24 settembre 2026

Il Padre ha bisogno della collaborazione dei figli - 27/9/2026 - XXVI Domenica Tempo Ordinario

 
«Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna»
(foto J.C.)

 
Anche questa domenica nel Vangelo c'è una vigna. Ma oggi invece del padrone della settimana scorsa abbiamo un Padre e due figli. Viene in mente la parabola del Padre Misericordioso (Lc 15,11-32). Anche lì abbiamo un Padre con due figli, e anche lì la parabola è indirizzata ai capi religiosi (sacerdoti e anziani in Matteo, farisei e scribi in Luca).
 
Come sempre, quando Gesù parla di due figli, non vuole indicare due persone diverse, ma due tendenze che sono presenti nel cuore di ognuno di noi.
Anche noi possiamo dire, come san Paolo: «io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (cfr. Rm 7,18-25).
 
Ma Dio non si arrabbia per questo, anzi, ci manda Gesù per aiutarci, per farci sapere che ci è vicino, che ci aiuta, che sta al nostro fianco, pronto a sorreggerci se inciampiamo mentre percorriamo la strada del primo figlio, quello che ha detto di "no", ma poi ha fatto il "si".
Letteralmente Matteo dice che questo figlio "si convertì", cioè cambiò il suo sguardo. Cioè vide in modo nuovo la vigna, il padre, l'obbedienza.
La vigna non è più la vigna del padre, ma è la 'nostra' vigna, quella del padre, del figlio e di chiunque venga a lavorarci.
Il padre non è più un padrone a cui sottostare, ma il vignaiolo che chiede aiuto per preparare il vino per la festa di tutta la casa.
L'obbedienza non è più un chinare il capo, magari mugugnando, ma gioia di condividere lo stesso sogno.
 
Il nodo della questione sta proprio nel fare la volontà del padre. Ma occorre capire bene quale sia questa volontà. Dio non vuole dei figli che siano dei servi ossequienti, dei burattini che si muovono a comando. Lui vuole dei figli liberi e adulti, che si alleino con lui per la fecondità del creato, che cerchino di portare più vita e più bellezza nella realtà in cui vivono.
Dio non vuole obbedienza cieca, ma fecondità. Non ci chiede sottomissione, ma che lo aiutiamo a portare nel mondo frutti abbondanti, grappoli gonfi di vino per la festa senza fine.
 
Perché il sogno più grande di Dio è proprio questo: fare festa con tutti noi. Per questo Lui discende. Ce lo dice la seconda lettura di oggi. Dio è disceso con l'Incarnazione, ma anche dopo si è chinato su ogni uomo per invitarlo alla festa. Si è chinato con l'adultera, con la lavanda dei piedi, con la cananea. Tutto il Vangelo è un chinarsi di Gesù. Gesù è Dio che discende e si china per poter Ascendere portandosi dietro tutta la storia, tutta l'umanità, tutto il creato.
 
Tutti siamo invitati alla festa, sta a noi accettare o meno l'invito. Perché Dio, come il padre della parabola, ha bisogno della collaborazione dei suoi figli. Non può salvare me senza di me. Come diceva Sant'Agostino "Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te".
 
 

 
Letture:
Ezechiele 18,25-28
Salmo 24
Filippesi 2,1-11 (breve 2,1-5)
Matteo 21,28-32
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: "Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna". Ed egli rispose: "Non ne ho voglia". Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: "Sì, signore". Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
 
 

17 settembre 2026

Per fortuna Dio non pensa come noi - 20/9/2026 - XXV Domenica Tempo Ordinario

 
«Andate anche voi nella vigna...»
(foto J.C.)


 
«I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» ci ricorda il Signore tramite il profeta Isaia nella prima lettura. E Gesù ce lo spiega nella parabola: decisamente il padrone della vigna non ragiona in maniera umana; Lui non ragiona in termini di contratto di lavoro, di massimizzare gli utili, di economia d'impresa.
 
Pagando gli operai dell'ultima ora come quelli della prima, Dio non si è limitato a pagargli il lavoro, ma li ha risarciti di tutte le porte sbattute in faccia durante la giornata. Li ha risarciti di tutti i "le faremo sapere" detti mentre la domanda veniva buttata nel cestino, di tutti i "non ha abbastanza esperienza", o "ha troppa esperienza", di tutti i "non assumiamo stranieri", "non assumiamo neri", "non assumiamo donne".
Li vuole risarcire di tutte quelle volte in cui la loro dignità di persone è stata calpestata, di tutte quelle volte in cui gli è stato negato il diritto di potersi guadagnare il pane quotidiano con onestà e senza doverlo mendicare.
 
È difficile per noi capire questo sguardo di Dio. Questo padrone buono non viene capito neanche dai suoi operai, specie quelli della prima ora. Dimenticano che loro hanno patteggiato con Lui, sono giunti ad un accordo economico, e quello ricevono. Ma gli altri si sono semplicemente fidati, non hanno chiesto niente.
Con Dio non conviene mai trattare! Se tratti con Lui, al massimo ricevi quello che hai chiesto; se invece ti fidi, se ti affidi, ricevi il tutto.
 
La sua priorità non è dare lavoro a tutti, ma aprire a tutti la sua vigna. Più che lavoratori cerca partecipanti alla festa del raccolto.
Perché lavorare nella sua vigna non è fatica, è Grazia, è già ricompensa. La paga più grande, il salario immenso, non è nel denaro guadagnato alla fine della giornata, ma in ogni istante vissuto con Dio nella sua vigna.
Anche di questo ha voluto risarcire gli operai dell'ultima ora: dei mancati momenti insieme.
Per questo esce ogni ora e ogni giorno alla ricerca di tutti noi.
 
 

 
Letture:
Isaia 55,6-9
Salmo 144
Filippesi 1,20-24.27
Matteo 20,1-16
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò". Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?". Gli risposero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna".
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi". Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo".
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?". Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
 
 

10 settembre 2026

Dio: il grande perdonatore - 13/9/2026 - XXIV Domenica Tempo Ordinario

 

 
Sono tanti gli appellativi di Dio: onnipotente, onnisciente, padre (e anche madre), signore, giusto, misericordioso, giudice, e via dicendo. Ma c'è una qualità che raramente ci viene in mente quando pensiamo a Lui: perdonatore!
Dio è colui che perdona. Il perdono è proprio una delle caratteristiche di Dio. Noi invece facciamo molta fatica a perdonare.
 
Perdonare è una cosa tipica di Dio, e il suo perdono è del tutto gratuito; è , come dice la parola stessa (per-dono), un dono del tutto immeritato e immotivato. Dio non mi perdona perché mi sono pentito (anzi, è il suo perdono accolto che suscita il mio pentimento), o perché gli ho chiesto scusa.
Lui ci perdona per il semplice fatto che siamo sue creature, suoi figli, ed Egli ci ama. Anche se avessimo un debito enorme, umanamente impossibile da restituire (10.000 talenti erano pari a circa tutto il gettito delle tasse di un anno nel regno d'Israele), Dio è pronto a condonarcelo. Gli basta solo che noi impariamo da Lui. Scoprirci perdonati per imparare a perdonare.
 
Imparare perché il perdono ci rende liberi dal passato. Ci libera dal rancore, ci libera da tutti quei lacci del passato che ci impediscono di vivere appieno. Perché perdonare non significa dimenticare, significa non lasciare che il nostro dolore continui a condizionare la nostra vita. Perdonare significa spezzare le catene del dolore che limitano la nostra vita.
Ma significa anche aprire la nostra vita al futuro. Un futuro in cui chi ci ha fatto del male possa essere liberato, magari proprio da noi, dal male fatto.
Scoprirci perdonati non ci deve far pensare che siamo dei privilegiati, migliori degli altri. Saperci perdonati ci deve insegnare a perdonare. Se non doniamo il perdono ricevuto, finiamo per perderlo.
 
Un proverbio dice: "a voler essere felici per un istante basta vendicarsi: per essere felici sempre occorre perdonare". Come scriveva un ragazzo napoletano alla fine di un tema: "Perdono non perché loro meritano il perdono, ma perché io merito la pace"
Il perdono fa bene prima di tutto a noi stessi.
 
 

 
Letture:
Siracide 27,33-28,9
Salmo 102
Romani 14,7-9
Matteo 18,21-35
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: "Restituisci quello che devi!". Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò". Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?". Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
 
 

 
Nell'Islam è importante la recita dei 99 nomi di Dio.
Il quattordicesimo nome è
AL-GHAFFAR = Colui che perdona
e il trentaquattresimo è
AL-GHAFOOR = Il Perdonatore
 
 
 

03 settembre 2026

Non voglio perderti - 6/9/2026 - XXIII Domenica Tempo Ordinario

 
Matteo 18,15-20 (Bernadette Lopez)

 
Siamo stati creato a immagine e somiglianza del Dio Trinitario, cioè siamo stati creati nella relazione e per la relazione. Ce lo ricorda la prima lettura: «ti ho fatto sentinella», custode, voce per i tuoi fratelli; e Paolo ce lo ribadisce: «avete il solo debito dell'amore reciproco».
 
Ma Gesù sa che siamo fatti di cielo e di fango, e che anche tra fratelli a volte si litiga.
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va'» esci, mettiti in cammino verso di lui, bussa alla sua porta. Fai tu il primo passo. Non importa chi ha torto e chi ragione, l'unica cosa che conta è non perdere tuo fratello. La riconciliazione è sempre un guadagno, mai una perdita. Si tratta di rinunciare a qualcosa per guadagnare molto di più. Il fine non è una semplice giustizia umana, ma quella divina, cioè ritrovare la sinfonia perduta.
 
Ma nonostante tutti i nostri sforzi, può capitare che la riconciliazione non si raggiunga. Solo allora quel fratello «sia per te come il pagano e il pubblicano».
Nei Vangeli ci sono due incontri di Gesù con i pagani: quello con la donna cananea di alcune domeniche fa (Mt 15,21-28), e quello col centurione romano (Mt 8,5-13, e Lc 7,1-10), entrambi vengono lodati per la loro fede e gli viene concesso ciò che chiedono.
Sempre nei Vangeli ci sono due incontri con un pubblicano: la chiamata di Levi/Matteo (Mt 9, 9) e l'episodio di Zaccheo (Lc 19,1-10). Il primo lo chiama al suo seguito e così diventa uno dei dodici, col secondo si invita a cena e ne fa un benefattore.
«Sia per te come il pagano e il pubblicano» non vuol dire che dobbiamo fare come gli scribi e i farisei che rifiutavano ogni contatto con queste persone, ma come Gesù dobbiamo tenere la porta sempre aperta, essere attenti ad ogni occasione che possa riaccendere l'abbraccio della fratellanza, riaprire la relazione.
 
Insomma, come dice Paolo nella seconda lettura, dobbiamo sovrabbondare in carità perché «la carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità».
 
 

 
Letture:
Ezechiele 33,1.7-9
Salmo 94
Romani 13,8-10
Matteo 18,15-20
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
 
 

27 agosto 2026

Solo seguendo Gesù possiamo diventare come Lui - 30/8/2026 - XXII Domenica Tempo Ordinario

Mt 16,21-27
Fabio Vettori 

 
 
Domenica scorsa Pietro confessava Gesù, oggi Gesù sconfessa Pietro e tutta la nostra logica presentandosi come colui che deve molto soffrire per poi risorgere.
Si può capire fino in fondo la Passione e la Morte solo alla luce della Resurrezione. Se ci fermiamo alla Passione, commettiamo lo stesso errore di prospettiva di Pietro, che non ha saputo andare oltre, non ha tenuto conto di ciò che sarebbe accaduto «il terzo giorno».
 
Subito si può notare una cosa: Gesù parla apertamente, Pietro prende in disparte. Ricorda il comportamento del serpente con Eva. E difatti Gesù lo chiama Satana! Poco prima lo proclama beato, adesso diventa Satana. Beato quando si lascia istruire da Dio, quando ascolta il «suggerimento del Padre». Satana quando ascolta l'istinto umano.
 
«Egli, voltandosi, disse a Pietro» Un gesto che ristabilisce le posizioni. È Lui che traccia la strada. Solo seguendo Lui possiamo vivere fino in fondo l'amore di Dio, amore che dona la vita.
 
«Se qualcuno vuole venire dietro a me» Gesù non dice "devi", ma «se vuoi», se t'interessa. Non è un obbligo che devi fare per evitare un castigo futuro. È solo un invito fatto a chi desidera stare con lui.
 
«Rinneghi sé stesso» cioè smetti di preoccuparti per te stesso, perché non ne avrai più bisogno. Il Padre sa meglio di te di cosa hai realmente bisogno. Penserà ai tuoi bisogni meglio di come faresti tu. È una proposta di pienezza, non di rinuncia.
 
«Prenda la sua croce e mi segua». Non si tratta della croce di Gesù, ma della tua. Gesù non prende la croce per soffrire, ma per manifestarci quanto è grande l'amore di Dio per noi.
E allora, se la croce di Gesù ci vuole parlare solo di Amore, qual è la tua croce? È la via che scegli per amare, e non è sempre facile. Basta pensare a quanto è bello, ma anche difficile far crescere i nostri figli. Quanta gioia, ma anche quanta sofferenza, quanta speranza, ma anche quante preoccupazioni ci sono nell'essere genitori!
L'amore per le persone ti dona pienezza di vita, ma può anche farti sanguinare il cuore, lacerarlo.
 
Gesù ci chiede di seguirlo perché solo andando dietro a Lui possiamo diventare come Lui.
Mai nessuna divinità ha pronunciato parole come queste.
Solo quando sono dietro a Lui sono con le spalle protette. Solo dietro a Gesù "sto da Dio"!
 
 

 
Letture:
Geremia 20,7-9
Salmo 62
Romani 12,1-2
Matteo 16,21-27
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
 
 

20 agosto 2026

Dio si fa accessibile attraverso la nostra umanità - 23/8/2026 - XXI Domenica Tempo Ordinario

 
«...SU QUESTA PIETRA EDIFICHERÒ LA MIA CHIESA...»
Chiesa di Saint-Michel d'Aiguilhe (961 d.C.)
Le Puy-en-Velay (Francia)

 
Il punto centrale è ciò che Simone dice a Gesù: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», cioè "Tu sei veramente il Messia che aspettavamo". Riconoscendo nella persona «mite e umile di cuore» con cui ha un rapporto di amicizia da pari a pari l'inviato di Dio, il pescatore Simone fa un salto di qualità determinante nella sua storia, un riconoscimento che gli cambierà la vita. E Gesù gli risponde: «Tu sei Pietra».
 
Simone non sapeva di essere 'Pietra'. Sa di essere cocciuto e irruente, ma ora scopre un suo volto nuovo, che lo porterà a garantire la saldezza della fede dei suoi fratelli.
Sapeva di essere un testone, scopre di essere una roccia.
Sapeva di essere un irruento, un sangue caldo; e il Signore gli svela che proprio con questo difetto potrà essere di aiuto ai fratelli. Gesù non ci toglie i difetti, ma se ci lasciamo fare da Lui, riesce ad usare i nostri difetti per realizzare il Regno di Dio.
Pietro ci rivela che Gesù è il Cristo. Gesù rivela a Simone che egli è Pietro. Quando ci avviciniamo al mistero di Dio, scopriamo il nostro volto. Quando ci accostiamo alla Verità di Dio riceviamo in contraccambio la verità su noi stessi. Ed è sempre una verità più bella di come la crediamo noi.
 
E subito dopo che Pietro ha manifestato la sua fede, Gesù gli affida «le chiavi del regno dei cieli». Gesù si fida di Pietro, proprio quell'apostolo che più volte nel vangelo manifesta la sua generosità mista a fragilità e durezza di comprendonio (il soprannome 'Pietro' indica anche la sua 'testa dura'). Gesù affida a Pietro e ai suoi compagni una enorme responsabilità, che è quella di rendere accessibile il Regno dei cieli sulla terra. Pietro, e di seguito tutti coloro che seguiranno la testimonianza degli Apostoli (quindi anche noi oggi), hanno il compito di custodire e aprire le porte di Dio sulla terra facendo in modo che nessuno rimanga fuori e nessuna porta rimanga sbarrata.
 
Perché le chiavi non servono solo per chiudere, ma anche per aprire. Le 'chiavi' non sono un potere ma sono una responsabilità, un compito preciso che non va preso alla leggera! Non dobbiamo mai dimenticare che Dio si fa accessibile proprio attraverso l'umanità di tutti noi che cerchiamo di essere cristiani. Avere le chiavi significa fare in modo che le porte siano sempre custodite, ma mai sbarrate. Avere le chiavi non vuol dire sprangare, rendere inaccessibili le porte.
'Il regno dei cieli' non è un qualcosa per pochi eletti, è 'notizia che dà gioia' (questo è il significato della parola "vangelo") di un Dio che ti ama e che vuole solo la tua felicità.
Ascolto, amore e perdono sono il modo in cui le porte della comunità cristiana non rimangono mai chiuse per nessuno, mai.
 
 

 
Letture:
Isaia 22,19-23
Salmo 137
Romani 11,33-36
Matteo 16,13-20
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
 
 

13 agosto 2026

Siamo tutti figli da saziare d'amore - 16/8/2026 - XX Domenica Tempo Ordinario

 
Il rabbì e la cananea
miniatura araba
Foglio del manoscritto Walters W.592 (1684)

 
Protagonista di questo brano è una donna cananea. Questa donna sembra che sappia solo gridare, anzi, il verbo originale del Vangelo è lo stesso che viene usato per indicare il latrare dei cani. E i giudei definivano gli abitanti di Canaan proprio come 'cani'. Questo spiega tutto il dialogo.
 
Questa donna ha un grande dolore, ma non per sé, lo ha per sua figlia. Colpisce come inizia la sua preghiera: «Pietà di me, Signore!», cioè, nell'originale del Vangelo, «Kyrie, eleison!». La sua non è una frase detta per abitudine, quasi a pappagallo (come spesso facciamo noi all'inizio della Messa). È una frase che le sgorga dal cuore.
Non chiede per sé, chiede per un'altra persona. Lei sa di non avere nessun titolo, nessun diritto di rivolgere la parola al rabbì ebreo, ma è tanto l'amore che ha nel cuore, che osa. L'amore porta ad osare, a superare le convenzioni e le usanze, anche i propri limiti e le proprie paure.
 
Noi di fronte alla sofferenza, di fronte alla disperazione, spesso non sappiamo cosa dire, né cosa fare. Arriviamo anche a non sopportarla, reagiamo con fastidio come gli apostoli, che in pratica dicono a Gesù: "dagli qualcosa così finisce di rompere e ce la leviamo di torno". Ma Gesù non le dice niente, anzi, ai discepoli ribatte che lui è venuto solo per gli ebrei.
 
Ma la donna non si arrende e gli si prostra davanti come di fa con un dio, e gli dice semplicemente «Signore, aiutami». Nel Vangelo di domenica scorsa era Pietro a implorare «Signore, salvami». Davanti alle invocazioni di aiuto Gesù non rimane indifferente, risponde. Ma le sue risposte non cercano solo di risolvere un problema, vogliono farci crescere, farci fare un passo avanti, farci diventare sempre più esseri umani.
E la risposta di Gesù alla donna le fa prendere coscienza di tutto il suo amore.
E la risposta della donna ci fa capire (e ai discepoli, e a noi) che per il Padre non ci sono figli e cani. Per il Padre tutti sono figli.
 
E succede una cosa molto particolare: nel Padre Nostro Gesù ci insegna a dire «sia fatta la Tua volontà», ma adesso è lui, il Figlio di Dio, che dice alla donna «avvenga per te come desideri»! Veramente, come diceva Origène, "le nostre preghiere sono padri e madri di ciò che accade nel mondo".
Gesù che a Pietro aveva detto che aveva poca fede, all'invocazione della donna pagana risponde che la sua fede è grande.
 
La donna scopre di avere una grande fede e soprattutto che anche lei è figlia.
Nel regno di Dio non ci sono figli e non figli, uomini e cani (o zecche, o maranza, o tutti i vari epiteti ingiuriosi), ma ci sono solo figli da saziare di amore, e sono figli anche quelli che pregano un altro Dio o che non pregano affatto.
Gli apostoli, e noi con loro, scoprono di non avere il monopolio della fede, anzi! Scoprono, e noi con loro, che anche l'ultimo degli infedeli può avere una fede più grande della loro. Scoprono che si può imparare da tutti, che tutti hanno qualcosa da insegnarci, perché tutti, ma proprio tutti, sono figli di Dio e da Lui sono amati.
 
 

 
Letture:
Isaia 56,1.6-7
Salmo 66
Romani 11,13-15.29-32
Matteo 15,21-28
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,21-28)

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.
 
 

06 agosto 2026

Vorremmo avere fede, ma nello stesso tempo dubitiamo - 9/8/2026 - XIX Domenica Tempo Ordinario

 
«Signore, salvami!»

 
Nei vangeli di queste ultime domeniche l'appello del Signore è sempre molto chiaro: uscire. Uscire per seminare ovunque, uscire per trovare il tesoro, uscire per cercare la perla. Ma noi invece cerchiamo più ciò che ci dà garanzie di ciò che possiamo scoprire, trovare, incontrare. Difatti Gesù deve «costringere» i discepoli a salire sulla barca e andare dall'altra riva.
Anche noi,come i discepoli, facciamo resistenza a «prendere il largo» (Lc 5,4) perché questo significa lasciare il porto, abbandonare l'approdo sicuro e affrontare il mare aperto. E il mare aperto raramente è la pesca miracolosa, più spesso è il vento contrario, la tempesta. E le tempeste nella vita a volte arrivano, come questa del vangelo di oggi, subito dopo un grande trionfo, quando ci sentiamo forti, vincenti.
 
Non è Dio che ti manda la tempesta, la tempesta non è Dio che ti presenta il conto per i tuoi successi. Semplicemente è la vita. Dio non ti manda la tempesta, ma Dio approfitta della tempesta per venirti incontro, per cercarti, per raggiungerti, per stare con te.
Ma noi spesso non lo riconosciamo. Abituati ai potenti che arrivano tra squilli di tromba e rulli di tamburi, ci aspettiamo tuoni e fulmini e invece arriva «il sussurro di una brezza leggera» (prima lettura). Ci aspettiamo un corteo e invece arriva una persona che passeggia tranquillamente. Perché Dio, quando cerca l'uomo, fin dai tempi del paradiso terrestre, scende a passeggiare. Allora lo faceva la sera nel giardino dell'Eden, nel racconto di oggi lo fa di notte sulle acque agitate.
 
Noi un Dio che scende a cercarci, che cammina tranquillamente verso di noi, non lo capiamo, non lo riconosciamo. È troppo diverso dalle nostre aspettative, troppo fuori dai nostri schemi. Lo prendiamo per un fantasma. E anche quando ci dice «Sono io, non abbiate paura!», in fondo ne dubitiamo, abbiamo bisogno di ulteriori rassicurazioni. Abbiamo bisogno di prove. E allora anche noi, come Pietro gli diciamo «Signore, se sei tu...». Anche noi vorremmo, ma temiamo. Vorremmo avere fede, ma nello stesso tempo dubitiamo.
In fondo è bella questa richiesta di Pietro: chiede di andare verso Gesù sulle acque. Non chiede di camminare sull'acqua, chiede semplicemente che nulla, nemmeno la sua paura, nemmeno la minaccia della morte (di cui il mare è simbolo nella bibbia) possa impedire il suo andare verso Gesù.
Dolcissima ironia divina: il capo dei pescatori, il pescatore di uomini, viene ripescato.
 
È stupenda l'immagine della Chiesa che chiude questo passo del Vangelo. Una Chiesa che è una comunione di fragilità, di dubbi, di paure. Una comunità di gente «di poca fede». Una comunità che non mostra i muscoli, che non si crede migliore degli altri ergendosi a giudice del mondo. Ma una comunità conscia del propri limiti, delle proprie difficoltà e dei propri peccati, che piega le ginocchia e il capo e si affida totalmente a Dio.
 
 

 
Letture:
1 Re 19,9.11-13
Salmo 84
Romani 9,1-5
Matteo 14,22-33
 
 
 

 
al Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
 
 

30 luglio 2026

Il miracolo è la condivisione - 2/8/2026 - XVIII Domenica Tempo Ordinario

 
«non abbiamo altro che cinque pani e due pesci»

 
Una grande folla è andata ad ascoltare da Gesù parole d'amore e di consolazione. Ma adesso è sera e devono mangiare. I discepoli, uomini pratici, dicono: «congedali perché vadano a comprarsi da mangiare». Il maestro ribatte: «voi stessi date loro da mangiare».
Due atteggiamenti opposti sintetizzati in due verbi: 'comprare' e 'dare'.
Comprare, dicono gli apostoli. Ed è la nostra mentalità: se vuoi qualcosa, lo devi pagare. Non c'è nulla di scandaloso, ma neppure nulla di grande in questa nostra logica dove trionfa l'eterna illusione dell'equilibrio tra il dare e l'avere.
In questo sistema chiuso, prigioniero della contabilità, Gesù introduce il suo verbo: «voi stessi date». Non dice vendete, scambiate, prestate; ma dice semplicemente "date". E sopra il principio del calcolo spunta un altro principio: la gratuità, l'amore senza calcoli, il disequilibrio, dare senza aspettarsi niente.
 
Il miracolo della moltiplicazione comincia quando il pane da mio diventa nostro, nostro pane quotidiano. Il pane per me stesso è una questione materiale, il pane per il mio vicino è una questione spirituale.
Dacci il nostro pane, diciamo. E questa domanda rimbalza da Dio fino a noi «voi stessi date loro da mangiare». «Date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante» (Luca 6,38). È la folle regola del Regno: poco pane condiviso tra tutti è sufficiente, perché diventa il pane di Dio. La fame comincia quando io tengo il mio pane per me, quando l'Occidente tiene il suo pane per sé.
In questo nostro mondo il primo miracolo (impossibile, ma proprio per questo necessario) è la condivisione. Sfamare la terra è un miracolo possibile se la condivisione prende piede.
La moltiplicazione verrà perché chi condivide convoca Dio, mette il pane nelle sue mani, diventa dipendente dal cielo, e Dio non lo abbandona. E cinque pani basteranno per una folla, e i pezzi avanzati riempiranno dodici ceste. Nulla andrà perduto perché nulla è troppo piccolo per non servire alla comunione.
 

 
Un'ultima considerazione:
«Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.»
Il fatto è che le donne, allora, non venivano contate perché "non contavano", erano trascurabili, erano un nulla, proprio come i bambini. Oggi si contano - specialmente quando si tratta di riempire le chiese - ma non è detto che contino molto di più. La mentalità di Matteo si è tramandata fino a noi, di generazione in generazione, per via ... celibataria.
 
 

 
Letture:
Isaia 55,1-3
Salmo 144
Romani 8,35.37-39
Matteo 14,13-21
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21)

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull?erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
 
 

23 luglio 2026

Dio prepara tesori per noi - 26/7/2026 - XVII Domenica Tempo Ordinario

 
... trovata una perla di grande valore ...

 
Due persone, un contadino e un mercante, trovano un tesoro. Però uno lo trova per caso mentre sta arando un campo non suo. L'altro invece mentre gira il mondo proprio alla ricerca di qualcosa di prezioso. Due modi per trovare Dio che sembrano agli antipodi. Ma a Dio piace nascondersi per donarci la gioia e la meraviglia di trovarlo.
Il Vangelo è liberante: l'incontro con Dio non sopporta vie prestabilite, è possibile a tutti trovarlo, o meglio essere trovati da lui. Non importa se folgorati da una luce sulla via di Damasco, o nella normalità che passa, come dice Teresa d'Avila, "fra le pentole della cucina". Una normalità che è nel campo di ogni giorno, là dove vivi, ami e lavori come un contadino paziente, e magari neanche pensi mai a Lui.
 
Ma la parola centrale è tesoro! Il cristianesimo non è rinuncia o sacrificio, è un tesoro. E quando lo trovo allora vendo tutto, ma per guadagnare tutto, faccio un investimento sicuro al 100% e con un rendimento inimmaginabile! Non c'è nessuna rinuncia da fare.
Noi spesso pensiamo che la rinuncia sia la condizione per una gioia successiva che Dio ci darà in base ai nostri sforzi. Le parabole di oggi ci dicono che l'ordine è ribaltato, che il dono prezioso precede il nostro impegno. Se la gioia di una scoperta, di un "che bello!" che sgorga spontaneo dal nostro cuore non precede le rinunce, queste non generano altro che tristezza, freddo, lontananza.
 
In questo periodo di incertezze, di preoccupazioni, il Vangelo ci annuncia tesori. Ci ricorda che c'è Qualcuno che non si stanca di preparare tesori per noi, che non si stanca di seminare in abbondanza perle preziose nel mare della nostra vita.
 
 

 
Letture:
1 Re 3,5.7-12
Salmo 118
Romani 8,28-30
Matteo 13,44-52
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,44-52)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Forma breve (Mt 13,44-46):

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».