09 marzo 2014

prima domenica di Quaresima

Una leggenda spagnola racconta che un penitente andava sempre a confessare lo stesso peccato dallo stesso sacerdote. Il sacerdote, alla fine, gli dava l’assoluzione, raccomandandogli però di emendarsi. All’ennesima confessione, si spazientì e non volle più dargli l’assoluzione. Si sentì allora una voce proveniente dal Crocifisso posto dietro il confessionale “Non sei mica morto tu in Croce per lui...” e Cristo abbassò il braccio dalla Croce per dare lui stesso l’assoluzione al penitente.

In genere dire “leggenda” equivale a dire “cosa non vera, cosa inventata”. E stando al vocabolario questo è proprio uno dei significati di questa parola. Ma c’è un altro significato: spiegazione, ausilio alla lettura (pensiamo alla leggenda alle figure, cioè la spiegazione di un’immagine o di un disegno).
Ed è con questo significato che vorrei usare questa leggenda.

La prima cosa che mi sembra ci illustri questa leggenda è che Dio non si stanca mai di perdonare. Anzi, per Lui è sempre il momento buono per perdonare. Basta solo che glieLo chiediamo. In fondo si è fatto uomo, ha vissuto in mezzo a noi, si è fatto mettere in croce solo per questo: perdonarci. Possiamo dire che ci perdona perché così ci può donare le gioia vera: perdona per donare.

E la seconda che ci racconta è che non importa se gli altri, se la società ci condannano. Non importa neanche se il nostro cuore ci condanna, perché Dio è più grande del nostro cuore (1Gv 3,20). Lui non chiede altro che di perdonarci. Come col figliol prodigo, non chiede neanche il nostro pentimento, non gli interessa se andiamo da Lui per calcolo, interesse o abitudine: gli basta che decidiamo di tornare da Lui. Non dimentichiamo mai che il contrario del peccato non è la virtù, ma la grazia di Dio.

25 dicembre 2013

Buon Natale

Che nella vostra vita, ogni notte, e specialmente quelle interiori, possa diventare come una notte di Natale: una notte illuminata da un gesto d'amore e da un annuncio di pace.

22 dicembre 2013

Quarta dom. Avvento 2013

Rimaniamo sull'intervista di papa Francesco a Civiltà Cattolica. Ad un certo punto lui dice: "Dio è sempre una sorpresa".

Noi vorremmo sempre tutto chiaro e sicuro, tutto o bianco o nero. Di qua il giusto, il bene, la verità; e di là l’errore, il male, la falsità. E così oltre a incatenare le persone, finiamo per voler dire a Dio cosa deve fare. E invece di essere noi a cercare di seguire Dio, di mettersi dalla sua parte, finiamo per proclamare che Dio è dalla nostra parte, che "Dio è con noi". E dimentichiamo che nella storia i delitti più efferati sono stati fatti proprio sotto la bandiera di “Dio è con noi”!

Se Dio non mi spiazza, non rovescia il mio modo di pensare, di agire, se non mi smentisce soprattutto su quello che penso di Lui, allora significa che non lo sto seguendo; che al posto del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, del Padre di Gesù, io ho messo un idolo costruito da me. 

Sono certo di adorare il vero Dio quando sono più le volte in cui mi da torto di quelle in cui mi da ragione, sono più le volte in cui è in disaccordo di quelle in cui è d’accordo con me. Però nonostante tutta la mia incapacità, tutti i guai e le stupidaggini che combino, non smette di amarmi, non smette di incoraggiarmi, non smette di aver fiducia in me.

E mi fa la sorpresa più grande: invece di rinchiudersi in cielo, scende qui sulla terra, si fa uomo, si fa neonato, si fa mio fratello. Non c’è sorpresa più grande di un Dio che fa tutto questo, di un Dio che si lascia anche ammazzare da me.

Che il Natale che viene possa essere la riscoperta della sorpresa di Dio, che possa aprire il nostro cuore alla meraviglia. Quella meraviglia che ci porta ad incontrare Dio nelle piccole cose della vita, che ci porta a gioire perché anche oggi è sorto il sole, a gioire perché  anche oggi una persona ci ha sorriso o è stata gentile con noi, a gioire perché anche oggi possiamo donare qualcosa agli altri. E allora dal nostro cuore sgorga un "Grazie Signore, grazie di tutto!"

08 dicembre 2013

2 dom. Avvento 2013 - Immacolata

Sempre in quell'intervista di cui parlavo la volta scorsa, papa Francesco dice: “Io vedo la santità nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell'andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Chiesa”.

Inconsciamente tutti noi associamo la santità a miracoli appariscenti, a visioni, apparizioni, a tutta una serie più o meno grande di ‘effetti speciali’. Ma così finiamo per dimenticarci che la vera santità è quella di Dio, un dio che si fa bambino, che si dona a noi nella quotidianità e nella piccolezza di un boccone di pane e di un sorso di vino, di un incontro, di un sorriso, di una carezza.

Ma soprattutto ci allontaniamo dalla nostra di santità: “siccome non riusciamo a fare miracoli non siamo santi”. È spesso questo il ragionamento, sbagliato, che facciamo. 

La santità dei piccoli gesti quotidiani! Di tutti quei gesti che facciamo ogni giorno, che magari a volte ci pesano, che ormai spesse volte facciamo senza neanche pensarci su, in maniera automatica! Eppure quei gesti, quelle azioni così banali, possono essere occasioni di incontro con Gesù, sono la via della nostra santità.

Ma un’altra cosa difficilmente associamo alla santità: la pazienza. Viviamo in una società per cui la pazienza non è una virtù, ma una cosa superata, da perdenti. Vogliamo tutto e lo vogliamo subito. Dimentichiamo che l’uomo, la natura, l’universo hanno i propri tempi. Ma soprattutto Dio ha i suoi tempi. E dimentichiamo che nella Bibbia, a partire da Adamo ed Eva, la mancanza di pazienza ha portato sempre a peccare, ad uscire dalla relazione con Dio per affidarsi a un qualche idolo, come nell'episodio del vitello d’oro nel corso dell’Esodo (Es. 32,1).

Ma c’è una persona che non ha mai dimenticato tutto questo: Maria. La donna della pazienza che ha fatto crescere il proprio figlio Gesù nella quotidianità di Nazareth, pazientemente, giorno per giorno, affidandosi ai tempi di Dio e meditando tutto nel proprio cuore.

01 dicembre 2013

Prima dom. Avvento 2013

In una recente e famosa intervista, papa Francesco dice di sé: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato... Io sono uno che è guardato dal Signore”.
Lo sguardo di un altro su di sé è il primo segno che io per l’altro esisto, ci sono e sono degno di attenzione. Però c’è sguardo e sguardo. Si può guardare un’altra persona con freddezza, con rimprovero, con astio quando non con odio. Ma si può guardare con misericordia, con amore.
Ed è proprio questo sguardo, misericordioso e amorevole, che il Papa ha sentito su di sé. Ed è proprio con questo sguardo che Dio guarda ogni essere umano.
Essere guardati con amore! Cogliere negli occhi che ti guardano amore,  solo amore, nient’altro che amore!
Sapersi guardati così, sentirsi guardati così, ti fa sentire capace di qualsiasi cosa, ti fa sentire la persona più importante del mondo, ti fa sentire così bene come non ti sei mai sentito in vita tua. I tuoi errori, i tuoi limiti, le tue mancanze non esistono più: esiste solo l’amore con cui sei amato. Perché la realtà è questa: sei amato e sei degno d’amore.
La coscienza di questo però non si deve esaurire in un sentirsi bene, ma deve essere pungolo a porci una domanda: “e io come guardo il mondo?” 
Il mio sguardo sul mondo, sugli uomini, sulle persone che incontro ogni giorno, è uno sguardo di giudizio e di condanna? oppure è uno sguardo misericordioso, pieno d’amore e di accoglienza?
È qui che si misura la mia adesione a Cristo, il mio cercare di seguire Colui che non è “venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12, 47)

04 ottobre 2013

Devi vivere in un paese che non è il tuo

Sai cosa significa essere un' estranea?
Sai come ci si sente in una classe dove tutti sono biondi e tu invece hai i capelli neri?
Sai cosa vuol dire quando l'insegnante chiede “Chi non è nato qui, alzi la mano!” e tu sei l'unica a farlo?
E poi, quando l'hai alzata, vedi che gli altri ti guardano e ridono?
Devi vivere in un paese che non è il tuo, per capirlo.
Sai cosa significa quando l'insegnante ti tratta come se anche tu fossi stata lì per tutta la tua vita?
Quando parla così veloce che non riesci a capire niente e gli chiedi per favore di andare più piano?
E quando lo chiedi, gli altri ti dicono “Se non riesci a capire, è meglio per te se provi in una classe più bassa”.
Devi vivere in un paese che non è il tuo, per capirlo.
Sai cosa significa stare dall'altra parte?
Quando indossi gli abiti che portavi nel tuo paese e tu li trovi carini, mentre gli altri pensano che tu sia pazza?
Devi vivere in un paese che non è il tuo, per capirlo.
Cosa significa essere una sfigata.
Cosa vuol dire quando qualcuno di da' noia, senza che tu gli abbia fatto niente?
Quando gli dici di smetterla e lui risponde che non ti ha fatto niente.
E poi, visto che non la smette, ti alzi e lo dici all'insegnante.
E lui nega.
E l'insegnante domanda al tuo vicino di banco.
E lui risponde “E' vero, non gli stava facendo niente”.
Così ti prendono per bugiarda anche i professori.
Devi vivere in un paese che non è il tuo, per capirlo.
Sai com'è quando provi a parlare e non pronunci bene le parole?
Quando dicono di non capirti.
E ti ridono dietro, ma siccome non capisci, ti metti a ridere con loro.
E allora ti chiedono “Ma sei scema a prenderti per i fondelli da sola?”
Devi vivere in un paese che non è il tuo, per capirlo.
Sai cosa significa camminare per strada e avere gli occhi di tutti puntati addosso, solo che non te ne accorgi?
E quando lo capisci provi a nasconderti, ma non sai dove perché gli altri sono dappertutto?
Devi vivere in un paese che non è il tuo per capirlo.

Poesia scritta nel 1984 da Noy Chou.
A quel tempo, Noy si era trasferita dalla Cambogia a Boston e frequentava il liceo.

25 maggio 2013

08 maggio 2013

Dalla teoria alla pratica - Terza parte: Alcune considereazioni


Un po' di numeri

Stando al tracciato studiato a tavolino avrei dovuto fare 13,8 km. Ma in realtà, tra deviazione forzata e errori miei alla fine ho camminato per 18,9 km. Rimanendo sulle statistiche, ho camminato per 4 ore e 22 minuti, ho fatto 337 metri in salita e 418 in discesa, l'altitudine massima era di 368 metri e l'ho raggiunto a 4,8 km dall'arrivo e l'altitudine minima era di 192 metri ed era l'arrivo.
L'interruzione era di 935 metri, mentre la mia deviazione è stata di 4,94 km. Quindi alla fine, facendo qualche calcolo, i miei errori di percorso mi hanno fatto camminare giusto un chilometro in più.

La chiusura del sentiero

Il Carso triestino è sempre stato pieno di sentieri che lo attraversavano in lungo e in largo. Ma negli ultimi anni sempre più zone vengono recintate e di conseguenza i sentieri che vi passavano vengono chiusi al transito. Questa è la conseguenza spiacevole della politica degli incentivi all'agricoltura: io, proprietario di un terreno, lo chiudo con fili elettrificato, ci metto dentro una mucca (quando va bene) e mi becco gli incentivi regionali ed europei. E dei sentieri che eventualmente lo attraversavano, visto che da un punto di vista legale non esistono servitù di passaggio, non mi interessa proprio niente. Mi sa che ci vorrebbe un padre Blampied, il parroco anglicano che nel romanzo "Prigioneri del passato" di James Hilton lotta contro la chiusura dei sentieri della campagna inglese. 
Il guaio di queste chiusure è che non se ne sa niente prima. Le scopri solo quando ci vai a sbattere contro. E questo perché riguardano sentieri 'secondari'. 

Lo stato dei sentieri

Una volta, quando i vari sentieri erano usati quotidianamente o quasi, questi venivano curati, il semplice passaggio li teneva puliti. Da quando sono usato solo da qualche escursionista, se non ci sono dei volontari che provvedono alla manutenzione, un po' alla volta vengono cancellati dalla vegetazione. Un paio di volte mi è capitato che dove le carte (ma anche le foto dei satelliti di qualche anno fa) indicavano la presenza di un sentiero, abbia trovato un bel prato costellato di arbusti e cespugli. Chiaro segno che da anni il sentiero non veniva usato da nessuno e nemmeno curato.

Le carte

Questo porta al discorso carte. È sempre meglio consultare varie carte. Anche le più aggiornate (come quelle di OpenStreetMap che vengono aggiornate settimanalmente) sono sempre 'indietro' rispetto alla realtà. Le foto satellitari tipo GoogleMap o BingoMap sono un valido aiuto e un'integrazione importante. Ma non bisogna dimenticare che anche queste non sono aggiornate (anzi, a volte sono proprio vecchie).

GPS

Può essere utile in caso si abbiano tracce di chi ha già fatto il cammino. Però a mio avviso toglie un po' di 'avventura', non si corre più il rischio di perdersi. E qualche volta perdersi è bello, fa scoprire cose che altrimenti non vedremmo né scopriremmo mai. A volte perdersi è molto istruttivo.
Io lo uso per studiare dopo il cammino fatto.
Chi volesse, trova qui il tracciato gps

Considerazione finale

C'è molta differenza tra fare un cammino, un pellegrinaggio o fare trekking, hiking o una camminata. Queste ultime hanno nell'atto il loro fine, si esauriscono nel mettere un piede davanti all'altro.
Fare un cammino, un pellegrinaggio invece immette nella storia, ti ci fa entrare. Se fai un cammino 'storico', documentato, hai la sensazione, la percezione di far parte di uno stuolo di persone che prima di te hanno calpestato il terreno che stai calpestando, hanno visto il panorama che vedi. Facendo un cammino senti che sei entrato a far parte di una famiglia.
Se invece fai qualcosa di 'nuovo' senti che stai facendo qualcosa per gli altri, e non importa quanti saranno. Fosse anche uno solo, che lo sappia o meno, sarà una parte di te e tu sarai una parte di lui.


26 aprile 2013

Dalla teoria alla pratica - Seconda parte: La pratica (prima tappa)


Giovedì 18/4 sono riuscito a ritagliarmi la mattina. E ho pensato di verificare sul campo. Primo bus della mattina fino a Opicina. Un caffè e una brioche (fatta mettere in un sacchetto per dopo) nel bar Vatta. E scopro con piacere che a quest'ora il tutto costa solo 1 euro!

Da qui, zaino in spalla e via, sentiero verso Monrupino in modo da andare a incrociare il mio tracciato e poi seguirlo. 

Imbocco via degli alpini (e da ex alpino è sempre un piacere) e qui proprio nel primo giardino vedo uno splendido pirus in fiore. E poco più avanti un altro giardino pieno di tulipani. Quando la via si allontana dai binari della ferrovia si prosegue per il sentiero che li costeggia, e dopo aver attraversato la provinciale si continua sul sentiero verso la foiba 149, o 'Foiba di Opicina Campagna', monumento nazionale. Prima della foiba ci si inoltra nel bosco. Mi meraviglia sempre quando attraverso un bosco all'alba sentire quanti tipi di uccelli ci sono, è tutto un cinguettare con innumerevoli voci, infiniti toni. L'aria fresca, il canto degli uccelli, il sole che si intravede tra le fronde, ma soprattutto il fatto di essere in cammino mi fanno sentire leggero e felice. Mi viene in mente il Benedictus "verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge". Trovo che l'alba sia sempre un momento magico, poetico, al contrario del tramonto che è un momento spettacolare.

Intanto, passo dopo passo arrivo alla foiba. Subito dopo incrocio il sentiero che arriva da Monrupino, e qui devo svoltare a destra per prendere il largo cammino che corre parallelo all'autostrada. Ma dopo poche decine di metri trovo tutto sbarrato, cartelli di divieto di accesso e fili elettrificati. Vedo se è possibile aggirare il tutto ma la palizzata va dalla rete dell'autostrada a quella della ferrovia.

L'unica possibilità è andare verso Monrupino, subito dopo i due sottopassaggi sotto i binari, prendere il sentiero a destra per andare a Monrupino percorrerlo fino all'incrocio con quello che porta a Fernetti, e quindi andare verso questa località.

Ma nella rabbia, e col fatto che non mi porto dietro le carte, mi dimentico che è il secondo sentiero a destra quello che devo prendere, e imbocco il primo. Mi accorgo quasi subito dell'errore e visto che comunque il sentiero va nella direzione giusta faccio il secondo errore: non torno indietro. E difatti, quando ormai è troppo tardi per rimediare, il sentiero di colpo finisce nel nulla del bosco. Individuo nel sottobosco una pista degli animali che va circa verso dove vorrei andare e inizio a seguirla. Il bosco diventa sempre più pieno di arbusti (ma anche di violette in fiore). E anche la pista degli animali scompare. Per fortuna anche se le carte le lascio a casa, la bussola la porto sempre dietro. So che devo puntare a nord perché così incontrerò o il sentiero giusto o mal che vada la provinciale per Fernetti. Farsi strada del fitto sottobosco, facendo attenzione a dove si va (non vorrei cadere in una foiba o in un abisso) e evitare doline varie, è stata una faticaccia, ma alla fine sono arrivato al 
sentiero. Questo mi ha portato all'autoporto e alla strada che dal confine di Fernetti porta verso Opicina. 

Adesso mi aspetta un po' di asfalto e di traffico. Si deve seguire la strada fino a dopo il cavalcavia sulla ferrovia. Dopo la discesa si vede sulla destra uno slargo in cui arriva una strada in terra battuta e sulla sinistra un'interruzione del guard-rail in corrispondenza di un sottopassaggio che passa sotto l'autostrada. Si gira a sinistra e finalmente si lascia l'asfalto e si torna sulla terra battuta. Dall'interruzione a qui senza la deviazione avrei dovuto metterci 10 minuti, invece ci ho messo più di un'ora. Una chiusura di un tratto di circa 600 metri mi ha costretto a una deviazione di 6 km, di cui metà circa su asfalto con l'autostrada a pochi metri di distanza.

Ma per fortuna poco dopo aver imboccato la strada in terra battuta tutti i rumori scompaiono, rimangono solo i suoni della natura e il ticchettio dei miei bastoncini. Le varie zone di fango lasciate dalle numerose piogge di quest'anno sono piene di impronte: mountain-bike, scarpe, cani, ma anche cinghiali. E quest'ultime sono le più fresche. Mi colpiscono due: una grossa e a fianco quella del cucciolo. E dopo poco ecco tra il canto degli uccelli si sente proprio il grufolare dei cinghiali. Ma solo li sento, non riesco a vederli. E per fortuna, penso.

Il sentiero è uno spettacolo, pieno di fiori, anche dei peschi selvatici lo colorano di rosa. Dappertutto è pieno di violette. E intanto il sole si alza sempre di più, e quindi anche la temperatura. E siccome il camminare scalda rimango con solo la maglietta tecnica MC. Arrivo al paese di Trebiciano e seguo la strada più esterna (non si entra in paese). Proprio alla fine del paese scopro che c'è un 'laghetto' della cui esistenza non sapevo nulla. È molto piccolo e d'estate è quasi sicuramente asciutto. Il sentiero prosegue verso sud-sud-est fino ad arrivare a Padriciano. Subito prima di arrivare in paese mi imbatto in una macchia di primule in fiore. E tra le primule ci sono anche delle onnipresenti violette.

Qui bisogna attraversare il paese e visto che c'è l'unico bar fino a Bagnoli, mi fermo per un caffè e per riempire una delle cue bottiglie d'acqua che ormai ho svuotato. La sosta fa bene anche al fisico perché così ho modo di riposare un po' gambe e spalle. Lasciato il bar si prosegue lungo la provinciale 1 per circa 100 metri fino a che si vede di fronte una chiesetta. Prima di arrivare a questa chiesa si prende, a destra della provinciale, una stradina perpendicolare che all'inizio è asfaltata ma che quasi subito diventa in terra battuta. Iniziano ad esserci molti ciliegi in fiore, che fanno un bel accompagnamento ai cespugli gialli di forsizie. Si prosegue dritti per il largo sentiero fino a che si vede in lontananza sulla destra il complesso di edifici dell'Area di Ricerca. Qui bisogna girare di circa 120 gradi a sinistra, lasciando alla nostra destra tutta un'area in cui sono state piantati alberelli per il rimboschimento.

Nel terreno ci sono tante impronte. Non ci sono, e da un pezzo, quelle dei cinghiali. Ma oltre alle sempre presenti di biciclette, di scarpe e di cani, ce ne sono molte di cavalli. Ma ce n'è una che attira la mia attenzione, vecchia di un paio di giorni, ma molto chiara e nitida. Forma molto simile a quelle dei cani ma grossa il doppio e con delle unghie molto nette, molto lunghe e grosse. Quest'inverno in questa zona sono stati avvistati dei lupi e penso che questa sia un'impronta di lupo. A casa, controllando, ne avrò conferma. Evidentemente sono ancora da queste parti, o almeno ce n'è uno.

Da qui in avanti la strada è un piacevolissimo su e giù molto leggero, immersi in un bel prato verde che taglia il bosco. Tutto questo perché camminiamo sopra l'oleodotto che va verso la Germania  È il posto ideale per una sosta. Prima o poi i dovrebbe iniziare a vedere il mare, e quando arrivo in cima ad un dosso mi aspetto sempre di vederlo. Ma ogni volta vedo solo il dosso successivo. Quando poi finalmente vedo il mare mi viene in mente l'Anabasi di Senofonte, con il grido dell'avanguardia greca "MareMareMare". Mi viene da ridere perché la mia situazione non è neanche minimamente paragonabile a quella dell'armata greca. 

Arrivati al parcheggio sotto i campi di golf, si attraversa la strada asfaltata e si prosegue verso sud-est. Dopo aver attraversato il sentiero 1 del CAI si prosegue verso la statale 14 (strada per Basovizza). Quando si arriva a questa strada fare attenzione nell'attraversarla. Appena attraversata prendere subito il sentiero a sinistra. Dopo una cinquantina di metri il primo problema: il sentiero non si vede più, c'è solo un bel prato. Bisogna attraversarlo e dall'altra parte si troveranno altre tracce. Dopo una brevissima salita il sentiero ritorna perfettamente visibile. Inizia però anche una discesa piuttosto ripida che termina nella "Scala delle vacche", che ci porta fino alla provinciale 11 all'altezza dello svincolo per Cattinara e per l'autostrada. 

Proprio dall'altra parte della strada, in corrispondenza di quello che sembra un 'cruzeiro' (ma che in realtà è una vecchia colonna che indicava il confine del comune di Trieste) continua il sentiero. Questo è quasi in piano per un centinaio di metri, ma dopo 'precipita' in una ripida discesa. 
E qui il secondo problema: tutte le carte indicavano che dopo un po' sulla sinistra ci sarebbe stata una deviazione che risparmia un po' di strada. Ma si vede che non è molto frequentata perché ho fatto veramente fatica a vedere una cosa che con un po' di fantasia e molta speranza poteva sembrare un ricordo di un sentiero. Comunque sia l'ho imboccato. Ogni tanto si vedeva che una volta di qui passava gente, ma per la maggior parte era tutto da inventare al momento. Giunto alla fine ho capito perché non era più usato: l'ultima decina di metri era quasi verticale! La prossima volta conviene continuare per il sentiero principale, si allunga un po' ma si va più tranquilli.

Comunque si arriva ad una strada bianca, girando a sinistra si va verso la ciclabile Trieste-Draga Sant'Elia, che si raggiunge quando questa sbuca da una galleria. Si va per la ciclabile allontanandosi da Trieste. È un tratto piacevole, e il cammino, fino ad ora solitario, inizia a popolarsi, soprattutto di ciclisti, ma anche di runner.

E qui l'ultimo problema: le carte indicavano un sentiero che dalla vecchia stazione di Sant'Antonio-Moccò andava verso il paese di Sant'Antonio in Bosco. Questo sentiero non c'è più. Bisogna proseguire sulla ciclabile per un centinaio di metri e subito dopo un ponticello sulla destra c'è un'uscita. Arrivati sulla sottostante strada si svolta a destra fino ad arrivare nuovamente alla provinciale 11, dove si gira a sinistra.

Poco dopo si arriva alla fermata del bus di Sant'Antonio in Bosco. Qui il cammino prosegue proprio di fronte, ma io ero troppo stanco, soprattutto mentalmente, e dovevo essere a casa max per le 13, per cui mi sono seduto ad aspettare il bus.


Le considerazioni alla prossima.

E intanto qui un po' di foto

24 aprile 2013

Dalla teoria alla pratica - Prima parte: La teoria


Sono molto affezionato al santuario di Monrupino (qui e qui), tanto che vi sono andato a piedi da casa seguendo (e inventando) varie strade: la più lunga passava per Miramare  per poi salire a Prosecco. 
Da Roiano a Monrupino per Miramare
La più corta si inerpicava per via Scala Santa 
Da Roiano a Monrupino per via Scala Santa
(2 km con pendenza media del 16,2%, con tratti al 20% e mai sotto al 10%)
Profilo altimetrico (il picco iniziale è la Scala Santa)

(maggiori info qui e qui). 


Ci sono andato in estate e in inverno, col bello e col brutto tempo. 

E poi l'anno scorso alla radio ho sentito che a Strugnano (qui e qui), in Slovenia, venivano celebrati i 500 anni dell'apparizione della Madonna. Mi colpì subito un fatto: Monrupino è un santuario mariano sloveno in Italia, Strugnano è un santuario mariano italiano in Slovenia. Sono questi i frutti di tutti gli spostamenti dei confini che in meno di un secolo sono avvenuti in queste zone. Subito mi è venuto in mente: che bello sarebbe un pellegrinaggio che unisca questi due santuari, quale occasione per creare un ponte, o meglio un cammino di amicizia tra i due popoli!

Ho lasciato che questa idea covasse, quasi un seme messo nella terra che dovesse schiudersi. E intanto una notizia qua, una la, mantenevano accesa la brace. All'inizio pensavo che la parte più difficile sarebbe stato il percorso in Slovenia, mentre per il tratto italiano, visti i numerosi sentieri della zona, non ci sarebbero stati problemi.
Poi qualche mese fa ho scoperto l'esistenza della Parenzana, una pista ciclabile che dal confine italiano arriva fino a Parenzo in Istria e ricavata dalla vecchia ferrovia austro-ungarica. Una delle fermate di questa ferrovia era proprio Strugnano. Il più è fatto, ho pensato, anche perché giorni dopo ho parlato con un collega che l'aveva fatta in bici più volte e mi ha assicurato essere veramente ben fatta.

E così una sera ho tirato fuori la carta Tabacco e ho iniziato a buttar giù qualche percorso. Prima difficoltà: tra Monrupino e la meta c'è da attraversare una ferrovia e un'autostrada. Se si vuole rimanere su sentieri c'è, stando alle carte, un solo passaggio. Passando su asfalto un paio di più. Facendo un paio di misurazioni scopro che il passaggio su sentiero è anche il più corto! 
Più avanti i problemi, stando alle carte, sono solo di imboccare le deviazioni giuste, ma riesco a disegnare un percorso che riesce a ridurre al minimo indispensabile l'asfalto, abbastanza piacevole e interessante paesaggisticamente parlando e con pochissime difficoltà, salvo un paio di discese un po' ripide.
In totale poco più di 50 km, circa 25 in territorio italiano e circa 27 in quello sloveno. In linea teorica si potrebbe fare in due giorni. Il problema è dove dormire a metà. All'arrivo i frati del convento che gestisce il santuario a volte fanno accoglienza e la mattina c'è una corriera che arriva a Trieste.

È stato un progetto che mi ha divertito fare e che alla fine mi ha lasciato soddisfatto. E che pensavo rimanesse a livello teorico, uno dei tanti progetti che riempiono i miei cassetti.
Il mio progetto: da Monrupino a Strugnano (il più possibile per sentieri)