Ci sono due parole, nel Vangelo di questa domenica (Gv. 14, 15-21), che non mi 'piacciono'.
La prima è una parola "difficile", che non capisco perché non venga messa in modo che tutti possano capirla. Questa parola è "Paraclito", e non capisco perché non venga usata l'antica (anche se non del tutto esatta) traduzione "Consolatore".
Gesù è preoccupato per noi, non vuole che ci sentiamo soli, abbandonati, che ci dibattiamo nello sconforto. Stando in mezzo a noi, vivendo con noi, si è reso conto che l'uomo non può stare senza consolazione, non può fare a meno di qualcuno che lo consoli. Gesù non ci dispensa dalla sofferenza e dalla croce, ma chiede al Padre, e ottiene, che l'esperienza amara del dolore sia sempre accompagnata dall'esperienza della consolazione.
Consolare è molto di più che passare sulle nostre ferite una pomata di frasi dolciastre e melense. È rimettere in piedi una persona, ridarle cuore, voglia e speranza di vivere. Il linguaggio dell'amore è un linguaggio che conforta, non che abbatte.
Ma il linguaggio non basta. Nella seconda lettura s. Pietro dice che dobbiamo rendere conto della speranza che è in noi. Ma aggiunge che "questo sia fatto con rispetto e dolcezza".
È importante che nelle nostre notti di dolore ci venga data una luce calda, una persona. Non una teoria astratta e gelida.
In una striscia, Linus dice al suo amico Charlie Brown: "Non temere, Charlie Brown! Poiché dopo tutto quello che si dice e si fa, c'è qualcuno che ti vuole bene, e questo "qualcuno" è soltanto un rappresentate molto umile, a misura di nocciolina, di Qualcuno molto più grande di lui"
La seconda è "Comandamenti". Mi sa di coercizione, di obblighi. Preferisco molto di più la forma greca (Decalogo = 10 Parole) o quella ebraica (Devarim = le Parole). Mi pare più fedele al racconto biblico. Il dono del Decalogo avviene nel mezzo di un dialogo che Dio ha per mezzo di Mosè col suo popolo. È un discorso. E questo discorso inizia con la presentazione di Dio, che si presenta come colui che ha liberato il popolo dalla schiavitù e lo conduce su di una via di libertà. Ecco quindi il vero significato del Decalogo. Queste parole sono come quei paletti che si vedono in inverno ai lati delle strade innevate. Sono i segnali per gli spazzaneve di dove sia la strada. Le 10 Parole sono proprio questi paletti, ci indicano la strada verso la libertà. Sono i segni dell'amore di Dio per noi, della sua volontà di volerci liberi dal peccato, dall'egoismo.
Ma qui Gesù non indica il Decalogo, la legge, ma la sua vita, il suo annuncio, la buona notizia, cioè il Vangelo. Non è un obbligo, una tassa da pagare, ma un invito ad inserirsi in una comunione di vita, in un rapporto d'amore. È scoprire, sapere, di essere amato. È l'aspetto passivo della nostra vita cristiana, è l'esperienza di sentirsi oggetto di amore.
E l'amore di DIo è spontaneo, non ha nessuna causa se non Dio stesso. Cristo ci rivela un amore che non si lascia determinare da nessuno se non da DIo stesso. Dio ama i peccatori non a causa del loro peccato, ma nonostante il peccato, come ama i giusti non a motivo della loro buona condotta. Non dobbiamo essere degni per essere amati da Dio, ma diventiamo degni perché siamo amati da Dio. L'amore di Dio non si lascia condizionare dal comportamento degli uomini. Lui fa sorgere il sole sui giusti e sui malvagi. Che brutta notizia sarebbe sapere che Dio ci ama perché siamo buoni e in quanto siamo buoni.
E scoprirsi amati di questo amore sollecita la nostra risposta. E questa risposta va data al prossimo. Dio vede il nostro amore per Lui nell'amore che mettiamo verso gli altri esseri umani. L'unico strumento che abbiamo per misurare il nostro amore per Dio è la nostra carità, è il nostro amore per il prossimo.
Ogni uccello ha il suo modo di volare.
Ogni persona ha il suo modo di incarnare il Cristo.
14 maggio 2020
Quinta domenica di Pasqua 2020
Il Vangelo di questa domenica (Gv 14,1-12) fa parte del discorso di addio che Gesù fa agli apostoli dopo aver lavato loro i piedi la sera del giovedì santo. Sono delle parole che hanno lo scopo di scacciare la paura, di dire che ci sarà un distacco, un allontanamento. Ma che questo non sarà definitivo. È un discorso molto ricco. Mi fa venire il mente il salmo 62: " Una parola ha detto Dio, due ne ho udite"
Ogni parola di Gesù è un mondo, un forziere di significati, uno scrigno di gesti d'amore. Si parla di casa, cuore, posto, cammino, tutte cose comuni, ma che qui diventano segno della presenza divina, del suo amore, dei suoi gesti e delle sue premure per gli uomini.
Gesù non sta per andare in un luogo, ma va al Padre. Ci indica non una meta ma una persona. Non dobbiamo fare una strada, dobbiamo allacciare un rapporto personale. La base, la radice della nostra fede, della nostra vita non sta in quello che facciamo ma nei rapporti che viviamo, soprattutto nel rapporto che viviamo con Dio. Se viviamo un rapporto d'amore allora siamo capaci di compiere gesti d'amore. Non dobbiamo fare le "buone azioni" per poter avere un buon rapporto con Dio, ma dobbiamo avere un buon rapporto con Dio per poter fare le "buone azioni".
Gesù dice di essere la verità. La verità non è una idea, un concetto più o meno astratto. È una persona. E una persona non si può possedere, si può, si deve essere in relazione. Maggiore sarà la nostra relazione con Gesù, più vicina sarà la nostra relazione con la verità.
Ma tutto il discorso di Gesù ci deve aprire alla speranza, ci deve "far cadere in alto" (P. Evdokimov). Gesù vuole farci capire che anche nel momento più buio possiamo scorgere una luce, magari piccola e fioca, ma quella luce è li per noi, perché noi, attraverso di Lui e insieme a Lui, possiamo uscire al sole che viene a illuminare la nostra vita e scaldare il nostro cuore.
Forse questo brano, vista la sua ricchezza, lo potrebbe commentare bene solo un poeta.
A me ha fatto venire in mente, non so perché, due frasi del beato papa Giovanni XXIII.
La prima nella lettera ai bulgari quando lasciò la Bulgaria dopo anni di servizio: "Dovunque io dovessi andare nel mondo, se qualcuno passasse dinanzi alla mia casa, di notte, in condizioni angosciose, costui troverà alla mia finestra un lume acceso. Bussa! Bussa! Non ti domanderò se sei cattolico o no"
E la seconda: Alla mia povera fontana si accostano uomini di ogni specie. La mia funzione è di dare acqua a tutti"
Ogni parola di Gesù è un mondo, un forziere di significati, uno scrigno di gesti d'amore. Si parla di casa, cuore, posto, cammino, tutte cose comuni, ma che qui diventano segno della presenza divina, del suo amore, dei suoi gesti e delle sue premure per gli uomini.
Gesù non sta per andare in un luogo, ma va al Padre. Ci indica non una meta ma una persona. Non dobbiamo fare una strada, dobbiamo allacciare un rapporto personale. La base, la radice della nostra fede, della nostra vita non sta in quello che facciamo ma nei rapporti che viviamo, soprattutto nel rapporto che viviamo con Dio. Se viviamo un rapporto d'amore allora siamo capaci di compiere gesti d'amore. Non dobbiamo fare le "buone azioni" per poter avere un buon rapporto con Dio, ma dobbiamo avere un buon rapporto con Dio per poter fare le "buone azioni".
Gesù dice di essere la verità. La verità non è una idea, un concetto più o meno astratto. È una persona. E una persona non si può possedere, si può, si deve essere in relazione. Maggiore sarà la nostra relazione con Gesù, più vicina sarà la nostra relazione con la verità.
Ma tutto il discorso di Gesù ci deve aprire alla speranza, ci deve "far cadere in alto" (P. Evdokimov). Gesù vuole farci capire che anche nel momento più buio possiamo scorgere una luce, magari piccola e fioca, ma quella luce è li per noi, perché noi, attraverso di Lui e insieme a Lui, possiamo uscire al sole che viene a illuminare la nostra vita e scaldare il nostro cuore.
Forse questo brano, vista la sua ricchezza, lo potrebbe commentare bene solo un poeta.
A me ha fatto venire in mente, non so perché, due frasi del beato papa Giovanni XXIII.
La prima nella lettera ai bulgari quando lasciò la Bulgaria dopo anni di servizio: "Dovunque io dovessi andare nel mondo, se qualcuno passasse dinanzi alla mia casa, di notte, in condizioni angosciose, costui troverà alla mia finestra un lume acceso. Bussa! Bussa! Non ti domanderò se sei cattolico o no"
E la seconda: Alla mia povera fontana si accostano uomini di ogni specie. La mia funzione è di dare acqua a tutti"
Quarta Domenica di Pasqua 2020
Il centro del discorso del Vangelo di oggi, 3/5, è il rapporto tra le pecore e il pastore. Per capirlo meglio occorre sapere quali erano gli usi in Palestina al tempo di Gesù.
Nel recinto sono alloggiati diversi greggi appartenenti a svariati padroni che, per la notte, affidano le proprie pecore alla sorveglianza di un guardiano. Al mattino si presentano i vari pastori. E ciascuno chiama le proprie pecore che, così, escono fuori e lo seguono. Pur confuse, mescolate insieme, le pecore rispondono unicamente all'appello del proprio padrone. Non vanno dietro a un altro pastore, che per loro risulta «estraneo». È la voce che permette il riconoscimento. «Un estraneo ... non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Questo particolare, è la chiave di tutta la similitudine. Le pecore, nel recinto, durante la notte, possono provare l'impressione di aver perduto il pastore, di essere state abbandonate da lui. Lo ritrovano al mattino, non quando lo vedono, ma quando «ascoltano la sua voce».
Allora avviene l'incontro, il riconoscimento reciproco, grazie a una specie di «liturgia della voce». È la voce che permette di distinguere il pastore dagli estranei. È la voce che restituisce ciò che è stato sottratto agli occhi. Pure Maria di Magdala, il mattino di Pasqua, allorché si affida al «vedere», si sente autorizzata a piangere perché avverte ciò che le è stato tolto: «Hanno portato via il mio Signore dal sepolcro e non so dove l'hanno posto» (Gv 20, 13).
Lo ritrova al suono della voce:
- Maria!
- Rabbunì!
Gli occhi non sono stati affidabili, difatti l'ha scambiato per il giardiniere. Ma la voce non tradisce. Quel timbro, quel tono, ma soprattutto il nome pronunciato in quella maniera, fanno scoccare la scintilla del «riconoscimento ». Anche lei, come le pecore, riconosce il Pastore quando lo sente pronunciare il proprio nome. Come mi faceva notare un’amica, i neonati riconoscono la madre dalla voce.
«Chiama le sue pecore una per una ... » Ciascuna, oltre a riconoscere quella voce unica, inconfondibile, riconosce il proprio nome. Si tratta di un pastore che si occupa, non di un gregge, di una massa, ma delle singole pecore. E proprio questo rapporto personale, intimo, all'insegna dell'unicità, è quello che si stabilisce tra noi e il vero Pastore, e lo caratterizza rispetto a tutti gli altri « abusivi ».
Ognuno di noi non è uno fra i tanti. È unico. Non è un numero, confuso nella quantità, una pedina che può essere sostituita da tante altre, esse pure intercambiabili, nel vasto scacchiere del mondo .
Ogni individuo è una scoperta, un esemplare esclusivo. L'uomo medio, ordinario, standard esiste soltanto nelle statistiche.
Dio non lavora in serie. L'uomo non esce da una colossale catena di montaggio celeste, che sforna prodotti pressocché uguali. Ogni uomo è un modello originale, con delle caratteristiche peculiari, che possiede in esclusiva.
Dio concede a ciascuna creatura l'esclusiva della Sua immagine. Ognuno di noi è un qualcosa che non può essere ripetuto, e di cui non esiste copia o sostituto.
Ogni uomo che nasce ha un compito « unico» da svolgere nel mondo.
Ogni uomo che viene al mondo è necessario. Dal momento che è stato creato, è necessario alla vita, è necessario all'amore, è importante di Amore.
Ogni uomo è insostituibile nella vita. Io sono chiamato a produrre una nota originale, insostituibile, nel concerto dell'universo. Se non mi realizzo, se non sono me stesso, privo il mondo, la Chiesa, di qualche cosa che soltanto io sono in grado di produrre. Se io non vivo in pienezza, lascio mancare la mia nota, necessaria alla sinfonia generale. Una nota che nessun altro può produrre al mio posto.
Posso farmi sostituire in un lavoro. Ma non posso farmi sostituire nella vita.
Per qualunque «padrone del vapore» si può trovare facilmente un sostituto (anche se lui ne dubita). Ma nessuno può sostituire la più piccola creatura che rifiuta il proprio posto nella vita.
Per ciò che fai, puoi anche essere inutile (anzi, è igienico possedere questo senso di inutilità), ma per ciò che sei, per ciò che sei chiamato a essere, risulti addirittura indispensabile.
La vita non può fare a meno di te.
Ma torniamo alla voce. Quell'essere chiamato per nome, non è soltanto un fatto di «riconoscimento». Quella voce è un appello. Quando mi sento interpellato personalmente, avverto una sollecitazione a muovermi, a mettermi in cammino, a tener dietro al Pastore.
Quella non è una voce semplicemente consolante.
Il mio nome non viene pronunciato per cullarmi nel sonno
È un perentorio segnale di risveglio.
La risposta a quella voce la si dà ... lungo la strada della vita
Terza Domenica di Pasqua 2020
l vangelo di oggi è quello dei discepoli di Emmaus. Dopo la constatazione che in pratica Gesù con loro celebra una Messa (liturgia della Parola e liturgia eucaristica), una cosa che mi ha sempre colpito è la constatazione dei due: come ci ardeva il cuore quando ci spiegava le Scritture.
È un passaggio che mi ha sempre fatto un po' tremare i polsi.
Mi spiego. Noi ministri della Parola (e non intendo solo quelli ordinati, ma tutti coloro che a vario titolo si trovano a dover commentare/spiegare/proclamare la Bibbia) riusciamo a "scaldare i cuori" di coloro a cui ci rivolgiamo? o riusciamo solo ad annoiarli o ad addormentarli? quando non ad allontanarli dalla Chiesa?
Penso che il problema principale sia innanzi tutto se quella parola ha prima scaldato il nostro cuore. Amiamo realmente, teneramente, quella Parola? l'abbiamo assaporata, gustata, ruminata? l'abbiamo fatta penetrare nel nostro cuore? è stata realmente una spada a due tagli che ci è penetrata nelle ossa e nelle giunture?
Non basta essersi preparati intellettualmente, aver letto magari un mucchio di dotti trattati di esegesi e di critica testuale. Per poter parlare della Parola, bisogna che sia diventata la base della nostra vita. Dovremmo parlarne come un ragazzo parla della sua fidanzata, più che lo studio, dalle nostre parole deve sgorgare l'amore, la vita. Più che con la testa (che comunque non andrebbe dimenticata) dovremmo parlarne col cuore. Con un cuore ardente d'amore, di passione.
È un passaggio che mi ha sempre fatto un po' tremare i polsi.
Mi spiego. Noi ministri della Parola (e non intendo solo quelli ordinati, ma tutti coloro che a vario titolo si trovano a dover commentare/spiegare/proclamare la Bibbia) riusciamo a "scaldare i cuori" di coloro a cui ci rivolgiamo? o riusciamo solo ad annoiarli o ad addormentarli? quando non ad allontanarli dalla Chiesa?
Penso che il problema principale sia innanzi tutto se quella parola ha prima scaldato il nostro cuore. Amiamo realmente, teneramente, quella Parola? l'abbiamo assaporata, gustata, ruminata? l'abbiamo fatta penetrare nel nostro cuore? è stata realmente una spada a due tagli che ci è penetrata nelle ossa e nelle giunture?
Non basta essersi preparati intellettualmente, aver letto magari un mucchio di dotti trattati di esegesi e di critica testuale. Per poter parlare della Parola, bisogna che sia diventata la base della nostra vita. Dovremmo parlarne come un ragazzo parla della sua fidanzata, più che lo studio, dalle nostre parole deve sgorgare l'amore, la vita. Più che con la testa (che comunque non andrebbe dimenticata) dovremmo parlarne col cuore. Con un cuore ardente d'amore, di passione.
12 aprile 2015
II DOMENICA DI PASQUA
L'episodio di s. Tommaso del Vangelo di questa domenica (Gv 20,19-31) mi ha porta a due riflessioni.
1) La potenza delle idee preconcette e delle immagini. Se abbiamo presente la quasi totalità dei quadri che raffigurano l’episodio, notiamo che Tommaso è ritratto nell'atto di mettere il dito nel costato. Ricordo un quadro, di cui ho dimenticato l’autore, in cui Tommaso con un paio di occhiali (del tutto anacronistici) scrutava le piaghe! Neanche il Caravaggio si discosta da questa iconografia.
Eppure se leggiamo bene l’episodio, senza preconcetti né preraffigurazioni, notiamo che da nessuna parte viene detto che Tommaso abbia fatto ciò.
Penso che la migliore rappresentazione di questo passo possa essere un Tommaso a capo chino di fronte a Gesù che ha le braccia aperte, non per mostrare le piaghe, ma per accogliere la stupenda professione di fede, una delle più grandi di tutto il N.T.: “Mio Signore e mio Dio”.
2) La seconda riflessione riguarda direttamente gli Apostoli, ma indirettamente riguarda tutti noi. Proviamo un po' a pensarci. Dieci Apostoli hanno assistito ad un evento veramente eccezionale. Colui che era morto con ignominia, e che quindi secondo la mentalità del tempo doveva essere un maledetto da Dio, è risorto, è apparso in mezzo a loro. E questo fatto rappresenta la realizzazione delle promesse, il pieno avverarsi delle loro speranze e delle parole del Maestro.
Provate ad immaginare: ciò che avete sempre sperato, inaspettatamente si realizza. E voi non siete contenti? non incominciate a saltare di gioia, ad avere gli occhi che brillano? Di fronte ad una notizia di questo genere la gioia si deve vedere lontano un miglio, in particolare per chi ha condiviso questa speranza e questa momentanea delusione. Invece ai dieci non traspare niente. Di fronte ad una notizia di questo genere le parole non bastano, è tutta la persona che deve comunicare. E allora mi sa che Tommaso non ha avuto tanti torti a dubitare.
Questa Chiesa nascente, che dovrà portare il messaggio, la lieta novella che proprio su questa Risurrezione si fonda, alla prima prova si è mostrata carente. Forse perché ha cercato di dimostrare invece che mostrare. Forse perché lo Spirito che la sera della prima apparizione Gesù aveva alitato, non era bastato. Ci voleva lo Spirito della Pentecoste.
E forse anche a noi tante volte capita lo stesso: ci sforziamo di "dimostrare" Gesù, invece dovremmo mostrarlo. Mostrarlo con la nostra vita, con le nostre azioni, con il nostro amore per tutti e verso tutti.
Ma soprattutto non dovremmo fondarci solo sulle nostre forze, sui nostri piani pastorali, sui nostri convegni di studio. Il fondamento di tutta la nostra azione, della nostra vita e della nostra speranza deve essere solo lo Spirito Santo.
Su suggerimento fattomi anni fa dal caro amico sPunto aggiungo un altra cosa.
Dopo l'episodio citato, Tommaso compare sempre nei versetti successivi. Sta sempre attaccato a Pietro!! Partecipa attivamente, non si lascia scappare le occasioni...
Di questo mi vengono in mente due motivazioni:
1 - lo fa perché è stato "conquistato", perché ha trovato il coraggio, perché è stato toccato nel profondo del cuore;
2 - (e questa è un po' cattiva) lo fa perché non vuole più essere assente in un momento 'topico', perché ha paura di perdere un'altra volta il treno.
Sinceramente penso più probabile la prima
1) La potenza delle idee preconcette e delle immagini. Se abbiamo presente la quasi totalità dei quadri che raffigurano l’episodio, notiamo che Tommaso è ritratto nell'atto di mettere il dito nel costato. Ricordo un quadro, di cui ho dimenticato l’autore, in cui Tommaso con un paio di occhiali (del tutto anacronistici) scrutava le piaghe! Neanche il Caravaggio si discosta da questa iconografia.
Eppure se leggiamo bene l’episodio, senza preconcetti né preraffigurazioni, notiamo che da nessuna parte viene detto che Tommaso abbia fatto ciò.
Penso che la migliore rappresentazione di questo passo possa essere un Tommaso a capo chino di fronte a Gesù che ha le braccia aperte, non per mostrare le piaghe, ma per accogliere la stupenda professione di fede, una delle più grandi di tutto il N.T.: “Mio Signore e mio Dio”.
2) La seconda riflessione riguarda direttamente gli Apostoli, ma indirettamente riguarda tutti noi. Proviamo un po' a pensarci. Dieci Apostoli hanno assistito ad un evento veramente eccezionale. Colui che era morto con ignominia, e che quindi secondo la mentalità del tempo doveva essere un maledetto da Dio, è risorto, è apparso in mezzo a loro. E questo fatto rappresenta la realizzazione delle promesse, il pieno avverarsi delle loro speranze e delle parole del Maestro.
Provate ad immaginare: ciò che avete sempre sperato, inaspettatamente si realizza. E voi non siete contenti? non incominciate a saltare di gioia, ad avere gli occhi che brillano? Di fronte ad una notizia di questo genere la gioia si deve vedere lontano un miglio, in particolare per chi ha condiviso questa speranza e questa momentanea delusione. Invece ai dieci non traspare niente. Di fronte ad una notizia di questo genere le parole non bastano, è tutta la persona che deve comunicare. E allora mi sa che Tommaso non ha avuto tanti torti a dubitare.
Questa Chiesa nascente, che dovrà portare il messaggio, la lieta novella che proprio su questa Risurrezione si fonda, alla prima prova si è mostrata carente. Forse perché ha cercato di dimostrare invece che mostrare. Forse perché lo Spirito che la sera della prima apparizione Gesù aveva alitato, non era bastato. Ci voleva lo Spirito della Pentecoste.
E forse anche a noi tante volte capita lo stesso: ci sforziamo di "dimostrare" Gesù, invece dovremmo mostrarlo. Mostrarlo con la nostra vita, con le nostre azioni, con il nostro amore per tutti e verso tutti.
Ma soprattutto non dovremmo fondarci solo sulle nostre forze, sui nostri piani pastorali, sui nostri convegni di studio. Il fondamento di tutta la nostra azione, della nostra vita e della nostra speranza deve essere solo lo Spirito Santo.
Su suggerimento fattomi anni fa dal caro amico sPunto aggiungo un altra cosa.
Dopo l'episodio citato, Tommaso compare sempre nei versetti successivi. Sta sempre attaccato a Pietro!! Partecipa attivamente, non si lascia scappare le occasioni...
Di questo mi vengono in mente due motivazioni:
1 - lo fa perché è stato "conquistato", perché ha trovato il coraggio, perché è stato toccato nel profondo del cuore;
2 - (e questa è un po' cattiva) lo fa perché non vuole più essere assente in un momento 'topico', perché ha paura di perdere un'altra volta il treno.
Sinceramente penso più probabile la prima
05 aprile 2015
Pasqua di Risurrezione
"... Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura ..." (Gv 20,1-9)
Cristiano non è uno che ha capito tutto. È uno che ha visto e ha deciso di fidarsi di una persona, Gesù, e dei propri occhi. Sa che c'è e ci sarà sempre qualcosa che sfugge alla comprensione, qualcosa di più grande.
In ogni persona, e in Dio in particolare, c'è sempre una zona di mistero, di inesplicabile. C'è sempre qualcosa da scoprire. C'è sempre qualcosa di cui meravigliarsi, qualcosa di cui stupirsi, qualcosa di cui gioire.
Avere fede non vuol dire aver capito tutto, ma vuol dire fidarsi, vuol dire aprirsi al mistero, vuol dire allargare la propria visuale, il proprio sguardo fino ad abbracciare l'infinito. Vuol dire sapere di non sapere, ammettere i propri limiti. Aprirsi ogni giorno ad una novità, essere disponibili ogni mattina a nuovi passi su cammini che non sono mai uguali.
Avere fede è una magnifica avventura che chi ritiene di aver capito tutto si preclude. Chi pensa di aver capito tutto, in realtà non ha capito niente.
04 aprile 2015
Sabato Santo
Alla fine Gesù esclama: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito“.
È il destino di tutti noi, di ogni cosa, di tutto l’universo: essere riconsegnati nelle mani di Dio.
Il libro della Genesi ci racconta che Dio con le sue mani plasmò l’uomo dalla terra, e che poi vi alitò il suo Spirito. Alla fine ognuno di noi ritornerà a quelle mani che lo hanno plasmato con tanto amore per restituire quello spirito che ci è stato donato.
Ma a quelle mani accoglienti non torneremo con le nostre mani vuote. In quell'abbraccio accogliente non si scioglierà solo il nostro corpo, ma troverà compimento tutta la nostra vita.
Riconsegneremo al Padre tutti i nostri gesti d’amore. Da quelli talmente piccoli e nascosti che neanche noi riusciamo a vedere, a quelli che ci hanno richiesto un grosso sacrificio, una morte interiore dolorosa.
E Lui che è l’Amore prenderà i nostri atti d’amore e togliendogli tutte le scorie del nostro egoismo, dei nostri limiti, li farà risplendere di quella luce d’eternità che sempre avevano, ma che i nostri occhi limitati non riuscivano a cogliere.
Si, Gesù sulla croce, nel momento di compiere il dono più alto, ci ricorda che tutto ci viene da Dio e che tutto a Lui ritorna. Ma ogni cosa che riceviamo dobbiamo restituirla non come l’abbiamo ricevuta, ma deve recare le nostre impronte, il nostro marchio. Ogni dono di Dio non dobbiamo seppellirlo nella terra per restituirlo intatto, ma dobbiamo maneggiarlo, usarlo, sporcarlo con le nostre mani, ammaccarlo con la nostra vita.
Solo così renderemo piena gloria a Dio e solo così la nostra vita sarà veramente realizzata e potremo entrare nella gioia senza fine.
È il destino di tutti noi, di ogni cosa, di tutto l’universo: essere riconsegnati nelle mani di Dio.
Il libro della Genesi ci racconta che Dio con le sue mani plasmò l’uomo dalla terra, e che poi vi alitò il suo Spirito. Alla fine ognuno di noi ritornerà a quelle mani che lo hanno plasmato con tanto amore per restituire quello spirito che ci è stato donato.
Ma a quelle mani accoglienti non torneremo con le nostre mani vuote. In quell'abbraccio accogliente non si scioglierà solo il nostro corpo, ma troverà compimento tutta la nostra vita.
Riconsegneremo al Padre tutti i nostri gesti d’amore. Da quelli talmente piccoli e nascosti che neanche noi riusciamo a vedere, a quelli che ci hanno richiesto un grosso sacrificio, una morte interiore dolorosa.
E Lui che è l’Amore prenderà i nostri atti d’amore e togliendogli tutte le scorie del nostro egoismo, dei nostri limiti, li farà risplendere di quella luce d’eternità che sempre avevano, ma che i nostri occhi limitati non riuscivano a cogliere.
Si, Gesù sulla croce, nel momento di compiere il dono più alto, ci ricorda che tutto ci viene da Dio e che tutto a Lui ritorna. Ma ogni cosa che riceviamo dobbiamo restituirla non come l’abbiamo ricevuta, ma deve recare le nostre impronte, il nostro marchio. Ogni dono di Dio non dobbiamo seppellirlo nella terra per restituirlo intatto, ma dobbiamo maneggiarlo, usarlo, sporcarlo con le nostre mani, ammaccarlo con la nostra vita.
Solo così renderemo piena gloria a Dio e solo così la nostra vita sarà veramente realizzata e potremo entrare nella gioia senza fine.
03 aprile 2015
Venerdì Santo
Giovanni, nel suo Vangelo, ci dice che subito prima di morire Gesù ha esclamato: “Tutto è compiuto!”
Poco tempo prima proprio Lui ci aveva detto che il pastore lascia le 99 pecore per trovare l’unica pecora perduta.
Sulla croce Gesù ci dimostra che le sue non sono solo parole, ma che Lui non ha fatto altro che illustrarci, raccontarci la sua vita, la vita di Dio.
Dio sa contare solo fino a 1. Per quell'uno che si è smarrito, Dio abbandona tutto e lo viene a cercare. E non si da pace, non cessa la sua ricerca fino a che non lo ritrova.
Affronta ogni cosa, è disposto a tutto, a non avere dove posare il capo per riposare, a vedere gli amici abbandonarlo e tradirlo, a ricevere gli insulti, a essere torturato, a farsi inchiodare su di una croce, pur di ritrovare colui che si era perduto.
Contro l’amore di Dio è vano fuggire. Dio ti insegue per raggiungerti, per dirti che c’è una reggia preparata per te, proprio per te, e che Lui in persona ti ha preparato la stanza migliore. E anche se tu, per non farti raggiungere, ti fai appendere ad una croce, Lui, pur di farsi trovare da te, si fa appendere accanto.
Si, veramente “tutto è compiuto“. Per questo, solo per questo il Figlio si è fatto uomo.
E adesso che ha ritrovato colui che si era perduto può tornare al Padre. Ma tutto è compiuto proprio perché non torna solo. Il Figlio può presentarsi al Padre dicendogli che ha fatto la Sua volontà perché si presenta non da solo, ma a braccetto di un ex-ladro, la prima di un’innumerevole schiera di pecore perdute e ritrovate dal Suo amore senza limiti.
Poco tempo prima proprio Lui ci aveva detto che il pastore lascia le 99 pecore per trovare l’unica pecora perduta.
Sulla croce Gesù ci dimostra che le sue non sono solo parole, ma che Lui non ha fatto altro che illustrarci, raccontarci la sua vita, la vita di Dio.
Dio sa contare solo fino a 1. Per quell'uno che si è smarrito, Dio abbandona tutto e lo viene a cercare. E non si da pace, non cessa la sua ricerca fino a che non lo ritrova.
Affronta ogni cosa, è disposto a tutto, a non avere dove posare il capo per riposare, a vedere gli amici abbandonarlo e tradirlo, a ricevere gli insulti, a essere torturato, a farsi inchiodare su di una croce, pur di ritrovare colui che si era perduto.
Contro l’amore di Dio è vano fuggire. Dio ti insegue per raggiungerti, per dirti che c’è una reggia preparata per te, proprio per te, e che Lui in persona ti ha preparato la stanza migliore. E anche se tu, per non farti raggiungere, ti fai appendere ad una croce, Lui, pur di farsi trovare da te, si fa appendere accanto.
Si, veramente “tutto è compiuto“. Per questo, solo per questo il Figlio si è fatto uomo.
E adesso che ha ritrovato colui che si era perduto può tornare al Padre. Ma tutto è compiuto proprio perché non torna solo. Il Figlio può presentarsi al Padre dicendogli che ha fatto la Sua volontà perché si presenta non da solo, ma a braccetto di un ex-ladro, la prima di un’innumerevole schiera di pecore perdute e ritrovate dal Suo amore senza limiti.
02 aprile 2015
Giovedì Santo
Ad un certo punto, Gesù in croce esclama. “Ho sete”
Non è solo il grido del Crocifisso che ha sete fisica, ma è anche il grido di Dio che cerca l’uomo, che ha sete dell’uomo. Questa sete ci rivela la sofferenza di Dio senza l’uomo. Il Creatore non può vivere senza la creatura, il pastore senza il gregge. È una sete che ha un’unica causa: l’amore.
Perché la sete di Dio è come il suo amore: infinita e inesauribile. Più l’uomo si è allontanato da Dio, più si è fatto sordo alla Sua voce, più Dio fa sentire il suo amore. Lui non ha ritirato il suo amore, lo ha moltiplicato. Più l’uomo si è negato, ha rifiutato Dio e il suo amore, più Dio ha moltiplicato il suo amore e i suoi doni. Alla fine ci ha donato il Figlio. Ha dato tutto quello che aveva, si è spogliato di tutto, ha dilapidato il capitale di famiglia, non gli resta più niente. Lui è davvero un “Padre prodigo“, pur di avere l’uomo.
A volte la sete è segno di una malattia. In questo caso ci dice di quale sia la malattia di Dio: Dio è malato di amore per l’uomo.
E questo amore non ci è dato per i nostri meriti, perché non c’è niente che possa “meritare” un amore così grande, così immenso. Ci viene offerto per dono, gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Perché Dio non ci chiede niente in cambio di questo amore. Lui non ci chiede niente, l’unica cosa che lui spera (spera e non chiede) è che noi accettiamo, accogliamo, questo amore.
Questa sete di Dio ci dice che non abbiamo bisogno di “valere“, di essere degni (e d’altra parte non lo saremo mai) per avere il suo amore, per essere amati, ma che solo accogliendo il suo amore, solo lasciandoci amare acquistiamo il nostro vero valore, la nostra più reale dignità.
Non è solo il grido del Crocifisso che ha sete fisica, ma è anche il grido di Dio che cerca l’uomo, che ha sete dell’uomo. Questa sete ci rivela la sofferenza di Dio senza l’uomo. Il Creatore non può vivere senza la creatura, il pastore senza il gregge. È una sete che ha un’unica causa: l’amore.
Perché la sete di Dio è come il suo amore: infinita e inesauribile. Più l’uomo si è allontanato da Dio, più si è fatto sordo alla Sua voce, più Dio fa sentire il suo amore. Lui non ha ritirato il suo amore, lo ha moltiplicato. Più l’uomo si è negato, ha rifiutato Dio e il suo amore, più Dio ha moltiplicato il suo amore e i suoi doni. Alla fine ci ha donato il Figlio. Ha dato tutto quello che aveva, si è spogliato di tutto, ha dilapidato il capitale di famiglia, non gli resta più niente. Lui è davvero un “Padre prodigo“, pur di avere l’uomo.
A volte la sete è segno di una malattia. In questo caso ci dice di quale sia la malattia di Dio: Dio è malato di amore per l’uomo.
E questo amore non ci è dato per i nostri meriti, perché non c’è niente che possa “meritare” un amore così grande, così immenso. Ci viene offerto per dono, gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Perché Dio non ci chiede niente in cambio di questo amore. Lui non ci chiede niente, l’unica cosa che lui spera (spera e non chiede) è che noi accettiamo, accogliamo, questo amore.
Questa sete di Dio ci dice che non abbiamo bisogno di “valere“, di essere degni (e d’altra parte non lo saremo mai) per avere il suo amore, per essere amati, ma che solo accogliendo il suo amore, solo lasciandoci amare acquistiamo il nostro vero valore, la nostra più reale dignità.
Mercoledì Santo
Oggi un frase di Gesù che per certi versi può sembrare scandalosa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Dico scandalosa perché sembra impossibile che Gesù, il Figlio di Dio, si senta abbandonato da Dio stesso.
Ma il Figlio di Dio si è incarnato non per finta o per gioco, ma per condividere con l’uomo tutto fuorché il peccato. E questo tutto comprende anche l’angoscia che deriva dal sentirsi abbandonati dal Signore.
Molti tra i grandi santi e mistici, penso a san Giovanni della Croce, a santa Teresa d’Avila, a santa Teresina di Lisieux, ce lo dicono: arriva un momento in cui Dio sembra tacere, in cui sembra che il Signore, che tanto ti ha donato, si chiuda nel cielo e non voglia più non dico parlarti, ma neanche degnarti di uno sguardo.
Sono momenti tremendi quelli del silenzio di Dio. Lui, la fonte della vita, ti abbandona e tu ti senti morire.
È il silenzio del Sabato Santo. Dio ha abbandonato la terra e l’uomo si ritrova spaesato e tremante in balia di sé stesso, senza sapere dove andare, cosa fare, ma soprattutto senza speranza e senza consolazione.
Ma è un’assenza che, anche se sembra eterna e interminabile, è destinata a finire. E finirà con la gloria della Pasqua, la grande festa della Resurrezione.
Inoltre per noi questa assenza, questo ritrarsi di Dio, ha anche un altro scopo. Serve a purificare il nostro cuore, a toglierci le tante errate immagini di Dio che nel corso degli anni ci siamo costruiti, a farci capire che niente ci è dovuto ma che ci viene donato il tutto, che non dobbiamo fare niente per avere il suo amore, solo accoglierlo, che non dobbiamo “valere” per essere amati da Lui, ma che siamo amati incondizionatamente.
Dico scandalosa perché sembra impossibile che Gesù, il Figlio di Dio, si senta abbandonato da Dio stesso.
Ma il Figlio di Dio si è incarnato non per finta o per gioco, ma per condividere con l’uomo tutto fuorché il peccato. E questo tutto comprende anche l’angoscia che deriva dal sentirsi abbandonati dal Signore.
Molti tra i grandi santi e mistici, penso a san Giovanni della Croce, a santa Teresa d’Avila, a santa Teresina di Lisieux, ce lo dicono: arriva un momento in cui Dio sembra tacere, in cui sembra che il Signore, che tanto ti ha donato, si chiuda nel cielo e non voglia più non dico parlarti, ma neanche degnarti di uno sguardo.
Sono momenti tremendi quelli del silenzio di Dio. Lui, la fonte della vita, ti abbandona e tu ti senti morire.
È il silenzio del Sabato Santo. Dio ha abbandonato la terra e l’uomo si ritrova spaesato e tremante in balia di sé stesso, senza sapere dove andare, cosa fare, ma soprattutto senza speranza e senza consolazione.
Ma è un’assenza che, anche se sembra eterna e interminabile, è destinata a finire. E finirà con la gloria della Pasqua, la grande festa della Resurrezione.
Inoltre per noi questa assenza, questo ritrarsi di Dio, ha anche un altro scopo. Serve a purificare il nostro cuore, a toglierci le tante errate immagini di Dio che nel corso degli anni ci siamo costruiti, a farci capire che niente ci è dovuto ma che ci viene donato il tutto, che non dobbiamo fare niente per avere il suo amore, solo accoglierlo, che non dobbiamo “valere” per essere amati da Lui, ma che siamo amati incondizionatamente.
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