28 marzo 2024

L'amore di Dio è più forte della morte - 31/3/2024 - Pasqua di Risurrezione (Messa del giorno)




Maria di Magdala esce di casa quando è ancora buio, buio nel cielo e buio nel cuore. Non ha niente fra le mani, ha soltanto il suo amore, che si ribella all'assenza di Gesù.
Maria va al sepolcro e non ha paura. Scrive Meister Eckhart: "Non ha paura lei che è donna, mentre hanno paura gli uomini, perché lei gli apparteneva e il suo cuore era presso di lui. Dove era lui era anche il cuore di lei, perciò non aveva paura". L'amore profondo riesce a vincere anche la paura.
Non a caso chi si reca alla tomba in quell'alba sono coloro che hanno avuto più forte l'esperienza dell'amore di Gesù: le donne, la Maddalena, Pietro e Giovanni. Sono loro che capiscono che un amore come quello di Gesù non poteva essere annullato dalla morte, che un amore come quello di Gesù è più forte della morte.
«E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro». Il sepolcro è spalancato, vuoto, risplendente nel fresco dell'alba, e fuori è primavera. È aperto come il guscio di un seme.
Qualcosa si accende in Maria: un'urgenza, un'ansia, un fremito che improvvisamente ribaltano il ritmo del racconto. «Corse allora da Pietro e dall'altro discepolo». Può correre, perché ora sta nascendo il giorno; deve correre, perché è la nascita di un universo nuovo, sono le doglie della vita.
E Maria senza saperlo dice parole che sono segno di fede profonda: «Hanno portato via il Signore ». Non dice che hanno preso 'il corpo' del Signore, ma 'il Signore'. Ne parla come fosse vivo, come si parla di una persona viva. Perché per lei è vivo. "Amare è dire: tu non morirai!" dirà qualche secolo più tardi il filosofo Gabriel-Honoré Marcel (1889-1973) e lei lo urla con tutto il suo cuore.

«Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro ». Tutti corrono al mattino di Pasqua! Corrono sospinti da un cuore in tumulto, perché l'amore ha sempre fretta. Chi ama si sente sempre in ritardo sulla sua fame di abbracci, si sente sempre assetato della gioia dell'incontro.
Ma l'altro discepolo, quello che Gesù amava, corre più veloce e arriva per primo al sepolcro, cioè arriva per primo a capire la risurrezione e a credere in essa. Perché chi ama e sa di essere amato capisce di più, capisce prima, va più a fondo. "Si vede bene solo con il cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi" (Antoine de Saint-Exupéry)

Pasqua è il tema più bello e più arduo di tutta la Bibbia. La risurrezione di Cristo fu un evento talmente inaudito che gli evangelisti, per raccontarla, non trovarono una parola specifica, ma usano verbi come svegliarsi e alzarsi, usano i verbi del nostro mattino.
E allora è bello pensare che la Pasqua è raccontata con i verbi di ognuno dei nostri mattini, quando ci svegliamo e ci alziamo. È bello pensare che ogni mattina sia la nostra piccola risurrezione quotidiana.




Io auguro a noi occhi di Pasqua
capaci di guardare
nella morte fino alla vita
nella colpa fino al perdono,
nella divisione fino all'unità,
nella piaga fino allo splendore,
nell'uomo fino a Dio,
in Dio fino all'uomo,
nell'io fino al tu.
E insieme a questo, tutta la forza della Pasqua!

Klaus Hemmerle, vescovo di Aquisgrana (1929-1994)



Letture:
Atti 10,34a.37-43
Salmo 117
Colossesi 3,1-4
Giovanni 20,1-9


21 marzo 2024

Dio è dall'altro capo della tua croce - 24/3/2024 - Domenica delle Palme

Gesù e Simone di Cirene
(Sieger Köder)



Davvero misteriosa la Via Crucis: Dio entra nella sofferenza umana, la porta sulle proprie spalle; però nello stesso tempo offre all'uomo la possibilità di condividere il suo dolore, di partecipare alla sua Passione, di dargli una mano a portare la croce. L'episodio del Cireneo ci racconta questo mistero. Dio che interviene nella pena dell'uomo e l'uomo che interviene nella pena di Dio; Dio che porta il peso dell'uomo e l'uomo chiamato a portare il peso di Dio.
Quando scopriamo questo, allora la croce, da sofferenza personale e faticosa, diventa sofferenza partecipata. Allora ogni circostanza dolorosa, da qualcosa che 'mi' capita, diventa qualcosa che 'ci' capita. Questo perché non siamo più noi a portare la nostra croce, ma ci scopriamo ad essere coloro che aiutano Gesù a portare la nostra croce.

Non c'è salvezza senza partecipazione;
non c'è redenzione senza fatica condivisa;
non c'è croce, ma neanche felicità, solitaria
.

Certo non è una cosa facile, difatti il Cireneo è stato requisito, obbligato. Di fronte alla croce voglio girare al largo, dire che è troppo per le mie forze, che non è giusto, mi chiedo che male abbia mai fatto per meritarmi tutto questo. Invece è questa la croce che oggi devo portare, proprio nel momento meno opportuno, proprio nelle circostanze meno propizie.
Ma anche di fronte alla croce degli altri si scantona facilmente, si finge di non vedere. 'Sono cose che succedono' si dice sperando che succedano sempre e solo agli altri.
Troppo spesso dimentichiamo che a Gesù è capitata, nello stesso nostro momento, la stessa nostra cosa. Quando c'è di mezzo la croce, ogni croce, lui c'è già, lui è già sotto quel peso, l'ha già portato e lo porterà fino alla fine del mondo. Una sola cosa gli manca: la mia presenza accanto a lui.

Chi come me ha studiato il catechismo di Pio X ricorda che una delle prime domande era "dov'è Dio?". Dopo tanti anni non ricordo più la risposta esatta, però oggi saprei ugualmente dare una risposta: "Dio è all'altro capo della croce". Della mia croce. Ma anche della croce dell'altro. Dovunque ci sia una croce, non c'è che da tirarla su e siamo certi che dall'altra parte c'è Lui. Adesso sappiamo dove trovarlo!

Ma il Cireneo ci insegna anche che ogni croce la debbo portare per un tratto più o meno lungo, ma poi alla fine è Lui che ci sale sopra e mi sostituisce. E sale sulla mia croce. Gesù mi chiede di sollevare e di portare la mia croce e di andargli dietro fino al momento in cui Lui ne prenderà possesso con i chiodi, e la farà sua definitivamente.
È proprio per questo che noi non siamo dei condannati, ma dei graziati.



Parla Simone il Cireneo
Simon the Cyrenian Speaks


Egli non mi disse una parola,
Eppure mi chiamò per nome;
Egli non mi fece neppure un cenno,
Eppure io capii e venni.
Dapprima dissi: «Non voglio portare
La sua croce sulla mia schiena;
Egli vuole caricarmela addosso
Solo perché la mia pelle è nera ».

Ma Egli moriva per un sogno
Ed era molto mite,
E nei suoi occhi splendeva una luce
Che gli uomini fanno molta strada per trovare.

Fu Lui a conquistare la mia pietà;
Ho fatto solo per Cristo
Ciò che tutta Roma non avrebbe potuto ottenere
Con lividi di frustate o sassate.

He never spoke a word to me,
And yet He called my name;
He never gave a sign to me,
And yet I knew and came.
At first I said, "I will not bear
His cross upon my back;
He only seeks to place it there
Because my skin is black."

But He was dying for a dream,
And He was very meek,
And in His eyes there shone a gleam
Men journey far to seek.

It was Himself my pity bought;
I did for Christ alone
What all of Rome could not have wrought
With bruise of lash or stone.

Countee Cullen (1903 - 1946)



Letture:
Isaia 50,4-7
Salmo 21
Filippesi 2,6-11
Marco 14,1-15,47


14 marzo 2024

Diventare specchio che rifletta l'amore di Dio - 17/3/2024 - V Domenica di Quaresima

semi germogliati (*)



Nei Vangeli ci sono due domande che ogni volta che le leggo, le sento come fossero rivolte a me personalmente. Una la pone Gesù: "e tu, Julo, chi dici che io sia?" (cfr. Mc 8, 29; Mt 16, 15 e Lc 9, 20). La seconda, nel Vangelo di oggi, la pongono dei Greci: «vogliamo vedere Gesù»

Penso che il 'mondo', le persone siano stufe di discorsi dotti, stanchi di prediche auliche, di norme e regole fumose. Non c'è bisogno di dimostrazioni di Dio. C'è bisogno di fedeli che 'mostrino' Dio; che lo rendano presente con la loro vita, con i loro gesti.
In una società delle immagini, dell'apparire, c'è bisogno di 'influencer' che ci facciano venire voglia di Dio.
Quando morì in un incidente d'auto, l'abbé Amédée Ayfre, il creatore della teologia dell'immagine, aveva 42 anni. La sua epigrafe più bella è stata detta, sia pure involontariamente, da un'attrice che confessò ad un giornalista che la intervistava: "Che cosa volete che vi dica, quello era un uomo che quando lo incontravi, ti faceva venire voglia di Dio".
Penso a fr. Roger, che ogni volta che lo vedevi, che parlavi con lui, con il suo sguardo, con la dolcezza del suo sorriso ti faceva venire nostalgia di Dio.
Mosè quando discese dal monte Sinai dopo aver incontrato Dio, aveva 'il volto incendiato', il viso splendente (Es 34, 29).
È la nostra vita che deve mostrare Gesù, che deve diventare uno specchio che rifletta l'amore di Dio per tutti gli uomini, che sia segno della misericordia divina per tutti noi, pecorelle smarrite del suo gregge.
«Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza..."» (Gen 1, 26) In ogni essere umano c'è questa impronta, questo 'marchio di fabbrica', magari nascosto sotto mucchi di polvere, seppellito sotto valanghe di varia paccottiglia. La nostra vita dovrebbe diventare quello specchio che permetta agli altri di riscoprire quel pezzo di DNA divino che hanno nella loro persona.

È questo il senso dell'immagine del chicco di grano usata da Gesù. Noi ci lasciamo colpire da quel "se muore..., se non muore..." e trascuriamo tutto il resto. Quella parola, 'morire', è solo il dito che ci indica il vero nocciolo del discorso: "produrre vita". La gloria di Dio non sta nel morire, ma nel dare molto frutto. Perché il chicco di grano, come qualsiasi seme, anche se sembra qualcosa di secco e arido, in realtà è una bomba di vita. Perché il seme, una volta posto nel terreno, in realtà non muore, ma si trasforma. Il seme offre al germe (ma seme e germe non sono due cose diverse, sono la stessa cosa) il suo nutrimento, come una madre offre al bimbo il suo seno. E quando il seme ha dato tutto, il germe si lancia verso il basso con le radici e poi verso l'alto con la punta fragile e potentissima delle sue foglioline. Allora sì che il chicco muore, ma nel senso che la vita non gli è tolta ma trasformata in una forma di vita più evoluta e potente, gli viene donata più vita.



Dio ama racchiudere
il grande nel piccolo:
l'universo nell'atomo
l'albero nel seme
l'uomo nell'embrione
la farfalla nel bruco
l'eternità nell'attimo
l'amore in un cuore
se stesso in noi.

versi tratti da 'Ho buttato tutto ciò che potevo per fare più spazio al cuore' di Ferruccio Parrinello




Letture:
Geremia 31,31-34
Salmo 50
Ebrei 5,7-9
Giovanni 12,20-33



* (Foto di Adrian Infernus su Unsplash)


07 marzo 2024

L'unico modo giusto di amare è esagerare - 10/3/2024 - IV Domenica di Quaresima

Foto di Patty Brito su Unsplash



«Dio infatti ha tanto amato il mondo».
È immenso quell'avverbio di quantità. "Tanto", senza misura, in maniera esagerata.
La misura esagerata è la misura dell'amore. Perché di amore non ne riceviamo mai abbastanza. Perché di amore non ne doniamo mai a sufficienza.
Gesù è venuto non per dare una nuova legge, ma per mostrarci l'amore di Dio e spronarci ad imitarlo.
Perché con la legge, una volta che la segui, sei a posto.
Ma con l'amore non sei mai a posto. Non puoi mai dire "ho amato abbastanza". Hai sempre la possibilità e la capacità di amare ancora un po' di più, ancora un po' meglio. Perché l'amore più lo doni, più cresce in te e attorno a te.
L'unico modo giusto di amare è esagerare.

L'amore scalda il cuore, illumina la vita dell'amato e dell'amante. Illumina le nostre notti come ha illuminato la notte di Nicodemo (lui era andato da Gesù di notte). L'amore è una forza immensa, che "move il sole e l'altre stelle" (Paradiso, XXXIII, v. 145) ci ricorda Dante. È una forza che mi fa rinascere alla fiducia, alla speranza, alla serena pace, alla voglia di amare, di custodire e coltivare persone, talenti, creature, tutto intero il piccolo giardino che Dio mi ha affidato.
Non solo l'uomo, ma anche il mondo è amato, la terra è amata, e gli animali e le piante e la creazione intera.
E se Dio ama la terra, anch'io posso e devo amarla, con i suoi spazi, i suoi figli, il suo verde, i suoi fiori.
E se Egli ha amato il mondo e la sua bellezza fragile, allora anche tu amerai il creato come te stesso, lo amerai come il prossimo tuo: "mio prossimo è tutto ciò che vive" (Gandhi).

Gesù è venuto per amore, per portare tutti a Dio. Perché a Dio non interessano i tribunali. A Dio non interessa fare processi contro di noi, né per condannare né per pareggiare i conti. Ma neppure per assolverci. La vita degli amati da Dio non è a misura di tribunale, ma a misura di abbracci, di carezze, di sorrisi, di pane condiviso. Di amore sparso senza misura, seminato su tutti i terreni (Mt 13,1-23, Mc 4,1-20 e Lc 8,4-15).

Gesù è venuto perché il mondo sia salvato. Salvare vuol dire curare, vuol dire conservare. Nulla andrà perduto, non un sospiro, non una lacrima, non un filo d'erba. Non andrà perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza, nessun gesto di cura per quanto minuscolo e nascosto.



If I can stop one heart from breaking
Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi


If I can stop one Heart from breaking
I shall not live in vain
If I can ease one Life the Aching
Or cool one Pain
Or help one fainting Robin
Unto his Nest again
I shall not live in Vain

Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano

Emily Dickinson



Letture:
2 Cronache 36,14-16.19-23
Salmo 136
Efesini 2,4-10
Giovanni 3,14-21


29 febbraio 2024

Purificare il tempio che sono io - 3/3/2024 - III Domenica di Quaresima

Cacciata dei mercanti dal tempio (bronzo)
Lorenzo Ghiberti
Porta nord del battistero di San Giovanni (Firenze)



«Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio»
Questo brano viene in mente spesso a chi non crede, magari quando visita Lourdes o qualche altro centro religioso molto frequentato. E non hanno del tutto torto.

Ma a me ultimamente fa venire in mente san Paolo quando dice che noi siamo tempio di Dio (1Cor 3, 16).
Io sono tempio di Dio, e io ho lasciato entrare i mercanti, ho lasciato che questo tempio di Dio che sono io sia diventato 'una spelonca di briganti'.
Ogni volta che sono andato in chiesa per mercanteggiare col Signore per comprare un pezzetto di Paradiso sono stato un mercante.
Ogni volta che ho pregato e implorato solo quando mi trovavo con l'acqua alla gola sono stato un mercante.
Ogni volta che ho preteso che Dio mi esaudisse quando e come volevo io, che Lui fosse a mia disposizione, sono stato un mercante.
Questo tempio di Dio che sono io sarà veramente purificato quando le sue frustate avranno cacciato fuori questa mia mentalità mercantile, questo mio cercare di acquistare il Paradiso, questa mia concezione utilitaristica della religione.
Questo tempio di Dio che sono io sarà veramente purificato quando il Signore da persona religiosa mi avrà trasformato in persona di fede. Quando da uno che ha una religione mi avrà fatto uno che vive una fede.

Ma c'è un particolare, presente solo in Giovanni, che mi colpisce: Gesù fustiga tutti, sparge a terra banchetti, merci e soldi, ma ai venditori di colombe rivolge la parola!
La colomba era l'offerta dei poveri, era l'offerta fatta da sua mamma Maria e suo papà Giuseppe. In questo 'non infierire' mi pare ci sia come un riguardo verso i poveri, verso gli umiliati dalla vita e dall'egoismo dei potenti.
Mi sembra che Gesù ci voglia dire che l'alternativa al tempio 'covo dei briganti', non è il 'tempio dei perfetti', ma il tempio aperto alle persone che sanno di essere imperfette, ma che si sforzano di vivere meglio che possono. Delle persone che cercano in Dio il compagno di strada che ci guida verso la rettitudine, spronandoci, confortandoci e aiutandoci ad rialzarci quando inciampiamo e ruzzoliamo a terra.




Letture:
Esodo 20,1-17
Salmo 18
Prima Corinzi 1,22-25
Giovanni 2,13-25


22 febbraio 2024

Luce che mette ali alla nostra speranza - 25/2/2024 - II Domenica di Quaresima

La Trasfigurazione 
Sacro Monte di Varallo (VC)
Cappella XVII (seconda metà 17° secolo)




Domenica scorsa avevamo la luce colorata dell'arcobaleno. Oggi nel Vangelo abbiamo la luce bianca della Trasfigurazione. Questa luce accende la nostra vita, questo Vangelo mette le ali alla nostra speranza.
La luce che viene dal Tabor proclama che il buio, il male, la violenza non vinceranno. Sembrano dilagare, soverchiare tutto ciò che incontrano, ma non è questo il destino dell'uomo. Il buio non avrà l'ultima parola.
Perché nell'uomo c'è luce! E se i tuoi occhi sono luminosi, scoprono la luce degli altri.

Gesù porta i suoi amici su un alto monte. La cima di una montagna è il primo luogo illuminato dal sole nascente e l'ultimo su cui giunge la luce al tramonto. La montagna è la terra che si innalza verso il cielo, verso la luce. È il punto d'incontro tra Dio e l'uomo, il luogo che Dio ha scelto, nella Bibbia, per rivelarsi. E difatti accanto a Gesù compaiono Mosè ed Elia, gli unici che hanno veduto Dio.

Nessuno dei Vangeli che raccontano la Trasfigurazione (Mt 17,1-9, Mc 9,2-10 e Lc 9,28-36) racconta i particolari di quello che è successo, tranne quello delle vesti che diventano splendenti. Talmente bianche che «nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche» specifica Marco.
Ma se le vesti sono così splendenti, come risplenderà il corpo? e il cuore?
Quando il cuore gioisce e risplende, lo splendore si comunica anche agli occhi, il volto si illumina, e anche il corpo e le vesti si 'colorano' di festa.
Nel passo parallelo, Matteo dice che il volto di Gesù «brillò come il sole» (Mt 17, 2). Chiunque riempie la propria vita di amore, fa dell'amore la bussola che lo dirige, ha già dentro di sé la vita eterna, è già resuscitato.
Ho avuto la fortuna di conoscere delle persone che vivevano di Dio e per Dio. Nonostante l'età avanzata avevano degli occhi da fanciullo, uno sguardo luminoso che ti illuminava e ti scaldava il cuore.
Come ha detto don Pino Puglisi, "l'amore di Dio purifica". Non veniamo spersonalizzati dall'amore di Dio, anzi. La nostra personalità, la nostra unicità viene esaltata e potenziata. Viene donata una luce nuova alle nostre capacità, alla nostra volontà, a tutta la nostra persona. E allora possiamo essere candela nella notte per gli altri.

Il racconto termina con la voce che esce dalla nube e che dice «ascoltatelo!» Ecco cosa dobbiamo fare perché la luce lavori in noi, dobbiamo ascoltarlo. E ascoltarlo significa fare le scelte che ha fatto Lui, preferire le cose che Lui preferiva, lavorare per le cose per cui lavorava Lui.
Dobbiamo ascoltare la luce. Il mondo è intriso di luce, lo sanno tutte le religioni, ma lo sanno anche gli innamorati, i puri di cuore, i giusti. Lo spiega molto bene Olivier Clément: "ora io so che alle sorgenti della bellezza, della pace e dell'energia, all'origine di quelle falde di fuoco presenti nel cosmo e nell'uomo è posto Gesù di Nazareth".
Ascoltiamolo, e potremo vedere il divino affacciarsi dal fondo di ogni creatura.



Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish (1941-2008)



Letture:
Genesi 22,1-2.9.10-13.15-18
Salmo 115
Romani 8,31-34
Marco 9,2-10


15 febbraio 2024

L'arcobaleno, un abbraccio colorato tra il cielo e la terra - 18/2/2024 - I Domenica di Quaresima

Arcobaleno nel deserto
(Foto di Dan Meyers su Unsplash)



Marco in tutto il suo Vangelo è sempre molto laconico, di poche parole, ma qui raggiunge una sobrietà imbattibile, da vero record: in due frasi stringatissime ci sono le Tentazioni e l'inizio della predicazione!
Sono questi i due temi di questa domenica.

Nella prima frase siamo subito dopo il battesimo nel Giordano, e abbiamo la prima sorpresa. Lo stesso Spirito che si era posato su di Lui come colomba, adesso, invece di proteggerlo, lo butta nel deserto.
«Sospinse Gesù nel deserto» letteralmente sarebbe "lo spinse fuori". Marco usa un verbo che indica non una dolce pressione, ma una spinta decisa, quasi violenta. È un verbo molto simile a quello usato per indicare la cacciata di Adamo ed Eva dall'Eden (Gen 3,24). Gesù, nuovo Adamo, affronta il mondo percorso dalle potenze del male («stava con le bestie selvatiche»), per iniziare il ritorno dell'umanità verso il Giardino perduto («gli angeli lo servivano»).
Lo Spirito non tiene al sicuro, al calduccio, il credente, ma è "soffio" che sospinge verso il mondo. 'Caccia fuori' dal tepore del pietismo, dagli schemi collaudati, dalle strutture che invece di favorire la vita favoriscono solo la loro esistenza. Lo Spirito fa uscire allo scoperto, ci butta proprio dentro alle difficoltà. Dopo averci immerso nelle acque del battesimo, ci immerge nelle acque dell'esistenza quotidiana.
È il 'battesimo nell'umanità'.
Lo stesso Spirito che ci fa diventare figli di Dio, ci fa diventare 'fratelli di tutti gli uomini'. Ci unisce verso l'alto e verso il basso

L'atteggiamento con cui dovremmo affrontare la Quaresima ci viene indicato dalla seconda parte del brano di oggi. Non dobbiamo cominciare la Quaresima con il volto accigliato, ma con un sorriso. Gesù inizia con un annuncio gioioso, che dalla Galilea raggiunge tutte le strade del mondo. Apre la sua missione con una buona notizia: «Il regno di Dio è vicino».
Gesù è venuto ad annunciare, non a denunciare. Non viene come un riformatore religioso o come un rigido moralista, ma come il messaggero di una bella notizia straordinariamente gioiosa: puoi vincere il male, dentro e fuori di te!
Il male è ciò che fa male all'uomo, ed è evocato oggi dal racconto dei quaranta giorni passati da Gesù nel deserto, tentato da Satana. Per fare questo non basta il tuo sforzo, devi prima conoscere la bellezza del dono di Dio che sta accadendo: il regno di Dio è qui.
Dio viene e guarisce la vita, ti dà il suo respiro, il suo sorriso, la sua vita. A tutti e senza misura. E non ti lascia più, se tu non lo lasci. Dio viene perché il mondo sia totalmente diverso, un mondo dove sia possibile vivere bene, trovare la pienezza della vita, della felicità.
Con il suo annuncio Gesù ci fa il primo regalo, ci dice "voi siete immersi in un mare d'amore ma non ve ne rendete conto". E aggiunge: "convertitevi!", cioè 'cambiate sguardo, guardate questo mare d'amore, guardate verso questa luce che è il volto di Dio e scoprite che ogni uomo può essere un amico'.

La prima lettura ci svela un Dio che inventa l'arcobaleno, questo ponte colorato tra cielo e terra. Ci racconta di un Dio inventore di comunione con tutto ciò che vive. Ci dice che tu puoi lasciare Dio, ma Lui non ti lascerà mai.

Ma allora come si può vincere il male che è dentro di noi e fuori di noi? La strada ce la indica Gesù: non contare sul tuo sforzo, sulla tua volontà, ma sulla forza del Regno che è già dentro di te, una forza che è potente ma mite, pacifica.
Si può vincere il male solo contando sul bene, seguendo l'esempio di Gesù scegliere sempre l'amore. Padre David Maria Turoldo ha scritto: "Noi moriamo perché adoriamo cose da nulla, perché scegliamo amori da nulla". La tentazione è sempre tra due amori. Io vinco se scelgo l'amore più grande. L'amore che è già qui.
Si tratta di credere alla 'Buona Notizia' che è l'amore, a questa realtà che è dentro e fuori di noi e che ha la bellezza di un arcobaleno.



Nomade d'amore,
ho lasciato la ricchezza del palazzo
per un arcobaleno.
Tu hai spalancato la mia vita
sei vento che soffia e gonfia le vele
seguirti è cosa da gente coraggiosa.
lo mi sono lasciata afferrare da te
e catturandomi mi hai liberata:
ora cammino a un passo da regina.

Come in un tuffo in acque profonde
dapprima ho avuto paura
ma ora ho in dono da te
un nuovo respiro.

Scintilla d'eterno mi sento
vicino a te
eretta, regale.

Con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire.
Marina Marcolini




Letture:
Genesi 9,8-15
Salmo 24
Prima Pietro 3,18-22
Marco 1,12-15


08 febbraio 2024

Non c'è legge che Dio non sia disposto ad infrangere per salvarti - 11/2/2024 - VI Domenica Tempo Ordinario

Gesù e il lebbroso
(Duomo di Monreale - mosaico)



«Andiamocene altrove» aveva detto Gesù nel Vangelo di domenica scorsa. E sono andati altrove.
Solo che l'altrove di Gesù non è lo stesso che pensavano i discepoli. Loro pensavano di andare di successo in successo («Tutti ti cercano!» gli avevano detto), vedevano già tappeti rossi stesi per accoglierli in un tripudio di folla.
L'altrove di Gesù lo incontrano oggi: è un lebbroso.

Abbiamo sentito dalla prima lettura quale siano le regole per i lebbrosi: esclusione totale da ogni contatto. Vengono trattati e considerati peggio della spazzatura. E alla gogna sanitaria si aggiunge il fatto che per la mentalità del tempo la lebbra era una punizione di Dio per una qualche colpa gravissima.
L'altrove di Gesù è la persona rifiutata e scartata dagli uomini e, secondo le persone 'pie', anche da Dio.

«Se vuoi, puoi purificarmi!» gli ha urlato il lebbroso. Un grido che risuonerà spesso nella vita di Gesù. Da questo lebbroso, passando dal cieco di Gerico «Gesù, abbi pietà di me!» (Mc 10, 47b) per arrivare fino al ladrone crocifisso accanto a lui «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23, 42).
Non c'è nulla di ciò che affligge l'uomo che non affligga anche Dio. Non c'è nessuna legge che Dio non sia disposto ad infrangere per salvare l'uomo.
Perché Lui ha una sola legge: l'amore per ogni essere umano, nessuno escluso!

E la risposta di Gesù è da far tremare i polsi: «Lo voglio». Dico che fa tremare i polsi perché in tutto l'Antico Testamento il rapporto tra Dio e il popolo d'Israele viene presentato come un matrimonio, e quindi mi fa venire in mente il matrimonio, quando il coniuge, risponde così alla domanda "vuoi tu prendere ... nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, amarla e onorarla tutti i giorni della tua vita?".
Non importa quanto la vita ti abbia sfigurato o quanti errori tu abbia fatto. Se quando Gesù ti passa accanto hai l'istinto ti rivolgergli un tuo sospiro, Lui lo accoglie e ti accoglie. Ti dice che starà con te qualunque cosa accada, "nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore", che ti sarà sempre fedele e che ti amerà per l'eternità.
Ti dice che la sua fame e la sua sete di te sono senza fine.




Un ricordo di padre Ernes Ronchi:
Tempo fa ho visitato un lebbrosario in Amazzonia e un lebbroso alla messa pregò così: «Chiediamo al Signore che aiuti padre Ermes, perché in Europa è tanto difficile mantenere la fede». Invece di pregare per sé, pregava per me. Alla fine della messa gli ho chiesto: «Ma tu, quando incontrerai il Signore, gli domanderai perché sei stato lebbroso?». E lui: «Io non gli chiederò niente, mi sono sempre fidato».



Letture:
Levitico 13,1-2.45-46
Salmo 31
Prima Corinzi 10,31-11,1
Marco 1,40-45


01 febbraio 2024

La 'giornata tipo' di Gesù - 4/2/2024 - V Domenica Tempo Ordinario

Foto: Patrick Schneider (Unsplash)




Il brano del Vangelo di oggi, insieme a quello di domenica scorsa, racconta la prima giornata della 'vita pubblica' di Gesù, e il fatto che sia nel primo capitolo di Marco ci dice che rappresenta la giornata tipica del maestro.
Questa giornata inizia con la preghiera comunitaria, in sinagoga, e finisce, aprendosi alla giornata successiva, con la preghiera personale. In mezzo ci sono l'insegnamento (la predica in sinagoga) e le opere (liberazione dallo spirito maligno in sinagoga, guarigione della suocera di Pietro, guarigioni e liberazioni dai demoni alla sera).
Una giornata piena, con impegni e contemplazione, stare con gli amici e mescolarsi alla gente comune, attenzione alla miseria umana e attenzione a Dio, entrare e uscire.

Ad una prima lettura può sembrare che ci sia un contrasto: città-deserto; folla-solitudine. Cioè la città come momento dell'attività e il deserto come momento della preghiera; la folla come 'luogo' dell'incontro con gli altri, la solitudine come 'luogo' dell'incontro con Dio.
Ma dobbiamo fare attenzione che in Dio le due cose non sono contrapposte. Il 'darsi' e il 'sottrarsi' sono complementari, si completano a vicenda. Le due braccia della preghiera comunitaria e della preghiera solitaria servono ad abbracciare e sostenere le azioni della predicazione, dell'incontro con gli altri e della loro guarigione. Senza l'abbraccio le azioni fanno fatica a stare in piedi, e senza le azioni le braccia stringerebbero il vuoto.
Gesù non ritiene esaurito il proprio compito perché ha insegnato, guarito, liberato, alleviato le sofferenze umane. La solitudine e la preghiera fanno parte integrante del suo ministero, completano la sua agenda degli impegni.

E dopo la preghiera Gesù non rimane fermo, si spinge (e spinge gli Apostoli) altrove. La preghiera non è solo il culmine dell'attività, ma ne è anche sorgente.
Il deserto è il luogo delle decisioni imprevedibili, la preghiera deve aprirsi, e aprirmi, alla dimensione dell'imprevedibilità, della sorpresa, della creatività.
Nella preghiera scopriamo nuovi sentieri da percorrere. La vera preghiera spinge 'altrove' perché ci rende docili allo Spirito, perché ci libera dai calcoli e dalle prudenze umane.

Se il deserto non ci fa aprire lo sguardo sul nuovo, sul 'non ancora', sull'inesplorato per il Regno, allora può trasformarsi nel luogo della falsa sicurezza, della pigrizia mascherata da fedeltà. Si tratta di scoprire una geografia inedita e infinita o di adagiarsi nella ripetitività, nel 'si è sempre fatto così'.




Letture:
Giobbe 7,1-4.6-7
Salmo 146
Prima Corinzi 9,16-19.22-23
Marco 1,29-39


25 gennaio 2024

Ogni uomo è 'faccenda' di Dio - 28/1/2024 - IV Domenica Tempo Ordinario

La fede ha il sapore del pane condiviso
(foto: Gustavo Di Nucci)



Nella sinagoga di Cafarnao Gesù compie il primo miracolo, ed è un miracolo di liberazione.

Il primo miracolato, è un indemoniato che sta pregando nella comunità. È un habitué del sabato, uno che di prediche e di spiegazioni della Torah ne deve aver ascoltate un mucchio. Eppure ha dentro di sé ha «uno spirito impuro». Può capitare di passare tutta una vita andando ogni sabato in sinagoga, ogni domenica in chiesa, pregare, ricevere i Sacramenti, eppure mantenere dentro uno spirito malato. "Si può vivere tutta una vita come cristiani della domenica senza farsi mai toccare dalla Parola di Dio" (Gaetano Piccolo s.j.). È questione di lasciare che la fede resti un 'sapere' (precetti, comandamenti, latino, paramenti e giaculatorie varie), senza mai far sì che diventi un 'sapore'.
Perché la vera fede ha il sapore del pane condiviso con chi si trova vicino a te in quel momento, ha il profumo di un abbraccio, il calore di un sorriso fatto a chi non se lo aspetta. La vera fede scende dal cervello e si radica nel cuore. La vera fede non si preoccupa di stabilire chi è dentro o fuori dalla Chiesa, ma sogna di farci entrare tutti.

Ma cerchiamo di capire un po' di più cosa ha fatto Gesù. Lui ha individuato alla radice le forze che impediscono ad un uomo di essere uomo. E si impegna a denunciarle ed esorcizzarle. Si impegna a liberare l'uomo da tutto ciò che deturpa l'immagine di Dio che egli è, da tutte quelle forze come il denaro, il potere, la paura, la brama di dominare e tante altre, che gli danno una falsa sicurezza, ma in realtà lo incatenano e lo schiacciano sempre più in basso.
Questo perché i nemici dell'uomo sono i nemici di Dio. Tutto ciò che attenta alla dignità di un essere umano, di una persona, è bestemmia alla gloria di Dio. Tutto ciò che minaccia l'uomo è un oltraggio a Dio. Difendere Dio vuol dire innanzi tutto difendere la sua "immagine e somiglianza". Dio non sa che farsene degli omaggi alla sua santità quando la poi deturpiamo sfregiando la sua immagine che è ogni essere umano. Ogni offesa ad un essere umano, a qualsiasi essere umano, è contraria alla dottrina e alla morale.

L'uomo, ogni uomo è faccenda di Dio, checché ne dica chi cerca di usare Dio per il proprio interesse di parte.

In fondo l'indemoniato ha detto la verità: Dio è venuto per rovinare Satana. Anche se Satana, dal giardino dell'Eden in poi, dice che Dio è venuto per rovinare l'uomo.




Letture:
Deuteronomio 18,15-20
Salmo 94
Prima Corinzi 7,32-35
Marco 1,21-28