03 aprile 2025

Noi non siamo il nostro peccato - 6/4/2025 - V Domenica Quaresima

Gesù e l'adultera
(affresco XII sec.)
Basilica Benedettina di Sant'Angelo in Formis

 
 
Usano una donna per cercare di incastrare Gesù. Pare quasi che siano contenti di averla colta in fallo in modo da avere l'esca perfetta per prendere il pesce grosso. Sono disposti ad ammazzare una persona pur di raggiungere il loro scopo.
Gesù scrive sul selciato del tempio, lo sguardo fisso a terra. Quando ci lasciamo prendere dai nostri furori accusatori, dalla nostra smania giustizialista, Gesù evita persino di incrociare il nostro sguardo. "Il primo sguardo di Gesù non va mai sul peccato delle persone, ma sempre sulla sofferenza" (Johann Baptist Metz)
 
«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» Gesù non rinnega la Legge, chiede solo che chi si erge a paladino della Legge sia il primo a praticarla. E se ne andarono tutti. Siamo sempre pronti a vedere i peccati degli altri, ma con la stessa facilità ci dimentichiamo dei nostri.
 
La donna e Gesù rimangono soli, e Gesù si alza. Si alza davanti alla donna come ci si alza davanti ad una persona importante, con rispetto e per esserle più vicino.
Gesù si alza, si avvicina e le parla. Nessuno le aveva ancora parlato. La chiama "donna", allo stesso modo che ha usato per sua madre a Cana e che userà sul Calvario. Non è più la peccatrice. È donna di nuovo.
Gesù si alza e adesso scrive nel cuore della donna. E scrive: "Tu non sei il tuo peccato. Non sei un'adultera, ma una donna; fragile, è vero, ma capace di amare ancora, amare molto, e per questo perdonata".
 
Le apre il futuro: «Va' e d'ora in poi non peccare più». Sono parole che bastano a cambiare una vita. Qualunque cosa quella donna abbia fatto, non rimane più nulla: cancellato, annullato, azzerato. Gesù traccia di nuovo in lei l'immagine della donna autentica, l'innocenza delle origini. Dono, non premio, che si riceve ogni giorno dalle mani di Dio. La donna "se ne va graziata, non giudicata" (Louis Evely).
 
È un vangelo, questo, che ha destato, e tante volte desta ancora, scandalo. Dimentichiamo che Dio non ci perdona perché lo meritiamo. Dio ci perdona perché ha fiducia in noi, perché vede oltre il nostro peccato, i nostri errori. Mi perdona per un atto di fede in me, dietro i miei tanti peccati vede quel poco di bene che potrò ancora fare.
Perdona perché il peccato non rivela mai la verità di un figlio di Dio. La rivelano invece i suoi germi buoni, quel pezzo di Dio che c'è in ogni essere umano. Dio perdona perché al centro non mette la regola da osservare, ma il bene che deve fiorire. Scrive Simone Weil: "Mettere la legge prima della persona è l'essenza della bestemmia!".
 
«Va' e d'ora in poi... ». Gesù è sovranamente indifferente verso il mio passato di peccati. Lui è il Dio del futuro, del bene di domani che conta più del male di oggi. I padri del deserto dicevano che il signore del passato è il diavolo. Dio il mio passato se lo butta dietro le spalle. "Dio di misericordia, tu nascondi il nostro passato nel cuore di Cristo e del nostro futuro te ne prendi cura" (fr. Roger)
 
 

 
Letture:
Isaia 43,16-21
Salmo 125
Filippesi 3,8-14
Giovanni 8,1-11
 
 

27 marzo 2025

Un Padre troppo buono - 30/3/2025 - IV Domenica Quaresima - Lætare

 
Il ritorno del figliol prodigo
Marc Chagall
Dipinto su tela - 1975

 
Alla fine del prologo al suo Vangelo, Giovanni ci spiega la missione di Gesù: "rivelarci il vero volto di Dio" (cfr. Gv 1, 18). Gesù ci rivela un Dio che è prima di ogni altra cosa un Padre. Ma non un padre arcigno, corrucciato, sempre pronto al giudizio, un padre-padrone insomma.
 
Quello che ci rivela Gesù nel brano di oggi è un Padre che è misericordia, comprensione e incoraggiamento. Un Padre che non aspetta il tuo pentimento per poi perdonarti, ma che col suo perdono spera che tu ti penta. E questo perché «questo figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».
È un padre che non costringe ma ti libera, non pretende ma ti attende con infinita pazienza, non si offende ma ti corre incontro, non punisce ma ti abbraccia e bacia, ti restituisce la bellezza dell'abito nuovo, ti dona l'anello della signoria, fa festa per te e con te. Non condanna ma salva, non rinfaccia ma attende, ascolta e accoglie.
 
La conversione non è quindi una questione di volontà o un atto psicologico interiore. La conversione è soprattutto fare l'esperienza di chi è veramente Dio; è smettere di pensare a 'Dio giudice' e iniziare a pensare al 'Padre amoroso e misericordioso'. È iniziare a vivere questo Padre che abbraccia, che bacia e fa festa sempre per il figlio, per tutti i suoi figli, che è come una madre sempre disponibile perché completamente vulnerabile di fronte al figlio delle proprie viscere.
La vera conversione non parte né dal rimorso per il proprio peccato né dall'essere smascherati nella propria pseudo-giustizia, ma può essere solamente il frutto dello Spirito Santo nell'esperienza donata dal Figlio Gesù dell'amore misericordioso del Padre. Conversione non è guardare il proprio peccato, ma avere occhi solo per l'amore di Dio.
 
Però un Dio così non è facile da accettare. Siamo troppo spesso d'accordo col figlio maggiore; pensiamo che, se non ci fosse questa storia del Paradiso... In fondo il peccato sembra molto più divertente della virtù. Siamo talmente presi dal capretto che non abbiamo avuto il coraggio di chiedere, che non ci rendiamo conto che la gioia dell'amore del Padre è la festa più meravigliosa che ci sia, una festa che è di ogni istante di vita.
Un Dio che ci perdona in modo che possiamo renderci conto di aver sbagliato, ci spiazza, è totalmente al di fuori dei nostri schemi mentali.
Chi sa di aver sbagliato riesce ad accettare il perdono gratuito, ma chi si ritiene 'giusto' si scandalizza.
È molto difficile lasciarsi amare. È proprio vero, la conversione più difficile è quella dei 'buoni'.
 
 

 
Letture:
Giosuè 5,9-12
Salmo 33
2Corinti 5,17-21
Luca 15,1-3.11-32
 
 

20 marzo 2025

Dio ama per primo - 23/3/2025 - III Domenica Quaresima

 
... finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime

 
"Dov'è Dio?" è la domanda che, soprattutto di fronte al dolore innocente, ci sorge spontanea. E altrettanto forte è la tentazione di vedere le disgrazie come una punizione di Dio per le nostre colpe.
Gesù prende le difese sia di Dio che delle vittime di disgrazie: non è Dio che arma la mano di Pilato o che abbatte torri. Dio non aggiunge sangue a sangue, non ha colpe da punire.
Dio è lì, è certamente presente in ogni sofferenza. Ma non si frappone fra vittima e carnefice, viene crocifisso con la vittima; non spezza le lance degli uccisori, ne è trafitto insieme; non fa da scudo ai detriti che precipitano, ne viene travolto insieme.
Ne sono certo: Dio si coinvolge, sempre! Potente come l'amore. Impotente come l'amore. Perché può solo ciò che può l'amore. Dio sta nel riflesso più profondo delle lacrime. Si fa confine alle mie lacrime per mezzo della speranza, della risurrezione. Perché ogni istante Dio è crocifisso nei suoi figli sulle infinite croci della terra.
 
«Se non vi convertirete, perirete tutti» La gente va da Gesù a porgli problemi di altri ed è invece richiamata a guardarsi dentro. Nelle varie disgrazie, nei vari sconvolgimenti che succedono, noi leggiamo solo degli eventi storici, eventi di altri, e non un appello alla nostra conversione.
Dov'è Dio? No. La vera domanda risuona fin dall'inizio ed è l'accorato appello di Dio: «Adamo, dove sei?» (Gen 3,9). Se l'uomo non cambia, se non imbocca altre strade, se non si converte in costruttore di alleanza, di libertà, di rispetto per la terra e la vita, questo mondo andrà in rovina perché fondato sulla sabbia della violenza e dell'ingiustizia.
 
L'ultima parabola mostra Dio che viene nella pazienza di un contadino. "Forse l'anno prossimo porterà frutto" in questo 'forse' c'è il miracolo della fede di Dio in noi. Lui crede in me prima ancora che io dica sì. Il tempo di Dio è l'anticipo, il suo amore previene, la sua misericordia anticipa il mio pentimento, la pecora perduta è trovata e raccolta mentre è ancora lontana e non sta tornando, il padre abbraccia il figlio prodigo e lo perdona prima ancora che apra bocca.
L'infinito amore di Dio è anche la sua infinita pazienza. Perché l'amore ha bisogno della pazienza per non lasciar spegnere la fiamma. Un proverbio arabo dice che "il deserto fiorisce nella pazienza", e l'amore è un contadino capace di attendere.
 
 

 
Letture:
Esodo 3,1-8.13-15
Salmo 102
1Corinti 10,1-6.10-12
Luca 13,1-9
 
 

18 marzo 2025

"Bello Mondo" di Mariangela Gualtieri

 

Mariangela Gualtieri



Bello mondo

 

In quest'ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l'amore, che ti fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l'arte dell'amicizia
per l'ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini

 

e per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare
senza uno stupore antico

 

e per il mare
che è il più vicino e il più dolce
fra tutti gli Dèi
ringraziare desidero
perché sono tornate le lucciole
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati
per la bellezza delle parole
natura astratta di Dio
per la scrittura e la lettura
che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo

 

per la quiete della casa
per i bambini che sono
nostre divinità domestiche
per l'anima, perché se scende dal suo gradino
la terra muore
per il fatto di avere una sorella
ringraziare desidero per tutti quelli
che sono piccoli, limpidi e liberi
per l'antica arte del teatro, quando
ancora raduna i vivi e li nutre

 

per l'intelligenza d'amore
per il vino e il suo colore
per l'ozio con la sua attesa di niente
per la bellezza tanto antica e tanto nuova

 

io ringraziare desidero per le facce del mondo
che sono varie e molte sono adorabili
per quando la notte
si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati
per l'attenzione
che è la preghiera spontanea dell'anima
per tutte le biblioteche del mondo
per quello stare bene fra gli altri che leggono
per i nostri maestri immensi
per chi nei secoli ha ragionato in noi

 

per il bene dell'amicizia
quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d'amore
per l'amore che rende impavidi
per la contentezza, l'entusiasmo, l'ebbrezza
per i morti nostri
che fanno della morte un luogo abitato.

 

Ringraziare desidero
perché su questa terra esiste la musica
per la mano destra e la mano sinistra
e il loro intimo accordo
per chi è indifferente alla notorietà
per i cani, per i gatti
esseri fraterni carichi di mistero
per i fiori
e la segreta vittoria che celebrano
per il silenzio e i suoi molti doni
per il silenzio che forse è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.

 

Io ringraziare desidero
per Borges
per Whitman e Francesco d'Assisi
per Hopkins, per Herbert
perché scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e non arriverà mai all'ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.
Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per gli intimi doni che non enumero
per il sonno e la morte
quei due tesori occulti.

 

E infine ringraziare desidero
per la gran potenza d'antico amor
per l'amor che se move il sole e l'altre stelle.
E muove tutto in noi.

 

Mariangela Gualtieri

 

13 marzo 2025

Dal deserto alla visione - 16/3/2025 - II Domenica Quaresima

Trasfigurazione (vetrata)
église de la Réconciliation - Taizé
(foto J.C.)

 
 
Continua il cammino quaresimale. Dal deserto passiamo alla visione. Dalla domenica del buio delle tentazioni a quella della luce sfolgorante.
In ognuno di noi c'è un seme di luce posto nel nostro intimo più profondo. E questo seme brama di schiudersi, di aprirsi al mondo. Siamo gravidi di luce, ma non solo noi, infatti «tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22).
Ogni essere umano è come un'icona non ancora terminata, dipinta però su un fondo d'oro luminoso e prezioso, un cuore di luce: la somiglianza con Dio. Vivere non è altro che la fatica aspra e gioiosa allo stesso tempo, di liberare tutta la luminosità e la bellezza nascoste in noi.
Sul Tabor la forza della luce è tale da confondere Pietro che «non sapeva che cosa diceva». Però sul monte questa luce rimane esterna all'uomo.
 
Perché diventi forza interiore, ci sono da percorrere i due sentieri indicati dal brano.
 
«Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto». Gesù si trasfigura mentre prega. La preghiera ci trasforma, diventiamo ciò che guardiamo con gli occhi del cuore. L'uomo diventa ciò che ama, diventa ciò che prega. Così la preghiera inizia ad illuminare l'anima, per poi illuminare il volto dell'orante. "La luce del Tabor, scintilla impercettibile o fiume di fuoco, ci è ancora e sempre donata, nella Parola, nel Pane e nel vino, nell'amore" (Olivier Clément).
 
La seconda strada è un verbo, ed è il vertice del racconto: «Ascoltatelo». Ascoltarlo col cuore significa venire trasformati. La sua Parola guarisce, fa fiorire la vita, cambia il cuore, è luce nella nostra notte.
 
Spenta la luce della Trasfigurazione, resta Gesù solo, parola definitiva di Dio. Il Padre ha preso la parola per scomparire dietro la parola del Figlio: «ascoltate Lui».
La fede giudaico-cristiana è una religione dell'ascolto: sali sul monte per vedere, e sei rimandato all'ascolto; scendi dal monte, e ti rimane nella memoria l'eco dell'ultima parola: Ascoltatelo. La visione cede all'ascolto.
 
Il mistero di Dio, come quello dell'uomo, è ormai tutto in Gesù. Quel Volto di luce è il punto di arrivo, la meta definitiva del creato. Ma se adesso splende di luce, nell'ultima notte, sul monte degli ulivi, stillerà sangue. Sangue e luce sono inseparabili: la verità risplende non solo sulla montagna dell'estasi, ma nel cuore stesso delle sofferenze degli uomini, della loro morte.
La croce senza la trasfigurazione è cieca; la trasfigurazione senza la croce è vuota. Il cristianesimo è tenere insieme croce e pasqua in un Volto intriso di dolore e bagnato di luce.
Lacrime che scavano solchi di luce nel volto degli uomini e delle donne.
 
 

 
Letture:
Genesi 15,5-12.17-18
Salmo 26
Filippesi 3,17- 4,1
Luca 9,28-36
 
 

06 marzo 2025

Quaresima: dal deserto delle tentazioni al giardino della Resurrezione - 9/3/2025 - I Domenica Quaresima

 
Le tentazioni di Gesù nel deserto
mosaico (XIII secolo)
Basilica di San Marco, Venezia

 
Inizia la Quaresima, cammino che va dal deserto di pietre e tentazioni al giardino del sepolcro vuoto, fresco e risplendente nell'alba della Resurrezione. Quindi un cammino verso la vita più piena. Dalle ceneri sul capo alla luce che «fa risplendere la vita» (cfr. 2Tm 1,10).
Il deserto e il giardino sono luoghi biblici che contengono un progetto di salvezza integrale che avvolgerà e trasfigurerà ogni cosa esistente, l'umanità e tutte le creature.
La Quaresima non è solamente un percorso di penitenza, è soprattutto un cammino di riconciliazione e comunione; non di sacrifici ma di germogli. L'uomo non è solamente polvere o cenere, ma è figlio di Dio e simile a un angelo (cfr. Eb 2,7) e la cenere posta sul capo non è segno di tristezza ma di nuovo inizio. Siamo invitati alla ripartenza sempre e comunque, anche incominciando dal quasi niente di un pizzico di cenere tra i capelli.
 
Le tentazioni nel deserto sono la prova cui è sottoposto il progetto di Gesù sul mondo e l'uomo, il suo modello di Messia, inedito e stravolgente, e il suo stesso modo di essere Dio. Ma sono anche le tentazioni di sempre di ogni essere umano. C'è un crescendo nelle tre prove: vanno da me, agli altri, a Dio.
 
La prima tentazione: pietre o pane? Una piccola alternativa che Gesù fa saltare. Siamo fatti per cose più grandi; il pane è buono, è nel Padre Nostro, è indispensabile, ma più importanti ancora sono altre cose: le creature, gli affetti, le relazioni. È l'invito a non accontentarsi, a non ridurre i nostri sogni a denaro o ad oggetti.
 
Poi il tentatore alza la posta. È come se il diavolo dicesse a Gesù: Vuoi cambiare il mondo? Allora usa il potere, la forza, occupa i posti chiave. Sei un illuso se pensi di salvare il mondo con niente, con l'amore, addirittura con la croce! Vuoi avere gli uomini dalla tua parte? Assicuragli pane e divertimento, allora ti seguiranno!
Ma Gesù vuole liberare l'uomo, non impossessarsene. Lui sa che il potere non ha mai liberato nessuno. Dio non cerca schiavi ossequienti e osannanti, ma figli che siano liberi, generosi e amanti. Il male del mondo non sarà vinto da altro male, ma dal silenzioso e nascosto lavorio di cuori buoni e giusti.
 
L'ultimo gradino demolisce la fede facendone l'imitazione: "Chiedi a Dio un miracolo". E ciò che sembra essere il massimo della fede, ne è invece la caricatura: non fiducia in Dio ma ricerca del proprio vantaggio, non amore di Dio ma amore di sé, fino alla sfida: Buttati e verranno gli angeli.
Gesù risponde che non verranno gli angeli, ma «la Parola opera in voi che credete» (1Ts 2,13). Dio interviene con il miracolo umile e tenace della sua Parola: lampada ai miei passi; pane alla mia fame; mutazione delle radici del cuore perché germoglino relazioni nuove con me stesso, con gli altri, con il creato e con Dio.
 
 

 
Letture:
Deuteronomio 26,4-10
Salmo 90
Romani 10,8-13
Luca 4,1-13
 
 

27 febbraio 2025

Coltivare il cuore - 2/3/2025 - VIII Domenica Tempo Ordinario

albero pieno di buoni frutti
(foto J.C.)

 
 
C'è differenza tra vedere e guardare. Vedere è cogliere qualcosa con la vista in maniera poco approfondita o involontaria. Guardare invece significa soffermare il proprio sguardo con maggiore attenzione. Chi vede, percepisce. Chi guarda, controlla, studia.
«Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello?» Troppo spesso noi non ci limitiamo a 'vedere' i difetti degli altri, ma osserviamo con attenzione, fissiamo lo sguardo sulle pagliuzze, cioè su sciocchezze, su piccole cose storte. Troppe volte non vediamo i tanti lati positivi di una persona perché siamo troppo occupati a scoprire i suoi difetti, i suoi punti deboli.
 
Gesù ci ricorda che il difetto più grande non è nell'altro, ma in noi, nei nostri occhi, nel nostro sguardo.
Gesù ci dice che lo sguardo di Dio è diverso: Dio guarda con sguardo benedicente.
«Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). Il Dio biblico è un Dio felice, che non solo vede il bene, ma lo emana, perché ha un cuore di luce e il suo occhio buono è come una lampada che dove si posa diffonde luce e amore (Mt 6,22).
 
«Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo». La morale evangelica non è un'etica di perfezione, ma di semi sparsi con abbondanza, di frutti buoni, di mani e cuori aperti per abbracciare. Dio non cerca alberi senza difetti, con nessun ramo spezzato dalla bufera, contorto di fatica, bucato dal picchio o dall'insetto. Per Dio l'albero giunto a perfezione, non è quello senza difetti, ma quello piegato dal peso di tanti frutti gonfi di sole e di succhi buoni. Così, nell'ultimo giorno, che non è tribunale ma rivelazione della verità del nostro vivere, il dramma non saranno le nostre mani forse sporche, ma le mani desolatamente vuote, senza frutti buoni offerti alla fame altrui, senza pane spezzato, senza sorrisi, senza lacrime asciugate.
 
La vita piena è donare.
Guardiamo gli alberi: non crescono per sé stessi: alla quercia e al castagno,per riprodursi, basterebbe una ghianda, un riccio, ogni trent'anni. Invece ad ogni autunno offrono un mare di frutti, uno spreco di semi, un eccesso di raccolto. È vita a servizio della vita, degli uccelli del cielo, degli insetti affamati, degli esseri umani, della terra.
Anche la persona, per star bene, deve dare, è la legge della vita: deve farlo il figlio con la sua vitalità, il marito col suo amore, la moglie, la mamma con il suo bambino, l'anziano con i suoi ricordi.
"Ogni uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore". La nostra vita è viva se abbiamo coltivato tesori di speranza, la passione per il bene possibile, per un sorriso possibile, una società dove sia possibile vivere meglio per tutti. La nostra vita è viva quando ha cuore. Gesù porta a compimento la religione antica su due direttrici: la linea della persona, che viene prima della legge, e poi la linea delle radici buone, del cuore. Cuore da coltivare come un Eden; da condividere come il pane; da custodire con ogni cura perché è la fonte della vita (Prov 4, 23).
 
 

 
Letture:
Siracide 27,5-8
Salmo 91
1 Corinzi 15,54-58
Luca 6,39-45
 
 

20 febbraio 2025

Amare i nostri nemici - 23/2/2025 - VII Domenica Tempo Ordinario


 

 
 
Ci sono brani del Vangelo che ti fanno capire quanto sei ancora lontano dall'essere realmente un cristiano. Tra tutti questi brani, per me quello di oggi è il più duro. Dopo avermi fatto volare alto la settimana scorsa con le Beatitudini, oggi non solo mi toglie la terra da sotto i piedi, ma mi taglia anche i fili del paracadute.
 
Gesù inizia con un 'voi' generico, così le esortazioni "amate, fate del bene, benedite, pregate", anche se abbastanza ostiche, risultano un po' sfuocate, mi lasciano quasi una fessura per cercare di sfuggirle, un alibi per delegare ad altri questi compiti.
Ma poi Gesù mi guarda negli occhi e passa al 'tu', non mi lascia scampo, è proprio a me che sono rivolte le sue parole. Sono io che devo "porgere l'altra guancia, non rifiutare, dare, non chiedere indietro".
E con questo mi toglie ogni via di fuga, ogni alibi.
Gesù mi chiede un amore concreto, fatto di mani, di tuniche, di prestiti, di verbi concreti, perché non è vero amore se non c'è un fare.
Nell'equilibrio mondano del dare e dell'avere, Gesù introduce il disequilibrio divino: date senza limiti; amate perfino gli 'inamabili'. Fai tu il primo passo, perdonando, ricominciando, amando senza aspettare d'essere riamato. Fai come fa Dio.
 
Questo Vangelo rischia però di essere un supplizio, una tortura, un volontarismo per tentare cose impossibili. Nessuno può vivere questo Vangelo a colpi di volontà, neppure i più bravi tra noi. Lo si può fare solo attingendo alla sorgente: il cuore di Dio, la vita di Dio. Vita in cui radicarsi. Di cui lasciarsi riempire. Dio di cui essere figli.
 
Gesù non cerca eroi nel suo regno, ma semplici esseri umani. Infatti dice: "ciò che volete per voi, fatelo voi agli altri".
Io imparerò ciò che devo fare ascoltando il mio desiderio. E ciò che più desidero è questo: essere amato, che qualcuno mi benedica, che si preghi per me; desidero che si abbia fiducia in me e mi si perdoni; che mi si incoraggi, si abbia stima di ciò che ho di buono e si ritenga di poco conto ciò che ho di cattivo.
Questo desidero per me, questo cercherò di dare agli altri. Sarà il cammino della mia perfezione.
 
Il filosofo Nikolai Berdyaev scrisse: "All'inizio, Dio disse a Caino: Cosa hai fatto di tuo fratello Abele? Nell'ultimo giorno, dirà ad Abele: Cosa hai fatto di tuo fratello Caino?" Abele risorgerà non per la vendetta, ma per custodire Caino.
La terra sarà nuova quando le vittime si prenderanno cura dei carnefici. Fino a cambiarne il cuore. L'amore è 'ri-creatore'. Quando Abele si farà prossimo al suo uccisore, allora il Regno di Dio sarà davvero prossimo ad ogni cuore d'uomo.
 
 

 
Letture:
1 Samuele 26,2.7-9.12-13.22-23
Salmo 102
1 Corinzi 15,45-49
Lc 6,27-38
 
 

13 febbraio 2025

Chiamata alla felicità - 16/2/2025 - VI Domenica Tempo Ordinario

 
Il monte delle Beatitudini

 
Con il discorso delle Beatitudini, Gesù sviluppa l'annuncio che aveva fatto nella sinagoga di Nazareth. Adesso chiarisce che la "buona notizia" è rivolta soprattutto ai poveri e agli infelici, "che Dio ha un debole per i deboli" (padre Ermes Ronchi).
 
Gesù annuncia che il suo regno è un capovolgimento totale delle nostre aspettative, delle nostre prospettive. È un'inversione ad U della rotta attuale. La sua giustizia si manifesta ristabilendo l'equilibrio rotto dal nostro egoismo, le posizioni vengono rovesciate a favore dei deboli, degli esclusi, delle vittime, di tutti quelli che per la società non contano.
 
Questa nuova gerarchia non viene stabilita con un codice di leggi, ma viene proclamata con delle beatitudini. Il cristianesimo non è una religione del dovere, cioè di quelli che sono bravi, ma è una religione della chiamata alla felicità. Gesù ci dice «beati», mai "bravi".
La beatitudine della Bibbia non è mai un desiderio, un augurio, una promessa. È sempre una constatazione, un rallegrarsi, un felicitarsi da parte di Dio. I destinatari di questo annuncio sono già beati nel momento in cui Dio si rallegra, danza di gioia insieme a loro.
 
Gli affamati, gli afflitti e i perseguitati in fondo sono tutti dei poveri di qualcosa.
Ma Gesù non consacra la povertà come condizione per accogliere il regno di Dio. Pensare questo vuol dire legittimare l'ingiustizia e l'egoismo umano. Neppure dice che la povertà sia moralmente migliore della ricchezza. Il Regno rimane un libero dono del Padre, non conquista dell'uomo. Gesù ci dice: "Beati voi poveri perché Dio è stanco di vedervi soffrire, perché Dio ha deciso di mostrarvi che vi ama" (Jacques Dupont O.S.B.)
Le Beatitudini non ci chiedono di amare la povertà, ma di amare i poveri. L'ideale non è la povertà, ma l'amore. Amore che si deve esprimere nella condivisione, nel trasformare i beni in sacramento di fraternità.
 
E allora, in tutto questo amore, cosa significano quei 4 "guai"?
Dio non maledice, mai! Dio è incapace di augurare il male o di desiderarlo. Quei 'guai' non sono una minaccia, ma un avvertimento: se ti riempi di cose, se sazi tutti gli appetiti, se cerchi solo applausi e il consenso, non sarai mai felice.
I 'guai' sono un lamento, sono la sofferenza di Gesù per quelli che confondono superfluo con essenziale, che sono pieni di sé, che si aggrappano alle cose, e in loro non c'è spazio per l'eterno e per l'infinito, non hanno strade nel cuore. È come fossero già morti.
 
 

 
Letture:
Geremia 17,5-8
Salmo 1
1 Corinzi 15,12.16-20
Lc 6,17.20-26
 
 
PS: So che è Matteo che colloca le Beatitudini su di un monte, mentre Luca le pone in una valle, ma non ho trovato altre foto che non quelle del 'Monte delle Beatitudini'
 
 

06 febbraio 2025

Parole che riempiono la vita - 9/2/2025 - V Domenica Tempo Ordinario

 
Gesù sulla barca
Pedro Cervantes Gallardo - olio su tavola (1949)
chiesa di San Joaquín Garrucha, Almería (Spagna)

 
Nel brano di oggi ci sono due particolari minori che mi hanno fatto riflettere.
 
Il primo è: «lo pregò di scostarsi un poco da terra». Nel momento dello sconforto, dopo una notte passata a sfaticare senza nessun risultato, Gesù si avvicina con estrema delicatezza, non dà consigli, né cerca di minimizzare. Lui prega Pietro.
Mi tocca nel profondo questo Dio che nel momento dello sconforto, del fallimento, non si impone, non mi dice di pregarlo, ma è Lui che prega me! Davanti ai miei fallimenti, ai miei sbagli, ai miei peccati ricorrenti, Lui sale sulla barca della mia vita e mi prega di ripartire, di affrontare nuovamente il mare, l'avventura della vita.
È questo il vero volto di Dio che Gesù è venuto a rivelarci. Gesù ci dice che Dio che non è corrucciato, pronto alla punizione per le nostre mancanze, fiscale nell'applicazione della legge. Ci annuncia che il Padre, nel momento dello sconforto, ci prega di "scostarci un poco da terra". Ci annuncia che Dio "sta alla porta e bussa" (Ap 3, 20) e attende che noi gli apriamo l'uscio del nostro cuore.
 
E questo mi porta alla seconda riflessione: «sulla tua parola getterò le reti». Le parole di Gesù sono parole che riempiono la vita, danno profondità a tutto ciò che penso e faccio; riempiono le reti di ciò che amo e la vita di futuro.
Sono parole che cercano di tirare fuori il meglio di me. Non parlano dei difetti e delle mancanze, ma danno nuove prospettive, nuove speranze.
E le nostre parole come sono? Per quanto mi riguarda, purtroppo devo ammettere che le mie sono spesso vuote, distratte. Ma a volte sono anche acide, piene di giudizio, condanna, astio.
Mi pare che più si sono sviluppati i mezzi di comunicazione, e meno comunichiamo. Negli ultimi anni poi, si usano sempre più parole di odio e sempre meno parole di pace. E questo non solo sui social, ma anche nella vita quotidiana, per strada, sul lavoro, tra le nazioni e i popoli.
 
È necessario ricollocare le nostre parole alla luce della Parola, lasciare che questa penetri nel nostro cuore, che ci spinga al largo. Solo così anche le nostre parole daranno nuove speranze, e la nostra vita avrà nuove consolazioni.
 
 

 
Letture:
Isaia 6,1-2.3-8
Salmo 137
1 Corinzi 15,1-11
Luca 5,1-11