26 ottobre 2023

Amare perché ci si scopre amati - 29/10/2023 - XXX Domenica Tempo Ordinario

Amore
(Foto: micheile henderson su unsplash)



«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»
Dio. E sopra Dio nessun altro: nemmeno la Legge.
"Ama Dio!" dunque. Ma non perché qualcuno ti ha imposto di farlo, ma perché Dio per primo ha amato te. L'amore, quindi, sarà sempre un amore di risposta, la risposta ad una chiamata: "Camminiamo insieme. Ci stai?".

Amare perché ci si scopre amati di un amore immenso. Di un amore così grande che non possiamo fare a meno di condividerlo, di portarlo a chi ci sta vicino.
«Amerai il tuo prossimo come te stesso». Dio, poi l'uomo e infine te stesso. Ma anche il movimento inverso: da te, attraverso l'uomo, a Dio. È questa la dinamica di Dio, la dinamica della Trinità: una continua circolazione d'amore. Un abbraccio che non vuole escludere nessuno, che sogna di allargarsi a tutto il mondo.

"Il comandamento più grande", che poi sono due, non è più grande perché sta sopra gli altri. È il più grande perché sta sotto gli altri, è la radice che ne dà il senso, che orienta tutte le altre osservanze. I vari precetti, sono vuoti di significato, di valore, di contenuto se non vengono letti e attuati alla luce e in prospettiva dell'amore.
Quando la Legge viene prima dell'uomo, il non rispettarla è una condanna.
Quando la Legge viene posta al servizio dell'uomo, per quanto egli sia sfigurato dai troppi peccati, nessuna legge potrà mai togliergli l'immagine di Dio impressa nel volto.

Ama l'uomo, quindi anche l'uomo che sei, così come sei: disfatto, sporco, triste, lunatico. Ma anche sorridente, generoso, compassionevole. Perché nessuno di questi aggettivi, per quanto giusti, potrà sostituire il sostantivo che sei: tu sei uomo, tu sei donna. Prima il sostantivo, poi l'aggettivo. Perché il sostantivo è di Dio, tu sei di Dio.

Facciamo attenzione che non è vero che Dio veda tutto bello nell'uomo. Gli dice infatti d'amare anche sé stesso, quasi a dirgli: "Carissimo, c'è un po' di disordine dentro di te".
Ma c'è modo e modo di farlo notare. Perché un conto è comandarti di farlo subito, presto e bene.
E un conto è dirti: "So che è un lavoro pesante e noioso. Vuoi che ti dia una mano? Insieme farai meno fatica e ci divertiremo!"
La vita di Gesù ci dice che Dio preferisce il secondo modo.


(Letture:
Esodo 22, 20-26; Salmo 17;
prima Tessalonicesi 1, 5-10; Matteo 22,34-40
)


19 ottobre 2023

Tutti siamo di Dio - 22/10/2023 - XXIX Domenica Tempo Ordinario

Foto: Diego PH su Unsplash


«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»
Frase famosissima, ma che a ben guardare più che essere una risposta, è una sorgente di domande.
La prima cosa da notare è che la domanda posta dai farisei parla di "pagare", e Gesù dice di "rendere". I farisei e gli erodiani, acerrimi nemici che si alleano contro Gesù, mettono tutto, anche il rapporto con Dio, sul piano commerciale, è tutto un dare-avere in cui si cerca di dare il minimo sperando di ottenere il massimo.
Gesù invece vive tutto sul piano del rapporto personale di amicizia, di amore, di dono. Per Dio tutto è dono, che per dare buoni frutti (cfr. i vangeli delle domeniche passate), per essere restituito, si deve condividere.

C'è da dire anche che questa frase non rappresenta una spartizione dei campi di influenza. Non è un trattato tra due potenze che si spartiscono territori e sudditi vari tracciando un confine rigido e guai a chi l'oltrepassa. E questo perché anche Cesare è di Dio, come di Dio è chi ha posto la domanda. Tutti siamo di Dio.
Quindi come facciamo a riconoscere le cose di Dio e le cose di Cesare? La frase di Gesù non risolve i problemi quando, come spesso succede, le due realtà si mescolano. Perché la realtà concreta è molto complessa, le situazioni storiche cambiano, gli equivoci sono sempre possibili.
Il cristiano non ha una soluzione prefabbricata, buona per tutte le stagioni. Sa però che ciò che torniamo al Padre deve avere il sapore del pane spezzato e condiviso, il profumo della libertà.

Ciò che dobbiamo tornare a Dio non lo dobbiamo cercare tra pietre preziose, vesti lussuose, monete o pergamene. Lo dobbiamo cercare tra le persone. Ogni essere umano porta, anche se sbiadita, corrosa, l'immagine di Dio (Gen 1, 26). Restituire a Dio la sua immagine impressa in ogni uomo e in ogni donna è sempre più urgente.
Ciò che si deve restituire a Dio comprende anche ciò che si deve restituire ai poveri, agli esclusi, alle vittime dell'ingiustizia, ai senza voce, ai dimenticati, agli schiacciati da tutte le forme di oppressione e sfruttamento, a tutti coloro che sono stati privati della dignità e della speranza.
Perché Dio non accetta i resi solo in chiesa, anzi. Lui spesso preferisce riscuotere agli sportelli dell'umanità.


(Letture:
Isaia 45,1.4-6; Salmo 95; prima Tessalonicesi 1,1-5; Matteo 22,15-21)


12 ottobre 2023

Indossare l'abito della gioia e della speranza - 15/10/2023 - XXVIII Domenica Tempo Ordinario

Banchetto di nozze
(icona)



Sinceramente facevo un po' di fatica a comprendere questa parabola per due motivi.

Il primo è che non capisco come si possa rifiutare l'invito ad un pranzo di nozze fatto da un re! Immagino che gli invitati fossero gente che già lo frequentava, per cui non avevano neanche il problema di non avere gli abiti adatti, o di non sapere neanche quali fossero.
Poi però ho notato che Gesù, come le domeniche precedenti, si sta rivolgendo «ai capi dei sacerdoti e ai farisei», cioè a gente che frequentava il tempio giornalmente e conosceva le scritture a memoria. Quindi gli invitati sono loro.
Penso che se il Signore li avesse convocati per una discussione su alcuni problemi urgenti, o per un consiglio su quali punizioni affibbiare, avrebbero mollato tutto subito e sarebbero andati di corsa. Dio invece li sorprende con un invito a nozze, una chiamata a mangiare, bere e festeggiare.
Spesso anche noi cristiani siamo così, facciamo fatica a mollare le 'cose da fare' per fare festa, anche se l'invito viene da Dio.
Gesù ci ricorda che l'ideale cristiano non è una morale opprimente, ma una beatitudine. Il cristiano non è un servo piegato sotto il giogo di un codice severo, ma una persona perdonata e liberata. L'esistenza cristiana non è una sofferenza, ma una festa.
Facciamo fatica ad accettare un dono non previsto, immeritato. Abbiamo sempre paura che nasconda un secondo fine, una fregatura. È sempre il serpente che, anche a noi come ad Eva, cerca di allontanarci dal Signore presentandoci una falsa immagine di Lui.

Il secondo motivo di difficoltà è quella persona trovata senza l'abito nuziale. I servi sono andati per strada e hanno fatto arrivare tutti, non hanno scelto chi invitare e hanno fatto entrare ricchi, poveri, straccioni, mendicanti, operai, giovani, vecchi; «cattivi e buoni» specifica il Vangelo. Non penso proprio che gli invitati abbiano avuto la possibilità di cambiarsi, ma che si siano presentati col vestito, o gli stracci, che avevano.
Quindi il «vestito nuziale» non è quello indossato sul corpo, ma è un vestito del cuore. È l'abito di un cuore che sogna la festa della vita, che desidera credere, perché credere è una festa.
Allora quella persona è il simbolo di tutti quei cristiani che non riescono a credere che il Regno sia un banchetto di nozze, ma pensano piuttosto a un tribunale, magari dell'inquisizione. E perciò si vestono come per un funerale.
Come scrive il biblista Alphonse Maillot, è il simbolo del credente "rivestito di severità, austerità, tristezza, mentre bisognerebbe indossare l'abito della gioia e della speranza. Un uomo che si fa l'idea che occorre portare la tristezza del mondo, invece di portare al mondo il sorriso di Dio".
Troppo spesso anche noi dimentichiamo che in cielo si fa festa per ogni peccatore pentito, per ogni figlio che ritorna, per ogni mendicante d'amore. Quindi per ognuno di noi.


(Letture:
Isaia 25,6-10; Salmo 22; Filippesi 4,12-14.19-20; Matteo 22,1-14)


05 ottobre 2023

Dio non spreca il suo tempo in vendette - 8/10/2023 - XXVII Domenica Tempo Ordinario

acini di luce
(foto J.C.)



Con questo brano si chiude quella che viene anche detta la 'trilogia della vigna' di Matteo che abbiamo visto in queste domeniche. Mentre la prima parabola era rivolta ai discepoli, le ultime due sono rivolte «ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo», cioè alle autorità religiose e civili.
La vigna è spessissimo usata nella Bibbia come metafora del popolo ebraico, per cui il senso immediato della parabola è chiarissimo ai destinatari e anche a noi.

Ma c'è anche un senso un po' più profondo, non così immediato. La vigna non è solo il popolo d'Israele, ma siamo anche tutti noi, tutta l'umanità è la vigna coltivata, curata, amata dal Signore. Ma noi siamo anche la delusione del Signore, siamo gli «acini acerbi» (prima lettura), i contadini malvagi.
Allora per capire la parabola mi pare si debba partire da una frase della prima lettura, dove il profeta Isaia fa esclamare al Signore «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?».
Nonostante tutto Dio è appassionatamente innamorato della sua vigna, cioè anche di me, nonostante le mie infedeltà, nonostante le mie cattiverie, Lui cerca di fare per me quello che nessun altro cercherebbe di fare. Per quanto io sia una vite insignificante e improduttiva, Lui non vuole rinunciare a me. È questo il fondamento della fede!

Ma quando noi usciamo da questa logica di amore, di dono, e ci lasciamo prendere dalla smania del possesso, del primeggiare, quando noi non pensiamo più secondo il "noi", ma solo secondo l'"io", allora diventiamo come i vignaioli della parabola. Invece della gioia del raccolto, del produrre insieme dei prodotti per la festa e la vita, diventiamo portatori di violenza, produttori di frutti insanguinati, distruttori della vita.
Ma anche i sacerdoti e gli anziani del popolo sono sulla stessa lunghezza d'onda, hanno la stessa mentalità. Anche loro continuano a essere legati alla catena della violenza.

Ma Dio non è d'accordo. Lui non ci sta. Lui è per la vita, non per la morte. Lui non è legato a nessuna catena, anzi, vuole spezzare tutte le catene, prima fra tutte quella della violenza. Nella storia continua dell'amore di Dio e del tradimento dell'uomo, Gesù immette la novità del Vangelo: al contrario di quanto detto dal profeta Isaia, non c'è nessuna vendetta, nessuna nuova vigna.
I nostri peccati, le nostre infedeltà, non riescono a fermare il piano di Dio. La vigna darà buoni frutti. Dio non spreca il suo tempo in vendette.
Dio darà la sua vigna «a un popolo che ne produca i frutti». Un popolo formato da chi avrà scelto il perdono al posto della vendetta, la misericordia al posto della giustizia, l'amore al posto della paura, il "noi" al posto dell'"io". E per far parte di questo popolo non conta il nostro passato, quello che conta è solo la nostra voglia di futuro.
E allora la vigna non darà più grappoli rossi di sangue, ma rossi d'amore, acini di luce gonfi del mosto di Dio per donare un vino di felicità e gioia senza fine.


(Letture:
Isaia 5,1-7; Salmo 79; Filippesi 4,6-9; Matteo 21,33-43)