26 maggio 2022

Festa della 'permanenza' - 29/5/2022 - Ascensione del Signore

Ascensione
Chiesa ortodossa della Trasfigurazione - Cluj (Romania)
(padre Marko Rupnik s.j.)



Gesù ci ha fatto una grande promessa: «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non la dobbiamo dimenticare se vogliamo capire bene la solennità di oggi, l'Ascensione.
L'Ascensione non è la festa del distacco, della partenza, della separazione, ma è la festa della 'permanenza'. Anche gli angeli ci danno un'indicazione: «perché state a guardare il cielo?» (prima lettura di oggi At 1,1-11). Per trovare il Cristo dobbiamo cercare 'altrove', dobbiamo guadare nel "basso dei cieli".

L'Ascensione è conseguenza logica dell'Incarnazione. Facendosi uomo, Gesù è venuto a vivere con noi come un uomo qualunque. È venuto per amare, camminare, sperare, ridere, piangere, soffrire insieme a noi. Niente di tutto ciò che è umano gli è estraneo o sconosciuto. Ma la sua non è stata una vacanza, una gita. Lui ha traslocato dal cielo per essere uno di noi, per abitare con noi.
Ed è per continuare ad essere in questa maniera che ha scelto di Ascendere al cielo. Se fosse rimasto qui, sa che lo avremmo rinchiuso in una chiesa, obbligato a sedersi su un trono. A stare su un altare. Lo avremmo allontanato dalla nostra vita quotidiana col pretesto di rendergli onore, di glorificarlo e adorarlo.

Ma salendo al cielo adesso Lui può continuare ad essere tra noi, solo che lo fa in altre maniere, sotto 'mentite spoglie'. Adesso te lo ritrovi accanto, magari nel letto d'ospedale accento al tuo, nella scrivania vicino alla tua, nel tavolino del bar affianco al tuo.
È proprio per questo ti può essere più vicino. Non ti spiega il dolore, è uno che soffre come te. Non scrive libri sull'amicizia, ti è amico. Non ti difende di fronte ai prepotenti e ai potenti, è lui stesso vittima in mano ai potenti.
Non ti chiede di soffrire, ma ti chiede di poter condividere la tua sofferenza, di poterti aiutare a portare la tua croce quotidiana. E quasi sempre non te lo chiede nemmeno, lo fa, e l'ha fatto, fin dal primo istante.

Gesù, salendo al cielo, è entrato dentro l'umano. E io sono chiamato a riconoscerlo nella mia storia, nella cronaca quotidiana. Lo posso trovare nelle mia difficoltà, delusioni, distrazioni, speranze, ma anche nelle relazioni, nei momenti di gioia, nei sorrisi e nelle carezze.
Perché Dio viene incontro all'uomo in maniera umana, stabilisce con noi un rapporto attraverso la carne e il sangue, la terra, il sudore e le lacrime, l'amore, le risate, tutte le minuscole cose della nostra vita quotidiana.
D'ora in poi in ogni istante Dio mi riserva la sorpresa della sua presenza. E per non farmi soggezione o mettermi paura, si mette i miei stessi vestiti di essere umano.
Non è più il roveto ardente che solennemente afferma «Io sono», ma è la voce amica che ti abbraccia e ti sussurra all'orecchio "Io sono qui accanto a te, con te".


(At 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28;10,19-23; Lc 24,46-53)


19 maggio 2022

Il grande sconosciuto - 22/5/2022 - VI Domenica di Pasqua

Lo Spirito Santo
Chiesa della SS. Trinità - Porto Santo Stefano (GR)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)



Nel 1999, terzo anno di preparazione al giubileo del 2000 e dedicato allo Spirito Santo, il cardinale Špidlík definì la terza persona della Trinità "il grande sconosciuto". Parliamo, e preghiamo, tanto il Padre e Gesù, ma di Lui spesso ce ne dimentichiamo.
Però penso che non sia tanto una colpa nostra quanto una sua scelta: rimanere anonimo, nascosto, per poter agire meglio, più liberamente e più a fondo. Forse solo così riesce ad aggirare ed abbattere le nostre resistenze e le nostre barriere interiori.

Rimane il fatto che lo Spirito è l'ultimo e definitivo dono che Gesù ci fa prima di ascendere al cielo. E Gesù ce ne parla in termini di 'memoria' e 'fantasia', apertura al futuro.
Memoria: «vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»
Apertura al futuro: «vi insegnerà ogni cosa» e poi, più avanti «vi annuncerà le cose future» (Gv 16, 13).
Lo Spirito cioè ci viene dato perché possiamo guardare indietro per ricordare, ma nello stesso tempo ci fa guardare avanti per anticipare, per inventare.

La memoria non ci deve rendere schiavi del passato, ma ci deve aiutare a farlo rivivere nel presente e a proiettarlo nel futuro. La memoria ci deve rendere liberi oggi per il domani.
Lo Spirito Santo collega il passato al futuro. Lo scrittore Léon Bloy ha questa bella definizione: "Profeta è colui che si ricorda dell'avvenire". Ecco come unire il passato al futuro!

Senza fantasia la memoria diventa una prigione.
Senza memoria la fantasia gira a vuoto.

La tradizione va vissuta in modo dinamico. Non dobbiamo imbalsamare il passato, ma rinnovarlo. Dobbiamo proteggere e cercare la vita, non la forma. "Cerca la vita e troverai la forma, cerca la forma e troverai la morte" diceva Eduardo. Un terreno incapace di far germogliare semi nuovi è inadatto alla vita anche delle piante che già vi dimorano, le farà morire.
Per salvare il presente dobbiamo lavorare per il futuro. Il vero attaccamento al passato si dimostra avendo lo sguardo volto al futuro.
Il vero amore per il passato lo si dimostra preparando il futuro.


(At 15,1-2.22-29; Sal 66; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29)


12 maggio 2022

Solo l'amore dovrebbe essere il nostro segno distintivo - 15/5/2022 - V Domenica di Pasqua

Gesù tra i bambini
Centro Aletti - Copertina del libro "Li amò Fino alla fine" Ediz. Lipa



Nel mezzo di un addio che avviene in un contesto di tradimento e di complotto, Gesù ci dona il "comandamento" dell'amore.
Innanzi tutto qui il termine "comandamento" non ha un valore legalistico o di costrizione. È l'invio per una missione, l'invito per un'avventura da affrontare liberamente assieme a Lui verso la comunione col Padre e con i fratelli.

Tre sono le caratteristiche di questo comandamento:
- è nuovo
- si deve seguire imitando Gesù
- è il segno che identifica i cristiani

È nuovo perché solo l'amore è portatore di novità. L'odio, la vendetta, la violenza, l'egoismo sono ripetitivi, sono vecchi e fanno invecchiare il mondo e noi stessi.
Solo l'amore è inedito, nuovo, capace di creare e inventare situazioni nuove. Solo l'amore riesce a trasformare radicalmente la realtà. L'amore è il "mai visto prima" che genera il vero progresso.

L'amore che ci chiede Gesù è nuovo non in alternativa all'Antico Testamento (anche lì viene insegnato l'amore per il prossimo e lo straniero), ma perché pone l'amore "folle" di Gesù come prototipo, come esempio dell'amore che deve animare i nostri rapporti.
L'amore di Gesù è un amore che non prende o pretende niente, ma che invece si dona totalmente.
È un amore totalmente gratuito e immotivato. L'amore di Dio non dipende dai nostri meriti. Lui non ci ama perché siamo buoni, virtuosi, meritevoli. Ma è Lui, che amandoci, ci rende buoni, virtuosi, meritevoli.
Dio amandoci ci dona tutto il nostro valore, ci rende preziosi. Il suo è un amore creativo.
E anche il nostro amore è chiamato a non essere reattivo (cioè amare ciò che è amabile), ma creativo. L'amore cristiano deve prendere l'iniziativa, fare il primo passo. Creare occasioni di pace dove c'è solo astio e violenza.

L'amore, la carità, devono essere il nostro segno distintivo, quello che ci identifica nel mondo. Non è andare in chiesa, fare elemosine o recitare preghiere che fa di noi dei cristiani. Siamo cristiani solo se amiamo. Senza l'amore tutte le nostre azioni sono vuote, non hanno nessun valore. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba» (1Cor 13, 1).
La verità del cristiano è l'amore. E credere nell'amore significa anche credere e puntare tutto sulla sua forza. Significa essere convinti che
si ha ragione solo amando
si vince solo amando
si insegna solo amando
si rende dignità alle persone solo amando.
E se l'amore deve essere il nostro segno di riconoscimento, allora deve essere visibile, percepibile dai fatti.
Uno slogan di qualche anno fa diceva "Ogni uomo è tuo fratello. Ma tuo fratello non lo sa ..." Siamo noi che lo dobbiamo informare, glielo dobbiamo far capire con i fatti, con i nostri gesti d'amore.


(At 14,21-27; Sal 144; Ap 21,1-5; Gv 13,31-35)


05 maggio 2022

Il Pastore e le pecore (non i pecoroni!) - 8/5/2022 - IV Domenica di Pasqua

Il Buon Pastore
Tabernacolo della chiesa ss Primo e Feliciano - Vrhpolje (SLO)
(p. M. Rupnik s.j.)



Giornata del "Buon Pastore".
E il 'pastore' presuppone un gregge di pecore.
Ma noi facciamo un po' di fatica ad identificarci con delle pecore. Abbiamo in mente una massa di pecoroni senza nessun cervello, ma non è questo lo stile del gregge voluto da Gesù Cristo.
Basta vedere l'esempio del gregge scelto direttamente da Lui: i dodici apostoli.

La comunità secondo il sogno di Dio rappresenta sia il superamento dell'individualismo (per essere pienamente sé stessi si deve vivere-con) che il superamento del cieco conformismo (per vivere-con bisogna conservare le propria unicità). "Se vuoi essere cattolico devi essere unito nella diversità e diverso nell'unità" diceva Yves Congar. Il dono che ogni persona fa al 'gregge' deve essere un apporto personale, dinamico, unico. Esattamente l'opposto dell'annullarsi nella comunità.
La comunità è ricca solo del contributo dei suoi membri. Viene impoverita se io non metto a disposizione la mia unicità. E impoverire la comunità impoverisce me stesso.
La comunità secondo il sogno di Dio è un banchetto festoso fatto ad un'unica tavolata, non un pasto serioso fatto a tanti piccoli tavoli ben distanziati tra di loro.
È un grande concerto in cui ognuno di noi ha la sua voce che è personale e insostituibile. La sinfonia ha bisogno del timbro inconfondibile della mia personalità. Senza questo, diventa nenia monotona. E senza l'orchestra, la mia nota risuona stonata.
Impoverire gli altri impoverisce anche me.

E il vero pastore è Gesù. Lui dà la vita per le pecore, non le sfrutta, non le domina. Non se ne serve, ma le serve.
Ognuno di noi è conosciuto per nome da Dio, ognuno di noi è importante, unico e amato nella sua unicità.
La cura del gregge di Gesù non è livellatrice, omologante. È personalizzante. Lui non ci vuole passivi. Vuole la nostra collaborazione, vuole che ci comportiamo da persone libere e creative.

Ognuno di noi è pecora affidata ad un pastore e allo stesso tempo pastore a cui sono state affidate delle pecore (i figli, il coniuge, gli amici, tutte le persone con cui interagiamo nella nostra vita, solo per fare degli esempi).
Non rinunciamo alla bellezza della nostra unicità per disperderci nell'anonimato del 'così fanno tutti'. Sforziamoci di essere pecore, non pecoroni.
Dovremmo sempre ricordare che le persone ci vengono affidate dal Signore perché noi le aiutiamo a diventare quello che sono, non per farne dei nostri cloni. Dobbiamo aiutarle e realizzare i loro sogni, non i nostri.


(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)