Allora, Coraggio! Non temete! Non c’è scetticismo che possa attenuare l’esplosione dell’annuncio: “le cose vecchie sono passate: ecco ne sono nate nuove”. Cambiare è possibile. Per tutti. Non c’è tristezza antica che tenga. Non ci sono squame di vecchi fermenti che possano resistere all’urto della grazia…!

(don Luigi Verdi, Comunità di Romena)
Risorgi, ora che la paura
domina la speranza.

Risorgi e donaci parole coraggiose
e spighe di calore,
affinché questa generazione
spezzi le catene.

Risorgi e donaci pace nei cuori
non più abitati dalla gioia,
tu che ci accogli senza
soffocare il nostro grido.

Risorgi e donaci la pazienza,
unica cura,
quando il male è scaltro.

Risorgi e donaci occhi
lacrimanti di stupore.

Risorgi, silenzioso,
a riempire la casa di luce.


Buona Pasqua di Resurrezione a tutti!


25 marzo 2021

Davvero quest'uomo era Figlio di Dio - 28/03/2021 - Domenica Delle Palme



Di fronte al racconto della Passione si sente tutta la nostra piccolezza, ci mancano non solo le parole, ma anche i pensieri. Il dono è così grande e così immeritato da quasi paralizzarci.

Eppure c'è chi è riuscito in poche parole (solo 7) a cogliere il nocciolo di quanto accaduto: «Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!»
E non si tratta né di uno dei sacerdoti o di un fariseo, né tanto meno di uno degli Apostoli (anche perché loro erano scappati). Si tratta di un pagano, di un romano occupatore e che era a capo dei crocifissori.

Solo lui è riuscito a vedere in quell'uomo torturato, deriso, insultato, il Figlio di Dio.
C'è da notare che tutti circondano il condannato. Solo di lui viene detto che «si trovava di fronte a lui». Viene in mente il primo comandamento «Non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,3 e Dt 5,7). Quando realmente non hai altri dèi davanti a Lui, allora riesci a trovare Dio non nel trionfo, nella vittoria, nella potenza, ma nell'ignominia di un condannato a morte, di un rifiutato e deriso da tutti, in particolare dai potenti.

Dove gli altri hanno visto un essere sopraffatto, annichilito e umiliato, il centurione è riuscito a cogliere la persona che liberamente sceglie di donare la sua vita. I suoi occhi non vedono una persona che soffre, ma una persona che ama. Che ama fino alla fine, fino a dare l'unica dimostrazione inoppugnabile, l'unica che non lascia alcun dubbio: morire per la persona amata!
Veramente Gesù vive fino in fondo le sua parole: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici»(Gv 15,13)
Stare "di fronte a lui" gli ha permesso di non fermarsi a guardare il "dito" della Croce e della sofferenza immensa, ma di riuscire a vedere ciò che quel "dito" indica: l'amore infinito, immeritato, di Dio per noi!

«Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5, 8) dirà qualche anno più tardi san Paolo. Una verità che il centurione ha colto nel momento in cui si realizzava.
Dovremmo andare a scuola di sguardi proprio da questo centurione, per riuscire a vedere l'amore immenso di Dio per noi, per riuscire a scoprire che Dio non ci chiede sacrifici, ma che è Lui a sacrificarsi per noi.


(Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47)


18 marzo 2021

Mostrare Gesù, non 'dimostrare' - 21/03/2021 - V Domenica Quaresima



Lascio ad altri, più bravi di me, tutte le considerazioni sul bellissimo discorso di Gesù. Io invece mi soffermo su quella richiesta che, proprio all'inizio di questo brano, alcuni ebrei della diaspora, di madrelingua greca, rivolgono all'apostolo Filippo: «vogliamo vedere Gesù»

In questa civiltà moderna in cui tutto sembra a portata di mano, tutto sia raggiungibile e ottenibile, basta avere soldi a sufficienza, abbiamo dimenticato che le cose più importanti, le cose veramente necessarie, non si possono comprare. Il denaro non ci può dare l'amore, l'amicizia, il sorriso di un bambino, l'abbraccio di una persona cara, una carezza data solo per affetto.
Abbiamo perso il senso della gratuità, cioè abbiamo perso il senso del divino.

Noi, che cerchiamo di essere cristiani, abbiamo un grande compito: far sì che l'essere umano torni ad essere una 'creatura di desiderio', dobbiamo ridare al mondo la voglia di Dio. Ma non dobbiamo cercare di insegnare Gesù, il mondo è stanco di discorsi su di Lui, anche quelli intelligenti. Dovremmo parlare di Lui solo col linguaggio degli innamorati. Dobbiamo «mostrarlo», non «dimostrarlo».
Non si insegna Dio, lo si racconta. Non è qualcosa letto sui libri, ma qualcuno incontrato nel viaggio della nostra vita.
Se abbiamo trovato la 'perla preziosa' dobbiamo mostrarla, non tenerla nascosta. Mosè quando discese dal monte Sinai dopo aver incontrato Dio, aveva il 'volto incendiato', il viso splendente.

È la nostra vita che deve mostrare Gesù, la luce del nostro volto che deve mostrare che abbiamo trovato un tesoro nascosto. La nostra vita deve diventare uno specchio che rifletta l'amore di Dio per tutti gli uomini.
«Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza..."» (Gen 1, 26) In ogni essere umano c'è questa impronta, questo 'marchio di fabbrica', magari nascosto sotto mucchi di polvere, seppellito sotto valanghe di varia paccottiglia. La nostra vita dovrebbe diventare quello specchio che permetta agli altri di riscoprire il 'timbro di Dio' che hanno nella loro persona.

Quando l'abate Amedeo Ayfre morì in un incidente d'auto, un'attrice, intervistata da un giornalista, disse di lui: "era un uomo che quando lo incontravi ti faceva venire la voglia di Dio". A noi, è mai successo di aver fatto venire la voglia di Dio a qualcuno?


(Ger 31,31-34; Sal 50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33)


11 marzo 2021

Nulla di ciò che esiste andrà perduto - 14/03/2021 - IV Domenica Quaresima (Laetare)



«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»
Il cristianesimo è la risposta ad un invito: Dio chiama, e aspetta una risposta dall'uomo. Ed è una risposta libera, che l'essere umano darà quando, come, e soprattutto se, vorrà. Il cristianesimo è tutto qui: prima Dio chiama, dopo l'uomo risponde. Invertire i termini - l'uomo chiama, Dio risponde - è stravolgere il cristianesimo.

E c'è da notare che l'iniziativa di Dio è tutta a nostro favore: «(Dio) non ha mandato il Figlio per condannare il mondo ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui».
Direi che è di una semplicità e chiarezza uniche. Eppure, nonostante tutto si sente spesso dire, e se siamo onesti dobbiamo ammettere che tante volte anche noi lo abbiamo pensato se non anche detto, "Ci penserà Dio a punirti!"
È una falsificazione dell'immagine divina, è l'incapacità di accettare che Dio ci voglia salvare tutti, costi quel che costi, anche la vita del proprio Figlio.
"Salvare" è azione divina (non umana, si viene salvati, non 'ci si salva') meticolosa. Dio sposta gli armadi, alza il tappeto, fa luce nello sgabuzzino e in ogni angolo, anche il più nascosto e irraggiungibile, per non tralasciare niente e nessuno. Nulla di ciò che esiste andrà perduto. È per questo che il Figlio si è fatto uomo: perché ogni essere umano venga salvato. E se l'uomo accetta, allora tutta la sua vita viene salvata dalla misericordia divina, dall'amore di Dio. Tutta la persona viene salvata, peccato compreso: la vergogna, in questo caso, è anticipo di risurrezione. Noi dobbiamo solo accettare, lasciarci abbracciare dallo Spirito Santo e farci trasportare 'dalle stalle alle stelle'.

Ma lasciare che Dio lavori 'per-noi' è il difficile della sequela cristiana: è accettare che qualcuno abbia già pensato a me e per me prima ancora che io abbia avvertito bisogno di un qualcosa. È riconoscersi creature, un gradino al di sotto del creatore, ammettere che, in materia di restauro, non c'è restauratore più fidato di chi quell'opera l'ha creata dal nulla. Per Lui è un gesto amoroso.
Ma per noi invece pare proprio che fare cose 'per-Dio' sia il mestiere più facile da compiersi: fioretti, processioni, rinunce e digiuni. Siamo più propensi a fare che a 'lasciarci fare'.

Noi troppo spesso pensiamo che essere cristiani voglia dire amare Dio.
Dimentichiamo che invece essere cristiani significa sapersi amati da Dio, sempre e comunque. («In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.» 1Gv 3, 19-20)


(2Cr 36,14-16.19-23; Sal 136; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21)