24 febbraio 2022

Siamo tutti malati di 'giudichite' - 27/2/2022 - VIII Domenica tempo ordinario

Crocifisso di Furelos (Galizia - Spagna)



«Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?»
Altro che Covid! Tutti quanti, chi più chi meno, siamo affetti da una malattia: la 'giudichite'. Cioè ci nominiamo giudici degli altri, subito pronti ad applicare agli altri tutte le aggravanti, quanto pronti invece a prendere in considerazione tutte le attenuanti quando siamo noi sotto giudizio.
È una malattia congenita. Ma è possibile guarire, e Gesù ci indica un percorso di cura.

Il primo passo ce l'ha detto domenica scorsa, dicendo che saremo giudicati con lo stesso metro con cui noi abbiamo giudicato. Il primo passo è fatto proprio da un po' di egoismo: basta che ogni volta che sto per condannare qualcuno io mi ricordi che tutte le aggravanti che uso, verranno poi imputate anche a me.

Ma questo primo passo non basta, e Gesù oggi ci indica i due successivi.

«Togli prima la trave dal tuo occhio»
Questo è il secondo passo da fare. L'indice puntato verso gli altri deve richiudersi sulla mano, a pungo. Il braccio steso si deve ripiegare e deve portare il pungo a battere sul petto, mentre il cuore deve mormorare "mea culpa".
In altre parole, il nostro sguardo, la nostra attenzione deve essere rivolta non alle colpe degli altri, ma alle nostre mancanze.
Passare dal ruolo di giudice a quello di imputato riesce a sbloccare le cose e inizia a farle andare meglio.

«Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro»
E questo è il terzo e ultimo passo. Affidarsi a Gesù. Seguire le sue orme. Stendere la mano, non per giudicare, ma per afferrare quella di Gesù, quella che si è lasciato inchiodare alla croce perché non avessimo difficoltà a trovarla. E, afferrata quella mano, lasciarsi abbracciare dall'amore infinito di Dio.

C'è solo un modo per guarire dalla malattia del giudizio. Nel nostro tribunale permanente far entrare, e mettere al centro, il Crocifisso.


(Sir 27,5-8; Sal 91; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45)


P.S.: A proposito del Crocifisso della foto rimando a questo mio vecchio post.


17 febbraio 2022

Chi sono i miei nemici? - 20/2/2022 - VII Domenica tempo ordinario

Il buon Samaritano
Cappella del SS. Sacramento, cattedrale di Santa Maria Reale - Madrid
(p. M. Rupnik s.j.)



«Amate i vostri nemici»
Esortazione molto difficile, che presuppone di sapere chi sono i miei 'nemici', perché per amarli li devo riconoscere, guardare in faccia. E non è sempre facile.

Un primo 'nemico' è l'altro, cioè il diverso, quello che non ha i miei gusti, che non condivide i miei punti di vista. Quello che, senza nessuna cattiva volontà da parte di entrambi, non posso proprio soffrire, con il quale non risulta possibile nessuna intesa.
Poi c'è quello che mi dà sempre contro, che qualsiasi cosa faccia trova sempre motivo di critica. Sembra quasi che faccia apposta a controbattere qualsiasi mia idea o iniziativa. Non mi lascia passare niente.
C'è inoltre quello che davanti è cordiale, sorridente, ma poi, appena mi volto, è subito pronto a pugnalarmi alle spalle, a sparlare di me.
C'è quello sempre pronto ad approfittare, a chiedere favori e piaceri, ma altrettanto veloce a trovare scuse per non contraccambiare se io ho bisogno di qualcosa.
C'è quello che di proposito mi fa del male con la calunnia, l'insinuazione pesante. Quello che prova piacere quando riesce ad umiliarmi.

Sono tutti questi i nemici (e tanti altri ancora) che Dio mi chiede di amare, di benedire, di essere destinatari delle mie preghiere. Un tedesco, pastore protestante, che per aver predicato contro Hitler finì anche internato nei lager, alla fine della guerra, riacquistata la libertà, al termine delle sue preghiere, pregava sempre anche per Hitler. A chi si meravigliava di questo e gli domandava come facesse a pregare per una persona simile dopo tutto quello che aveva fatto, lui rispondeva: "Ma Gesù è morto in croce anche per lui".

Dio mi domanda di non accettare la situazione di inimicizia come definitiva. Mi domanda di darmi da fare per smuoverla, di cercare di rovesciarla. Mi domanda di non rassegnarmi a che il nemico rimanga tale.
Mi domanda di abbandonare il terreno delle ripicche, delle separazioni e di addentrarmi in quello del perdono, della mano tesa, dell'abbraccio. Dell'amore.
Ma non mi chiede di camminare in questo terreno da solo. Sa benissimo che mi sarebbe quasi impossibile. Mi chiede di prendere la sua mano e di avanzare insieme a Lui, mi è sempre affianco, pronto a sostenermi, ad aiutarmi.
A ricordarmi che con la Croce, Lui ha già perdonato tutti, ma proprio tutti. Me per primo.


(1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; Sal 102; 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38)


10 febbraio 2022

Dio è stanco di vederci soffrire - 13/2/2022 - VI Domenica tempo ordinario

Duomo di S. Donà di Piave - Cappella del Santissimo
(p. M. Rupnik s.j.)



Con il discorso delle Beatitudini, Gesù sviluppa l'annuncio che aveva fatto nella sinagoga di Nazareth. Adesso chiarisce che la "buona notizia" è rivolta soprattutto ai poveri e agli infelici.

Gesù annuncia che il suo regno è un capovolgimento totale delle nostre aspettative, delle nostre prospettive. È un cambio di 180 gradi della situazione attuale. La sua giustizia si manifesta ristabilendo l'equilibrio rotto dal nostro egoismo, le posizioni vengono rovesciate a favore dei deboli, degli esclusi, delle vittime, di tutti quelli che per la società non contano.
Questo lo fa come continuazione del cantico di Anna (1Sam 2, 4-5), come eco di sua madre che nel Magnificat cantava:
«ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
»
Gesù dice che adesso, con la sua venuta, nel mondo c'è un altro ordine, una diversa gerarchia di valori.

Ma questa nuova gerarchia non viene stabilita con un codice di leggi, ma viene proclamata con delle beatitudini.
Il cristianesimo non è una religione del dovere, cioè di quelli che sono bravi, ma è una religione della chiamata alla felicità. Gesù ci dice «beati», mai "bravi".
La beatitudine della Bibbia non è mai un desiderio, un augurio, una promessa. È sempre una constatazione, un rallegrarsi, un felicitarsi da parte di Dio. I destinatari di questo annuncio sono già beati nel momento in cui Dio si rallegra, danza di gioia insieme a loro.

I poveri, gli affamati, gli afflitti e i perseguitati (i destinatari delle 4 beatitudini di Luca), in fondo, sono tutti in una situazione di infelicità, di privazione di beni materiali, di soffocamento delle loro esigenze fondamentali. Sono tutti dei poveri di qualcosa.
Ma Gesù non consacra la povertà come condizione per accogliere il regno di Dio. Pensare questo vuol dire legittimare l'ingiustizia e l'egoismo umano. Neppure dice che la povertà sia moralmente migliore della ricchezza. Il Regno rimane un libero dono del Padre, non conquista dell'uomo.
Gesù ci dice che il Padre non è un contabile o un notaio. Con le Beatitudini, Gesù ci dice: "Beati i poveri perché Dio è stanco di vedervi soffrire, perché Dio ha deciso di mostrarvi che vi ama" (Jacques Dupont O.S.B.)
Non dobbiamo tradurre le Beatitudini in un amore alla povertà, ma nell'amore ai poveri. L'ideale non è la povertà, ma l'amore. Amore che si deve esprimere nella condivisione, nel trasformare i beni in sacramento di fraternità.


(Ger 17,5-8; Sal 1; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26)


03 febbraio 2022

La forza della parola - 6/2/2022 - V Domenica tempo ordinario

 

Vi farò pescatori di uomini
mosaico Cappella Conferenza Episcopale Spagnola - Madrid
p. M. Rupnik s.j.

Il Vangelo di oggi sembra quasi uno spezzone di un film: sono tre scene in rapida successione che raccontano 'qualcosa'.
La prima scena presenta Gesù maestro delle folle che fanno ressa attorno a Lui per ascoltarlo.
La seconda presenta, dopo la predicazione, il miracolo di una pesca molto particolare.
La terza, infine, presenta Gesù che compie una radicale trasformazione nella vita di alcune persone: non saranno più pescatori di pesci, ma di uomini. Qui Gesù si serve del loro mestiere, ma per cambiarlo, per dargli una direzione e un senso diverso, nuovo.

Ma al di là degli elementi esteriori c'è, oltre a Gesù, un altro elemento fondamentale comune a tutte e tre le scene: la parola. E più precisamente: la potenza della parola.
Il protagonista, Gesù, è forte solo della sua parola. Parola che è efficace, trasformante. Il vero protagonista in fondo è una Parola che ha in sé potenza, vita, energia. La stessa Parola che ha creato l'universo , il mondo, la vita, adesso si manifesta nell'insegnamento, nella pesca e nella chiamata dei discepoli.
È la Parola che dagli ascoltatori "crea" i clienti del regno, "crea" ciò l'esperienza lavorativa di tutta una vita non era riuscita ad ottenere, cioè una pesca abbondante, e infine, da dei semplici pescatori "crea" dei discepoli.

È nell'episodio centrale che si vede bene la forza della parola. Pietro usa la parola dell'esperienza e dell'insuccesso recente.
Ma poi: «... sulla tua parola getterò le reti». Il vero miracolo è questo: fidarsi totalmente di una parola, aggrapparsi solo a questa parola nonostante tutte le parole contrarie che vengono dalla pratica e dalla 'realtà conosciuta'
Il vero miracolo non è nelle reti gonfie fino a strapparsi, ma nelle reti gettate "sulla sua parola".

La parola di Dio non è solo insegnamento, è anche atto creatore, amore che dona vita e gioia.
Dio ha parlato ed ecco il mondo, la luce, le acque, gli animali.
Gesù parla ed ecco i malati guariti, le tempeste cessate, i peccatori perdonati, i morti che tornano a vivere.
La parola di Dio è sempre efficace, non va mai a vuoto, produce sempre un effetto (vedi Is 55, 10-11). La parola di Dio è sempre sacramentale. Siamo noi che abbiamo sconsacrato le parole, le abbiamo profanate prendendole alla leggera o calpestandole.
Dobbiamo lasciarci coinvolgere esistenzialmente dalla Parola di Dio in modo che anche le nostre parole tornino a dire qualcosa, tornino ad essere "fatti" e non chiacchiere.


(Is 6,1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11)


P.S.: A proposito di parole 'maltrattate' c'è questo bellissimo episodio della vita di Martin Buber


01 febbraio 2022

Parola sovraccarica

Martin Buber

 

Qualche tempo fa fui ospite di un nobile pensatore anziano.
Lo avevo conosciuto in occasione di un congresso in cui egli teneva una conferenza sulla scuola popolare ed io parlavo sulle università popolari; ci avvicinò il fatto che entrambi concepivamo la parola «popolo» in un senso ampio, complesso.

Allora ero rimasto felicemente sorpreso quando l'uomo dai capelli ricciuti e grigi, all'inizio del suo discorso, ci aveva esortato a dimenticare tutto ciò che credevamo di aver appreso sulla sua filosofia dai suoi libri; negli ultimi anni – erano stati anni di guerra – la realtà gli si era tanto avvicinata da indurlo a rivedere e conseguentemente a ripensare ogni cosa.

Essere vecchio è una cosa meravigliosa, se non si dimentica che cosa significhi incominciare; quell'anziano signore l'aveva probabilmente imparato solo nella vecchiaia; egli non cercava di apparire giovane, dimostrava l'età che aveva, ma in modo giovanile, aperto.
Viveva in una città universitaria. Abitai presso di lui quando fui invitato da un gruppo di teologi di quella università a parlare sulla profezia. Nella sua casa regnava uno spirito buono: lo spirito che vuole andare nella vita, senza prescrivere alla vita dove deve farlo entrare.

Un mattino mi alzai presto per leggere le bozze della prefazione di un mio libro, ricevute la sera precedente; poiché si trattava di una specie di autoconfessione, desideravo rileggerla attentamente prima di darla alle stampe.
Scesi nello studio che mi era stato offerto come luogo di lavoro, se ne avessi avuto bisogno, e vi trovai già seduto alla scrivania l'anziano signore. Dopo il saluto mi domandò subito dello scritto che avevo in mano e, saputone il contenuto, mi chiese se ero disposto a leggerlo ad alta voce.
Accettai volentieri. Egli ascoltò gentilmente anche se con meraviglia e alla fine con evidente stupore.

Quando ebbi terminato egli intervenne, dapprima esitante e poi sempre più appassionatamente, trascinato dall'argomento che gli stava a cuore e disse: «Come fa a pronunciare tante volte la parola Dio? Come può aspettarsi che i lettori accolgano questo nome nel modo in cui lo vorrebbe saper inteso? Quel che intende lei con questa parola è al di sopra di ogni capacità umana di afferrare e di comprendere, proprio questo essere al di sopra lei vuole indicare; ma, pronunciando questa parola, la lascia in balia dell'uomo. Quale altra parola del linguaggio umano fu così maltrattata, macchiata e deturpata? Tutto il sangue innocente, che venne versato in suo nome, le ha tolto il suo splendore. Tutte le ingiustizie che fu costretta a coprire hanno offuscato la sua chiarezza. Qualche volta sentire nominare l'Altissimo col nome di Dio mi sembra un'imprecazione».

Gli occhi chiari come quelli di un bambino lampeggiavano. La voce stessa era infiammata. Poi, per un po', ci sedemmo di fronte in silenzio. La stanza era inondata dalla chiarezza del primo mattino. Mi sembrava che con la luce entrasse in me una forza. Non posso riferire esattamente ciò che risposi, posso soltanto accennare al discorso di allora.

Sì – risposi – è la parola più sovraccarica di tutto il linguaggio umano. Nessun'altra è stata tanto insudiciata e lacerata. Proprio per questo non devo rinunciare ad essa. Generazioni di uomini hanno scaricato il peso della loro vita angustiata su questa parola e l'hanno schiacciata al suolo; ora giace nella polvere e porta tutti i loro fardelli.
Generazioni di uomini hanno lacerato questo nome con la loro divisione in partiti religiosi; hanno ucciso e sono morti per questa idea e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue.

Dove potrei trovare una parola che gli assomigliasse per indicare l'Altissimo? Se prendessi il concetto più puro e più splendido della tesoreria più riposta dei filosofi, vi potrei trovare soltanto una pallida idea ma non la presenza di colui che intendo, di colui che generazioni di uomini con le loro innumerevoli vite e morti hanno onorato e denigrato. Intendo parlare di quell'Essere a cui si rivolge l'umanità straziata ed esultante.

Certamente essi disegnano caricature e scrivono sotto Dio; si uccidono a vicenda e lo fanno in nome di Dio. Ma quando scompare ogni illusione e ogni inganno, quando gli stanno di fronte nella oscurità più profonda e non dicono più Egli, Egli, ma sospirano Tu, Tu, ed implorano Tu, intendono lo stesso essere; e quando vi aggiungono Dio, non invocano forse il vero Dio, l'unico vivente, il Dio delle creature umane?
Non è forse lui che li ode? Che li esaudisce?

La parola Dio non è forse proprio per questo la parola dell'invocazione, la parola divenuta nome, consacrata per tutti i tempi in tutte le lingue umane?
Dobbiamo stimare coloro che la interdicono, perché essi si oppongono al torto e al sopruso che così spesso fanno appello a Dio per giustificarsi; ma non dobbiamo abbandonarla.

Si possono comprendere coloro che propongono di non parlare più per un certo periodo delle cose ultime per redimere le parole di cui si è abusato. Ma in tal modo non si possono redimere. Non possiamo lavare di tutte le macchie la parola Dio e nemmeno lasciarla integra; possiamo però sollevarla da terra e, macchiata e lacera com'è, innalzarla sopra un'ora di grande dolore.

La stanza si era fatta molto chiara. La luce non fluiva più, c'era.
L'anziano signore si alzò, mi pose la mano sulla spalla e disse: «Vogliamo darci del tu?».
Il colloquio era finito. Poiché dove due sono veramente uniti, lo sono nel nome di Dio.

(Martin Buber, L'eclissi di Dio, pp. 20-23, Oscar Mondadori 1990)