30 novembre 2023

Far nascere "nostalgia di futuro" - 3/12/2023 - I domenica di Avvento




Inizia oggi il tempo dell'Avvento, il tempo dell'attesa. Attesa di ciò che deve venire, di ciò che viene. Difatti il Vangelo di oggi è un continuo ripetere questi due atteggiamenti: fare attenzione e vegliare.

'Fare attenzione' vuol dire 'tendere verso' qualcosa o qualcuno. È la coscienza che il segreto della nostra vita è al di là di noi. Tutti sappiamo cosa vuol dire fare una cosa pensando ad un'altra, incontrare in modo superficiale le persone.
Gesù ci invita all'attenzione, a guardare l'altro negli occhi, a farlo entrare nel nostro sguardo e nel nostro cuore. A rompere i muri di indifferenza (quando non di ostilità), ad ascoltare quello che ci dice, anche oltre le parole.

'Vegliare' perché c'è un futuro, perché non si esaurisce tutto qui, abbiamo una meta da raggiungere, uno sguardo che vede lontano, oltre il nostro tempo, oltre la nostra persona.
Il vegliare di cui ci parla Gesù è il vegliare di chi nella notte scruta il cielo per vedere le prime luci dell'alba, è il vegliare della madre che passa la notte al letto del figlio malato, è il vegliare della sposa che vede il sole iniziare il giorno del suo matrimonio.
È il vegliare di chi porta le persone nel proprio cuore, che si appassiona alla loro vita, alla loro storia, che si fa portatore di futuro nella loro esistenza.
È vegliare su tutto ciò che germoglia, sui primi raggi di luce, sui primi passi di pace.

"Le cose più importanti non vanno cercate, vanno attese" scriveva Simone Weil, e cosa c'è di più importante di Dio?
Dio non si merita, si accoglie; non si conquista, si attende.
E attenzione e veglia hanno proprio lo scopo di prepararci all'incontro con Colui che viene e che verrà. Colui che viene ad incontrarci ogni momento, che verrà ad incontrarci per l'eternità.
Hanno lo scopo far nascere il desiderio di un incontro, di far sorgere "nostalgia di futuro".




Letture:
Isaia 63,16-17.19; 64,2-7
Salmo 79
prima Corinzi 1,3-9
Marco 13,33-37


23 novembre 2023

Una sola cosa conta: l'Amore! - 26/11/2023 - XXXIV domenica del Tempo ordinario - Cristo Re dell'Universo

Majestas Domini - Cristo in gloria
Altare del duca Ratchis (particolare - 734-744)
Cividale del Friuli



Uno dei sogni di ogni studente è quello di riuscire a sapere in anticipo il testo del compito in classe o le domande che gli verranno fatte all'interrogazione. E Gesù, che come uomo conosce bene questo nostro sogno, come Dio ci dice quali saranno le domande che ci farà nell'esame più grande della storia, quello che chiamiamo il Giudizio Universale.

Non saranno domande difficili, non ci chiederà di parlare di teologia tomista, o se ci ricordiamo quali sono i vizi capitali o le virtù teologali. Non ci chiederà se abbiamo letto le varie encicliche papali o la Bibbia.
Saranno domande elementari, col sapore della vita quotidiana, degli avvenimenti spiccioli di ogni giorno. Si parlerà di mangiare, di bere, di vestiti, di sorrisi e di carezze.
Perché in fondo non sarà un esame irto di domande, ma sarà una chiacchierata tra te e il Signore in cui ci farà rileggere la nostra storia, con le luci e le ombre, con la spiegazione degli episodi incompresi, delle cose di cui non abbiamo capito il senso, afferrato il contesto.
Perché per Dio una sola cosa conta: l'amore! E l'amore è una cosa enorme, ma fatta da milioni e milioni di piccole cose, quelle che non hanno nessuna pretesa, che nessuno nota, neanche tu mentre le facevi. Ma in quel momento, sotto la luce del Signore, risplenderanno di una luce immensa.

"Ho paura che Dio mi mandi all'inferno" dice qualcuno, senza rendersi conto che in fondo questa è un'eresia. Dio non vuole mandare nessuno all'inferno, basta leggere il Vangelo di oggi! Cos'altro poteva fare per salvarci?
A Dio interessa solo il bene: quello compiuto è il Paradiso, la vicinanza a Lui, quello non compiuto pur essendo nelle nostre possibilità è l'inferno, cioè la lontananza da Dio. Dio non manda all'inferno, al massimo sono io che decido di andarci. Perché peggio di un'assenza, c'è una presenza distratta, fatta di un corpo che c'è ma di una mente che è altrove. In un bicchiere d'acqua dato o non dato, in una carezza data o non data, in un sorriso fatto o non fatto c'è nascosta la strada per il Paradiso o l'Inferno.
La scelta tocca a me.



«Questa carota è mia!»
(storiella orientale)

Una vecchia signora morì e fu condotta dagli angeli davanti al trono del Giudizio.
Nell'esaminare i registri, il Giudice non riuscì a trovare neppure un gesto di carità da lei compiuto, a eccezione di una volta che ella aveva regalato una carota a un mendicante affamato.
Tuttavia la potenza di un singolo atto d'amore è tale che fu decretato che sarebbe andata in paradiso proprio in forza di quella carota.
L'ortaggio fu portato in tribunale e consegnato alla donna.
Nell'istante in cui ella lo prese in mano, cominciò a salire come se fosse trainato da un filo invisibile e sollevò con sé la donna verso il cielo.

Comparve un povero, il quale si afferrò all'orlo del suo vestito e fu sollevato in alto con lei; una terza persona si attaccò al piede del mendicante e salì anche lei. Presto si formò una lunga coda di persone che salivano verso il paradiso attaccate alla carota e, per quanto sembri strano, la donna non sentiva il peso di tutta quella gente, anzi, poiché guardava verso l'alto, non la vide neppure.
Salirono sempre più in alto finché giunsero quasi al cancello del paradiso e in quel momento la donna si voltò per dare un ultimo sguardo alla terra e vide dietro di sé quella lunga fila di persone.
Ne fu assai irritata!
Fece con la mano un gesto imperioso e gridò: «Via! Andatevene via! La carota è mia!»
Nel fare quel gesto lasciò andare per un attimo la carota e precipitò giù con tutto il suo seguito.

Non è Dio che ci manda all'inferno
siamo noi che scegliamo di andarci




Letture:
Ezechiele 34,11-12.15-17;
Salmo 22;
prima Corinzi 15,20-26.28;
Matteo 25,31-46


16 novembre 2023

Se sono doni ... donali - 19/11/2023 - XXXIII Domenica Tempo Ordinario

Parabola dei talenti
(icona)


La pagina di Vangelo della scorsa domenica sottolineava la dimensione di 'vigilanza' nella vita del credente. Vigilanza che si concretizza nell'attesa e che proietta il cristiano nel futuro, senza per questo fargli perdere i contatti col tempo presente. Si tratta di avere i piedi ben piantati nel presente, ma con lo sguardo al futuro. Insomma, si tratta di un'attesa attiva, che obbliga l'uomo a prendere decisioni, fare delle scelte.
La parabola dei talenti sviluppa lo stesso discorso chiarendo il contenuto dell'attesa e specificando il dovere del credente che consiste, essenzialmente, nel 'darsi da fare'. Stavolta si tratta di una parabola facile, ma che necessita di alcune precisazioni.

Primo punto: cosa sono questi talenti. Gli studiosi ci informano che il talento era una specie di grosso lingotto d'argento, del peso di circa trenta chilogrammi. Quindi, quello che ne ha ricevuto cinque, si è visto affibbiare un carico di oltre cento cinquanta chili! Inoltre un talento era l'equivalente di circa 20 anni di uno stipendio medio del tempo. Quindi ciò che il padrone dà, è qualcosa di enorme, sia come valore che come peso.
Bisogna fare una prima osservazione fondamentale: il talento non viene guadagnato, conquistato, meritato. È ricevuto. Tutti e tre i servi son accomunati da questa realtà di un dono enorme. Un dono diverso quantitativamente. Ma pur sempre dono. Per tutti.
Nella vita cristiana, dunque, il punto di partenza non è rappresentato dal nulla. Non si parte da zero. Nessun cristiano si è fatto da sé. L'esistenza viene costruita con materiale che ci è stato messo a disposizione, donato gratuitamente. C'è tutta una serie di uomini e donne che ci hanno preceduto e che ci hanno trasmesso il sapore di Dio, il profumo del bene.
Tutto è grazia, tutto è dono. E l'impegno, da parte nostra, è soltanto la risposta a un dono che ci siamo ritrovati tra le mani. Il Signore, dunque, ci consegna qualcosa perché ci diamo da fare. E questo qualcosa diventa 'nostro'.

Ma attenzione, bisogna fare una precisazione.
I primi due servi hanno considerato giustamente il dono ricevuto come loro. Il padrone gliel'aveva donato. Per questo l'hanno usato, trafficato, sfruttato, si sono dati da fare, si sono fidati del giudizio del padrone. Hanno visto giusto.
L'altro, invece, non ha capito niente, non si è reso conto che il lingotto era suo almeno durante l'assenza del padrone. Non è riuscito a credere all'amore, alla generosità e alla fiducia del padrone. Il dono, quindi, si è tradotto in motivo di paura. E la paura ha ucciso la spontaneità, la creatività del titolare dei trenta chili. La paura ha bloccato nell'immobilismo l'uomo dell'unico talento.

Ma occorre dire anche un'altra cosa, perché è vero che la parabola dice che occorre darsi da fare, ma bisogna sapere per che cosa e per chi. Perché alla fine i servi devono rispondere al padrone, che «volle regolare i conti con loro ». È al Signore che dobbiamo sottoporre i risultati dei nostri traffici.
Il talento è nostro, ma alla fine deve tornare a Lui. Ecco il paradosso: non basta aver fatto fruttare i doni ricevuti. Occorre verificare in che modo, a vantaggio di chi. Se al centro di tutto stanno i nostri interessi egoistici è sicuro che i conti col Signore non tornano.
Se il talento fondamentale, quello della vita, lo impieghiamo unicamente per fare collezione di banconote, per far prosperare i nostri traffici senza badare troppo per il sottile, il Padrone ha diritto di considerare sprecato quel talento che ci ha consegnato non certo perché lo investissimo in egoismo, in sopraffazione, in 'vanità' (Qo 1, 2).

Le ricchezze di Dio fruttificano solo se sono condivise. Dio è contento solo se i suoi doni noi li ricicliamo. Lui ci suggerisce: "Se sono doni ... donali!"




Letture:
Proverbi 31,10-13.19-20.30-31;
Salmo 127;
prima Tessalonicesi 5,1-6;
Matteo 25,14-30


09 novembre 2023

L'olio della fede, l'olio dell'amore - 12/11/2023 - XXXII Domenica Tempo Ordinario

Le vergini sagge e le vergini folli (particolare)
Cappella Castel d'Appiano (BZ)
(affreschi fine XII inizio XIII secolo)



Sono molti i biblisti che ritengono che questa sia la parabola più difficile. In effetti ci sono molti dettagli che non tornano con gli usi del tempo (il ritardo dello sposo, la chiusura della porta) o con le parole precedenti di Gesù (condividere tutto, donare la vita).

Per capirla un po' meglio bisogna tener presente a chi sta parlando l'evangelista. La parabola si inserisce in una problematica particolarmente sentita nella Chiesa primitiva. I cristiani esprimevano la loro fede nella 'prima venuta' di Gesù (incarnazione). Ma testimoniavano pure la fede nell'attesa della 'seconda venuta'. Si tratta della parusia, un termine che significa presenza, ma anche venuta, cioè 'divenire presente'. Il vocabolo, però, viene abitualmente impiegato per indicare il ritorno di Gesù alla fine dei tempi. Tra la prima e la seconda venuta si colloca il tempo presente. Il tempo dell'attesa. Il tempo della Chiesa.
Soltanto che non pochi fanatici tendevano ad accorciare questo tempo intermedio. C'erano tanti che, facendo leva sull'emotività popolare, predicavano l'imminenza della fine. Quindi il tema della parabola è la "vigilanza"

La vigilanza è necessaria perché non sappiamo il quando Gesù tornerà. È questo il senso del ritardo dello sposo.
Il credente non è uno che viaggia consultando il calendario o l'agenda. È uno che ha in mano una bussola. Cristo dà la direzione del cammino, non ci fornisce la descrizione anticipata di ciò che accadrà lungo la strada.
La sua parola non è una chiave magica per risolvere gli enigmi della storia, i rebus della cronaca quotidiana. È luce che permette di cogliere il significato degli avvenimenti.
Il cristiano non è uno che sa già tutto prima, ma è uno che dovrebbe riuscire ad afferrare il filo conduttore delle diverse vicende.
La colpa del cristiano non è quella di non essere informato. Il cristiano, in un certo senso, 'sa'. Ma non sa né il 'quando', né il 'come'.
Gesù non dice: "State tranquilli", ma ammonisce: "State attenti. Non lasciatevi prendere alla sprovvista".
La linea di distinzione tra vergini prudenti e stolte non passa attraverso il sonno. Il Vangelo sottolinea: «si assopirono tutte e si addormentarono». La linea di discriminazione è data dalla provvista di olio: l'olio della fede, l'olio dell'amore. Le sagge si sono portate la riserva. Quelle altre non ne hanno a sufficienza.
La fedeltà non s'improvvisa. Nell'ora, sempre sorprendente, dell'incontro, conta ciò che si ha, ciò che si è, non ciò che si vorrebbe. Nessuno può mettere la fede, l'amore al nostro posto. Nessuno può pagare per noi il biglietto per l'incontro decisivo.
In quell'Ora, l'olio dev'essere il nostro. La fedeltà deve essere timbrata da noi, l'amore deve venire dal nostro cuore.
Quell'olio che manca alle lampade è un prodotto artigianale, fatto in casa, realizzato a mano. Olio su misura: se non ce l’hai, nessuno potrà dartelo. Non è ripicca: è che si parla di un amore capace di attendere, di stregare il cuore. "Un amore infuocato che trasforma il ritardo in desiderio" (d. Marco Pozza)




Letture:
Sapienza 6,12-16;
Salmo 62;
prima Tessalonicesi 4,13-18;
Matteo 25,1-13


02 novembre 2023

Siete tutti fratelli - 5/11/2023 - XXXI Domenica Tempo Ordinario

we the people must come together
(Kelly Simpson)



Lascio ad altri, ben più competenti di me, tutte le considerazioni sui pesi inutili, sul legalismo crudele e ipocrita, sulla necessità di coerenza tra ciò che si  predica e ciò che si vive, tra il nostro dire e il nostro fare.

Vorrei invece fermarmi a considerare una piccola frase: «Voi non fatevi chiamare "Rabbi", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli». Mi ha colpito molto perché, data la premessa, mi sarei aspettato che terminasse con "e voi siete tutti discepoli".
Al quadro negativo di una religiosità vuota, tronfia, pomposa, formalista, caratterizzata dall'esteriorità, dominata da uomini avidi di potere, onori e successi, Cristo contrappone il quadro di una comunità evangelica dove emergono le vere, radicali esigenze del suo messaggio, dove i membri si riconoscono fratelli.
Una comunità dove non ci sono dei tronfi possessori della verità, ma degli umili e appassionati cercatori; dove non ci sono rigidi moralisti, ma c'è abbondanza di 'ministri della pazienza del Cristo'; dove i responsabili rivendicano il colossale privilegio di servire; dove la grandezza è misurata dalla ... piccolezza; dove la 'carriera' è determinata dagli scatti di ... carità (ed è fatta per scendere i gradini della 'scala sociale'); dove chi esercita il ruolo dell'autorità non ha la pretesa di sostituire la presenza dell'unico Capo, ma cerca renderla visibile, quasi sensibile, con la sua trasparenza e la sua capacità di 'scomparire'; dove nessuno tenta di dominare, controllare o manovrare gli altri; dove gli unici titoli validi sono quelli della fede e di essere degli 'aspiranti cristiani'. Una comunità di persone che alla domanda 'sei cristiano?' risponde 'No, ma cerco di esserlo, vorrei esserlo!'

È la comunità del Cielo: i santi. Gente imperfetta, peccatrice (e conscia di esserlo). Ingegnosa, però: da peccatori non si sono mai arresi al peccato. Dopo ogni caduta sono ripartiti, con le cicatrici addosso.
È la comunità che fa sobbalzare di gioia e amore il cuore del Cristo.
Alla perfezione asettica di cuori senz'anima, Lui preferisce di gran lunga l'imperfezione carnale di chi, provandoci ripetutamente, fallisce ripetutamente; di chi non si preoccupa di non cadere, ma pensa solo, una volta caduto, a rialzarsi e riprendere il cammino.




Letture:
Malachia 1,14- 2,2.8-10;
Salmo 130;
prima Tessalonicesi 2,7-9.13;
Matteo 23,1-12