Si sente spesso lamentarsi che non c’è più il senso del sacro, neanche nella chiesa, che ciò che riguarda Dio viene banalizzato, reso terra-terra, che non c’è più trascendenza dicono quelli che vogliono far vedere che hanno studiato.
Ma cosa vuol dire “sacro”? Stando al vocabolario ‘sacro’ è ciò che è connesso, collegato, riservato alla divinità, e quindi per estensione ciò che è separato dall’uso normale, quotidiano.
Il senso del sacro giustamente vissuto ci ricorda che Dio è l’Altro per eccellenza, che non possiamo e non dobbiamo rinchiuderlo nei nostri schemi, che ‘le sue idee non sono le nostre idee’. Ci dice che se Dio ci da sempre ragione, se non ci sorprende mai, se ogni tanto non ribalta le nostre idee su di Lui, forse non stiamo più seguendo Dio ma qualcos’altro.
E il ribaltamento più grande lo ha portato Gesù: non è più l’uomo che deve salire fino a Dio, ma è Dio che scende a cercare l’uomo. Lui è vero Dio, e anche vero uomo. E come tale ha dovuto anche Lui imparare a camminare pagando lo scotto di cadute e sbucciature di ginocchia e mani, anche Lui ha dovuto imparare ad usare il vasino. E alla fine della sua vita ha scelto il suo trono: una croce. L’abito regale lo ha voluto fatto dal suo sangue e dai nostri sputi. Per valletti ha scelto due ladroni. Con Gesù, per trovare Dio non dobbiamo salire, ma scendere, non dobbiamo guardare allo sfarzo, alla potenza, ma all'umiltà, alla debolezza.
Gesù, e soprattutto Gesù risorto, spiazzano la nostra ricerca di Dio. La mattina di Pasqua è tutto un correre, corrono le donne, corrono Pietro e Giovanni, corrono le guardie. Ma Gesù non c’è, non è li dove tutti lo cercano, dove tutti vorrebbero che fosse. E gli angeli lo fanno notare: “Non è qui”. Lui stesso ci ha detto che quello che faremo al più piccolo lo faremo a Lui e ci ha promesso che sarà sempre con noi. Per questo se lo vogliamo trovare dobbiamo piegare la schiena per aiutare chi soffre, dobbiamo piegare le ginocchia per rialzare chi non ce la fa più. Ma soprattutto non dobbiamo farci venire il torcicollo a furia di guardare in alto. Che non capiti anche a noi, come agli Apostoli, di sentirci rimproverare dagli angeli: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”
Ogni uccello ha il suo modo di volare.
Ogni persona ha il suo modo di incarnare il Cristo.
13 aprile 2014
06 aprile 2014
quinta domenica di Quaresima
C’è, in questi giorni, una pubblicità in cui un’attrice famosa entra in un locale e vede che tutti sono legati con dei fili di argento e brillanti, quando si accorge che anche lei ha questi fili, li rompe e se ne va. Il messaggio è chiaro: siamo tutti dei burattini, degli schiavi, ma se usi il prodotto reclamizzato potrai rendertene conto e liberarti.
A parte il fatto che sostituire una dipendenza con un’altra non è mai liberante, che nessun oggetto è mai liberante, però questo spot è in fondo molto reale: tutti noi abbiamo dei ‘fili di brillanti’, dei fili d’oro preferisco chiamarli, che ci legano, ci frenano. Alcuni sono molto subdoli: sembra che ci aiutino, ci liberino, ci salvino, ma in realtà ci rendono schiavi. La bibbia li chiama ‘idoli’.
Una canzone degli anni 60 diceva che ‘il denaro ed il potere sono trappole mortali’ e in effetti questi sono i due idoli più forti e più comuni, ma non sono i soli. Ogni volta che un oggetto, un’idea, diventano assoluti, che prendono la totalità dei nostri pensieri e desideri, allora stanno diventando idoli.
La libertà non è facile. Richiede attenzione, vigilanza. Più su sé stessi che sugli altri. Cadere nell’idolatria e nella schiavitù è la cosa più facile di tutte.
Lo sa molto bene il Signore. Difatti il primo dono che fa a Israele dopo averlo liberato è il Decalogo. Dio ci ha creato liberi e ci vuole liberi. È per questo che fa di tutto, anche farsi mettere in croce, per liberarci. Ma sa anche molto bene che siamo deboli, che alla minima difficoltà iniziamo, come gli ebrei nel deserto, a rimpiangere le cipolle d’Egitto e a detestare la libertà. E allora ci dona questi cartelli indicatori che ci avvertono quando stiamo per cedere la nostra libertà per un piatto di cipolle: i 10 comandamenti! Questi ci dicono che ogni volta che iniziamo a pensare che la nostra felicità sta in un oggetto, iniziamo ad esserne schiavi; ogni volta che iniziamo a odiare una persona, l’odio ci fa suoi schiavi; ogni volta che vogliamo usare una persona noi la violentiamo, e diventiamo schiavi del nostro desiderio, e così via.
Il decalogo non è una catena che vuole limitare i nostri movimenti e la nostra libertà. Tutt’altro. È il GPS che Dio ci dona per indicarci la strada per la libertà e quindi verso di Lui.
A parte il fatto che sostituire una dipendenza con un’altra non è mai liberante, che nessun oggetto è mai liberante, però questo spot è in fondo molto reale: tutti noi abbiamo dei ‘fili di brillanti’, dei fili d’oro preferisco chiamarli, che ci legano, ci frenano. Alcuni sono molto subdoli: sembra che ci aiutino, ci liberino, ci salvino, ma in realtà ci rendono schiavi. La bibbia li chiama ‘idoli’.
Una canzone degli anni 60 diceva che ‘il denaro ed il potere sono trappole mortali’ e in effetti questi sono i due idoli più forti e più comuni, ma non sono i soli. Ogni volta che un oggetto, un’idea, diventano assoluti, che prendono la totalità dei nostri pensieri e desideri, allora stanno diventando idoli.
La libertà non è facile. Richiede attenzione, vigilanza. Più su sé stessi che sugli altri. Cadere nell’idolatria e nella schiavitù è la cosa più facile di tutte.
Lo sa molto bene il Signore. Difatti il primo dono che fa a Israele dopo averlo liberato è il Decalogo. Dio ci ha creato liberi e ci vuole liberi. È per questo che fa di tutto, anche farsi mettere in croce, per liberarci. Ma sa anche molto bene che siamo deboli, che alla minima difficoltà iniziamo, come gli ebrei nel deserto, a rimpiangere le cipolle d’Egitto e a detestare la libertà. E allora ci dona questi cartelli indicatori che ci avvertono quando stiamo per cedere la nostra libertà per un piatto di cipolle: i 10 comandamenti! Questi ci dicono che ogni volta che iniziamo a pensare che la nostra felicità sta in un oggetto, iniziamo ad esserne schiavi; ogni volta che iniziamo a odiare una persona, l’odio ci fa suoi schiavi; ogni volta che vogliamo usare una persona noi la violentiamo, e diventiamo schiavi del nostro desiderio, e così via.
Il decalogo non è una catena che vuole limitare i nostri movimenti e la nostra libertà. Tutt’altro. È il GPS che Dio ci dona per indicarci la strada per la libertà e quindi verso di Lui.
30 marzo 2014
quarta domenica di Quaresima
Nei Fioretti leggiamo: un giorno Francesco dice al suo compagno: “Vieni, fratello, andiamo a predicare”. Risponde il fraticello: “Ma, Padre, come posso predicare io che sono tanto ignorante?”.
“Non ci pensare - sussurra Francesco - andiamo, andiamo a predicare”.
Vanno girando per la città e pregano insieme camminando, salutano tutti in pace ed umiltà, aiutano insieme i bisognosi.
Dice infine Francesco al compagno: “Vieni, fratello, torniamo al convento”. “Ma, Padre mio, la nostra predica?”.
Sorridendo gli replica Francesco:
“Ma è già finita, fratello mio. La più bella predica è l’esempio: noi oggi l’abbiamo fatta così”.
E, come ci ha ricordato papa Francesco nel corso della sua visita ad Assisi, il santo esortava i suoi frati dicendo: “dobbiamo predicare sempre e senza sosta il Vangelo. Se serve anche con le parole”.
Gesù ci ricorda che non è su ciò che diciamo che verremo giudicati, ma su cosa abbiamo fatto (Mt 7,21). E negli Atti leggiamo che molte persone si convertivano ‘vedendo come si amavano’ i cristiani.
Viviamo in una società che non capisce più le nostre parole, che non sa che farsene dei nostri innumerevoli documenti. La gente trova maestri, spesso anche più attraenti, dappertutto. Ne ha talmente tanti che non ci bada neanche più.
Le persone non hanno bisogno di maestri, ma hanno una fame straziante di testimoni. Non sanno cosa farsene di uno che gli dice che devono amare, ma hanno un disperato bisogno di due braccia protese ad abbracciare, di due labbra che si aprono non per parlare, ma per sorridere. Hanno l’esigenza di vedere, di toccare con mano che un altro modo di vivere è possibile.
Soprattutto cercano persone che prima fanno e poi, a volte, dicono, persone che più che con le parole, gli parlino con la loro vita, persone che non gli indichino solamente la strada, ma che le accompagnino, che siano coinvolte nei loro problemi, nelle loro paure ma anche nelle loro gioie in modo anche da festeggiare insieme.
Il cristiano più che bocca parlante (spesso a sproposito) è chiamato ad essere cuore palpitante d’amore.
“Non ci pensare - sussurra Francesco - andiamo, andiamo a predicare”.
Vanno girando per la città e pregano insieme camminando, salutano tutti in pace ed umiltà, aiutano insieme i bisognosi.
Dice infine Francesco al compagno: “Vieni, fratello, torniamo al convento”. “Ma, Padre mio, la nostra predica?”.
Sorridendo gli replica Francesco:
“Ma è già finita, fratello mio. La più bella predica è l’esempio: noi oggi l’abbiamo fatta così”.
E, come ci ha ricordato papa Francesco nel corso della sua visita ad Assisi, il santo esortava i suoi frati dicendo: “dobbiamo predicare sempre e senza sosta il Vangelo. Se serve anche con le parole”.
Gesù ci ricorda che non è su ciò che diciamo che verremo giudicati, ma su cosa abbiamo fatto (Mt 7,21). E negli Atti leggiamo che molte persone si convertivano ‘vedendo come si amavano’ i cristiani.
Viviamo in una società che non capisce più le nostre parole, che non sa che farsene dei nostri innumerevoli documenti. La gente trova maestri, spesso anche più attraenti, dappertutto. Ne ha talmente tanti che non ci bada neanche più.
Le persone non hanno bisogno di maestri, ma hanno una fame straziante di testimoni. Non sanno cosa farsene di uno che gli dice che devono amare, ma hanno un disperato bisogno di due braccia protese ad abbracciare, di due labbra che si aprono non per parlare, ma per sorridere. Hanno l’esigenza di vedere, di toccare con mano che un altro modo di vivere è possibile.
Soprattutto cercano persone che prima fanno e poi, a volte, dicono, persone che più che con le parole, gli parlino con la loro vita, persone che non gli indichino solamente la strada, ma che le accompagnino, che siano coinvolte nei loro problemi, nelle loro paure ma anche nelle loro gioie in modo anche da festeggiare insieme.
Il cristiano più che bocca parlante (spesso a sproposito) è chiamato ad essere cuore palpitante d’amore.
23 marzo 2014
terza domenica di Quaresima
Di circa il 90% della vita di Gesù non sappiamo assolutamente niente: è il mistero della vita nascosta. Noi ci dimentichiamo molto facilmente di quei 30 anni, ma sono egualmente salvifici degli ultimi 3 anni; ai fini della nostra salvezza hanno la stessa importanza e la stessa efficacia degli ultimi giorni. Gli ultimi 3 giorni, gli ultimi 3 anni, la vita pubblica di Gesù, ci sono proprio perché prima ci sono stati 30 anni di vita nascosta.
L’unica cosa che sappiamo è che in questi anni Gesù era sottomesso ai suoi genitori e “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52). Una vita normale, come tutti gli esseri umani, senza apparente grandezza, vita di lavoro manuale, vita religiosa, vita nella comunità.
E qui abbiamo una prima indicazione: la nostra via alla santità, alla salvezza, non la dobbiamo percorrere nonostante la famiglia, nonostante il lavoro, nonostante le centinaia di impegni quotidiani, ma attraverso, per mezzo: famiglia, lavoro, impegni non sono un impedimento, un freno alla nostra salvezza, anzi. Sono proprio gli strumenti, i mezzi che Dio ci dona per la nostra salvezza! Non è con i gesti clamorosi, eroici, che diventiamo santi, ma con i piccoli gesti di ogni giorno fatti per amore e per il Signore.
E così ricaviamo la seconda indicazione: non è mettendoci in mostra, mettendoci sempre in prima fila, che facciamo la volontà di Dio. Facciamo la volontà di Dio quando siamo ciò che siamo, quando siamo semplicemente moglie, marito, figlio, padre, madre, lavoratore e così via. Semplicemente ma fino in fondo, seriamente. La vita nascosta di Gesù è la celebrazione divina del lavoro quotidiano.
Ma la lezione forse più difficile in questa società, è che la vita nascosta ci insegna il silenzio. Dobbiamo riscoprire, dobbiamo imparare a stimare il silenzio. Senza il silenzio le nostre parole sono un semplice usare le corde vocali. Le parole più vere e più efficaci nascono solo dal silenzio. Solo il silenzio ci apre alla Parola che ci pone nel cuore le parole.
L’unica cosa che sappiamo è che in questi anni Gesù era sottomesso ai suoi genitori e “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52). Una vita normale, come tutti gli esseri umani, senza apparente grandezza, vita di lavoro manuale, vita religiosa, vita nella comunità.
E qui abbiamo una prima indicazione: la nostra via alla santità, alla salvezza, non la dobbiamo percorrere nonostante la famiglia, nonostante il lavoro, nonostante le centinaia di impegni quotidiani, ma attraverso, per mezzo: famiglia, lavoro, impegni non sono un impedimento, un freno alla nostra salvezza, anzi. Sono proprio gli strumenti, i mezzi che Dio ci dona per la nostra salvezza! Non è con i gesti clamorosi, eroici, che diventiamo santi, ma con i piccoli gesti di ogni giorno fatti per amore e per il Signore.
E così ricaviamo la seconda indicazione: non è mettendoci in mostra, mettendoci sempre in prima fila, che facciamo la volontà di Dio. Facciamo la volontà di Dio quando siamo ciò che siamo, quando siamo semplicemente moglie, marito, figlio, padre, madre, lavoratore e così via. Semplicemente ma fino in fondo, seriamente. La vita nascosta di Gesù è la celebrazione divina del lavoro quotidiano.
Ma la lezione forse più difficile in questa società, è che la vita nascosta ci insegna il silenzio. Dobbiamo riscoprire, dobbiamo imparare a stimare il silenzio. Senza il silenzio le nostre parole sono un semplice usare le corde vocali. Le parole più vere e più efficaci nascono solo dal silenzio. Solo il silenzio ci apre alla Parola che ci pone nel cuore le parole.
16 marzo 2014
seconda domenica di Quaresima
La carità è la scala verso il paradiso. Ma non è una scala lunga o impervia. È una scala piccola, con solo 3 gradini, ma per arrivare in cima bisogna farli tutti. E questi sono:
1 - Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te;
2 - Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te;
3 - Fai all’altro ciò che di cui lui ha realmente bisogno.
Il primo gradino, cioè non fare il male, non far soffrire, non è un livello trascurabile, però non basta. Dire “io non faccio del male a nessuno” non basta per farci ritenere a posto. Può addirittura essere un atteggiamento egoistico, volto a semplice tutela della nostra tranquillità, a giustificare la nostra indifferenza. Non si deve confondere l’amore con l’amore del quieto vivere.
Il secondo gradino rappresenta la novità evangelica. Siamo decisamente ad un livello superiore. Difatti qui si tratta di fare del bene, non solo di evitare di fare il male. Però c’è il rischio di rifilare all’altro il nostro bene, cioè quello che noi abbiamo in testa, quello che decidiamo noi, e che non è detto che sia il suo bene. C’è il pericolo di trapiantare nell'altro i nostri desideri e le nostre esigenze.
Bisogna arrivare al terzo gradino. E questo richiede attenzione, delicatezza, rispetto. Occorre scoprire ciò che l’altro cerca realmente da me, in questo momento, in questa situazione particolare, evitando di appioppargli il prodotto che abbiamo stabilito noi, che abbiamo scelto in partenza. Bisogna “ascoltare” veramente l’altro (anche quando non riesce a parlare, anche in quello che non riesce a esprimere), e non interpretare a modo nostro le sue richieste. Bisogna ascoltarlo fino al fondo del suo cuore, anche nella sua voce silenziosa, facendo tacere tutte le altre voci (le voci chiassose dei nostri impegni improrogabili, della comodità, degli interessi, delle nostre risposte stereotipate e preconfezionata, della preoccupazione di non aver fastidi e di non cercare guai...)
1 - Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te;
2 - Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te;
3 - Fai all’altro ciò che di cui lui ha realmente bisogno.
Il primo gradino, cioè non fare il male, non far soffrire, non è un livello trascurabile, però non basta. Dire “io non faccio del male a nessuno” non basta per farci ritenere a posto. Può addirittura essere un atteggiamento egoistico, volto a semplice tutela della nostra tranquillità, a giustificare la nostra indifferenza. Non si deve confondere l’amore con l’amore del quieto vivere.
Il secondo gradino rappresenta la novità evangelica. Siamo decisamente ad un livello superiore. Difatti qui si tratta di fare del bene, non solo di evitare di fare il male. Però c’è il rischio di rifilare all’altro il nostro bene, cioè quello che noi abbiamo in testa, quello che decidiamo noi, e che non è detto che sia il suo bene. C’è il pericolo di trapiantare nell'altro i nostri desideri e le nostre esigenze.
Bisogna arrivare al terzo gradino. E questo richiede attenzione, delicatezza, rispetto. Occorre scoprire ciò che l’altro cerca realmente da me, in questo momento, in questa situazione particolare, evitando di appioppargli il prodotto che abbiamo stabilito noi, che abbiamo scelto in partenza. Bisogna “ascoltare” veramente l’altro (anche quando non riesce a parlare, anche in quello che non riesce a esprimere), e non interpretare a modo nostro le sue richieste. Bisogna ascoltarlo fino al fondo del suo cuore, anche nella sua voce silenziosa, facendo tacere tutte le altre voci (le voci chiassose dei nostri impegni improrogabili, della comodità, degli interessi, delle nostre risposte stereotipate e preconfezionata, della preoccupazione di non aver fastidi e di non cercare guai...)
09 marzo 2014
prima domenica di Quaresima
Una leggenda spagnola racconta che un penitente andava sempre a confessare lo stesso peccato dallo stesso sacerdote. Il sacerdote, alla fine, gli dava l’assoluzione, raccomandandogli però di emendarsi. All’ennesima confessione, si spazientì e non volle più dargli l’assoluzione. Si sentì allora una voce proveniente dal Crocifisso posto dietro il confessionale “Non sei mica morto tu in Croce per lui...” e Cristo abbassò il braccio dalla Croce per dare lui stesso l’assoluzione al penitente.
In genere dire “leggenda” equivale a dire “cosa non vera, cosa inventata”. E stando al vocabolario questo è proprio uno dei significati di questa parola. Ma c’è un altro significato: spiegazione, ausilio alla lettura (pensiamo alla leggenda alle figure, cioè la spiegazione di un’immagine o di un disegno).
Ed è con questo significato che vorrei usare questa leggenda.
La prima cosa che mi sembra ci illustri questa leggenda è che Dio non si stanca mai di perdonare. Anzi, per Lui è sempre il momento buono per perdonare. Basta solo che glieLo chiediamo. In fondo si è fatto uomo, ha vissuto in mezzo a noi, si è fatto mettere in croce solo per questo: perdonarci. Possiamo dire che ci perdona perché così ci può donare le gioia vera: perdona per donare.
E la seconda che ci racconta è che non importa se gli altri, se la società ci condannano. Non importa neanche se il nostro cuore ci condanna, perché Dio è più grande del nostro cuore (1Gv 3,20). Lui non chiede altro che di perdonarci. Come col figliol prodigo, non chiede neanche il nostro pentimento, non gli interessa se andiamo da Lui per calcolo, interesse o abitudine: gli basta che decidiamo di tornare da Lui. Non dimentichiamo mai che il contrario del peccato non è la virtù, ma la grazia di Dio.
In genere dire “leggenda” equivale a dire “cosa non vera, cosa inventata”. E stando al vocabolario questo è proprio uno dei significati di questa parola. Ma c’è un altro significato: spiegazione, ausilio alla lettura (pensiamo alla leggenda alle figure, cioè la spiegazione di un’immagine o di un disegno).
Ed è con questo significato che vorrei usare questa leggenda.
La prima cosa che mi sembra ci illustri questa leggenda è che Dio non si stanca mai di perdonare. Anzi, per Lui è sempre il momento buono per perdonare. Basta solo che glieLo chiediamo. In fondo si è fatto uomo, ha vissuto in mezzo a noi, si è fatto mettere in croce solo per questo: perdonarci. Possiamo dire che ci perdona perché così ci può donare le gioia vera: perdona per donare.
E la seconda che ci racconta è che non importa se gli altri, se la società ci condannano. Non importa neanche se il nostro cuore ci condanna, perché Dio è più grande del nostro cuore (1Gv 3,20). Lui non chiede altro che di perdonarci. Come col figliol prodigo, non chiede neanche il nostro pentimento, non gli interessa se andiamo da Lui per calcolo, interesse o abitudine: gli basta che decidiamo di tornare da Lui. Non dimentichiamo mai che il contrario del peccato non è la virtù, ma la grazia di Dio.
25 dicembre 2013
Buon Natale
Che nella vostra vita, ogni notte, e specialmente quelle interiori, possa diventare come una notte di Natale: una notte illuminata da un gesto d'amore e da un annuncio di pace.
22 dicembre 2013
Quarta dom. Avvento 2013
Rimaniamo sull'intervista di papa Francesco a Civiltà Cattolica. Ad un certo punto lui dice: "Dio è sempre una sorpresa".
Noi vorremmo sempre tutto chiaro e sicuro, tutto o bianco o nero. Di qua il giusto, il bene, la verità; e di là l’errore, il male, la falsità. E così oltre a incatenare le persone, finiamo per voler dire a Dio cosa deve fare. E invece di essere noi a cercare di seguire Dio, di mettersi dalla sua parte, finiamo per proclamare che Dio è dalla nostra parte, che "Dio è con noi". E dimentichiamo che nella storia i delitti più efferati sono stati fatti proprio sotto la bandiera di “Dio è con noi”!
Se Dio non mi spiazza, non rovescia il mio modo di pensare, di agire, se non mi smentisce soprattutto su quello che penso di Lui, allora significa che non lo sto seguendo; che al posto del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, del Padre di Gesù, io ho messo un idolo costruito da me.
Sono certo di adorare il vero Dio quando sono più le volte in cui mi da torto di quelle in cui mi da ragione, sono più le volte in cui è in disaccordo di quelle in cui è d’accordo con me. Però nonostante tutta la mia incapacità, tutti i guai e le stupidaggini che combino, non smette di amarmi, non smette di incoraggiarmi, non smette di aver fiducia in me.
E mi fa la sorpresa più grande: invece di rinchiudersi in cielo, scende qui sulla terra, si fa uomo, si fa neonato, si fa mio fratello. Non c’è sorpresa più grande di un Dio che fa tutto questo, di un Dio che si lascia anche ammazzare da me.
Che il Natale che viene possa essere la riscoperta della sorpresa di Dio, che possa aprire il nostro cuore alla meraviglia. Quella meraviglia che ci porta ad incontrare Dio nelle piccole cose della vita, che ci porta a gioire perché anche oggi è sorto il sole, a gioire perché anche oggi una persona ci ha sorriso o è stata gentile con noi, a gioire perché anche oggi possiamo donare qualcosa agli altri. E allora dal nostro cuore sgorga un "Grazie Signore, grazie di tutto!"
Noi vorremmo sempre tutto chiaro e sicuro, tutto o bianco o nero. Di qua il giusto, il bene, la verità; e di là l’errore, il male, la falsità. E così oltre a incatenare le persone, finiamo per voler dire a Dio cosa deve fare. E invece di essere noi a cercare di seguire Dio, di mettersi dalla sua parte, finiamo per proclamare che Dio è dalla nostra parte, che "Dio è con noi". E dimentichiamo che nella storia i delitti più efferati sono stati fatti proprio sotto la bandiera di “Dio è con noi”!
Se Dio non mi spiazza, non rovescia il mio modo di pensare, di agire, se non mi smentisce soprattutto su quello che penso di Lui, allora significa che non lo sto seguendo; che al posto del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, del Padre di Gesù, io ho messo un idolo costruito da me.
Sono certo di adorare il vero Dio quando sono più le volte in cui mi da torto di quelle in cui mi da ragione, sono più le volte in cui è in disaccordo di quelle in cui è d’accordo con me. Però nonostante tutta la mia incapacità, tutti i guai e le stupidaggini che combino, non smette di amarmi, non smette di incoraggiarmi, non smette di aver fiducia in me.
E mi fa la sorpresa più grande: invece di rinchiudersi in cielo, scende qui sulla terra, si fa uomo, si fa neonato, si fa mio fratello. Non c’è sorpresa più grande di un Dio che fa tutto questo, di un Dio che si lascia anche ammazzare da me.
Che il Natale che viene possa essere la riscoperta della sorpresa di Dio, che possa aprire il nostro cuore alla meraviglia. Quella meraviglia che ci porta ad incontrare Dio nelle piccole cose della vita, che ci porta a gioire perché anche oggi è sorto il sole, a gioire perché anche oggi una persona ci ha sorriso o è stata gentile con noi, a gioire perché anche oggi possiamo donare qualcosa agli altri. E allora dal nostro cuore sgorga un "Grazie Signore, grazie di tutto!"
08 dicembre 2013
2 dom. Avvento 2013 - Immacolata
Sempre in quell'intervista di cui parlavo la volta scorsa, papa Francesco dice: “Io vedo la santità nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell'andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Chiesa”.
Inconsciamente tutti noi associamo la santità a miracoli appariscenti, a visioni, apparizioni, a tutta una serie più o meno grande di ‘effetti speciali’. Ma così finiamo per dimenticarci che la vera santità è quella di Dio, un dio che si fa bambino, che si dona a noi nella quotidianità e nella piccolezza di un boccone di pane e di un sorso di vino, di un incontro, di un sorriso, di una carezza.
Ma soprattutto ci allontaniamo dalla nostra di santità: “siccome non riusciamo a fare miracoli non siamo santi”. È spesso questo il ragionamento, sbagliato, che facciamo.
La santità dei piccoli gesti quotidiani! Di tutti quei gesti che facciamo ogni giorno, che magari a volte ci pesano, che ormai spesse volte facciamo senza neanche pensarci su, in maniera automatica! Eppure quei gesti, quelle azioni così banali, possono essere occasioni di incontro con Gesù, sono la via della nostra santità.
Ma un’altra cosa difficilmente associamo alla santità: la pazienza. Viviamo in una società per cui la pazienza non è una virtù, ma una cosa superata, da perdenti. Vogliamo tutto e lo vogliamo subito. Dimentichiamo che l’uomo, la natura, l’universo hanno i propri tempi. Ma soprattutto Dio ha i suoi tempi. E dimentichiamo che nella Bibbia, a partire da Adamo ed Eva, la mancanza di pazienza ha portato sempre a peccare, ad uscire dalla relazione con Dio per affidarsi a un qualche idolo, come nell'episodio del vitello d’oro nel corso dell’Esodo (Es. 32,1).
Ma c’è una persona che non ha mai dimenticato tutto questo: Maria. La donna della pazienza che ha fatto crescere il proprio figlio Gesù nella quotidianità di Nazareth, pazientemente, giorno per giorno, affidandosi ai tempi di Dio e meditando tutto nel proprio cuore.
Inconsciamente tutti noi associamo la santità a miracoli appariscenti, a visioni, apparizioni, a tutta una serie più o meno grande di ‘effetti speciali’. Ma così finiamo per dimenticarci che la vera santità è quella di Dio, un dio che si fa bambino, che si dona a noi nella quotidianità e nella piccolezza di un boccone di pane e di un sorso di vino, di un incontro, di un sorriso, di una carezza.
Ma soprattutto ci allontaniamo dalla nostra di santità: “siccome non riusciamo a fare miracoli non siamo santi”. È spesso questo il ragionamento, sbagliato, che facciamo.
La santità dei piccoli gesti quotidiani! Di tutti quei gesti che facciamo ogni giorno, che magari a volte ci pesano, che ormai spesse volte facciamo senza neanche pensarci su, in maniera automatica! Eppure quei gesti, quelle azioni così banali, possono essere occasioni di incontro con Gesù, sono la via della nostra santità.
Ma un’altra cosa difficilmente associamo alla santità: la pazienza. Viviamo in una società per cui la pazienza non è una virtù, ma una cosa superata, da perdenti. Vogliamo tutto e lo vogliamo subito. Dimentichiamo che l’uomo, la natura, l’universo hanno i propri tempi. Ma soprattutto Dio ha i suoi tempi. E dimentichiamo che nella Bibbia, a partire da Adamo ed Eva, la mancanza di pazienza ha portato sempre a peccare, ad uscire dalla relazione con Dio per affidarsi a un qualche idolo, come nell'episodio del vitello d’oro nel corso dell’Esodo (Es. 32,1).
Ma c’è una persona che non ha mai dimenticato tutto questo: Maria. La donna della pazienza che ha fatto crescere il proprio figlio Gesù nella quotidianità di Nazareth, pazientemente, giorno per giorno, affidandosi ai tempi di Dio e meditando tutto nel proprio cuore.
01 dicembre 2013
Prima dom. Avvento 2013
In una recente e famosa intervista, papa Francesco dice di sé: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato... Io sono uno che è guardato dal Signore”.
Lo sguardo di un altro su di sé è il primo segno che io per l’altro esisto, ci sono e sono degno di attenzione. Però c’è sguardo e sguardo. Si può guardare un’altra persona con freddezza, con rimprovero, con astio quando non con odio. Ma si può guardare con misericordia, con amore.
Ed è proprio questo sguardo, misericordioso e amorevole, che il Papa ha sentito su di sé. Ed è proprio con questo sguardo che Dio guarda ogni essere umano.
Essere guardati con amore! Cogliere negli occhi che ti guardano amore, solo amore, nient’altro che amore!
Sapersi guardati così, sentirsi guardati così, ti fa sentire capace di qualsiasi cosa, ti fa sentire la persona più importante del mondo, ti fa sentire così bene come non ti sei mai sentito in vita tua. I tuoi errori, i tuoi limiti, le tue mancanze non esistono più: esiste solo l’amore con cui sei amato. Perché la realtà è questa: sei amato e sei degno d’amore.
La coscienza di questo però non si deve esaurire in un sentirsi bene, ma deve essere pungolo a porci una domanda: “e io come guardo il mondo?”
Il mio sguardo sul mondo, sugli uomini, sulle persone che incontro ogni giorno, è uno sguardo di giudizio e di condanna? oppure è uno sguardo misericordioso, pieno d’amore e di accoglienza?
È qui che si misura la mia adesione a Cristo, il mio cercare di seguire Colui che non è “venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12, 47)
Lo sguardo di un altro su di sé è il primo segno che io per l’altro esisto, ci sono e sono degno di attenzione. Però c’è sguardo e sguardo. Si può guardare un’altra persona con freddezza, con rimprovero, con astio quando non con odio. Ma si può guardare con misericordia, con amore.
Ed è proprio questo sguardo, misericordioso e amorevole, che il Papa ha sentito su di sé. Ed è proprio con questo sguardo che Dio guarda ogni essere umano.
Essere guardati con amore! Cogliere negli occhi che ti guardano amore, solo amore, nient’altro che amore!
Sapersi guardati così, sentirsi guardati così, ti fa sentire capace di qualsiasi cosa, ti fa sentire la persona più importante del mondo, ti fa sentire così bene come non ti sei mai sentito in vita tua. I tuoi errori, i tuoi limiti, le tue mancanze non esistono più: esiste solo l’amore con cui sei amato. Perché la realtà è questa: sei amato e sei degno d’amore.
La coscienza di questo però non si deve esaurire in un sentirsi bene, ma deve essere pungolo a porci una domanda: “e io come guardo il mondo?”
Il mio sguardo sul mondo, sugli uomini, sulle persone che incontro ogni giorno, è uno sguardo di giudizio e di condanna? oppure è uno sguardo misericordioso, pieno d’amore e di accoglienza?
È qui che si misura la mia adesione a Cristo, il mio cercare di seguire Colui che non è “venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12, 47)
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