13 giugno 2024

Dio sparge tanti piccoli semi nel nostro cuore - 16/6/2024 - XI Domenica Tempo Ordinario

Semi di senape
(foto J.C.)



Due parabole all'insegna, una della tenerezza di un germoglio, e l'altra di un minuscolo seme che genera vita e conforto per uomini e uccelli. Gesù ci parla del Padre con parole semplici, ci spiega l'infinito di Dio con parole minuscole, tratte dalla vita quotidiana delle persone che lo ascoltano. Non fa ragionamenti, ma ci apre il libro della nostra quotidianità.

Il Regno di Dio come un uomo che semina. Dio è il buon seminatore che sparge in noi e nel creato le sua energie in forma di semi. E allora il nostro compito è quello che accogliere e portare a germogliare i semi di Dio, di farci seminatori del seme di Dio. Tante volte noi domandiamo delle grazie al Signore e spesso Lui ci dona un pugno di sementi da far fiorire.
E qui succede il miracolo: alla sera vedi un bocciolo, e al mattino un fiore stupendo spande il suo profumo. Tutto senza il nostro intervento. Come dice il Vangelo, "che tu dorma o sia sveglio, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce".
Quanta pace e serenità in questo! Le sementi di Dio, le cose buone, germogliano. crescono per la loro stessa forza interna. Attraverso di noi e nonostante le nostre resistenze e i nostri limiti, Dio matura. Nel mondo e nel cuore degli uomini.

Tutte le persone che ci circondano sono il campo in cui Dio ha sparso i suoi buoni semi, nessuno ne è escluso, nessuno è vuoto. Perché Dio semina sempre, la sua è una mano viva che sparge vita. Siamo noi che pretendiamo prove, risultati.
Come genitori, come educatori, siamo spesso tentati di dire: 'ho cercato di insegnare la fede, di trasmettere buone cose, valori, ma non mi hanno seguito. Dove ho sbagliato?'
Non dobbiamo dimenticare che noi non sappiamo niente di ciò che accade nell'intimo di un'altra persona. Noi abbiamo deposto un seme, che adesso è là, deposto nel terreno, nascosto. È là anche se noi non lo vediamo.
E nessuno può sapere di quanta luce del sole, di quanta acqua piovana, di quanta 'rugiada dello Spirito' (Seconda Preghiera Eucaristica) ha bisogno quel chicco di grano per maturare. La forza è nel seme, non nel seminatore, non in noi.

La seconda parabola mostra la sproporzione tra il piccolo seme e il grande albero che ne nascerà, cioè tra le nostre piccole forze e capacità (e la nostra debolezza e incapacità) e i risultati che possiamo raggiungere.
Il piccolo seme di senape è dentro di noi, e fa crescere degli alberi, magari non maestosi, magari striminziti. Alberi che certamente non salveranno il mondo, ma come ci dice Gesù, potranno dare il nido a qualche uccellino, potranno dare riparo e conforto a qualcuno che ne aveva bisogno.

Le due parabole ci dicono che Dio ama i mezzi poveri, «ha guardato l'umiltà della sua serva» (Lc 1, 48), e che il suo Regno cresce per la segreta forza delle piccole cose buone, della bontà, della verità, della bellezza.
Tutta la nostra fiducia è in questo: Dio è all'opera nella terra con tante piccole cose, con tanti piccoli semi che sparge senza sosta nei nostri cuori.




Alberi d'ombre,
isole naufragano in vasti acquari,
inferma notte,
sulla terra che nasce:

un suono d'ali
di nuvola che s'apre
sul mio cuore:

nessuna cosa muore,
che in me non viva.

Tu mi vedi: così lieve son fatto,
così dentro alle cose
che cammino coi cieli;

che quando Tu voglia
in seme mi getti
già stanco del peso che dorme.

Salvatore Quasimodo - Seme
(da 'Oboe sommerso', 1932)



Letture:
Ezechiele 17,22-24
Salmo 91
Seconda Corinzi 5,6-10
Marco 4,26-34


06 giugno 2024

Chi fa la volontà di Dio mi è fratello, sorella e madre - 9/6/2024 - X Domenica Tempo Ordinario

Ecco mia madre e i miei fratelli!
(Foto di Tyler Nix su Unsplash)



Una cosa mi ha colpito in questo brano: come chiaramente detto all'inizio, Gesù e dentro una casa, tutti gli altri interlocutori invece sono all'esterno. È comico che chi è dentro venga accusato di essere 'fuori' da chi è all'esterno, e che proprio queste persone vogliano portarlo 'dentro' mentre se ne stanno all'aperto.
Anche questa volta, come tante altre volte, Gesù viene a scombinarci le idee, a sovvertire il senso delle nostre parole, a spostare il nostro punto di vista per donarci lo sguardo di Dio.

«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»
Gesù cerca di alzare il nostro sguardo, perché lui è su un altro piano. È venuto a dirci che non esistono diritti acquisiti. È venuto ad aprirci una vastità di possibilità. "Madre e fratelli e sorelle" in questa nuova famiglia non si trovano già bell'e fatti, ma tutti possono diventarlo. La parentela con Dio non è un dato anagrafico, ma una conquista. Più che un punto di partenza, è un punto di arrivo.
«Ecco mia madre!» Gesù, volgendo lo sguardo sulla folla intorno ha effettuato una specie di 'riconoscimento' ufficiale degli appartenenti alla sua nuova famiglia. Da questa nuova famiglia non sono esclusi, naturalmente, i parenti secondo la carne. Ma devono 'entrare' anche loro facendo la volontà di Dio.
Far parte della famiglia di Dio non è un diritto di nascita, ma una possibilità che dipende dal nostro agire sotto la guida dello Spirito Santo.

Il grosso rischio per quelli che si considerano parenti di Gesù per diritto di nascita è di avanzare dei diritti su di lui, una specie di monopolio-tutela. E considerano coloro che 'stanno con lui' come abusivi.
Quando Gesù esce fuori, verso gli altri, i cosiddetti 'suoi' si affrettano a riprenderselo, perché senza di lui non si sentono sicuri. Hanno bisogno di lui per dare una patente di onorabilità alla casa. Cristo non può non essere con loro, pensano. Anche se loro sono lontanissimi da lui.
Peggio dei nemici sono coloro che pretendono di 'annettersi' Cristo.

Eppure tutta la vita di Gesù si è svolta fuori. Nasce fuori dal paese, addirittura dalla casa. Si lascia trovare dai magi, gente venuta da fuori. Va in esilio fuori dalla sua patria. E anche a morire andrà fuori dalla città. E quando qualcuno è sicuro di trovarlo nel sepolcro, dove l'hanno «posto» (Gv 20, 15), lui è già fuori, altrove.
Senza voler forzare troppo le cose, possiamo dire che è più facile dire dove non lo troviamo, che dove possiamo trovarlo. Ecco, non lo troviamo sicuramente dove ci aspetteremmo che fosse. Non lo troviamo, soprattutto, dove pretendiamo di metterlo noi.

Così pure occorre stare attenti a non decidere troppo frettolosamente chi è dentro e chi è fuori. Dentro e fuori, sovente, sono categorie che vengono fissate in base a luoghi che abbiamo costruito noi. Ma le cose non sono così semplici e comode.
Con Gesù il dentro e il fuori non sono relativi ad un 'dove', ma ad una persona, a Lui.
Soltanto dopo aver accertato dove è Lui, è possibile stabilire chi è dentro e chi è fuori.





Se sapessimo guardare la vita con gli occhi di Dio,
vedremmo che nulla è profano nel mondo,
ma che, al contrario, tutto ha parte
nella costruzione del suo Regno.
Così, avere fede
non è solamente alzare gli occhi per contemplare Dio,
ma è guardare la terra con gli occhi di Cristo.

Se avessimo permesso allo Spirito
di penetrare il nostro essere,
se avessimo a sufficienza
purificato il nostro sguardo
il mondo non sarebbe più per noi un ostacolo,
ma un invito costante a lavorare per il Padre,
perché in Gesù venga il suo Regno sulla terra come nel cielo.

Aumenta la nostra fede
per guardare e "vedere" la vita.
Apri i nostri occhi Signore! Amen.

Michel Quoist



Letture:
Genesi 3,9-15
Salmo 129
Seconda Corinzi 4,13-5,1
Marco 3,20-35


23 maggio 2024

Se non ci fosse la Trinità, non ci sarebbe l'amore - 19/5/2024 - Santissima Trinità

Trinità (affresco - sec X)
chiesa di San Giacomo a Urschalling in Baviera



Dopo la festa dello Spirito Santo (la Pentecoste) oggi si celebra la solennità della Trinità.
Dopo una persona un po' 'sfuggente', un po' eterea, tre persone che sono una realtà di cui non capiamo niente, un vero e proprio mistero.
Ed è giustissimo che sia così: che ci sia questa successione e che ci sia questo mistero.

Occorre riscoprire urgentemente il mistero, richiamarlo dall'esilio in cui lo abbiamo confinato.
Soltanto se faremo i conti col mistero la creazione tornerà ad avere un linguaggio decifrabile dall'uomo, la realtà ci verrà svelata in tutta la sua ricchezza.
Dobbiamo lasciar parlare, finalmente, quella voce, troppo a lungo soffocata, quasi un sussurro che viene da lontano, da un 'Altro'.

A quel sussurro, a quel sospiro, Cristo dà un nome: "Spirito Santo".

Spirito in ebraico si dice "ruah", soffio.
È il "Soffio" che ci suggerisce di chiamare "Abba" (papà) il Padre che sta nei cieli.
È il "Soffio" che ci suggerisce di proclamare, dinanzi al Figlio, "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente".
È il "Soffio" che mi dice da dove vengo e dove sono incamminato. Mi fa nascere dentro il sospetto di un 'altrove'.

È lo Spirito che mi lascia intuire, e desiderare, ciò che avviene in Dio: la Comunione delle Persone.
È lo Spirito che mi lascia intuire che la Trinità non ci è estranea, ma che siamo chiamati ad entrare in questa comunione, che siamo attesi da un Dio che è comunione, amore.

Se Dio Padre può suggerire l'immagine della distanza, ecco che il Figlio si incarica di abolire questa distanza. E, attraverso lo Spirito, Dio si fa addirittura "più interiore a me di quanto io lo sia a me stesso" come ci ricorda sant'Agostino.

"Resto sempre impressionato, nel recitare il Credo, dalla costatazione che la fede cristiana si fonda non su delle idee, ma su delle persone: le tre Persone divine" (d. Stan Rougier).

La Trinità rivela il senso della persona umana.
Ci dice che solo l'amore fa nascere la persona.
Dire Trinità significa dire Amore.
Se non ci fosse la Trinità, non ci sarebbe l'amore.
E se non c'è l'amore, non c'è niente.
"Puoi avere tutto ciò che vuoi. Ma se ti manca l'amore il resto non ti serve a nulla" (sant'Agostino).




O miei Tre, mio tutto,
mia beatitudine, solitudine infinita,
immensità in cui mi Perdo,
mi abbandono a Voi come una preda.

Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in Voi,
in attesa di venire a contemplare nella vostra luce
l'abisso delle vostre grandezze.

da 'Mio Dio, Trinità che adoro' di Santa Elisabetta della Trinità



Letture:
Deuteronomio 4,32-34.39-40
Salmo 32
Romani 8,14-17
Matteo 28,16-20


l'affresco è molto particolare perché lo Spirito Santo è raffigurato come una donna


16 maggio 2024

Spirito Santo: "il grande sconosciuto" - 19/5/2024 - Solennità di Pentecoste (Messa del giorno)

"Veni Sancte Spiritus" di Fr Lawrence Lew, O.P., su Flickr


Pentecoste, festa dello Spirito Santo.
Facciamo fatica a capire chi sia lo Spirito Santo, è una persona sfuggevole, che non riusciamo ad afferrare, capire. Ma ci viene in aiuto la scrittura con il suo mondo pieno di simboli.

Un primo simbolo è la casa. Nella prima lettura di oggi si dice che i discepoli «insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù» (At 1, 14) stavano in una casa qualunque (la tradizione dice che sia quella dell'Ultima Cena).
La casa: simbolo di me, della mia interiorità, là dove avviene l'incontro vitale. E dice qualcosa di molto bello sullo Spirito Santo: lui non ha luoghi privilegiati, riservati, esclusivi, ma ogni casa è la sua casa. Non gli interessa che la mia casa sia in ordine, bella, pulita. Lui non bada ai mobili, non gli interessa se c'è polvere sui mobili o briciole sui pavimenti. A lui interessa che ci sia io. Più che il calore dei termosifoni o la luce del sole, lui cerca il calore di un abbraccio, la luce di un sorriso.

Altro simbolo è il vento. Il vento che scuote la casa, spalanca porte e finestre, la riempie e passa oltre. È una folata che spazza la polvere e porta il profumo della primavera. È una ventata di dinamismo e di libertà, che smuove le cose immobili.
Questa è l'opera dello Spirito Santo: aprire il respiro, allargare gli orizzonti. Mentre siamo impegnati a tracciare i confini delle nostre piccole case, lui spalanca finestre, apre davanti ai nostri occhi il mondo. Ci fa vedere che la fine corrisponde a un inizio, che là dove la terra finisce c'è l'inizio del grande mare. Lo Spirito ci fa pensare in grande: là dove questa tua vita finisce comincia la vita infinita. Tu confini con Dio.

Poi il simbolo del fuoco. Lo Spirito tiene acceso qualcosa in noi anche nei giorni più spenti, più bui. Accende fiammelle d'amore, sorrisi, capacità di perdonare; voglia di amare la vita, voglia di vivere.
Noi nasciamo 'accesi' i bambini sono accesi, ardono di vita. Poi i colpi duri della vita possono spegnerci. Ma possiamo sempre attingere a un fuoco che non si affievolisce mai, allo Spirito Santo che è l'accensione del cuore, è la nostra giovinezza.

Ultimo simbolo la parola. Tante volte, quando leggo o ascolto il Vangelo, quelle parole scivolano via, mi sembra di averle già sentite tante volte, non mi dicono niente. Poi improvvisamente, un giorno, una parola si accende, si illumina, prende fuoco, mi tocca fin nel profondo, mi pare di sentirla per la prima volta.
Questa è l'azione dello Spirito Santo: la parola di Dio mi raggiunge come una lettera scritta apposta per me, contemporanea ai miei sogni, ai miei dubbi, ai miei problemi. Ma soprattutto piena d'amore.

Ancora un paio di considerazioni.
«Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà alla verità intera ». Gesù non ha la pretesa di dire tutto, come troppe volte l'abbiamo noi. Ha l'umiltà di dire: la verità è davanti, la verità è un percorso, è un divenire. Mi trasmette la gioia di sentire che appartengo a un progetto aperto, non a un sistema chiuso, già definito. Perché in Dio si scoprono nuovi orizzonti quanto più si cammina, accarezzati dal soffio dello Spirito Santo, seguendo le frecce che sparge con abbondanza sul nostro cammino.

L'angelo aveva detto a Maria: «Verrà lo Spirito e porterà dentro di te il Verbo» (cfr Lc 1,35). Gesù dice ai suoi discepoli: «Verrà lo Spirito e vi riporterà al cuore le mie parole» (cfr Gv 14,26).
Oggi chiediamo allo Spirito Santo: "tieni acceso in noi l'amore, l'amore che scalda e che non ha paura; crea in noi luce, sapienza del cuore, quella che sommuove e riscalda le profondità della vita; portaci il dono favoloso di un cuore acceso, che sia vento di libertà che soffia nelle vele della piccola barca del cuore" (p. Ermes Ronchi).




Non avere paura:
sono io.
Non senti
che su te m'infrango
con tutti i sensi?
Ha messo ali il mio cuore
e ora vola candido attorno al tuo viso.

Non vedi la mia anima innanzi a te
adorna di silenzio?
E la mia preghiera di maggio
non matura al tuo sguardo
come su un albero?

Se sogni sono il tuo sogno,
ma se sei desto sono il tuo volere;
padrone d'ogni splendore
m'inarco, silenzio stellato
sulla bizzarra città del tempo.

Rainer Maria Rilke



Letture:
Atti 2,1-11
Salmo 103
Galati 5,16-25
Giovanni 15,26-27; 16,12-15


- la definizione di Spirito Santo nel titolo è di s. Paolo VI


09 maggio 2024

Gesù è sempre in mezzo a noi - 12/5/2024 - Ascensione del Signore

Ascensione



Oggi abbiamo due racconti diversi dell'Ascensione di Gesù: quello di Luca nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli e quello di Marco nel suo Vangelo.

Partiamo un attimo da Marco. Il brano oggi proposto inizia col versetto 15, ma se andiamo a leggere il versetto precedente (il 14) vediamo che Gesù rimprovera gli Apostoli «per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto». Ed è proprio a queste persone che viene affidato il Vangelo, la responsabilità della Chiesa. La salvezza di tutti gli uomini viene affidata a tutti noi nonostante la nostra "incredulità e la nostra durezza di cuore". Dio ci ama e ci sceglie così come siamo, semplici esseri umani, capaci del meglio e del peggio. In grado di volare alti come un'aquila ma che spesso grufoliamo per terra come un maiale.

Il fatto è che noi, come anche gli Apostoli, facciamo fatica a capire Dio, lo troviamo imprevedibile, troppo al di fuori dai nostri schemi. Ma lui lo sa («Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» Is 55, 8) ma non gli importa, si fida e affida ugualmente. E che anche gli Apostoli abbiano questa difficoltà ce lo dimostra il racconto di Luca, quando gli angeli li riprendono: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?».
A partire dalla Resurrezione è sempre un cercare Gesù dove lui non c'è.
Prima nella tomba ormai vuota e adesso in cielo nonostante lui stesso abbia assicurato che sarà sempre con noi (Mt 28, 20).
Anche noi tante volte cerchiamo Dio in cielo, tra le nuvole, e così non lo vediamo quando ci passa vicino, proprio ad altezza dei nostri occhi, delle nostre mani, del nostro cuore.

Ma Gesù, come dice il Vangelo, continua ad "agire insieme a noi". La buona notizia dell'Ascensione è che Gesù è sempre in mezzo a noi. Non lo è più in maniera sensibile, ma lo è in maniera più efficace. Ascensione vuol dire che Gesù si nasconde ai nostri occhi per essere presente in maniera ancora più profonda, perché ora è presente non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi per mezzo del suo Spirito. È visibile agli occhi della fede.
Per trovare Dio non dobbiamo guardare il cielo, ma andare per le strade del mondo, e in ogni posto dove c'è un essere umano che soffre potremo trovarlo, in ogni posto dove c'è un po' di amore potremo trovarlo.

Ma c'è anche un altro significato dell'Ascensione, ed è in quell'affermazione di Marco: «sedette alla destra di Dio». Al Padre è salito il Figlio con la nostra carne, il Figlio che si è fatto uomo. Al cielo è salito un uomo, un nostro fratello. Adesso seduto proprio alla destra del Padre (dove sedeva l'erede, la persona più importante dopo il re), c'è un nostro fratello. È per questo che Gesù può e vuole intercedere a nostro favore, pregare per noi.
Con l'Ascensione già adesso anche noi, seppur nella fede, seppur misteriosamente, siamo uniti al Padre, siamo già risorti. La nostra vita non è più solo terrestre, ma inizia ad essere anche celeste. Il Paradiso inizia ad essere la nostra casa (Col 3, 1-4)

L'Ascensione significa che Gesù non solo non se n'è andato, ma anzi, è più presente adesso che prima.




Penso che tu ne abbia abbastanza, Signore,
della gente che sempre parla
di servirti con piglio da condottiero,
di conoscerti con aria da professore,
di raggiungerti con regole sportive,
di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato.

Un giorno in cui avevi un po' voglia d'altro
hai inventato san Francesco
e ne hai fatto il tuo giullare.

Lascia che noi inventiamo qualcosa
per essere gente allegra
che danza la propria vita con te.

Madeleine Delbrêl



Letture:
Atti 1,1-11
Salmo 46
Efesini 4,1-13
Marco 16,15-20


02 maggio 2024

Dio ci ama e vuole darci la gioia più piena - 5/5/2024 - VI Domenica di Pasqua

"Lo Spirito è un'esplosione continua di amore nell'universo"
Vetrata della cappella laterale destra
Chiesa Divin Salvatore e Santa Teresa di Gesù bambino - Pescate (Lc)



In questi nove versetti Gesù usa per nove volte la parola "amore/amare" e per tre volte la parola "amici".
È il cuore del Vangelo: la notizia che ci dona gioia è che siamo amati «io ho amato voi». Qui Giovanni usa il verbo greco che indica l'amore disinteressato, immotivato. Noi siamo amati da Dio gratis, siamo amati di un amore senza condizioni e senza limiti.
E Dio ci ama non per suo piacere o interesse, ma perché la nostra gioia sia piena, trabocchi dai nostri cuori e si riversi nel mondo.

Siamo stati creati bramosi di amore, arsi dalla sete di essere amati. Siamo mendicanti d'amore. Scoprirci amati, sentirci amati ci rende capaci di spostare le montagne, anche quelle del nostro egoismo.
Gesù ci invita ad amare perché se non amiamo ci distruggiamo. E non ci dice di amare gli altri come amiamo noi stessi (ci sono persone che non si amano o si amano poco) ma di amare come Lui ci ha amato. Solo Dio è la misura dell'amore.

«Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore».
Il comandamento di Gesù è «Amatevi come io ho amato voi» e il riferimento è la lavanda dei piedi. L'amore non si trasmette attraverso una dottrina, ma solo attraverso gesti che comunicano vita. Il "comandamento nuovo" che Gesù ci dona, è nuovo nella qualità, nel modo di concretizzarlo. Gesù non dice che dobbiamo amare "quanto" lui ci ha amato, ma "come" lui ci ha amato, nella stessa maniera, cioè amando di un amore che aggiunge vita, che dona speranza, che regala gioia e letizia.
Ma quel "come" ci dice anche che solo Dio è la fonte del nostro amore. Un cristiano ama perché si è sentito amato, perché sa di essere amato, perché ha sentito la passione che Dio ha per lui. L'amore non parte da un nostro sforzo, da un nostro impegno, ma dallo stupore di un amore folle che ci ha travolto e avvolto.

Ma in cosa consiste, nel concreto, il "come" di Gesù?
È Lui stesso a dircelo: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Giovanni usa il temine 'psiché' che vuol dire vita interiore, anima. È questa che bisogna dare ai propri amici: ciò che si ha dentro, la nostra parte più vera, più profonda, più intima, quella fatta di slanci e di sogni, ma anche di paure e dubbi.
L'amore è vero solo quando dona. È questo che ci aiuta a riconoscere l'amore quando è vero.
"Dare la vita" non è sacrificarsi, ma tirare fuori il meglio di noi stessi proprio quando sembra che stiamo rinunciando a qualcosa di grosso.
"Dare la vita" è donare tutto di noi stessi, anche i nostri limiti, i nostri difetti, le nostre paure.
"Dare la vita" è anche fare ciò che possiamo perché gli altri riescano a fiorire, a far sbocciare la loro vita.




Amore, che mi formasti
a immagine dell'Iddio che non ha volto,
Amore che sì teneramente
mi ricomponesti dopo la rovina,
Amore, ecco, mi arrendo:
sarò il tuo splendore eterno.

Amore, che mi hai eletto fin dal giorno
che le tue mani plasmarono il corpo mio,
Amore, celato nell'umana carne,
ora simile a me interamente sei,
Amore ecco, mi arrendo:
sarò il tuo possesso eterno.

Amore, che al tuo giogo
anima e sensi, tutto m'hai piegato,
Amore, tu m'involi nel gorgo tuo,
il cuore mio non resiste più,
ecco, mi arrendo, Amore:
mia vita ormai eterna.

David Maria Turoldo



Letture:
Atti 10,25-27.34-35.44-48
Salmo 97
Prima Giovanni 4,7-10
Giovanni 15,9-17


25 aprile 2024

Dio ha bisogno che noi fioriamo - 28/4/2024 - V Domenica di Pasqua

frutto della vite
(foto J.C.)



Cristo la vite ed io il tralcio: io e lui la stessa cosa. Dio ed io siamo la stessa pianta, abbiamo la stessa vita, la stessa radice, una sola linfa. Come il figlio e la madre. Indipendentemente da ciò che faccio o non faccio, dai miei meriti, dalle mie virtù, dai miei difetti, dai miei sbagli.

«Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato». Siamo purificati solo per il suo intervento, per la sua parola. Il Vangelo entra e spazza via tutte le cose sbagliate, immature, puerili che ho pensato, che ho detto, che ho fatto. Vengono tolti i fardelli del nostro passato. Siamo liberati dai sensi di colpa, alleggeriti per poterci alzare in volo sospinti dal tiepido soffio dello Spirito Santo.

«Rimanete in me e io in voi ». Sono le parole che usa anche l'amore umano. È il rimanere insieme di due che si amano, è il restare insieme nonostante tutte le distanze e tutti i temporali della vita, nonostante le forze che ci trascinano via, che cercano di allontanarci e dividerci.
"Resta con me" ci supplica Dio. Anche se non lo sembra, in realtà non è difficile. Il primo passo è ricordare che sei già in lui, e che lui è già in te. Non devi costruire nulla, conquistare nulla, dimostrare nulla. Devi soltanto mantenere ciò che ti è già dato. Riscoprire la consapevolezza che c'è un'energia che scorre in te, che proviene da Dio, che non viene mai meno, alla quale puoi sempre attingere. Tu devi solo aprirti, aprire canali a questa linfa. Devi solo lasciarti amare.

Ma il centro di questo brano è nel termine frutto: «Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto ». Il dono della potatura ...
Chi compie queste azioni è il Padre. È un Dio innamorato, che contempla la sua vigna e ne vede tutte le possibilità, anche le più nascoste e segrete. E proprio perché queste potenzialità fioriscano in tutto il loro splendore usa tutto il suo amore in due azioni: tagliare e potare.
"Tagliare". Cioè prendere gli errori, le brutture della nostra vita e gettarle via. Dimenticarsele. Il male verrà bruciato, non noi.
"Potare". È come lo scultore che toglie alla pietra tutto ciò che non è scultura, come l'orafo che fa emergere da un pezzo di metallo un gioiello. Potare non significa amputare, ma dare vita, ogni contadino lo sa. E significa anche dare orientamento, ordine, anche porre dei limiti e, se necessario, anche dire dei no. Ma rinunciare a tutto ciò che è superfluo equivale a fiorire. Il Padre pota per ingigantire.
La vite potata è bella e rigogliosa, le foglie sono grandi e di un verde brillante, sta eretta e riesce così a non perdersi neanche un raggio di sole, che viene trasformato nei suoi grandi grappoli gonfi di acini, pieni di succo.
Esplode di vita, di gioia di vivere che anche altri gusteranno. Nessuna vite sofferente dà buon frutto. Prima di tutto devo essere sano io, gioioso io. È così che Dio mi vuole.
È come se Gesù mi dicesse: non ho bisogno di sacrifici ma di grappoli buoni; non ho bisogno di sofferenze, ma che tu fiorisca.
Infatti il Vangelo termina con queste parole: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto».




Amici, mi sento
un tino bollente
di mosto dopo
felice vendemmia:
in attesa del travaso.

Già potata è la vite
per nuova primavera.

David Maria Turoldo



Letture:
Atti 9,26-31
Salmo 21
Prima Giovanni 3,18-24
Giovanni 15,1-8


18 aprile 2024

Per Dio sono 'importante d'amore' - 21/4/2024 - IV Domenica di Pasqua

pastore (*)



«Io sono il buon pastore» dice Gesù. Questa frase mi ha fatto venire in mente il racconto della creazione, quando Dio, al termine di ogni giorno, guardando ciò che aveva creato «vide che era cosa buona» (Gen 1). Gesù è quindi il pastore 'buono' secondo il progetto d'amore di Dio, cioè è il pastore perfetto, quello atteso. È la realizzazione dei sogni di Dio, di tutte le promesse dell'Antico Testamento.

E Gesù si prende cura delle pecore del Padre, cioè delle persone, le ama, le protegge, le fa vivere e vive per loro.
E invita anche noi a fare altrettanto. Ognuno di noi è pecora affidata ad un pastore e allo stesso tempo pastore a cui sono state affidate delle pecore (i figli, il coniuge, gli amici, tutte le persone con cui interagiamo nella nostra vita, solo per fare degli esempi).
Essere "pastore" significa porre attenzione alle persone, non umiliarle, non esigere di sapere sempre tutto, non scaricare addosso agli altri i nostri sbalzi d'umore. La fiducia si merita, non è un diritto.
Essere "pastore" significa credere nelle proprie pecore, valorizzarle, non dimenticare mai che in ogni persona c'è una scintilla di Dio.
Essere "pastore" significa guidare lasciandoci guidare solo dall'amore.
Essere "pastore" significa dare la propria vita, perché le pecore sono la cosa più importante. Le pecore sono più importanti del risultato, del successo. Più importanti della vita dello stesso pastore!
Essere "pastore" significa avere ogni persona incastonata nel proprio cuore.
Essere "pastore" significa non dimenticare mai che le persone ci vengono affidate dal Signore perché noi le aiutiamo a diventare quello che sono, non per farne dei nostri cloni. Dobbiamo aiutarle a realizzare i loro sogni, non i nostri.

Per Dio siamo tutti figli unici! Non ci ama in maniera indistinta, ma sa tutto di noi: le nostre gioie e le nostre fatiche, i nostri sogni e i nostri limiti. Il Signore è capace di adeguare il Suo passo ai nostri ritmi, ma sa anche essere esigente quando la nostra pigrizia lo richiede. Gesù è l'unico che ci conosce veramente, e proprio per questo ama di noi anche quello che gli altri o noi stessi non riusciamo ad amare.

La logica del "pastore" è la logica dell'amore, del "mi importa di te". Per Dio, l'uomo è importante. Più importante della sua stessa vita, difatti ce la dona. A ognuno di noi ripete ogni istante: "ho a cuore i passeri del cielo ma tu vali molto di più; ho a cuore i gigli del campo, ma tu vali molto di più".

"A Dio importa di me!": questo è la notizia che dona gioia, cioè il Vangelo. Per Dio sono 'importante d'amore' (Pierre Talec) anche quando non lo capisco; anche quando sono turbato per il suo silenzio. Perché il "buon pastore" non può stare bene finché non sta bene ogni sua pecora, ogni suo figlio.



Letture:
Atti 4,8-12
Salmo 117
Prima Giovanni 3,1-2
Giovanni 10,11-18


* (Foto di FOYN su Unsplash)


11 aprile 2024

L'intoccabile chiede di essere toccato - 14/4/2024 - III Domenica di Pasqua

Gesù effonde lo Spirito sugli Apostoli nel Cenacolo



La scena del Vangelo di oggi avviene giusto una settimana prima della storia di Tommaso descritta la settimana scorsa.
Una cosa mi ha colpito subito: nel brano della settimana scorsa tutti, ancora fino ai nostri giorni, si scandalizzano perché Tommaso voleva toccare Gesù; ma qui è Gesù che dice «Toccatemi».
Il giovedì sera Gesù aveva detto "mangiatemi", adesso dice "toccatemi".

Noi abbiamo l'idea che una cosa 'sacra' è una cosa lontana, da guardare a distanza, qualcosa che se la tocchiamo la roviniamo, la sporchiamo, la sconsacriamo. Non parliamo poi di Dio... ci è rimasta troppo spesso la mentalità dell'Antico Testamento per cui Dio non lo potevi neanche vedere, pena la morte, figuriamoci poi toccarlo!
'Dio è l'intoccabile per antonomasia, la sola idea di farlo è una bestemmia', dicono i creduloni.
Ma è Gesù stesso che li smentisce, che chiede di essere toccato.
L'intoccabile chiede di essere toccato. E ri-toccato ancora.
Chiede di essere toccato perché il tatto è una memoria, il tocco ha una sua memoria.
«Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture». Guarire è toccare, e toccare ancora, con amore ciò che prima è stato toccato, o anche solo guardato, con timore quando non con paura. Gesù, Dio, ha fame delle nostre carezze!

Dio si è fatto uomo proprio per ribaltare, per mandare con le gambe all'aria la nostra idea di Dio. Con l'Incarnazione ...
- non siamo più noi che dobbiamo cercare di salire fino a Dio, ma è Lui che scende fino a noi (e anche più in basso);
- non siamo più noi a doverlo servire, ma è Lui che si china fino a lavarci i piedi;
- non siamo più noi a dover fargli dei doni, ma è Lui che di copre di regali senza che neanche glieli chiediamo, senza che neanche li meritiamo (vedi il Magnificat).

Noi siamo abituati a cercare un senso, una spiegazione a ciò che ci è accaduto, dopo che ci è accaduto. Gesù anche qui mette tutto sotto sopra. Prima, durante i tre anni di vita pubblica, non ha fatto altro che spiegare ai discepoli cosa sarebbe accaduto, e adesso presenta la realizzazione di quanto aveva spiegato. È anche a causa di tutto questo che i discepoli, prima non capivano "cosa volesse dire resuscitare dai morti", e dopo fanno fatica a riconoscerlo.

Tornato dai suoi amici, Gesù accende in loro la luce della memoria. Perché la risurrezione è una lampada che fa luce sui passi che hai già fatto, il presente illumina il passato, la speranza riaccende la memoria. Si accorgono, per mezzo di una cena a base di pesce, che stando con Lui non s'illumina il futuro, ma si comprende ciò che è stato. E trovano così la forza di continuare.
E ripensando al discorso del chicco di grano e della spiga, capiscono (e noi con loro) che:
"La spiga è il chicco che ha mantenuto la promessa di diventare grande.
La spiga non è chicco che ti abbandona.
È un chicco pronto a sposarti
" (don Marco Pozza)



Letture:
Atti 3,13-15.17-19
Salmo 4
Prima Giovanni 2,1-5
Luca 24,35-48


04 aprile 2024

Dalla parte di Tommaso - 7/4/2024 - II Domenica di Pasqua

Mio Signore e mio Dio!



L'episodio di s. Tommaso Apostolo mi ha portato a due riflessioni.

1) La potenza delle idee preconcette e delle immagini stereotipate. Se abbiamo presente la quasi totalità dei quadri che raffigurano l'episodio, notiamo che Tommaso è ritratto nell'atto di mettere il dito nel costato. Ricordo un quadro, di cui ho dimenticato l'autore, in cui Tommaso con un paio di occhiali (del tutto anacronistici) scrutava le piaghe!
Eppure se leggiamo bene l'episodio, senza preconcetti né preraffigurazioni, notiamo che da nessuna parte viene detto che Tommaso abbia fatto ciò.
Penso che la migliore rappresentazione di questo passo potrebbe essere un Tommaso a capo chino di fronte a Gesù che ha le braccia aperte, non per mostrare le piaghe, ma per accogliere la sua stupenda professione di fede, una delle più grandi di tutto il N.T.: «Mio Signore e mio Dio».

2) La seconda riflessione riguarda gli Apostoli, ma indirettamente anche tutti noi. Proviamo un po' a pensarci. Dieci Apostoli hanno assistito ad un evento veramente eccezionale: colui che era morto con ignominia, e che quindi secondo la mentalità del tempo doveva essere un maledetto da Dio, è risorto, è apparso in mezzo a loro. E questo fatto rappresenta la realizzazione delle promesse, il pieno avverarsi delle loro speranze e delle parole del Maestro. Provate ad immaginare: ciò che avete sempre sperato, inaspettatamente si realizza. E voi non saltereste di gioia con gli occhi che brillano? Di fronte ad una notizia di questo genere la gioia si deve vedere lontano un miglio, in particolare per chi ha condiviso questa speranza e questa momentanea delusione. Invece ai dieci non traspare niente. Di fronte ad una notizia di questo genere le parole non bastano, è tutta la persona che deve comunicare. E allora mi sa che Tommaso non ha avuto tanti torti a dubitare.
Questa Chiesa nascente, che dovrà portare il messaggio, la lieta novella che proprio su questa Risurrezione si fonda, alla prima prova si è mostrata carente. Forse perché ha cercato di dimostrare invece che mostrare. Forse perché lo Spirito che la sera della prima apparizione Gesù aveva alitato, non era bastato. Ci vorrà lo Spirito della Pentecoste.
Anche a noi tante volte capita lo stesso: ci dimentichiamo di 'saltare di gioia' per tutto ciò che Lui ci dona ogni giorno, e invece ci sforziamo di 'dimostrare' Gesù. Lasciamo parlare la nostra testa invece di lasciar parlare la nostra vita, le nostre azioni, il nostro amore per tutti e verso tutti.
Ma soprattutto non dovremmo fondarci sulle nostre forze, sui nostri piani pastorali, sui nostri convegni di studio. Il fondamento di tutta la nostra azione, della nostra vita e della nostra speranza deve essere solo lo Spirito Santo.

Un amico anni fa mi fece notare che dopo l'episodio citato, Tommaso compare sempre nei versetti successivi. Sta sempre attaccato a Pietro, partecipa attivamente, non si lascia scappare le occasioni...
Per questo mi vengono in mente due motivazioni:
1 - lo fa perché è stato 'conquistato', perché ha trovato il coraggio, perché è stato toccato nel profondo del cuore;
2 - (questa è un po' cattiva) lo fa perché non vuole più essere assente in un momento 'topico', perché ha paura di perdere un'altra volta il treno.
Sinceramente penso sia la prima.




«Mio Signore e mio Dio»
'Mio' perché ti appartengo:
stringimi in te,
stringiti a me.
Mio come lo è il cuore.
E senza non sarei.
Mio come lo è il respiro.
E senza non vivrei.

padre Ermes Ronchi



Letture:
Atti 4,32-35
Salmo 117
Prima Giovanni 5,1-6
Giovanni 20,19-31