26 maggio 2022

Festa della 'permanenza' - 29/5/2022 - Ascensione del Signore

Ascensione
Chiesa ortodossa della Trasfigurazione - Cluj (Romania)
(padre Marko Rupnik s.j.)



Gesù ci ha fatto una grande promessa: «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non la dobbiamo dimenticare se vogliamo capire bene la solennità di oggi, l'Ascensione.
L'Ascensione non è la festa del distacco, della partenza, della separazione, ma è la festa della 'permanenza'. Anche gli angeli ci danno un'indicazione: «perché state a guardare il cielo?» (prima lettura di oggi At 1,1-11). Per trovare il Cristo dobbiamo cercare 'altrove', dobbiamo guadare nel "basso dei cieli".

L'Ascensione è conseguenza logica dell'Incarnazione. Facendosi uomo, Gesù è venuto a vivere con noi come un uomo qualunque. È venuto per amare, camminare, sperare, ridere, piangere, soffrire insieme a noi. Niente di tutto ciò che è umano gli è estraneo o sconosciuto. Ma la sua non è stata una vacanza, una gita. Lui ha traslocato dal cielo per essere uno di noi, per abitare con noi.
Ed è per continuare ad essere in questa maniera che ha scelto di Ascendere al cielo. Se fosse rimasto qui, sa che lo avremmo rinchiuso in una chiesa, obbligato a sedersi su un trono. A stare su un altare. Lo avremmo allontanato dalla nostra vita quotidiana col pretesto di rendergli onore, di glorificarlo e adorarlo.

Ma salendo al cielo adesso Lui può continuare ad essere tra noi, solo che lo fa in altre maniere, sotto 'mentite spoglie'. Adesso te lo ritrovi accanto, magari nel letto d'ospedale accento al tuo, nella scrivania vicino alla tua, nel tavolino del bar affianco al tuo.
È proprio per questo ti può essere più vicino. Non ti spiega il dolore, è uno che soffre come te. Non scrive libri sull'amicizia, ti è amico. Non ti difende di fronte ai prepotenti e ai potenti, è lui stesso vittima in mano ai potenti.
Non ti chiede di soffrire, ma ti chiede di poter condividere la tua sofferenza, di poterti aiutare a portare la tua croce quotidiana. E quasi sempre non te lo chiede nemmeno, lo fa, e l'ha fatto, fin dal primo istante.

Gesù, salendo al cielo, è entrato dentro l'umano. E io sono chiamato a riconoscerlo nella mia storia, nella cronaca quotidiana. Lo posso trovare nelle mia difficoltà, delusioni, distrazioni, speranze, ma anche nelle relazioni, nei momenti di gioia, nei sorrisi e nelle carezze.
Perché Dio viene incontro all'uomo in maniera umana, stabilisce con noi un rapporto attraverso la carne e il sangue, la terra, il sudore e le lacrime, l'amore, le risate, tutte le minuscole cose della nostra vita quotidiana.
D'ora in poi in ogni istante Dio mi riserva la sorpresa della sua presenza. E per non farmi soggezione o mettermi paura, si mette i miei stessi vestiti di essere umano.
Non è più il roveto ardente che solennemente afferma «Io sono», ma è la voce amica che ti abbraccia e ti sussurra all'orecchio "Io sono qui accanto a te, con te".


(At 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28;10,19-23; Lc 24,46-53)


19 maggio 2022

Il grande sconosciuto - 22/5/2022 - VI Domenica di Pasqua

Lo Spirito Santo
Chiesa della SS. Trinità - Porto Santo Stefano (GR)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)



Nel 1999, terzo anno di preparazione al giubileo del 2000 e dedicato allo Spirito Santo, il cardinale Špidlík definì la terza persona della Trinità "il grande sconosciuto". Parliamo, e preghiamo, tanto il Padre e Gesù, ma di Lui spesso ce ne dimentichiamo.
Però penso che non sia tanto una colpa nostra quanto una sua scelta: rimanere anonimo, nascosto, per poter agire meglio, più liberamente e più a fondo. Forse solo così riesce ad aggirare ed abbattere le nostre resistenze e le nostre barriere interiori.

Rimane il fatto che lo Spirito è l'ultimo e definitivo dono che Gesù ci fa prima di ascendere al cielo. E Gesù ce ne parla in termini di 'memoria' e 'fantasia', apertura al futuro.
Memoria: «vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»
Apertura al futuro: «vi insegnerà ogni cosa» e poi, più avanti «vi annuncerà le cose future» (Gv 16, 13).
Lo Spirito cioè ci viene dato perché possiamo guardare indietro per ricordare, ma nello stesso tempo ci fa guardare avanti per anticipare, per inventare.

La memoria non ci deve rendere schiavi del passato, ma ci deve aiutare a farlo rivivere nel presente e a proiettarlo nel futuro. La memoria ci deve rendere liberi oggi per il domani.
Lo Spirito Santo collega il passato al futuro. Lo scrittore Léon Bloy ha questa bella definizione: "Profeta è colui che si ricorda dell'avvenire". Ecco come unire il passato al futuro!

Senza fantasia la memoria diventa una prigione.
Senza memoria la fantasia gira a vuoto.

La tradizione va vissuta in modo dinamico. Non dobbiamo imbalsamare il passato, ma rinnovarlo. Dobbiamo proteggere e cercare la vita, non la forma. "Cerca la vita e troverai la forma, cerca la forma e troverai la morte" diceva Eduardo. Un terreno incapace di far germogliare semi nuovi è inadatto alla vita anche delle piante che già vi dimorano, le farà morire.
Per salvare il presente dobbiamo lavorare per il futuro. Il vero attaccamento al passato si dimostra avendo lo sguardo volto al futuro.
Il vero amore per il passato lo si dimostra preparando il futuro.


(At 15,1-2.22-29; Sal 66; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29)


12 maggio 2022

Solo l'amore dovrebbe essere il nostro segno distintivo - 15/5/2022 - V Domenica di Pasqua

Gesù tra i bambini
Centro Aletti - Copertina del libro "Li amò Fino alla fine" Ediz. Lipa



Nel mezzo di un addio che avviene in un contesto di tradimento e di complotto, Gesù ci dona il "comandamento" dell'amore.
Innanzi tutto qui il termine "comandamento" non ha un valore legalistico o di costrizione. È l'invio per una missione, l'invito per un'avventura da affrontare liberamente assieme a Lui verso la comunione col Padre e con i fratelli.

Tre sono le caratteristiche di questo comandamento:
- è nuovo
- si deve seguire imitando Gesù
- è il segno che identifica i cristiani

È nuovo perché solo l'amore è portatore di novità. L'odio, la vendetta, la violenza, l'egoismo sono ripetitivi, sono vecchi e fanno invecchiare il mondo e noi stessi.
Solo l'amore è inedito, nuovo, capace di creare e inventare situazioni nuove. Solo l'amore riesce a trasformare radicalmente la realtà. L'amore è il "mai visto prima" che genera il vero progresso.

L'amore che ci chiede Gesù è nuovo non in alternativa all'Antico Testamento (anche lì viene insegnato l'amore per il prossimo e lo straniero), ma perché pone l'amore "folle" di Gesù come prototipo, come esempio dell'amore che deve animare i nostri rapporti.
L'amore di Gesù è un amore che non prende o pretende niente, ma che invece si dona totalmente.
È un amore totalmente gratuito e immotivato. L'amore di Dio non dipende dai nostri meriti. Lui non ci ama perché siamo buoni, virtuosi, meritevoli. Ma è Lui, che amandoci, ci rende buoni, virtuosi, meritevoli.
Dio amandoci ci dona tutto il nostro valore, ci rende preziosi. Il suo è un amore creativo.
E anche il nostro amore è chiamato a non essere reattivo (cioè amare ciò che è amabile), ma creativo. L'amore cristiano deve prendere l'iniziativa, fare il primo passo. Creare occasioni di pace dove c'è solo astio e violenza.

L'amore, la carità, devono essere il nostro segno distintivo, quello che ci identifica nel mondo. Non è andare in chiesa, fare elemosine o recitare preghiere che fa di noi dei cristiani. Siamo cristiani solo se amiamo. Senza l'amore tutte le nostre azioni sono vuote, non hanno nessun valore. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba» (1Cor 13, 1).
La verità del cristiano è l'amore. E credere nell'amore significa anche credere e puntare tutto sulla sua forza. Significa essere convinti che
si ha ragione solo amando
si vince solo amando
si insegna solo amando
si rende dignità alle persone solo amando.
E se l'amore deve essere il nostro segno di riconoscimento, allora deve essere visibile, percepibile dai fatti.
Uno slogan di qualche anno fa diceva "Ogni uomo è tuo fratello. Ma tuo fratello non lo sa ..." Siamo noi che lo dobbiamo informare, glielo dobbiamo far capire con i fatti, con i nostri gesti d'amore.


(At 14,21-27; Sal 144; Ap 21,1-5; Gv 13,31-35)


05 maggio 2022

Il Pastore e le pecore (non i pecoroni!) - 8/5/2022 - IV Domenica di Pasqua

Il Buon Pastore
Tabernacolo della chiesa ss Primo e Feliciano - Vrhpolje (SLO)
(p. M. Rupnik s.j.)



Giornata del "Buon Pastore".
E il 'pastore' presuppone un gregge di pecore.
Ma noi facciamo un po' di fatica ad identificarci con delle pecore. Abbiamo in mente una massa di pecoroni senza nessun cervello, ma non è questo lo stile del gregge voluto da Gesù Cristo.
Basta vedere l'esempio del gregge scelto direttamente da Lui: i dodici apostoli.

La comunità secondo il sogno di Dio rappresenta sia il superamento dell'individualismo (per essere pienamente sé stessi si deve vivere-con) che il superamento del cieco conformismo (per vivere-con bisogna conservare le propria unicità). "Se vuoi essere cattolico devi essere unito nella diversità e diverso nell'unità" diceva Yves Congar. Il dono che ogni persona fa al 'gregge' deve essere un apporto personale, dinamico, unico. Esattamente l'opposto dell'annullarsi nella comunità.
La comunità è ricca solo del contributo dei suoi membri. Viene impoverita se io non metto a disposizione la mia unicità. E impoverire la comunità impoverisce me stesso.
La comunità secondo il sogno di Dio è un banchetto festoso fatto ad un'unica tavolata, non un pasto serioso fatto a tanti piccoli tavoli ben distanziati tra di loro.
È un grande concerto in cui ognuno di noi ha la sua voce che è personale e insostituibile. La sinfonia ha bisogno del timbro inconfondibile della mia personalità. Senza questo, diventa nenia monotona. E senza l'orchestra, la mia nota risuona stonata.
Impoverire gli altri impoverisce anche me.

E il vero pastore è Gesù. Lui dà la vita per le pecore, non le sfrutta, non le domina. Non se ne serve, ma le serve.
Ognuno di noi è conosciuto per nome da Dio, ognuno di noi è importante, unico e amato nella sua unicità.
La cura del gregge di Gesù non è livellatrice, omologante. È personalizzante. Lui non ci vuole passivi. Vuole la nostra collaborazione, vuole che ci comportiamo da persone libere e creative.

Ognuno di noi è pecora affidata ad un pastore e allo stesso tempo pastore a cui sono state affidate delle pecore (i figli, il coniuge, gli amici, tutte le persone con cui interagiamo nella nostra vita, solo per fare degli esempi).
Non rinunciamo alla bellezza della nostra unicità per disperderci nell'anonimato del 'così fanno tutti'. Sforziamoci di essere pecore, non pecoroni.
Dovremmo sempre ricordare che le persone ci vengono affidate dal Signore perché noi le aiutiamo a diventare quello che sono, non per farne dei nostri cloni. Dobbiamo aiutarle e realizzare i loro sogni, non i nostri.


(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)


28 aprile 2022

L'umiltà di Dio - 1/5/2022 - III Domenica di Pasqua

Cristo Risorto con Pietro (particolare)
Cappella della Casa di Pietro - Šempeter pri Gorici (SLO)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)


La seconda parte del Vangelo di oggi (purtroppo esclusa se viene letta la forma breve) è fra i brani che più mi piacciono del Vangelo di Giovanni.
È uno dei dialoghi più significativi di tutta la letteratura. Tre domande come tre sono stati i rinnegamenti attorno al falò nel cortile di Caifa. E da parte di Pietro, tre dichiarazioni d'amore a guarirlo nel profondo dai tradimenti.
L'infinito amore di Gesù si incarna in una sapiente pedagogia: non rimprovera, non rinfaccia, non chiede spiegazioni o scuse. A Gesù non importa giudicare né tanto meno assolvere. A Lui interessa un'altra cosa: "Mi ami?"
Per Lui nessun uomo coincide col suo peccato.
La santità non coincide col non aver peccato, ma col rinnovare, adesso e sempre, la nostra amicizia con Gesù. Il paradiso non è popolato da santi, ma è pieno di peccatori perdonati, di gente come noi.

La cosa veramente commovente è che le tre domande sono sempre diverse (la differenza si nota soprattutto nell'originale greco). Ogni volta Gesù cambia parole, si adatta alla risposta di Pietro. Invece di fargli la predica, è Lui che ascolta con tutto sé stesso, con tutto il cuore, Pietro.

Alla prima domanda (mi ami tu più di tutti?) a ben guardare Pietro non da una risposta. Il verbo usato da Gesù, agápao, è il verbo che indica l'amore assoluto. È un verbo forte, 'esigente'. E Pietro risponde con un verbo 'umile', quello dell'amicizia, dell'affetto: "ti voglio bene".
«Pasci i miei agnelli» riprende Gesù. Tu che emergi sugli altri, ricomincia dai più piccoli, dai più deboli, dagli ultimi. È quasi un ricordo della lavanda dei piedi.

Poi c'è la seconda domanda "mi ami?" Gesù ha capito Pietro, e chiede di meno, anche se parla ancora di amore.
Pietro però, quasi non avesse capito, usa ancora il verbo più rassicurante, meno 'impegnativo'. Non osa parlare di amore, ma si aggrappa all'amicizia, all'affetto.

E infine, con la terza domanda, Gesù, che capisce la difficoltà di Pietro, si abbassa ancora. Si avvicina a questo cuore timoroso e ne accetta il limite: "davvero mi sei amico?"
Gesù si adatta al discepolo che non aveva avuto il coraggio di usare la parola 'amore'. Dio si accontenta.

Gesù dimostra il suo amore abbassando per tre volte la sua richiesta. Rallenta il suo passo per ridurlo alla nostra misura.
La misura del cuore di Pietro diventa più importante delle esigenze di Gesù. Davanti alla fatica di Pietro, Gesù si dimentica di sé. È questa l'umiltà di Dio. Solo così l'amore è vero.

E Gesù, affidando tutto il gregge al cuore timoroso di Pietro, gli dichiara: "Pietro, il tuo desiderio di amore, è già amore".
E lo stesso ripete a tutti noi.


(At 5,27-32.40-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19)


21 aprile 2022

Io sto con Tommaso - 24/4/2022 - II Domenica di Pasqua

Il Risorto e Tommaso (Particolare)
Cappella Collegio Damasceno - Roma
(dipinto parete centrale - p. M. Rupnik s.j.)



Mi è molto simpatico Tommaso. Lo sento vicino. Tante volte anch'io faccio fatica a credere, attraverso periodi di buio, di incertezze, di aridità. Spesso arrivo, come lui, in ritardo agli appuntamenti col Signore.

Tommaso ci invita a fare una seria analisi della nostra fede.
Dobbiamo innanzi tutto chiarirci su cosa è fede e cosa non lo è. Dobbiamo avere coscienza che una cosa è essere credente, e un'altra è 'credere di credere'.
È facile credere in Dio quando le cose vanno bene, quando il cielo è sereno e gli 'affari' vanno a gonfie vele. Ma quando inizia a mancarci il terreno sotto i piedi, quando svaniscono i nostri punti di riferimento, iniziamo a brancolare nel buio, ci scontriamo con i nostri limiti e ci rendiamo conto che di fronte a certe cose siamo del tutto impotenti, dove va a finire la nostra 'incrollabile' fiducia in Dio, il nostro mettere tutto nelle sue mani e abbandonarci a Lui?

Una fede che non sia un fuoco di paglia si deve porre queste domande. L'incertezza e il dubbio possono coabitare con la fede. La debolezza e la fragilità non sono una vergogna. Tutti siamo invitati a scoprire quella parte di incredulità che c'è in noi, ad accettarla, e a farne motivo di solidarietà con i non credenti. È anche questo un modo per rendersi conto che siamo tutti fratelli.

Il Vangelo di oggi esige che tutti noi, che ci diciamo credenti, ci interroghiamo sinceramente sulle sacche di incredulità presenti in noi. Solo così possiamo passare da una fede 'detta' a una fede 'fatta': «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». (cfr. Mt 7, 21-23).

Viviamo in momenti molto duri, la pandemia non ancora passata e la tremenda guerra alle nostre porte ci interrogano nel profondo.
Tutti i morti in solitudine e isolamento, i bambini resi orfani da un virus (*) o da una bomba, le violenze della guerra sui più deboli e indifesi, e tante altre "ingiustizie della vita" ci mettono in discussione, mettono in crisi non solo la nostra coscienza ma anche la nostra fede.
Ci rendiamo conto che non ci basta più recitare qualche preghiera imparata nella nostra giovinezza, non ci bastano più delle enunciazioni di fede puramente intellettuali.
Dobbiamo anche noi, come Tommaso, passare da una fede vissuta 'nella testa' ad un rapporto vivo con una persona, una relazione da cuore a cuore. Dobbiamo anche noi riuscire a dirgli dal profondo del nostro essere «Mio Signore e mio Dio!»


(At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11.12-13.17-19; Gv 20,19-31)


(*) I bambini di età inferiore a 17 anni che a ottobre 2021 avevano perso entrambi i genitori a causa del Covid19, in Italia erano circa 3500 e circa un milione e mezzo in tutto il mondo


14 aprile 2022

Un giorno che sconvolge tutto quanto - 17/4/2022 - Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore

Il Risorto (particolare dell'abside)
Chiesa del beato Claudio - Chiampo (VI)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)



A Pasqua niente sta al suo posto, tutto è disordine, sconvolgimento.
Tutti rimangono frastornati. A Pasqua tutto è messo sottosopra, le pietre pesanti vengono spostate, la vita e la morte si sono rovesciate.
Anche la luce non viene dal cielo, ma dal buio di una tomba. Ci sono angeli che parlano, guardie che vengono prese di sorpresa e che vanno dai capi a trovare una giustificazione.

Ma soprattutto a Pasqua siamo costretti a prendere atto che è la debolezza che ottiene la vittoria, non la violenza. Che il perdono è molto più forte dell'odio; che quello che il mondo chiama 'fallimento' in realtà è un trionfo.
Ciò che era considerata la fine di tutte le speranze, in realtà è l'inizio di un'avventura inimmaginabile.
L'amore ha l'ultima e definitiva parola.
La morte è stata condannata ... a morte. Non è più la fine di tutto, ma è il penultimo atto, la porta verso la gioia più piena, verso la vita più vera.

Ma Pasqua è anche il giorno delle donne.
Erano presenti già sul Calvario, loro non hanno abbandonato Gesù neanche nel momento dell'umiliazione più totale. E nel giorno più importante, loro sono in movimento da prima che sorga il sole, «quando era ancora buio». E sono loro le destinatarie del primo annuncio di un fatto sconvolgente, sono loro che dovranno informare gli apostoli di una notizia inimmaginabile.

Gli uomini, da parte loro, accolgono la notizia con sufficienza, la reputano un 'vaneggiamento tipicamente femminile'. E dopo sono costretti ad arrendersi alle donne, a inseguirle.
Dobbiamo essere onesti, ammettere che in questi giorni cruciali i maschi non hanno fatto una bella figura. Nel momento culminante, fatidico, la bandiera della fede è stata salvata dalle donne.
In quella domenica, primo giorno della settimana per il calendario ebraico, la cosa più importante la sapevano le donne. Gli uomini, anche se si sono messi a correre, sono arrivati dopo, molto dopo.


(At 10,34.37-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9)


07 aprile 2022

Il vero volto di Dio - 10/4/2022 - Domenica delle Palme

Ingresso del santuario nazionale San Giovanni Paolo II
Washington (USA)


La Croce ci rivela il vero volto di Dio.
Dio non lancia fulmini e saette, ma si lascia 'fare' senza opporre resistenza. Dio si abbandona in balia degli uomini, inerme e indifeso, si consegna alla nostra malvagità, sbattuto qua e là, bersaglio degli insulti, degli sberleffi e delle violenze.
Dio umile e umiliato, senza armi né armatura, totalmente vulnerabile. L'onnipotente, in piena libertà, si annienta, rinuncia ad ogni volontà di potenza.
Si fa un Dio che tutti possono colpire, schiaffeggiare, ammazzare.

Ma la Croce rivela anche il cristiano.
Il cristiano lo si deve riconoscere dal fatto che porta la croce "insieme" al Cristo, si fa cireneo del Cristo, ma anche lascia che il Cristo si faccia cireneo per lui.
Perché la Croce non è altro che l'altra faccia dell'amore. Certo, nella croce ci sono anche sofferenze, abbandono, umiliazioni, ma è fatta soprattutto di amore, amore che niente trattiene, ma che si dona tutto, fino alla fine.
Non è la sofferenza per la sofferenza, ma è il segno di una vita donata per amore. La croce deve esprimere prima di tutto solidarietà, volontà di donarsi, capacità di 'perdere' la propria vita per l'altro. È solo curvandosi, schiacciati dalla croce, verso gli altri che possiamo rialzarci e diventare esseri umani aperti a tutti, anche a Dio.
Ma la croce deve essere anche l'unica 'arma' del cristiano. L'ingiuria. la denigrazione, la spada, il fucile o qualsiasi altra arma, usata contro un'altra persona, soprattutto se in nome di Dio, sono una bestemmia.
"La croce di Gesù non è svanita dalla terra. Non è più lui che la porta, ma siamo noi. [...] La croce di Gesù continua a restare eretta sulla terra come segno della verità divina e dello scandalo che essa costituisce per il mondo". (Ernst Käsemann)

Perché la luce della Resurrezione inizia già a splendere con la Croce, anche la Croce è luminosa. Come il Risorto farà del segno delle ferite della Croce il segno del suo amore per noi, la luce della sua gloria, così il nostro corpo resuscitato splenderà di ogni nostro atto d'amore.


(Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56)


31 marzo 2022

La salvezza è in uno sguardo - 3/4/2022 - V Domenica di Quaresima

Gesù e l'adultera (particolare)
Santa Maria del Campo - Ljubljana-Polje (Slo)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)


Chi ha fatto gli esercizi ignaziani, o anche solo avuto esperienza della preghiera ignaziana, avrà ben presente il primo preambolo della preghiera: la "composizione di luogo" (E.S. 47) cioè utilizzare l'immaginazione per farsi una “icona interiore” della scena che si sta per meditare.
Proprio usando questo metodo, mi colpisce, in questo brano, una cosa che l'evangelista non dice chiaramente ma sottintende: è tutta una questione di sguardi.

Innanzi tutto lo sguardo della donna.
Il suo è uno sguardo che passa dalla paura all'incredulità, allo stupore.
Finora ha fatto esperienza di sguardi di desiderio, oppure di sguardi di condanna. E molto probabilmente in questa scena evangelica molti di quelli che tenevano le pietre in mano avevano entrambi gli sguardi, basta pensare alla storia di "Susanna e i vecchioni" (Dn 13, 1-64).
Ma adesso incontra uno sguardo che non vede in lei né un 'oggetto' di desiderio né un bersaglio per le pietre. Incontra uno sguardo che vede in lei una persona, una sorella.

Poi c'è lo sguardo degli scribi e dei farisei.
Loro vedono in questa donna solo la legge trasgredita. Al centro del loro sguardo non c'è la persona, ma la legge. Tutto, e soprattutto tutti, devono passare questo filtro. Quello che rimane fuori non ha nessuna dignità, non ha nessun diritto. Cessa di essere una persona, un fratello, una sorella, per diventare un oggetto da rifiutare, una cosa da gettare nelle immondizie.

E infine c'è lo sguardo di Gesù.
Il suo è uno sguardo creatore: chiama alla vita una persona, fa emergere il suo essere autentico, reale. Cancella il farabutto, il peccatore e chiama alla vita il santo. Lui non si ferma a quel "poco di buono" che è in noi, ma si ostina a mettere in luce il molto di buono, il meglio che c'è in ognuno di noi.
È uno sguardo rivelatore, perché ci rivela le nostre possibilità, la nostra vera dimensione: quella di figli amati da Dio.

Ha proprio ragione Simone Weil: "ciò che salva è lo sguardo". L'adultera, come Zaccheo, come Matteo-Levi e come molti altri, devono la loro salvezza ad uno sguardo.
La carità comincia dallo sguardo.

Anche noi siamo chiamati a ripulire il nostro sguardo:
- a liberarlo da ogni istinto di separazione e di discriminazione (lui mi piace, mi è simpatico, mi serve - tu no!);
- a purificarlo dalla tentazione di vedere negli altri non degli esseri umani, ma dei problemi;
- a togliergli l'indifferenza che impedisce di vedere le persone, che scivola loro addosso senza neanche accorgersi della loro presenza.
Anche noi siamo chiamati ad avere uno sguardo guidato dall'amore, pieno di attenzione e che dica: "Ti riconosco il diritto di essere quello che sei. Desidero che tu sia tutto quello che puoi essere" (Agnese Baggio)


(Is 43,16-21; Sal 125; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11)


24 marzo 2022

Un padre che macina chilometri - 27/3/2022 - IV Domenica di Quaresima

Parabole del Padre Misericordioso
Portale cattedrale di Santo Domingo De La Calzada - Spagna
(p. M. Rupnik s.j.)



Un paio di cose mi colpiscono in questo padre, protagonista della famosissima parabola del "Padre misericordioso" (che qualcuno dice riassuma tutti i Vangeli).

Innanzi tutto il silenzio. Di fronte al figlio minore che pretende, lui non dice una parola. Ma non è un silenzio dell'indifferenza, è il silenzio dell'amore. Il padre rispetta la libertà del figlio, perché senza libertà non ci può essere amore. Quando Dio ha creato l'uomo ha accettato questo rischio perché brama il nostro amore. Noi siamo il rischio di Dio (Cornelio Fabro).
Il padre non si arrabbia: soffre. Ma sa che non può sostituirsi alla scelta del figlio. La vera paternità è discrezione, è accettare il rischio della libertà. Il padre non aiuta il figlio scegliendo per lui, dirigendo le sue scelte e la sua vita. "Il padre può aiutare il figlio solo essendo un modello" (Arturo Paoli), non imponendosi.

Un'altra cosa che colpisce sono gli innumerevoli passi che il padre fa. Quante volte sarà andato alla finestra per scrutare l'orizzonte sperando di vedere il figlio che torna! Pochi giorni fa sono andato in aeroporto a prendere mio figlio che tornava a trovarci: avrò fatto chilometri camminando su e giù davanti agli arrivi in attesa dell'aereo! Penso che l'attesa di questo padre sia stata molto più fremente della mia, perché io avevo la certezza dell'arrivo, lui solo la speranza.
E quando finalmente da lontano lo vede, il passo si fa corsa, la sofferenza si fa abbraccio, l'ansia si fa urlo di gioia, festa.

Ma il padre non ha ancora finito di camminare, di dover uscire dalla casa. Per un figlio che aveva lasciato in malo modo la casa e che è ritornato, c'è l'altro che era rimasto ma che adesso non vuole rientrare.
Mentre il primo figlio pensava di dover pregare il padre per essere accolto, col secondo è il padre che deve uscire per pregarlo di prendere parte alla sua gioia.

Questo padre deve camminare prima per convincere il lontano che sta tornando che adesso deve entrare in casa con la testa alta, come un perdonato e non come un penitente, come un figlio e non come un servo. L'unica penitenza che padre gli dà è una festa con cibi abbondanti, musica e danze.
E poi deve camminare per tentare di 'convertire' il figlio fedele che rifiuta di entrare perché è convinto di essere "dentro". Alla gratuità dell'amore del padre, questo figlio preferisce la squallida burocrazia della virtù apparente.

La conversione più difficile è proprio quella dei "buoni".


(Gs 5,9-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32)