08 luglio 2021

Portatori di serenità e vita - 11/07/2021 - XV Domenica tempo ordinario

 


Il Vangelo di oggi ha un'essenzialità estrema, sembra quasi un foglietto di istruzioni, ma in realtà è molto profondo.

Una prima cosa si nota per quanto riguarda l'equipaggiamento, le cose da portare: Marco concede il bastone e i sandali che gli altri evangelisti invece proibiscono. E comunque le indicazioni dei sinottici sono diverse e in parte contradditorie. Non è un dress-code o l'elenco di cosa è consentito e cosa è proibito al check-in del missionario!
È l'indicazione di un atteggiamento. È la sottolineatura dell'esigenza di essenzialità, di leggerezza, di libertà, di disponibilità. Non si devono cercare altri 'appoggi' oltre al comando di Cristo. Si deve rinunciare alle sicurezze umane, per contare sull'unica sicurezza della potenza del Vangelo. «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10), proprio perché appaia che la potenza è del Vangelo, non dei mezzi o delle persone impiegati.

Ma c'è da rimarcare anche che vengono mandati «a due a due». Il primo annuncio è proprio questo: l'andare insieme, fianco a fianco. Insieme per dare una testimonianza credibile (la legge ebraica prevedeva che una testimonianza fosse valida solo se portata da almeno due testimoni). Ma c'è anche il fatto che essere in due ha i suoi vantaggi (ci si aiuta, ci si sorregge a vicenda), ma ha anche le sue fatiche, perché ti costringe al confronto e alla messa in discussione, cose che sono costruttive, ma che tuttavia richiedono impegno e soprattutto sono un colpo duro al proprio orgoglio e all'individualismo. Quindi essere in due è anche una testimonianza di unità, di solidarietà, di comunità. Essere in due è segno di tutta la serietà del messaggio.

Però in questo brano mancano due cose.

La prima è che i Dodici vengono mandati ... ma non viene detto 'dove' devono andare.
Non si viene mandati in un 'posto', ma ogni posto è il luogo in cui siamo mandati. Ogni posto in cui ci troviamo è il luogo della nostra testimonianza: il lavoro, la famiglia, il bar, la scuola, il supermercato, la strada. Ogni nostro passo nella vita deve essere testimonianza, segno di riconciliazione e sorgente di serenità e vitascacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano»)

La seconda è che non viene detto quali dovevano essere gli argomenti della predicazione.
Questo perché la predicazione principale, la prima e più importante non va fatta con le parole. Va fatta con la vita. Dev'essere tutta la nostra vita che parla di Dio. In ogni nostro gesto, in ogni nostra azione, ci dovrebbe essere il sapore, l'odore di Dio.
Solo così le nostre parole possono essere reale segno. Solo così possono essere concretezza e non 'aria fritta'.
Inoltre, non avendo la scaletta dei discorsi da tenere, siamo obbligati ad adeguare le nostre parole alla realtà che incontriamo. Siamo chiamati a chiedere l'aiuto dello Spirito Santo per leggere i "segni dei tempi", capire come meglio affrontare le varie situazioni. Si tratta ci capire quando è meglio spronare e quando è meglio consolare, quando è meglio ammonire e quando è meglio abbracciare. Non si possono usare le stesse parole e gli stessi gesti per ogni situazione e con ogni persona.


(Am 7,12-15; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13)


01 luglio 2021

Dio con l'abito di tutti i giorni - 04/07/2021 - XIV Domenica tempo ordinario

 


«Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data?»
Sono queste le due domande che i concittadini di Gesù si fanno. Sono domande importanti, tutto il Vangelo di Marco ruota proprio attorno a queste domande e cerca di darne la risposta. Invece gli abitanti di Nazareth hanno fretta, vogliono chiudere subito la questione. Invece di aprirsi al futuro, all'azione dello Spirito, si rifugiano nel passato, in quello che credono di sapere. Liquidano il problema invece di cercare di risolverlo.

Conoscono, ma sarebbe più giusto dire che pensano di conoscere, Gesù: è uno di loro, uno con cui sono stati per trent'anni gomito a gomito. E non riescono ad andare al di là di questa etichetta. Non riescono perché non vogliono, perché bisogna fare lo sforzo di abbandonare le idee che non spiegano più la realtà attuale. "La radice dell'incredulità è proprio questa incapacità di accogliere la manifestazione di Dio nel quotidiano" (Rinaldo Fabris). Si fa fatica a riconoscere Dio quando indossa l'abito di tutti i giorni.
Gli andava bene un Gesù che faceva il falegname, che apparteneva ad una famiglia insignificante. Ma destava scandalo il fatto che Gesù non rientrasse nei loro schemi riguardo a Dio, non coincideva con quello che loro pensavano di Dio.

In fondo Dio ci fa sempre difficoltà.
C'è chi non crede perché non lo vede.
E c'è chi, come i compaesani di Gesù, non crede perché lo vede.
Ma vedono un Dio diverso da quello che loro immaginano. Non è il dio potente che stermina i nemici, il dio che vince tutto e tutti con la forza e la potenza.
È un Dio che è «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), che non è venuto a condannare ma a salvare, che vince amando, perdonando, donandosi a tutti, nessuno escluso. Vince facendosi mettere in croce!
Un Dio così è difficile, e ci sono tanti che preferiscono rinunciare a Dio piuttosto che all'immagine che si sono fabbricati di Dio.

E Gesù continua a non condannare. Però si meraviglia, si stupisce. Come intenerisce questo Dio che si meraviglia della nostra difficoltà a credere. C'è un grande cuore di madre dietro a questo.

Si sarà consolato con quei pochi malati che ha guarito. I più hanno cercato di spiegare, di capire. Pochi hanno aperto le loro piaghe all'amore. Sono andati al di là dei pregiudizi, dell'ostilità. Invece di fidarsi di ciò che sapevano si sono aperti alla novità di un Dio che cammina al tuo fianco, di un Dio che si sporca i piedi e le mani per esserti vicino, compagno di strada, compagno di vita.


(Ez 2,2-5; Sal 122; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6)

immagini di don Giovanni Berti


24 giugno 2021

Piccoli gesti pieni di vita - 27/06/2021 - XIII Domenica tempo ordinario


 

Il Vangelo di oggi si svolge tra un periodo di tempo, "12 anni", e un gesto, "toccare".

Nella Bibbia il numero 12 rappresenta la totalità (le 12 tribù di Israele che sono tutto il popolo israelita). Quindi dire che la prima donna del brano di oggi era ammalata da dodici anni, è come dire che era ammalata da sempre: da dodici anni era considerata impura, era emarginata e costretta a evitare ogni contatto sia sociale che fisico. Possiamo ben capirla noi che per un solo anno e mezzo circa abbiamo dovuto evitare non solo gli abbracci, ma anche una semplice stretta di mano! Lei, per 12 anni, per la società e la famiglia, era come fosse morta.
Ma 12 anni era anche l'età che a quel tempo segnava l'ingresso nella vita sociale. I maschi diventavano adulti, e le femmine si sposavano. La figlia del capo della sinagoga invece di entrare nella vita era entrata nella morte.
Due donne entrambe colpite a morte, una quella sociale e l'altra quella biologica, quindi entrambe sono impure e intoccabili. Ma tutte e due vengono chiamate "figlie", ambedue vengono "guarite e salvate". Ma per farlo Gesù trasgredisce le leggi e le tradizioni. Quando Gesù deve scegliere tra la vita e la legge sceglie sempre la vita!

Gesù non ama la vita solo a parole, ma anche a gesti. E in questo brano del Vangelo c'è un gesto molto piccolo: toccare. Per quattro volte troviamo questo verbo e poi ancora si dice «vieni a imporle le mani» e che Gesù «prese la mano». Toccare è la forma primordiale di conoscenza, è percezione e superamento del limite di ciascuno, momento di comunione e comunicazione, esprime reciprocità, condivide e scarica le tensioni e le emozioni. È carezza, è sostegno, è consolazione.
La donna del Vangelo (di cui non si dice il nome, e quindi ci può rappresentare tutti, le possiamo tranquillamente dare il nostro nome) sente che Gesù è la sua unica speranza e si fa coraggio nel compiere un gesto che nella mentalità religiosa di quel tempo era una vera e propria trasgressione: anche se rischia di essere messa a morte perché come impura tocca un maestro e uomo, lei ci prova lo stesso. Sente che Gesù è capace di accoglienza, che sa comprendere il suo dolore. Con un lieve tocco è passata dalla religione alla fede.
Gesù si accorge di questo tocco anche in mezzo alla folla. "Sente" la donna anche di più di quanto senta i discepoli che gli sono vicini fisicamente. La donna nascosta non tocca solo il mantello, ma soprattutto tocca il cuore di Gesù, e Gesù non rimane indifferente a questa povertà e fiducia insieme.
E poi c'è la ragazzina dodicenne. Nelle icone della discesa agli inferi si vede Gesù che prende Adamo ed Eva per il polso e li porta in cielo. Il polso è dove si sente il battito del cuore, e quando Dio ti prende per il polso, quando ti prende per mano, ti richiama alla vita, ti dona la sua vita. In questo gesto di Gesù c'è anticipata, c'è ricapitolata tutta la sua vita, la sua missione: donare la sua vita e portare gli esseri umani alla vita piena.

Un'ultima cosa colpisce: né la donna né la ragazza vengono salvate per loro meriti. Dio non salva premiando i buoni, ma donando la sua grazia ai disperati. La grazia di Dio non è un premio per quelli che sono bravi, ma un rimedio per quelli che fanno fatica; se non fosse così, il paradiso sarebbe terribilmente e desolatamente vuoto.


(Sap 1,13-15; 2,23-24; Sal 29; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43)


17 giugno 2021

Le tempeste dalla vita - 20/06/2021 - XII Domenica tempo ordinario

 


Le tempeste fanno parte della vita, e ce ne sono di tutti i tipi: da quelle lievi, col sole e l'arcobaleno, a quelle con tuoni, fulmini, nuvole nere e pesanti che sembrano schiacciarti a terra.
E poi ci sono quelle che ti prendono di notte, quando già tutto sembra più terribile e difficile. Quelle che ti scuotono fin nel profondo, ti sbatacchiano talmente forte che anche la speranza schizza via lontano e non la trovi più. Quelle che ti fanno pensare che il sole non sorgerà più, che ti fanno sentire abbandonato da tutti, anche da Dio.
E anche tu, come gli Apostoli, rimproveri Dio, lo accusi: "Non ti importa più niente di me?"

Ci sono rimproveri, accuse, che rivolgiamo a Dio che in realtà sono delle preghiere stupende. Sono delle preghiere perché indicano che in fondo Dio ha un posto grande nel nostro cuore, che sappiamo che la nostra vita è nelle sue mani; forse Lui si è solamente addormentato, ma noi non ci siamo dimenticati di Lui. Siamo come bambini che nel momento della paura si mettono a chiamare la mamma e il papà con le lacrime agli occhi.

Sono momenti difficili, di solitudine estrema. È proprio in un momento come questo che Gesù, vero Dio fatto uomo, ha gridato "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15, 34). Dio ci capisce benissimo. In quei momenti soffre per noi e con noi. Anche se noi non lo sentiamo, anche se ci sembra in tutt'altre faccende affaccendato, anche se ci sembra stia russando sul cuscino a poppa.

Una cosa colpisce: sono tutti gli apostoli che svegliano Gesù, non uno solo.
Da quei momenti non si esce da soli, la notte va superata in unione con gli altri. Accettare l'aiuto, anche maldestro e impacciato, è importante. È vero che l'altro non ti potrà mai capire fino in fondo, ma c'è, è presente. È lì per te, che soffre assieme a te, non a causa di te.

E anche chi è vicino a persone che stanno passando queste tempeste è importante che sappia ascoltare, sappia accettare il fatto che spesso non può fare niente altro. In certe situazioni non esistono parole giuste, anzi, a volte tutte le parole sono sbagliate. Esistono però la tenerezza, la vicinanza.

Non è vero che Dio non risponde. Il fatto è che Lui non risponde come noi vorremmo. E a volte le persone che sono vicine sono la risposta, Lui si fida talmente di noi da farci sua risposta.


(Gb 38,1.8-11; Sal 106; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-41)


10 giugno 2021

Sentire il grano crescere e vedere la Parola annunciata - 13/06/2021 - XI Domenica tempo ordinario

 


Il vero protagonista del Vangelo di oggi è il semplice seme. Una realtà piccola, apparentemente insignificante, ma con una potenzialità grandissima. Un superconcentrato di vita.

E Gesù, parlandoci del Regno come di un seme, non vuole indicarci una generica speranza. Vuole invece invitarci, spronarci a scoprire l'azione del seme, la sua potenza che sta agendo in questo stesso momento.
Perché il Regno è presente, avviene già adesso. Questo è il fatto decisivo. Ed è essenzialmente potenza di Dio, non azione dell'uomo. Si sta manifestando anche nell'assenza di segni esteriori, cresce e lavora anche se sembra non succeda niente.
La forza del seme non gli viene dall'azione del contadino, la possiede in sé. La forza del Regno non viene dalle nostre azioni, la possiede in sé.
Il credente, come il contadino, è uno che tutto questo lo 'sa'. Lo sa, ma non sa il 'come'.

La parabola non ci dice cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Ci dice cosa sta facendo il seme. Ci ricorda che non siamo noi i costruttori del Regno, né tanto meno i progettisti o i direttori dei lavori. Noi siamo chiamati a offrire delle possibilità al Regno.
E a volte la possibilità più grande può essere quella di non intralciare, di non infilare tra i progetti di Dio i nostri bozzetti.

Il contadino della parabola è un esempio. Lui dorme o sta in piedi a seconda che sia notte o sia giorno. Ecco, anche noi siamo chiamati a vivere il momento presente, a leggere i 'segni dei tempi' per trovare il seme che qui e adesso sta germinando. A ricordarci che se Dio ci ha messo in questo tempo è perché è in questo tempo che dobbiamo vedere il seme che cresce, non in un passato che non c'è più, né in un futuro che non ci appartiene.
È necessario adoperare diversamente i nostri sensi. Dobbiamo sentire il grano che cresce, dobbiamo vedere la Parola che viene annunciata.

Dobbiamo riuscire a contemplare il fatto che la debolezza è la forza del seme, che la vulnerabilità è la sua potenza.


(Ez 17,22-24; Sal 91; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34)


03 giugno 2021

Possiamo diventare Amore - 06/06/2021 - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

 


«Prendete, questo è il mio corpo»
Prendere, afferrare, è questo che ci chiede Gesù. Un verbo molto fisico, che chiede un contatto molto ravvicinato, molto 'intimo'. A Gesù, a Dio, non è stato sufficiente scendere dal cielo e venire a vivere in mezzo a noi, non gli è bastato lasciare la sua gloria e prendere un corpo umano. La sua sete d'amore non si è ancora placata. Vuole, ha bisogno di entrare dentro di noi, di farsi nostra carne, di arrivare ad ogni cellula di ogni essere umano.
E questo lo poteva fare solo facendosi cibo. Ma non cibo raffinato, riservato a pochi eletti, bensì cibo comune, che si trova sulle tavole di tutti, su quella del re come su quella del carcerato. Non era sceso abbastanza in basso con l'incarnazione. Per raggiungere veramente tutti, per essere tutto in tutti, si è fatto cibo, pane condiviso in una tavolata di amici.

Gesù non è sceso sulla terra per sconfiggere il male, per castigare i peccatori. Lui è il grande seminatore, è sceso tra di noi per seminare il Paradiso sulla terra, per piantare Dio in ogni essere umano. Il nostro rispetto, la nostra venerazione non gli bastavano, non erano abbastanza.
E allora ci ha chiesto di mangiarlo, di mangiare il suo corpo condiviso. "Ti mangerei di baci" si dice ad un bambino piccolo, e Gesù ci ha preso in parola, si è fatto piccolo per farsi mangiare.

Prendere e mangiare. È il Creatore che chiede alla creatura un abbraccio, chiede il permesso di diventare una cosa sola. San Leone Magno diceva: "partecipare al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo". Ricevendo Dio, che è Amore, noi possiamo diventare Amore.
E allora il 'prendere' e il 'mangiare' si trasformano in un unico verbo, in un'unica azione: donarsi.


(Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26)


27 maggio 2021

La bellezza del mistero- 30/05/2021 - Santissima Trinità

 


Non c'è niente da fare, per quanto ci sforziamo, per quante dotte dissertazioni leggiamo o studiamo, la Trinità rimarrà sempre un mistero. Ci sarà sempre qualcosa che ci sfugge, che rimane al di là della nostra capacità di comprensione o di immaginazione.
Ma questo non è un male, anzi.
Per la cultura odierna il mistero rappresenta qualcosa di oscuro, quasi un insulto alla razionalità. Tutto deve essere spiegabile; per ogni cosa, per ogni evento, deve esserci una causa e un responsabile, anche a costo di evocare presunti poteri occulti o complotti più o meno fantasiosi.

Invece il mistero è un'apertura verso l'illimitato, verso una dimensione più alta.
Nella fede, il mistero ci ricorda che Dio, il Padre buono che ci ama di amore infinito, che è "più interiore a me di quanto io lo sia a me stesso" (sant'Agostino), rimane sempre anche il "totalmente Altro". Non potremo mai "possedere" Dio; per noi, di Lui, ci sarà sempre qualcosa che resterà incomprensibile. Anche noi, come Isaia, spesso dovremmo confessare: «Veramente tu sei un Dio misterioso».
Ma il mistero non ci viene offerto per tapparci la bocca, ma perché lo esploriamo, perché vi entriamo dentro pudicamente, senza presunzione, spinti non dalla razionalità ma dalla fede. Ma soprattutto sotto la guida dello Spirito. È più questione di contemplazione, di meraviglia che di filosofia o elucubrazioni intellettuali.
Nel campo del mistero pascolano meglio i mistici e i poeti che non gli eruditi. Sono più utili occhi aperti alla meraviglia, che menti pronte solo ad analizzare. 

Se ci lasciamo guidare dallo Spirito, allora nella nostra realtà quotidiana le scoperte saranno numerose, scopriremo «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo» (1Cor 2,9), cioè quelle cose che Dio ha preparato per ognuno di noi.
Scopriremo che il cristianesimo non si fonda su idee o su leggi, ma su delle persone: le tre Persone divine. La Trinità ci rivela il senso della persona umana, il nostro valore.
Ci dice che solo l'amore fa esistere la persona. Dire Trinità è lo stesso che dire 'amore'. Se non ci fosse la Trinità non ci sarebbe l'amore, e senza amore non c'è niente.


(Dt 4,32-34.39-40; Sal 32; Rm 8,14-17; Mt 28,16-20)


PS: Un grazie agli amici che mi hanno regalato l'icona riprodotta in questo post. Siete voi il dono più gradito. Che Dio vi benedica!


20 maggio 2021

Il vento dello Spirito libera dalla paura - 23/05/2021 - Domenica di Pentecoste (Messa del giorno)

 


Il vangelo di oggi è come un'anticipazione del racconto di Luca all'inizio degli Atti.

In entrambi i brani all'inizio troviamo gli amici di Gesù barricati in casa, ripiegati su sé stessi, impietriti dalla paura. Gesù, che ha abbattuto le porte della morte, adesso deve abbatere quelle della paura di coloro che diventeranno i messaggeri della Notizia Gioiosa. Ma sa che non è ancora il momento, non sono "capaci di portarne il peso".

Ci vorrà un vento impetuoso, il vento dello Spirito Santo. Un vento che spalancherà non solo le porte del Cenacolo, ma abbatterà anche le porte della paura, prenderà della gente che si ostina a guardare al passato e la proietterà verso l'avvenire.

La Pentecoste, che avviene otto giorni dopo l'Ascensione, rappresenta una nuova creazione: come alla prima lo Spirito aleggiava sopra le acque, adesso lo Spirito irrompe nuovamente. Ma adesso ha una dimensione particolare, non è più un atto individuale come per la creazione di Adamo, ma riguarda i discepoli riuniti, riguarda una comunità riunita.
"La natura umana ha ricevuto la sua nuova creazione spirituale sotto forma di Chiesa" dice Matta-El-Meskin (monaco del monastero di san Macario in Egitto), e aggiunge: "non c'è individualismo nella nuova creazione. È dalla Chiesa che riceviamo la natura di uomo nuovo".
Ecco perché la Pentecoste viene considerata la festa della Chiesa, il suo compleanno. Ma è la festa della Chiesa che esce dal timore, dalla timidezza, dalla chiusura al mondo.
Perché la Chiesa che nasce a Pentecoste è una Chiesa che è sempre aperta, senza porte, senza pareti, senza confini, senza barriere. I discepoli che parlano di Dio in tutti i modi possibili, con tutte le lingue del mondo, descrivono quello che la Chiesa, anche oggi, non smette mai di fare, cioè cercare di comunicare Dio ad ogni essere umano, in qualsiasi situazione umana si trovi, in qualsiasi territorio abiti.

Lo Spirito Santo, Amore di Dio nel cuore dei discepoli, scaccia la paura che qualcuno possa rubare e distruggere il Vangelo. Tutti possono e hanno diritto di conoscere il Vangelo di Gesù. Tutti i cristiani con il dono del Battesimo e attraverso la preghiera della comunità, possono e devono comunicare il Vangelo, perché raggiunti dallo Spirito Santo.

Lo stesso Spirito che ha spalancato le porte del Cenacolo e che ha riempito gli Apostoli di amore e di forza, col Battesimo e i Sacramenti riempie ognuno di noi in maniera unica e personale. Lo Spirito Santo non solo apre le porte del Cenacolo, ma apre anche le porte del nostro cuore a tutti gli uomini, spazza via la paura dell'altro, il pregiudizio verso chi è straniero, diverso, non 'dei nostri'. Ma come da un unico fuoco sono scese tante fiamme, una particolare per ognuno dei presenti nel Cenacolo, così lo Spirito rende unico il tuo modo di amare, di tuo modo di incontrare, il tuo modo di consolare, il tuo modo di essere vicino. Lo Spirito Santo ti rende unico e irripetibile.
La Chiesa, il mondo, Dio non possono fare a meno di te, di ognuno di noi.


(At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15)


13 maggio 2021

Gesù non ci lascia soli - 16/05/2021 - Ascensione del Signore

 


Oggi abbiamo due racconti diversi dell'Ascensione di Gesù: quello di Luca nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli e quello di Marco nel suo vangelo.

Partiamo un attimo da Marco. Il brano oggi proposto inizia col versetto 15, ma se andiamo a leggere il versetto precedente vediamo che Gesù rimprovera gli Apostoli «per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto». È proprio a queste persone che viene affidato il Vangelo, la responsabilità della Chiesa. La salvezza di tutti gli uomini viene affidata a tutti noi nonostante la nostra "incredulità e la nostra durezza di cuore". Dio ci ama e ci sceglie così come siamo, semplici esseri umani, capaci del meglio e del peggio, in grado di volare alti come un'aquila ma che spesso grufoliamo per terra come un maiale. Ma soprattutto noi, come anche gli Apostoli, facciamo fatica a capire un Dio così imprevedibile, così al di fuori dai nostri schemi.

E che anche gli Apostoli abbiano questa difficoltà ce lo dimostra il racconto di Luca, quando gli angeli li riprendono: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». A partire dalla Resurrezione è sempre un cercare Gesù dove lui non c'è. Prima nella tomba ormai vuota e adesso in cielo nonostante lui stesso abbia assicurato che sarà sempre con noi (Mt 28, 20).
Anche noi tante volte cerchiamo Dio in cielo, tra le nuvole, e così non lo vediamo quando ci passa vicino, proprio alla nostra altezza, quando non più in basso.

Ma Gesù, come dice il Vangelo continua ad "agire insieme a noi". La buona notizia dell'Ascensione è che Gesù è sempre in mezzo a noi. Non lo è più in maniera sensibile, ma lo è in maniera più efficace. Ascensione vuol dire che Gesù si nasconde ai nostri occhi per essere presente in maniera ancora più profonda, perché ora è presente non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi per mezzo del suo Spirito. È visibile agli occhi della fede.
Per trovare Dio non dobbiamo guardare il cielo, ma andare per le strade del mondo, e in ogni posto dove c'è un essere umano che soffre potremo trovarlo, in ogni posto dove c'è un po' di amore potremo trovarlo.

Ma c'è anche un altro significato dell'Ascensione, ed è in quell'affermazione di Marco: «sedette alla destra di Dio». Al Padre è salito il Figlio con la nostra carne, il Figlio che si è fatto uomo. Al cielo è salito un uomo, un nostro fratello. Adesso seduto proprio alla destra del Padre (dove sedeva l'erede, la persona più importante dopo il re), c'è un nostro fratello. È per questo che Gesù può e vuole intercedere a nostro favore, pregare per noi.

Ma non basta. Ogni volta che noi mangiamo il suo corpo e beviamo il suo sangue, cioè ogni volta che facciamo la Comunione, noi diventiamo un solo corpo con Gesù, cioè anche noi sediamo alla destra del Padre. Con l'Ascensione già adesso anche noi, seppur nella fede, seppur misteriosamente, siamo uniti al Padre, siamo già risorti. La nostra vita non è più solo terrestre, ma inizia ad essere anche celeste. La nostra casa inizia a diventare il Paradiso (Col 3, 1-4)

L'Ascensione significa che Gesù non solo non se n'è andato, ma anzi, è più presente adesso che prima.


(At 1,1-11; Sal 46; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20)


06 maggio 2021

C'è un fiume d'amore che scorre dal cielo fino a noi - 09/05/2021 - VI Domenica Di Pasqua

 


Questa parte del lungo discorso d'addio di Gesù raccontato da Giovanni è il cuore del cristianesimo, l'essenza di cosa voglia dire essere cristiani.
In questi nove versetti Gesù usa per nove volte la parola "amore/amare" e per tre volte la parola "amici".

Ed esordisce con un vangelo, cioè con una buona notizia: siamo amati ("io ho amato voi"). Qui Giovanni usa il verbo greco "agapáô" che indica l'amore disinteressato, "amare" nel senso di avere caro, tenere in gran conto, preferire, prediligere. Noi siamo amati da Dio gratis, senza condizioni, senza limiti.
E Dio ci ama affinché la nostra gioia sia piena, trabocchi dai nostri cuori e si riversi nel mondo.
Siamo stati creati bramosi di amore, arsi dalla sete di essere amati. Siamo mendicanti d'amore. Scoprirci amati, sentirci amati ci rende capaci di spostare le montagne, anche quelle del nostro egoismo.
Gesù non ci invita semplicemente ad amare. Potremmo amare per dipendenza, necessità, tornaconto. Ci chiede di amare perché se non amiamo ci distruggiamo. E non ci dice di amare gli altri come amiamo noi stessi (ci sono persone che non si amano o si amano poco) ma di amare come Lui ci ha amato. Solo Dio è la misura dell'amore.

Poi Gesù dice: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore».
Per rimanere nell'amore basta osservare i comandamenti, che però non sono il decalogo, ma il modo di agire di Dio. Il comandamento di Gesù è «Amatevi come io ho amato voi» e il riferimento è la lavanda dei piedi. L'amore non si trasmette attraverso una dottrina, ma solo attraverso gesti che comunicano vita. Il "comandamento nuovo" che Gesù ci dona, è nuovo nella qualità, nel modo di concretizzarlo. Gesù non dice che dobbiamo amare 'quanto' lui ci ha amato, ma 'come' lui ci ha amato, nella stessa maniera, cioè amando di un amore che aggiunge vita, che dona speranza, che regala gioia e letizia.
Ma quel 'come' ci dice anche che solo Dio è la fonte del nostro amore. Un cristiano ama perché si è sentito amato, perché ha sentito la passione che Dio ha per lui. L'amore non parte da un nostro sforzo, da un nostro impegno, ma dallo stupore di un amore folle che ci ha travolto e avvolto.

Ma in cosa consiste, nel concreto, il "come" di Gesù?
È Lui stesso a dircelo: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Giovanni usa il temine "psiché" che vuol dire vita interiore, anima. È questa che bisogna dare ai propri amici: ciò che si ha dentro, la nostra parte più vera, più profonda, più intima, quella fatta di paure e dubbi, ma anche di slanci e sogni.
Se non hai nessuna vitalità (ψυχὴν=psychín), nessun ideale, se sei vuoto dentro, cosa puoi donare? L'amore è vero solo quando dona. È questo che ci aiuta a riconoscere l'amore quando è vero. "Dare la vita" non è sacrificarsi, ma tirare fuori il meglio di noi stessi proprio quando sembra che stiamo rinunciando a qualcosa di grosso.


(At 10,25-27.34-35.44-48; Sal 97; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17)