23 settembre 2020

Dio vuole fare festa con tutti noi - 27/09/2020 - XXVI domenica tempo ordinario

Ancora una volta una vigna.
Come domenica scorsa, come tanti passi dei Vangeli e di tutta la Bibbia.
Ma mentre nell'Antico Testamento la vigna è simbolo del popolo d'Israele, per Gesù ha anche un altro significato, più profondo. È il simbolo del Regno di Dio che è già qui, adesso e ora, ma che sarà pieno un domani, quando le viti avranno fruttificato e i grappoli spremuti avranno dato il loro dono: il vino per la festa senza fine. È per questo che 'lavorare nella vigna del Signore' non è faticare sotto un padrone esigente o un padre tiranno. Lavorare nella vigna è la gioia di preparare insieme una grandissima festa. La vigna è la speranza di un futuro felice e sereno con tutti i fratelli e le sorelle. Speranza che possiamo rendere reale e concreta.

Una vigna dicevo. Ma qui invece del padrone della settimana scorsa abbiamo un Padre e due figli. Viene in mente la parabola del Padre Misericordioso (Lc 15,11-32). Anche lì abbiamo un Padre con due figli, e anche lì la parabola è indirizzata ai capi religiosi (sacerdoti e anziani in Matteo, farisei e scribi in Luca).
Il fondamento di tutta la nostra fede è qui: Dio è padre, è Padre di ogni uomo! È da qui che deve partire la nostra fede. Perché negare la fraternità con tutti gli esseri umani significa negare la paternità di Dio, significa negare Dio.
Possiamo sapere a memoria tutto il catechismo, tutta la Bibbia, ma se non riconosciamo tutti gli altri come nostri fratelli, siamo come il secondo fratello, quello che dà la risposta corretta ma non fa la volontà del Padre, come il fratello più grande in Luca, che non vuole partecipare al banchetto.

Ma c'è anche l'altro figlio, quello che dice di no. Un figlio impulsivo, che cerca lo scontro più che il confronto. Ma a cui poi succede qualcosa che l'ha disarmato, gli ha fatto cambiare idea, gli ha fatto cambiare modo d'agire, gli ha fatto cambiare vita! Cosa sia successo non sappiamo, a ognuno di noi è successo qualcosa di differente e unico, ma ha scoperto che il Padre non era un despota, non era uno interessato al possibile guadagno, ma era un papà pieno di amore che voleva solo fare festa per godere della reciproca compagnia.

Perché il desiderio più grande di Dio è proprio questo: fare festa con noi. Con tutti noi. E per questo Lui discende. Ce lo dice proprio la seconda lettura di oggi. Dio è disceso con l'Incarnazione, ma anche dopo si è chinato su ogni uomo per invitarlo alla festa. Si è chinato con l'adultera, con la lavanda dei piedi, con la cananea. Tutto il Vangelo è un chinarsi di Gesù. Gesù è Dio che discende e si china per poter Ascendere portandosi dietro tutta la storia, tutta l'umanità.

Tutti siamo invitati alla festa, sta a noi accettare o meno l'invito. Perché Dio, come il padre della parabola, ha bisogno della collaborazione dei suoi figli. Non può salvare me senza di me e non può salvare te senza di te. Come diceva Sant'Agostino "Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te"


(Ez 18,25-28 Sal 24 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32)


17 settembre 2020

Dio non pensa come noi. Per fortuna! - 20/09/2020 - XXV domenica tempo ordinario

Ha proprio ragione il profeta Isaia quando, nella prima lettura, dice che il modo di pensare di Dio è lontanissimo dal nostro. Per rimanere nella parabola di oggi, noi pensiamo che il padrone dovrebbe pagare gli operai per il lavoro fatto. Ma Dio non è d'accordo.
Pagando gli operai dell'ultima ora come quelli della prima, Dio non si è limitato a pagargli il lavoro, ma li ha anche risarciti di tutte le porte sbattute in faccia durante la giornata. Li ha risarciti di tutti i "le faremo sapere" detti mentre la domanda veniva buttata nel cestino, di tutti i "non ha abbastanza esperienza", "ha troppa esperienza", di tutti i "non assumiamo stranieri", "non assumiamo neri", "non assumiamo donne". Li vuole risarcire di tutte quelle volte che la loro dignità di persone è stata calpestata, di tutte quelle volte che gli è stato negato il diritto di potersi guadagnare il pane quotidiano con onestà e senza doverlo mendicare.

Perché Dio non sta in casa ad aspettare che gli vengano a chiedere un lavoro. Lui esce, va per le strade a cercare le persone. E non si accontenta, continua ad uscire fino al termine della giornata, sempre pronto a chiamare chi trova ancora per strada. Come non abbandona la pecorella smarrita, così non abbandona le persone spogliate della loro dignità. Lui è più interessato ai lavoratori che al lavoro da fare. È per questo che è sempre Lui a chiamare, sia gli ultimi operai che i primi.

È difficile per noi capire questo sguardo di Dio. Questo padrone buono non viene capito neanche dai suoi operai, specie quelli della prima ora. Dimenticano che loro hanno patteggiato con Lui, sono giunti ad un accordo economico, e quello ricevono, alla fine. Ma gli altri si sono semplicemente fidati, non hanno chiesto niente.
Con Dio non conviene mai trattare! Se tratti con Lui, al massimo ricevi quello che hai chiesto; se invece ti fidi, e ti affidi, ricevi il tutto.

Dio non vuole dare lavoro a tutti, quello che Lui vuole è di aprire a tutti la sua vigna!
Perché lavorare nella sua vigna non è fatica, è Grazia, è già ricompensa. La paga più grande, il salario immenso, non è nel denaro guadagnato alla fine della giornata, ma in ogni istante vissuto con Dio nella sua vigna. Anche di questo ha voluto risarcire gli operai dell'ultima ora: dei mancati momenti insieme.
Anche per questo esce ogni ora e ogni giorno alla ricerca di tutti noi.


(Is 55,6-9;   Sal 144;   Fil 1,20-24.27;   Mt 20,1-16)


09 settembre 2020

Perdonare è tipico di Dio - 13/09/2020 - XXIV domenica tempo ordinario

"Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt. 5, 48) è l'impegnativa richiesta di Gesù. Richiesta che ci diventa particolarmente difficile quando arriviamo al problema del 'perdono'.
Pietro pensava di essere stato molto generoso concedendo di poter perdonare sette volte. Infatti per gli scribi e i dottori della legge, il massimo delle occasioni per perdonare era di quattro volte per i figli e per i fratelli, e di solo tre volte per tutti gli altri. Ma Gesù lo invita, e ci invita, a puntare più in alto. Ci invita a raggiungere la perfezione di Dio: il perdono sempre e comunque.

Perché innanzi tutto il perdono di Dio è, come dice la parola stessa, un dono. Ci viene proposto non perché ce lo meritiamo, ma solo per dono, per regalo. Anche se avessimo col Signore un debito enorme, umanamente impossibile da restituire (10.000 talenti erano pari a circa tutto il gettito delle tasse di un anno nel regno d'Israele), Dio è pronto a condonarcelo. Gli basta solo che noi impariamo da Lui. Scoprirci perdonati per imparare a perdonare.

Perché perdonare è una cosa tipica di Dio. Innanzi tutto il perdono ci rende liberi dal passato. Ci libera dal rancore, quel tarlo che scava il nostro cuore e lo rende arido. Ci libera da tutti quesi lacci del passato che ci impediscono di vivere appieno. Perché perdonare non significa dimenticare, significa non lasciare che il nostro dolore continui a condizionare la nostra vita. Perdonare significa spezzare le catene del dolore che limitano la nostra vita.
Ma significa anche aprire la nostra vita al futuro. Un futuro in cui chi ci ha fatto del male possa essere liberato dal male fatto proprio da noi.

Perché la parabola ci insegna che prima di tutto c'è il perdono di Dio nei nostri confronti. È da qui che bisogna partire, perché umanamente parlando il perdono è una follia, una debolezza. Ma se noi ci scopriamo perdonati per primi, perdonati non per i nostri meriti, ma solamente perché siamo amati, allora, e solo allora, troviamo la forza per perdonare a nostra volta. E questa forza la troviamo non in noi, ma in Dio. È Lui che ce la dona. Perdonare non è una dimostrazione di debolezza, ma una dimostrazione di forza: non mi lascio guidare dal male, dalla sofferenza, ma dalla vita, dall'amore. È la scoperta di essere stati perdonati senza alcun nostro merito che ci dona la forza di perdonare a nostra volta.

Ma di fronte a cose che proprio non riusciamo a perdonare? "Quello che non è possibile agli uomini è possibile a Dio". In ogni processo di perdono, perché il perdono è un processo a volte anche molto lungo e anche doloroso, non siamo mai soli. Dio ci accompagna, ci prende per mano sempre. E se proprio non ce la facciamo, affidiamoci a Lui e affidiamogli chi proprio non riusciamo a perdonare. Lui conosce i nostri limiti, e continua ad amarci.

E man mano che ci scopriamo perdonati e capaci di perdono, iniziamo anche a perdonare la persona forse più difficile da perdonare: noi stessi.


01 settembre 2020

Il perdono, la riconciliazione, sono sempre un guadagno - 06/09/2020 - XXIII domenica tempo ordinario

Per comprendere il Vangelo di oggi bisogna partire dal Discorso della Montagna, quello al cap. 7 dello stesso vangelo di Matteo, dove Gesù dice che non si può pretendere di togliere la pagliuzza che è nell'occhio del fratello, senza prima togliere la trave che è nel nostro occhio. Nel momento in cui una relazione tra fratelli, e tutte le relazioni umane sono tra fratelli, entra in crisi, non va dimenticato questo punto di partenza.
Gesù chiede che i problemi di relazione vengano risolti attraverso il dialogo, e non attraverso il giudizio o peggio ancora la condanna. "Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va'...". Ecco la cosa straordinaria! Andare! Non rimanere fermi nel rancore e nelle proprie ragioni. La base di ogni soluzione dei conflitti sta nel non dimenticare il punto di partenza: la consapevolezza dei propri limiti, prima che di quelli degli altri.

Un litigio, una ingiustizia, una incomprensione hanno rotto il 'noi', allora non bisogna stare fermi, ma bisogna far in modo di 'guadagnare il fratello'. La riconciliazione è sempre un guadagno, mai una perdita. Si tratta di rinunciare a qualcosa per guadagnare molto di più. L'una o l'altra parte si devono muovere, e Gesù, sempre coraggioso e provocatorio, dice che è proprio la parte 'offesa' a doversi muovere per prima. E il fine non è una semplice giustizia umana, ma quella divina, cioè ritrovare quella sinfonia perduta.
Gesù nell'uso delle parole (e qui bisogna andare all'originale greco per cogliere questa sfumatura) usa la parola 'sinfonia' quando dice "se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo". L'idea di una comunità come di una sinfonia di strumenti diversi è davvero unica. Se uno strumento suona male o fuori tempo, non lo si deve cacciare ma semmai correggere, perché per quanto piccola possa essere la sua parte nella musica, quello strumento è fondamentale. Dio è in questa sinfonia della comunità, e si mostra proprio nell'armonia continuamente cercata e custodita.

E proprio questo è il punto di arrivo: "Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro". La consapevolezza che una comunità di credenti si regge non sugli sforzi personali del singolo, ma sul nome di Gesù. È il mettere al centro della comunità non la propria persona, il proprio senso di giustizia, il proprio onore, ma sempre e solo Gesù che permette a una comunità di superare tutti i conflitti.

E in questo cammino di riconciliazione, tra il punto di partenza e quello di arrivo, c'è una strada da seguire, ed è quello che Paolo ci indica nella seconda lettura: 'La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità'. 

E se una frattura tra due persone della comunità diventa insanabile? Gesù è preciso nel dire che "sia per te come il pagano e il pubblicano". Per te, non per tutta la comunità. Non ci sono scomuniche e allontanamenti definitivi. Quelli spettano a Dio e al suo giudizio finale. A noi rimane l'insegnamento di Gesù di 'amate i propri nemici' che va tenuto presente di fronte a ogni rottura. Gesù amava tutti, la sua famiglia e i suoi amici che lo ricambiavano, ma amava anche i più lontani e li amava per primo anche senza ricevere il contraccambio. Ecco cosa significa 'sia per te come il pagano e il pubblicano': anche se non riesci più a sentire l'altro come fratello, almeno amalo come farebbe Gesù, cioè sempre e comunque.

Sulla correzione fraterna segnalo anche questo mio post del 2007


Correzione fraterna

NB: questa è la riedizione di un mio vecchio post del 2007!

Ciascuno deve rispondere del fratello, ciascuno è custode del fratello. Un’espressione tipica di questa corresponsabilità è data appunto dalla correzione fraterna. A proposito della quale sarà opportuno fare alcune precisazioni fondamentali: 

 1. Essere custode non significa comportarsi da spia o poliziotto dell'altro. 

 2. “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te...”. Bisogna accertare la colpa, prima di tutto. E vedere di che colpa si tratta. Il fratello non pecca contro di te se non ha le tue stesse idee, non condivide le tue simpatie o antipatie, non si arruola per le tue cause. Il fratello non va ripreso per la colpa di non essere a tua immagine e somiglianza, di portare in giro la “sua” faccia, che non coincide con la tua.
Attenti, perciò, a non confondere il peccato con il diverso. A non definire “male” ciò che semplicemente non rientra nei nostri gusti e nei nostri schemi. Attenti, soprattutto, a non intervenire continuamente per delle sciocchezze, per delle cose assolutamente marginali. Certe persone religiose pare possiedano l'arte di "asfissiare", più che liberare, aiutare, promuovere. 

 3. La procedura indicata da Matteo (Mt 18,15-20) non va confusa con un processo. Si tratta piuttosto di una mano tesa ostinatamente ma con delicatezza estrema verso l’altro che minaccia di allontanarsi, di separarsi. E non è detto che le fasi debbano essere rigidamente tre. Possono e devono essere molte di più, con tutte le iniziative suggerite dalla fantasia e dal cuore che non si arrende mai, malgrado i ripetuti insuccessi. 

 4. Prima ancora di far capire al fratello che ha sbagliato, occorre dimostrargli e convincerlo che è amato, nonostante tutto. La carità, la pazienza, la misericordia, la sensibilità, sono la luce indispensabile attraverso la quale il deviante può scoprire il proprio errore di rotta. Più che richiamano all’ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare. 

 5. La correzione fraterna implica, oltre che la carità, anche l'umiltà. Umiltà che si traduce nell'abbandono di qualsiasi atteggiamento di superiorità. Il peccatore deve comprendere che chi lo ammonisce è peccatore quanto e più di lui, uno che condivide la sua stessa fragilità e miseria. Non: «Guarda che cosa hai fatto!», ma: «Guarda che cosa siamo capaci di fare...». 

 6. Il metodo più efficace per far capire l’errore, non è l’impiego delle parole e delle dimostrazioni teoriche o le citazioni di un codice, ma l’illustrazione pratica, personale, della virtù dimenticata, del valore disatteso, dell'ideale calpestato. Meglio sempre gli “annunci” che le “denunce”. Anche perché le denunce possono essere sospette per il fatto stesso che non costano niente. Sovente parliamo e gridiamo troppo, perché la nostra condotta non è abbastanza eloquente. Siamo predicatori implacabili e moralisti insopportabili perché la santità della nostra vita non è tale da costituire una silenziosa condanna di certi difetti e deviazioni. Si può insegnare in maniera efficace anche col silenzio. Sempre che la vita parli, naturalmente. 

 7. I ruoli non sono mai definiti, ma risultano intercambiabili. Per cui non ti è consentito rivendicare il dovere di criticare l'altro, se non gli concedi il diritto di criticare, a sua volta, i tuoi comportamenti poco corretti. 

 8. La scomunica e l’esclusione, più che un elemento punitivo, devono costituire un motivo di riflessione e uno stimolo alla conversione. Devono avere una funzione pedagogica, non vendicativa. Non è tanto la comunità che decreta l'esclusione, quanto il fratello, peccatore ostinato, che si pone automaticamente, e pervicacemente, in stato di separazione, fuori dalla comunione. E lui che si scomunica. La comunità non fa altro che prendere atto, dolorosamente. Si tratta, perciò, «di aiutare il fratello a prendere coscienza del suo stato di separazione, perché possa, di conseguenza, ravvedersi. Lo scopo è quello di creare nel peccatore uno stato di disagio, perché è proprio in una situazione di disagio che spesso Dio si inserisce e spinge al ritorno» (B. Maggioni). Illuminante, a questo proposito, risulta la cosiddetta “parabola del figliol prodigo”. Comunque, la comunità non deve mai alzare il ponte levatoio. Deve sempre tenere la porta aperta, la luce accesa. Una comunità si rivela cristiana quando non si rassegna alla perdita definitiva di un membro, ma si dimostra sempre pronta ad accogliere, perdonare, riconciliare. E fa tutti i passi possibili e impossibili perché avvenga il ritorno atteso.E ci dovrebbe sempre essere aria di festa, non musi lunghi, quando il fratello, lo sbandato, ricompare all’orizzonte. Teniamo pronta la musica, la tavola imbandita, non i rimbrotti, le accuse. Tutti siamo al sicuro soltanto quando nessuno è fuori. 

 9. ...E anche quando l'altro si pone fuori dalla comunità, si autoesclude, non per questo hai esaurito il tuo compito. Gli “devi” ancora più amore. 

 A. Pronzato, “Tu solo hai parole . Incontri con Gesù nei vangeli” vol. III, pagg. 264-269


27 agosto 2020

Dio propone, non impone - 30/08/2020 - XXII domenica tempo ordinario

Tra l'episodio del Vangelo di oggi e quello di domenica scorsa non c'è una settimana, ma qualche decina di minuti al massimo. Gesù ha appena appurato che i suoi discepoli hanno capito chi lui sia, cioè il Messia. E allora inizia a spiegare 'come' lui intende essere il Messia, 'come' il Padre intende salvare l'umanità per mezzo del Figlio: amandoci fino alla fine, donando la sua vita per noi ("non c'è amore più grande che donare la vita per i propri amici" cfr. Gv 15,13).

Ecco quindi il suo primo annuncio della Passione, Morte e Resurrezione. Si può capire fino in fondo la Passione e la Morte solo alla luce della Resurrezione. Se ci fermiamo alla Passione, commettiamo lo stesso errore di prospettiva di Pietro, che non ha saputo andare oltre, non ha tenuto conto di ciò che sarebbe accaduto 'il terzo giorno'.
"Venire ucciso e risuscitare il terzo giorno". Venire ucciso e risuscitare sono due verbi che non si possono separare. Pietro invece si è fermato al 'soffrire' e al 'venire ucciso'. Non ha fiato abbastanza per arrivare al 'terzo giorno'. Non capisce. Non riesce ad adeguare la sua idea di Dio al Dio che ha davanti. E allora cerca di far adeguare Dio all'idea che ha lui. Cerca di insegnare a Dio come si deve comportare.
In fondo mi fa un po' pena. Si è appena laureato 'magna cum laude' in ortodossia, e una decina di minuti dopo viene ignominiosamente bocciato all'esame, forse più importante, di mentalità. Di ortoprassi, direbbero i teologi.

Si nota subito la differenza: Gesù parla apertamente, Pietro prende in disparte. Sembra quasi il comportamento del serpente con Eva del capitolo 3 della Genesi! E difatti Gesù lo chiama Satana! Poco prima è stato proclamato beato. Adesso diventa Satana. Beato quando si lascia istruire da Dio, quando ascolta il 'suggerimento' dall'alto. Satana quando ascolta l'istinto umano. Satana è il diavolo, il divisore, colui che cerca di separare il Cristo dalla strada segnata dal Padre e accettata per amore. A volte la pietra invece di essere la roccia che garantisce la solidità delle fondamenta può diventare l'inciampo che cerca di farti cadere.

Gesù si 'volta' verso Pietro. Un gesto che ristabilisce le posizioni. È lui che sta davanti perché è Lui che traccia la strada. Solo seguendo Lui possiamo vivere fino in fondo l'amore di Dio, l'amore che dona la vita, che fa fiorire la vita. Ma il gesto di Gesù non è un gesto di rimprovero, ma di amore.
Anzitutto dice 'Se qualcuno vuole venire dietro a me'; non dice: devi venire. Dice 'se vuoi', se t'interessa. Non è un obbligo o una cosa che devi fare per forza per evitare un castigo futuro. È solo un invito che fa a chi desidera stare con lui.
'Rinneghi sé stesso' cioè smetti di pensare a te stesso, di preoccuparti per te stesso, perché non ne avrai più bisogno. Il Padre sa meglio di noi di cosa abbiamo bisogno. Penserà ai tuoi bisogni meglio di come faresti tu. Quindi è una proposta di pienezza, non di rinuncia.
'Prenda la sua croce e mi segua'. Non si tratta della croce di Gesù, ma della tua. Gesù non prende la sua croce per soffrire, ma per manifestarci quanto è grande l'amore di Dio per noi. E allora, se la croce di Gesù ci vuole parlare solo di Amore, qual è la tua croce? È la via che scegli per amare, e non è sempre facile. Basta pensare a quanto è bello, ma anche difficile far crescere i nostri figli. Quanta gioia, ma anche quanta sofferenza, quanta speranza, ma anche quante preoccupazioni ci sono nell'essere genitori! L'amore per le persone ti dona pienezza di vita, ma ti può anche far sanguinare il cuore, lacerarlo.

Gesù ci chiede di seguirlo perché solo andando dietro a Lui, facendo la sua strada, possiamo, se lo vogliamo, diventare come Lui. Mai nessuna divinità ha pronunciato parole come queste. Solo quando sono dietro a Lui sono con le spalle protette. Solo dietro a Gesù "sto-da-Dio"!


20 agosto 2020

23 agosto 2020 - XXI domenica del tempo ordinario

Faccio parte di quelle generazioni che hanno studiato sul catechismo di san Pio X, quello con le domande e le risposte da studiare a memoria. E quando ti interrogavano, guai a sbagliare una parola o una virgola! Non c'era nessuno spazio per la riflessione personale, per un approfondimento, per un dubbio.

Anche Gesù pone delle domande. Ma non cerca il compitino ben fatto, la risposta perfettina imparata a memoria e ripetuta come un pappagallo. Anche la prima domanda, che pare quasi da sondaggio di opinione, da ricerca su Google, in realtà serve proprio a far uscire i discepoli dalle risposte preconfezionate.
Gesù chiede ai suoi discepoli di uscire dalla mentalità del 'compitino fatto a casa'. Proprio per questo immediatamente dopo chiede: 'Voi, chi dite che io sia?'. Dalla domanda teorica, con riposta studiata a tavolino consultando i testi e i documenti, Gesù passa all'interiorizzazione della sua vicenda, al rapporto personale discepolo-Maestro. Difatti alla prima domanda vengono citati tutti personaggi del passato più o meno remoto. A Gesù non interessa il passato, interessa solamente il momento presente. Ma soprattutto a Gesù interessa il rapporto personale: "Chi sono io, Gesù di Nazareth, per te?"
Gesù non cerca parole formalmente corrette ma parole fortemente sentite, non cerca definizioni ma coinvolgimenti. Gesù cerca relazioni, cerca un "io e te". Le sue non sono domande da insegnante o da giudice. Le sue sono domande da innamorato!
Gesù vuole sapere se anche Pietro, se anche gli apostoli sono innamorati di Lui. E vuole sapere se anche noi, oggi e qui, siamo innamorati di Lui. Ma lo fa non per giudicarci, ma perché noi possiamo prendere coscienza del nostro e del suo amore.
Con le sue domande Gesù vuol farci capire che il Cristianesimo non è né una dottrina né una morale. Il Cristianesimo è un rapporto, una relazione amorosa con Gesù.

Simone dice a Gesù: "Tu sei il Cristo", che significa: "Tu sei veramente il Messia che aspettavamo", una professione di fede bella e buona e, decisamente, ardita. Riconoscendo nel falegname, nella persona "mite e umile di cuore" con cui ha un rapporto di amicizia da pari a pari, l'inviato di Dio, il pescatore Simone fa un salto di qualità determinante nella sua storia, un riconoscimento che gli cambierà la vita. Per Simone, dire che Gesù è il Cristo è come un salto mortale, un ribaltamento totale della propria vita. E Gesù gli restituisce il favore. Gesù gli risponde: "Tu sei Pietro".

Simone non sapeva di essere Pietro. Sa di essere cocciuto e irruente ma, riconoscendo in Gesù il Messia, scopre una dimensione a lui sconosciuta. Scopre un suo volto nuovo che lo porterà a garantire la saldezza della fede dei suoi fratelli.
Sapeva di essere un testone, scopre di essere una roccia.
Sapeva di essere un irruento, un sangue caldo; e il Signore gli svela che proprio con questo difetto potrà essere di aiuto ai fratelli. Gesù non ci toglie i difetti, ma se ci lasciamo fare da Lui, riesce ad usare i nostri difetti per la realizzazione del Regno di Dio.
Pietro rivela che Gesù è il Cristo. Gesù rivela a Simone che egli è Pietro.
Quando ci avviciniamo al mistero di Dio, scopriamo il nostro volto. Quando ci accostiamo alla Verità di Dio riceviamo in contraccambio la verità su noi stessi. Ed è sempre una verità più bella di come la crediamo noi.

E subito dopo che Pietro ha manifestato la sua fede, la sua comprensione della realtà di Gesù, Gesù gli affida "le chiavi del regno dei cieli". Gesù si fida di Pietro, proprio quell'apostolo che più volte nel vangelo manifesta la sua generosità mista a durezza di comprendonio (il soprannome 'Pietro' sembra proprio indicare anche la sua 'testa dura'). Gesù affida a Pietro e ai suoi compagni una enorme responsabilità, che è quella di rendere accessibile il Regno dei cieli sulla terra. Pietro e gli altri, e di seguito tutti coloro che seguiranno la testimonianza degli Apostoli (quindi anche noi oggi), hanno il compito di custodire e aprire le porte di Dio sulla terra facendo in modo che nessuno rimanga fuori e nessuna porta rimanga sbarrata.

Perché le chiavi non servono solo per chiudere, ma anche per aprire. Le 'chiavi' non sono un potere ma sono una responsabilità, un compito preciso che non va preso alla leggera! Non dobbiamo mai dimenticare che Dio è 'accessibile' proprio attraverso l'umanità di coloro ai quali Gesù ha affidato il suo messaggio, cioè a tutti noi. Avere le chiavi significa fare in modo che le porte siano sempre custodite, ma mai sbarrate. Avere le chiavi non vuol dire sprangare, rendere inaccessibili le porte.
Nel corso dei secoli tante volte molti uomini e donne sono rimasti chiusi fuori dalla comunità perché chi stava dentro non apriva le porte ed era preoccupato più di chiudere che di aprire. Giudizi, pregiudizi, condanne, anatemi, invidie e via dicendo, hanno spesso reso 'il regno dei cieli' come un qualcosa per pochi eletti, e non la 'notizia che dà gioia' (questo è il significato della parola "vangelo") di un Dio che ti ama e che vuole solo la tua felicità.
Ascolto, amore e perdono, sono il modo in cui le porte della comunità cristiana non rimangono mai chiuse, sia per chi sta dentro che per quelli che sono fuori.

Ma avere le chiavi non è sempre facile. A volte è faticoso tenerle in ordine perché tutto funzioni al meglio. Le chiavi custodiscono spazi per tutti e in modo che tutti si sentano accolti e responsabili. In genere per le nostre chiavi mettiamo delle etichette o dei segni che ce le rendano facilmente riconoscibili, per capire cosa aprono le chiavi del Regno dei cieli affidate alla Chiesa basta leggere il Vangelo. Lì troviamo ogni indicazione e ogni apertura.


12 agosto 2020

16 agosto 2020 - XX domenica del tempo ordinario

Gesù, come uomo, ha dovuto imparare tutto proprio come noi. Ma ha anche dovuto imparare come vivere il suo essere "vero Dio e vero uomo". E ha fatto fatica, c'ha messo tanto tempo. Tutti noi ricordiamo l'episodio di Gesù nel tempio a dodici anni (era l'età in cui gli ebrei maschi diventavano legalmente adulti). Poi durante i tre anni di vita pubblica, dapprima ritiene che il suo messaggio sia rivolto solamente al popolo ebraico. Ma un po' alla volta la sua azione si allarga, inizia a predicare e operare anche in mezzo ai pagani e ai samaritani. Ci sono alcuni episodi che lo spingono a capire che il Padre vuole raggiungere tutti gli uomini. E quello del Vangelo odierno è uno di questi.

C'è questa donna. Ma per un ebreo del tempo ha tre disgrazie: è donna, è pagana, è cananea. In pratica la feccia della feccia. Un cane randagio, insomma. E proprio 'cani' venivano chiamati i pagani dagli ebrei. Ma questa donna ha un grande dolore, ma non per sé, lo ha per sua figlia. Non chiede per sé, chiede per un'altra persona. Lei non avrebbe nessun titolo, nessun diritto di rivolgere la parola al rabbì ebreo, ma è tanto l'amore che ha nel cuore, che osa. L'amore porta ad osare, a superare le convenzioni e le usanze, anche i propri limiti e le proprie paure.

Ma noi di fronte alla sofferenza, di fronte alla disperazione, spesso non sappiamo cosa dire, né cosa fare. Arriviamo anche a non sopportarla. E reagiamo con fastidio. Come gli apostoli, che in pratica dicono a Gesù: "dagli qualcosa così finisce di rompere e ce la leviamo di torno".

E Gesù, che alla donna non rispondeva (non era bene che un rabbì rivolgesse la parola ad una donna in pubblico, neanche a sua moglie!), ai discepoli ribatte che lui è venuto solo per gli ebrei.

Ma la donna non si arrende. Gli si prostra davanti come di fa con un dio, e gli dice semplicemente "Signore, aiutami". Nel Vangelo di domenica scorsa era Pietro a implorare "Signore, salvami". E davanti alle invocazioni di aiuto Gesù non rimane indifferente, risponde. Solo che le sue risposte non sono quasi mai quelle che cerchiamo noi. Perché le sue risposte non vogliono solo risolvere un problema, ma vogliono anche farci crescere, farci fare un passo avanti, farci diventare sempre più esseri umani.
E la risposta di Gesù alla donna le fa prendere coscienza di tutto il suo amore.
E la risposta della donna fa capire a Gesù che per il Padre non ci sono figli e cani. Per il Padre tutti sono figli.

E succede una cosa molto particolare. Nel Padre Nostro Gesù ci insegna a dire "sia fatta la Tua volontà". Ma adesso è lui, il Figlio di Dio, che dice alla donna "sia fatta la tua volontà"! Veramente, come diceva Origene, "le nostre preghiere sono padri e madri di ciò che accade nel mondo".
Gesù che all'invocazione di Pietro gli aveva detto che aveva poca fede, all'invocazione della donna pagana risponde che la sua fede è grande.

La donna scopre di avere una grande fede e che anche lei è figlia.
Gesù si rende conto sempre più che nel regno di Dio non ci sono figli e non figli, uomini e cani. Ma ci sono solo figli da saziare di amore, e che sono figli sono anche quelli che pregano un altro Dio.
Gli apostoli, e noi con loro, scoprono di non avere il monopolio della fede, anzi. Scoprono (e noi con loro) che anche l'ultimo degli infedeli può avere una fede più grande della loro. Scoprono che si può imparare da tutti, tutti hanno qualcosa da insegnarci, perché tutti sono figli di Dio e da Lui amati.

06 agosto 2020

9 agosto 2020 - XIX domenica del tempo ordinario

Gesù è sempre pronto a farsi trovare e ad agire quando la folla si reca da lui in cerca di ascolto, di soccorso, di aiuto e di compassione. Ma è altrettanto, se non di più, pronto a fuggire, a non farsi trovare, quando c'è in vista un'ovazione, un'esaltazione, un trionfo. E dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci il rischio che la folla sfamata lo voglia portare in trionfo è molto alto. 
Ma lo stesso atteggiamento, la stessa scelta Gesù la vuole per la sua Chiesa. Difatti 'costringe' i discepoli a salire sulla barca e andare dall'altra parte. E dopo aver rimandato a casa la folla, se ne va in cima alla montagna. Sulla cima di un monte come Elia nella prima lettura di oggi, come nella Trasfigurazione di pochi giorni fa (il 6 agosto). Sono tutte manifestazioni di Dio. Come lo sarà tra poco il camminare sulle acque.

Ma se ne va da solo perché è vero che la comunità è importante, è vitale per la nostra vita di fede, ma senza dei momenti di incontro personale, dei tête-à-tête intimi, delle cenette a lume di candela, ma anche delle litigate col Signore, la comunità diventa gruppo, può diventare setta. Da luogo di apertura agli altri e al mondo, diventa luogo di chiusura, autoreferenziale. Senza momenti di preghiera personale la nostra fede rischia terribilmente di sbilanciarsi sul fare, sull'ansia pastorale, sull'efficientismo organizzativo. Ma questo sbilanciamento è una terribile riduzione dell'esperienza cristiana. Il vero problema che stiamo vivendo noi cristiani non è di essere in pochi, ma di essere poco cristiani!

Nei vangeli di queste ultime domeniche l'appello del Signore è sempre molto chiaro: uscire. Uscire per seminare ovunque, uscire per trovare il tesoro, uscire per cercare la perla. Ma noi invece siamo in ricerca più di ciò che ci dà garanzie che non di ciò che possiamo scoprire, trovare, incontrare. Siamo sempre più schiavi del 'si è sempre fatto così' e sempre meno disponibili al "prendi il largo" (Lc 5,4). Anche per questo Gesù ha dovuto spingere gli apostoli a prendere il largo.

Ma prendere il largo significa lasciare il porto, abbandonare l'approdo sicuro e affrontare il mare aperto. E il mare aperto non è sempre la pesca miracolosa. Molto spesso è invece il vento contrario, la tempesta. E le tempeste nella vita a volte arrivano, come questa del vangelo di oggi, subito dopo un grande trionfo, quando ci sentiamo forti, vincenti.
Ma non è Dio che ti manda la tempesta, la tempesta non è Dio che ti presenta il conto per i tuoi successi. Semplicemente è la vita. Dio non ti manda la tempesta. Ma Dio approfitta della tempesta per venirti incontro, per cercarti, per raggiungerti, per stare con te. 
Solo che noi molto spesso non lo riconosciamo. Siamo abituati ai potenti che si fanno precedere da araldi, che arrivano tra squilli di tromba, salve di cannoni e rulli di tamburi. Ci aspettiamo tuoni e fulmini e invece arriva il sussurro di un vento leggero, ci aspettiamo una sfilata e invece arriva una persona che passeggia. Perché Dio, quando cerca l'uomo, fin dai tempi del paradiso terrestre, scende a passeggiare. Allora lo faceva la sera nel giardino dell'Eden, nel racconto di oggi lo fa di notte sulle acque agitate.
A noi un Dio che scende a cercarci, che cammina tranquillo verso di noi, a volte fa paura. Non lo riconosciamo, troppo diverso dalle nostre aspettative. Lo prendiamo per un fantasma. E anche quando ci rassicura, quando ci dice "Sono io, non abbiate paura!", in fondo ne dubitiamo, abbiamo bisogno di ulteriori rassicurazioni. Abbiamo bisogno di prove. E allora anche noi, come Pietro gli diciamo "Signore, se sei tu ...". Anche noi vorremmo, ma temiamo. Vorremmo avere fede, ma nello stesso tempo dubitiamo.
In fondo è bella questa richiesta di Pietro: chiede di andare verso Gesù sulle acque. Non chiede di camminare sull'acqua, chiede semplicemente che nulla, nemmeno la sua paura, nemmeno la minaccia della morte (di cui il mare è simbolo nella bibbia) possa impedire il suo andare verso Gesù. Ma non basta il nostro desiderio per camminare sulle acque del dubbio. E nel momento in cui Pietro distoglie lo sguardo da Gesù e guarda al pericolo, affonda. Nel momento in cui pone l'attenzione sulla forza del vento e sulla potenza del mare più che su Gesù, va a picco. Dolcissima ironia divina: il capo dei pescatori, il pescatore di uomini, viene ripescato.

È stupenda l'immagine della Chiesa che chiude questo passo del Vangelo. Una Chiesa che è una comunione di fragilità, di dubbio, di paura. Una comunità di "gente di poca fede". Una comunità che non mostra i muscoli, che non si crede migliore degli altri ergendosi a giudice del mondo. Ma una comunità che conscia del propri limiti, delle proprie difficoltà e dei propri peccati, piega le ginocchia e il capo e si affida totalmente a Dio.


30 luglio 2020

2 agosto 2020 - XVIII domenica del tempo ordinario

"... congeda la folla perché vada nei villaggi ..."
Quante volte noi, di fronte agli immigrati, a quanti vengono a cercare pane e speranza qui da noi, abbiamo pensato "che ognuno torni a casa sua invece di vivere di espedienti e magari malamente in un altro mondo!", "non c'è lavoro neanche per noi, perché dovremmo darne a loro?"
E lo stesso è anche per gli apostoli. Qui sembra quasi dicano: "Si arrangino". Questa frase continua a risuonare nel mondo e nella nostra testa con infinite variazioni: "Sono fatti loro ... lo non c'entro ... Non è compito mio ... Ci sono le strutture apposta, paghiamo le tasse proprio per questo ... Qualcuno comunque dovrà pur pensarci ... Che ci posso fare io? ... Mica posso portarmi a casa tutta quella gente ... Bisogna che i responsabili si decidano a intervenire ... Occorre provvedere ... E poi, diciamola tutta, anche loro devono darsi da fare, mica pretendere sempre dagli altri ... Noi abbiamo già guai a sufficienza per conto nostro ...".
La tentazione di rinchiudersi nel proprio piccolo, soprattutto nei momenti di difficoltà, è molto forte e anche molto umana.
Ma è sempre una tentazione.

" ... a comprarsi da mangiare."
È la logica del mondo, logica comune: se vuoi qualcosa lo devi pagare. Ogni cosa ha il suo prezzo. E anche i rapporti umani si basano sul 'dare-per-avere' e non sull'amore, sull'amicizia, sulla solidarietà. E si finisce per avere lo stesso tipo di rapporto anche con Dio: dobbiamo "acquistare" il Paradiso, dobbiamo 'comprare' il suo amore con le nostre sofferenze, le nostre rinunce, i nostri sacrifici.

Ma Gesù ribalta il nostro modo di pensare : "Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare"
Gesù ci ricorda che rimandarli a casa loro non è certamente l'unica soluzione. È la via più facile, ma sicuramente non la migliore. Un'altra via è possibile: condividere.
Gesù non dice: vendete, barattate, prestate. Dice, molto semplicemente: "date". Gesù non vuole allontanare nessuno dà sé, Lui vuole tutti intorno a mangiare con lui. È un'immagine molto materna di Dio, un Dio che vuole nutrire, un Dio che vuole gioire della tavola condivisa. Quante volte nel Vangelo lo si vede intento a condividere il pasto con altri, e lo si vede contento di fare questo: da Cana all'ultima cena, da Emmaus fino a quando cuoce il pesce sulla riva del lago per i suoi apostoli.
Perché il segreto è solo questo: dare. Anche solo cinque pani e due pesci, ma da condividere. Anche se è solo miseria, ma è da condividere. Anche se è il nulla, è da condividere. Il nulla condiviso fa meno paura. La miseria condivisa fa soffrire di meno. Il poco condiviso addirittura fa miracoli. Perché 'in quel tempo' sul lago di Galilea il miracolo lo fece il Maestro; ma oggi, qui, nella nostra Galilea delle Genti, il miracolo lo fa la carità condivisa, lo fa la povertà condivisa, lo fa la grazia condivisa. La grazia non cade dal cielo come la manna, come un fulmine: la grazia è come la verità, "germoglia dalla terra perché la giustizia si affaccia dal cielo" (Sal. 85, 12).
È una regola divina: quello che condividi con gli altri non va perduto, aumenta; quando il pane da mio diventa nostro, non diminuisce, si moltiplica. Gesù ha sfamato diecimila persone, ma ha detto: "Voi farete cose ancora più grandi" (Gv 14,12). Sfamare tutta la terra è possibile, se diventa possibile la condivisione. Dio vince la fame attraverso le nostre mani quando imparano a donare.

Un'ultima considerazione
"Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini."
Il fatto è che le donne, allora, non venivano contate perché 'non contavano', erano trascurabili, erano un nulla, proprio come i bambini. Oggi si contano - specialmente quando si tratta di riempire le chiese - ma non è detto che contino molto di più. La mentalità di Matteo si è tramandata fino a noi, di generazione in generazione, per via ... celibataria.