Uno pensa di conoscere bene i figli, ma poi questi non finiscono mai di meravigliarti.
Come ho detto nel post precedente ieri è stata un giornata particolare.
Ebbene il grande, che ultimamente era sempre serio e taciturno (veniva a trovarci e non apriva bocca tutto il tempo) per i problemi di lavoro, è stato quasi tutta la mattina con noi.
Il piccolo, che non hai mai parlato molto, ma che in questo periodo si vedeva solo a cena (e anche qui era l'ultimo a sedersi e il primo ad alzarsi) perché era sempre o in università o chiuso in camera sua a studiare, quando siamo tornati a casa, abbiamo scoperto che aveva fatto la spesa, passato l'aspirapolvere per tutta la casa, fatto una lavatrice, e stirato tutta la roba della settimana!!!!
Decisamente non mi merito dei figli così
Ogni uccello ha il suo modo di volare.
Ogni persona ha il suo modo di incarnare il Cristo.
10 aprile 2011
09 aprile 2011
La scuola del Pronto Soccorso
Una mattina al Pronto Soccorso può anche essere una bella lezione.
Essere totalmente nelle mani di altri, dover dipendere da loro e dalle medicine ti fa capire che non puoi controllare tutto. Che ci sono dei momenti e delle occasioni in cui l'unica cosa che puoi fare è abbandonarti, lasciarti fare e lasciarti condurre.
Un bel corso pratico di umiltà (che in Quaresima ci sta sempre bene)
A tranquillizzare chi mi legge.
Questa notte un calcolo renale (che non sapevo di avere) ho deciso di fare le bizze. Due ore di coliche renali e questa mattina ricovero al pronto soccorso. Questo pomeriggio dimesso. Adesso a casa, un po' a pezzi, ma tutto bene.
Essere totalmente nelle mani di altri, dover dipendere da loro e dalle medicine ti fa capire che non puoi controllare tutto. Che ci sono dei momenti e delle occasioni in cui l'unica cosa che puoi fare è abbandonarti, lasciarti fare e lasciarti condurre.
Un bel corso pratico di umiltà (che in Quaresima ci sta sempre bene)
A tranquillizzare chi mi legge.
Questa notte un calcolo renale (che non sapevo di avere) ho deciso di fare le bizze. Due ore di coliche renali e questa mattina ricovero al pronto soccorso. Questo pomeriggio dimesso. Adesso a casa, un po' a pezzi, ma tutto bene.
06 aprile 2011
The Way
Antefatto
45 anni fa. Classe seconda media. Ora di storia. Argomento: il valore dei pellegrinaggi nel medioevo. La testa (mia) parte in un 'sogno': perché non rifare anche oggi quei cammini e in particolare quello cha va a Santiago?
Nel corso degli anni questa idea va e viene, ma sempre tutto rimane a livello di fantasticheria, di sogno ad occhi aperti.
Rapido zoom ad un mesetto fa
In autobus incontro una signora che conosco e che era non vedevo da un po' di tempo. Mi racconta che il marito, per festeggiare la collocazione in pensione, si era fatto il Cammino di Santiago, da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago. È lanciare un sassolino che scatena una valanga.
Da allora sto leggendo tutto quello che trovo a questo proposito.
Ieri sera ho avuto occasione di guardare (in inglese e senza sottotitoli) il film "The Way" di Emilio Estevez con Martin Sheen.
Racconta il dramma incentrato sulla storia di Tom Avery, oftalmologo californiano che - alla notizia della morte del figlio durante una tempesta sui Pirenei - si reca in Francia per farlo cremare, poi ripone l’urna con le ceneri nello zaino del ragazzo e si mette in viaggio lungo il Cammino di Santiago, portando a termine il pellegrinaggio intrapreso dal figlio. E il Cammino è anche una riscoperta del figlio.
Piccola (per modo di dire) difficoltà è stata la lingua. Lui parla con un forte accento americano, per cui non è sempre comprensibile. Ma quello che è veramente incomprensibile è lo scrittore irlandese. Parla con accento irlandese spiccato, cioè velocissimo e in modo 'martellante'. Sono riuscito a capire si e no il 10% di quello che diceva . Un po' di problemi all'inizio con la canadese, ma poi tutto liscio. L'olandese invece in alcuni momenti parlava con forte accento 'fiammingo', ma era sempre intellegibile.
Questi sono i 4 protagonisti principali.
Penso che abbia ben descritto lo spirito del Cammino, anche se mi domando come delle persone che dormono all'aperto alla mattina possano essere linde e pulite come se fossero appena uscite da una doccia e da un trattamento di visagista.
Non vengono celati alcuni aspetti 'negativi' del cammino, come ad esempio il non riuscire a dormire per causa dei russatori, o il fatto che non tutti gli hospital sono accoglienti allo stesso modo.
Però nessuno ha mai né una vescica né un mal di schiena o una tendinite.
Un'altra cosa che mi ha un po' meravigliato è il fatto che una persona che fino al giorno prima se solo doveva fare più di 10 metri prendeva un mezzo di trasporto (Martin Sheen), riesca poi a farsi tutto il Cammino senza sforzi eccessivi.
Questi aspetti però non impattano sul giudizio complessivo. Descritto molto bene (a mio avviso) il clima che si crea tra i pellegrini, la complicità e la fratellanza. E anche i momenti di tensione e le litigate alla fine vengono superati e sono occasione di un approfondimento del rapporto.
La scena finale mi pare che sia uno strizzare l'occhio al gusto americano che vuole sempre un lieto fine che sia conclusivo. Per i miei gusti il film era finito a Finisterre. Ma questa è solo una considerazione personale.
Mi è piaciuto molto il contrasto tra le scene iniziali in cui si vedono solo macchine e in cui nessuno cammina, poi c'è lo stacco con i titoli, e infine tutto il film in cui le macchine sono praticamente assenti.
Nel complesso un film molto bello. Fa venire voglia di preparare lo zaino e mettersi in cammino.
45 anni fa. Classe seconda media. Ora di storia. Argomento: il valore dei pellegrinaggi nel medioevo. La testa (mia) parte in un 'sogno': perché non rifare anche oggi quei cammini e in particolare quello cha va a Santiago?
Nel corso degli anni questa idea va e viene, ma sempre tutto rimane a livello di fantasticheria, di sogno ad occhi aperti.
Rapido zoom ad un mesetto fa
In autobus incontro una signora che conosco e che era non vedevo da un po' di tempo. Mi racconta che il marito, per festeggiare la collocazione in pensione, si era fatto il Cammino di Santiago, da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago. È lanciare un sassolino che scatena una valanga.
Da allora sto leggendo tutto quello che trovo a questo proposito.
Ieri sera ho avuto occasione di guardare (in inglese e senza sottotitoli) il film "The Way" di Emilio Estevez con Martin Sheen.
Racconta il dramma incentrato sulla storia di Tom Avery, oftalmologo californiano che - alla notizia della morte del figlio durante una tempesta sui Pirenei - si reca in Francia per farlo cremare, poi ripone l’urna con le ceneri nello zaino del ragazzo e si mette in viaggio lungo il Cammino di Santiago, portando a termine il pellegrinaggio intrapreso dal figlio. E il Cammino è anche una riscoperta del figlio.
Piccola (per modo di dire) difficoltà è stata la lingua. Lui parla con un forte accento americano, per cui non è sempre comprensibile. Ma quello che è veramente incomprensibile è lo scrittore irlandese. Parla con accento irlandese spiccato, cioè velocissimo e in modo 'martellante'. Sono riuscito a capire si e no il 10% di quello che diceva . Un po' di problemi all'inizio con la canadese, ma poi tutto liscio. L'olandese invece in alcuni momenti parlava con forte accento 'fiammingo', ma era sempre intellegibile.
Questi sono i 4 protagonisti principali.
Penso che abbia ben descritto lo spirito del Cammino, anche se mi domando come delle persone che dormono all'aperto alla mattina possano essere linde e pulite come se fossero appena uscite da una doccia e da un trattamento di visagista.
Non vengono celati alcuni aspetti 'negativi' del cammino, come ad esempio il non riuscire a dormire per causa dei russatori, o il fatto che non tutti gli hospital sono accoglienti allo stesso modo.
Però nessuno ha mai né una vescica né un mal di schiena o una tendinite.
Un'altra cosa che mi ha un po' meravigliato è il fatto che una persona che fino al giorno prima se solo doveva fare più di 10 metri prendeva un mezzo di trasporto (Martin Sheen), riesca poi a farsi tutto il Cammino senza sforzi eccessivi.
Questi aspetti però non impattano sul giudizio complessivo. Descritto molto bene (a mio avviso) il clima che si crea tra i pellegrini, la complicità e la fratellanza. E anche i momenti di tensione e le litigate alla fine vengono superati e sono occasione di un approfondimento del rapporto.
La scena finale mi pare che sia uno strizzare l'occhio al gusto americano che vuole sempre un lieto fine che sia conclusivo. Per i miei gusti il film era finito a Finisterre. Ma questa è solo una considerazione personale.
Mi è piaciuto molto il contrasto tra le scene iniziali in cui si vedono solo macchine e in cui nessuno cammina, poi c'è lo stacco con i titoli, e infine tutto il film in cui le macchine sono praticamente assenti.
Nel complesso un film molto bello. Fa venire voglia di preparare lo zaino e mettersi in cammino.
03 aprile 2011
quarta dom. di Quaresima
Nel racconto della veglia nell’orto del Getsemani, l’evangelista Luca (22,43) aggiunge un particolare: Dio manda un angelo a consolare Gesù.
A tutti nella vita capitano dei momenti di scoraggiamento, di prostrazione profonda. Di dolore indicibile. Indicibile proprio perché non si può comunicare. Anche alle persone più care, che ci sono più vicine, la nostra sofferenza rimane in parte incomprensibile. Il sonno che coglie Pietro, Giacomo e Giovanni non è segno di indifferenza, ma del nostro limite umano, Nel dolore dell’altro, per quando ci sia caro, rimane sempre una zona irraggiungibile, incomprensibile, misteriosa.
Quando si soffre così, ci si sente sempre molto soli, abbandonati da tutti. Anche Dio a volte sembra lontano e insensibile al nostro dolore.
Ma se proprio in quei momenti si ha la forza di dire: “Non io, ma Tu. Non la mia ma la Tua volontà sia fatta”, allora il Signore ci manda un angelo per consolarci, per darci forza e coraggio.
Può essere un sorriso da una persona sempre seria, un “grazie” per qualcosa che neanche ci siamo accorti di fare, un gesto di amicizia e di affetto da chi conosciamo appena. Sono cose apparentemente piccole, ma che ci danno forza, ci danno il coraggio di affrontare la prova che stiamo vivendo, danno al nostro cuore un po’ di pace e di serenità. Ci fanno capire che non siamo soli, ma che c’è Qualcuno che ci ama di un amore molto più grande del nostro dolore.
A tutti nella vita capitano dei momenti di scoraggiamento, di prostrazione profonda. Di dolore indicibile. Indicibile proprio perché non si può comunicare. Anche alle persone più care, che ci sono più vicine, la nostra sofferenza rimane in parte incomprensibile. Il sonno che coglie Pietro, Giacomo e Giovanni non è segno di indifferenza, ma del nostro limite umano, Nel dolore dell’altro, per quando ci sia caro, rimane sempre una zona irraggiungibile, incomprensibile, misteriosa.
Quando si soffre così, ci si sente sempre molto soli, abbandonati da tutti. Anche Dio a volte sembra lontano e insensibile al nostro dolore.
Ma se proprio in quei momenti si ha la forza di dire: “Non io, ma Tu. Non la mia ma la Tua volontà sia fatta”, allora il Signore ci manda un angelo per consolarci, per darci forza e coraggio.
Può essere un sorriso da una persona sempre seria, un “grazie” per qualcosa che neanche ci siamo accorti di fare, un gesto di amicizia e di affetto da chi conosciamo appena. Sono cose apparentemente piccole, ma che ci danno forza, ci danno il coraggio di affrontare la prova che stiamo vivendo, danno al nostro cuore un po’ di pace e di serenità. Ci fanno capire che non siamo soli, ma che c’è Qualcuno che ci ama di un amore molto più grande del nostro dolore.
27 marzo 2011
terza dom. di Quaresima
Il vangelo di Giovanni nel racconto dell’Ultima Cena, invece dell’istituzione dell’Eucaristia, ci narra la ‘lavanda dei piedi’.
A questo proposito Madeleine Delbrêl scriveva:
A questo proposito Madeleine Delbrêl scriveva:
“Se dovessi scegliere una reliquia della Tua Passione, prenderei proprio quel catino pieno d’acqua sporca.
Girare il mondo con quel recipiente e a ogni piede cingermi dell’asciugatoio e curvarmi giù in basso, non alzando mai la testa oltre il polpaccio per non distinguere i nemici dagli amici.
E lavare i piedi del vagabondo, dell’ateo, del drogato, del carcerato, dell’omicida, di chi non mi saluta più, di quel compagno per cui non prego mai.
In silenzio...
Finché tutti abbiano capito”
Per lavare i piedi a qualcuno bisogna chinarsi, inginocchiarsi di fronte a lui. È un gesto allo stesso tempo di servizio e di adorazione. Servizio all’uomo, al fratello; e adorazione all’immagine di Dio presenta in tutti gli esseri umani.
Per lavare bene i piedi a qualcuno bisogna fissare il nostro sguardo ai suoi piedi. E dimenticare se il volto ci è noto o sconosciuto, simpatico o antipatico. Dimenticare se la persona ne è degna o meno, se è un santo o il peggiore degli uomini. Dimenticare tutti i titoli, le etichette.
L’unico titolo che conta è questo: uomo, figlio di Dio, fratello.
21 marzo 2011
Un libro ritrovato
Nell'antologia delle medie c'era un piccolo brano che mi incuriosì molto: parlava di un bambino di 4 anni, Ulysses, che vive ad Ithaca. Nelle note si diceva che il era il co-protagonista, assieme al fratello tredicenne Homer, del libro "La Commedia Umana" di William Saroyan. Trovai il libro, lo lessi tutto e devo dire che mi piacque molto.
Poi nel corso dei fatti della vita l'ho perso. Ma mi era sempre rimasto un po' nel cuore. Qualche giorno fa in una libreria l'ho trovato (l'ha riedito la Marcos y Marcos). Comprato, letto e riamato.
Non ha perso la sua bellezza. Bellezza delle cose piccole e semplici, ma che sono piene di senso, di gioia e di tristezza, di VITA. È commovente senza essere melenso.
Al di là dei nomi 'classici' (per completare il quadro c'è anche una Helen) niente a che vedere con riedizioni o riletture di Iliade od Odissea. La storia si svolge in America durante la seconda guerra mondiale. È una storia della gente tutti i giorni, degli umili che accettano “l’universo”.
Libro adatto a tutte le età, dai 12 ai 99 anni.
“Un uomo che non piange di fronte al dolore del mondo è un uomo per modo di dire. Nel mondo ci sarà sempre dolore. Questo non significa che si debba perdere la speranza. Un uomo vero si sforzerà di eliminare il dolore del mondo. Un uomo meschino non lo vedrà nemmeno, tranne che in se stesso. E un uomo malvagio, per sua disgrazia, porterà al mondo altro dolore, seminandolo ovunque andrà. Ma non è colpa di nessuno, mi sa, perché nessuno ha chiesto di venire al mondo” (p. 169).
La mano di Saroyan è piena di rabbia, una rabbia armena eppure americana: e soprattutto, la sua scrittura è fantastica, lirica fino all'ultimo punto, all'ultima virgola. (John Fante)
20 marzo 2011
seconda dom. di Quaresima
Nei giorni che passano tra l’ingresso trionfale a Gerusalemme e la Sua Passione, Gesù si reca spesso al tempio. Durante una di queste visite c’è l’episodio dei due soldi della vedova.
Per fortuna della chiesa il suo è un esempio che continua attraverso i secoli. Quello della povera vedova è un deposito continuamente alimentato dagli umili, dai semplici, dalla gente che non conta e che non appare. Vi vengono versati fede, generosità disinteressata, sacrificio, fatica quotidiana, fedeltà sofferta, dedizione nascosta, preghiera. Cioè vangelo preso sul serio. E il tutto accompagnato da umanità, pietà, misericordia, compassione.
Ed è solo questo il tesoro della chiesa, queste sono le sue vere ricchezze.
In ogni edificio ci sono le colonne portanti, quelle che assicurano che la casa stia in piedi, e senza le quali al minimo soffio di vento la costruzione crolla. Ma queste strutture portanti sono nascoste, in vista ci sono le facciate, le pareti. Tutte cose appariscenti, utili ma non fondamentali, funzionali, a servizio delle colonne portanti.
Diaconi, preti, vescovi hanno senso solo se sono a servizio delle vere colonne portanti, di coloro che nascostamente, silenziosamente, il più delle volte senza neanche rendersene conto, reggono il peso della chiesa, fanno si che essa sia sempre viva, sia sempre in piedi. Sono tutte le ‘povere vedove’ e i ‘poveri vedovi’ che assicurano la sopravvivenza della chiesa. La continua presenza di Dio sulla terra.
Per fortuna della chiesa il suo è un esempio che continua attraverso i secoli. Quello della povera vedova è un deposito continuamente alimentato dagli umili, dai semplici, dalla gente che non conta e che non appare. Vi vengono versati fede, generosità disinteressata, sacrificio, fatica quotidiana, fedeltà sofferta, dedizione nascosta, preghiera. Cioè vangelo preso sul serio. E il tutto accompagnato da umanità, pietà, misericordia, compassione.
Ed è solo questo il tesoro della chiesa, queste sono le sue vere ricchezze.
In ogni edificio ci sono le colonne portanti, quelle che assicurano che la casa stia in piedi, e senza le quali al minimo soffio di vento la costruzione crolla. Ma queste strutture portanti sono nascoste, in vista ci sono le facciate, le pareti. Tutte cose appariscenti, utili ma non fondamentali, funzionali, a servizio delle colonne portanti.
Diaconi, preti, vescovi hanno senso solo se sono a servizio delle vere colonne portanti, di coloro che nascostamente, silenziosamente, il più delle volte senza neanche rendersene conto, reggono il peso della chiesa, fanno si che essa sia sempre viva, sia sempre in piedi. Sono tutte le ‘povere vedove’ e i ‘poveri vedovi’ che assicurano la sopravvivenza della chiesa. La continua presenza di Dio sulla terra.
13 marzo 2011
prima dom. di quaresima
In questa prima domenica di Quaresima cerchiamo prima di ogni altra cosa di cogliere il senso vero e profondo di questo tempo liturgico.
Quando pensiamo alla Quaresima, il nostro pensiero va subito verso la penitenza, il digiuno e la rinuncia. Pensiamo a visi tristi; pensiamo a quaranta giorni come quelli che Gesù ha passato nel deserto, in solitudine e digiuno, o ai quarant’anni che il popolo di Dio ha passato nel deserto del Sinai camminando verso la Terra Promessa.
Tutte cose vere e giuste, ma che rappresentano solo la punta dell'iceberg, la parte più visibile, ma non la maggiore né la più importante.
La Quaresima non è un tempo di austerità o di tristezza, né un periodo per coltivare la colpa fissando il nostro sguardo su di noi, sulle nostre colpe e le nostre mancanze. È soprattutto un momento per cantare la gioia del perdono. I quaranta giorni quaresimali sono il periodo che Dio ci dona per prepararsi a riscoprire le piccole primavere delle nostre esistenze.
Quando, all’inizio del Vangelo di san Matteo, Giovanni Battista proclama «pentitevi!», egli vuol dire «volgetevi verso Dio!». Sì, durante la Quaresima, noi dovremmo volgerci verso Dio per accogliere il suo perdono. Cristo ha vinto il male e il suo costante perdono ci permette di rinnovare la nostra vita interiore. È alla conversione che siamo chiamati: non a volgerci verso noi stessi in una introspezione o in un perfezionismo individuale, ma a cercare la comunione con Dio e la comunione con gli altri.
10 marzo 2011
La forza della vita
Sorpresa di questa mattina arrivando al lavoro. I boccioli hanno resistito a tre giorni di bora fino a 180. E questa mattina hanno iniziato a sbocciare.
25 febbraio 2011
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