30 giugno 2022

Testimoni di un Dio che è comunione - 3/7/2022 - XIV Domenica tempo ordinario

Guarigione di uno storpio (At 3, 1-8)
Cattedrale Santo Domingo de la Calzada (Spagna)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)



Brano molto semplice, ma molto ricco quello di oggi.
Innanzi tutto il numero degli inviati. Secondo la tradizione giudaica il numero dei popoli sparsi sulla terra era di 72. Il fatto che Gesù mandi proprio settantadue persone indica che il suo messaggio, la sua missione è rivolta non solo al popolo ebraico, ma a tutti gli esseri umani, nessuno escluso. Nessuno deve sentirsi escluso dall'Evangelo. La 'notizia che dona gioia' è rivolta proprio a tutti i popoli e a tutte le persone.

Li manda a due a due. Per aiutarsi a vicenda, per essere sostegno e condivisione l'uno con l'altro.
Ma anche perché il primo e più importante messaggio è che si è portatori di fratellanza, di unità. La buona notizia è che non sei più solo. Nella gioia come nel dolore, nella vita quotidiana, nei piccoli gesti di ogni giorno non sei da solo. Dio ti è sempre vicino, e anche se lungo il cammino inciampi e cadi, Dio non ti abbandona, ma ti tende la mano per aiutarti a rialzarti, si siede al tuo fianco per lasciarti riposare. Nella comunione dovranno essere testimoni di un Dio che è Comunione.

«Vi mando come agnelli in mezzo a lupi». Non sarà una passeggiata, vanno in mezzo al pericolo, in mezzo al male. Ma non deve essere neanche una crociata. L'unica arma sarà l'amore. Il male non si può vincere con le armi, il male lo si vince solo col bene.
"Finché siamo agnelli, noi viviamo. Se diventiamo lupi veniamo vinti. Perché ci mancherebbe l'aiuto del Pastore, il quale pasce agnelli, non lupi" (s. Giovanni Crisostomo). Usare la violenza, la forza, l'imposizione e la prevaricazione contro il male ci condanna alla sconfitta.

La missione ha luogo nelle case, nel quotidiano della vita di ognuno. Ed è nelle piccole cose di ogni giorno che sono inviati innanzi tutto a portare la pace: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”» Portano la pace in due perché la pace non si fa da soli. Si inizia in due in attesa di molti, aperti a quante più persone possibile. Perché la pace vera non è il tacere delle armi, ma la pienezza della vita condivisa.
E la pace porta anche la guarigione: «guarite i malati che vi si trovano». Perché la guarigione inizia quando qualcuno ti si avvicina, condivide con te un po' del suo tempo e un po' del suo cuore. Ci sono malattie inguaribili, ma nessuna è incurabile, nel senso che non esiste malattia di cui non ci si possa prendere cura.

La buona novella è questa: Dio è amore che condivide con te il suo abbraccio trinitario.

Noi non arriveremo alla meta
a uno a uno,
ma a due a due.
Se noi ci ameremo
a due a due,
noi ci ameremo tutti.
E i figli rideranno
della leggenda nera
dove un uomo piangeva
in solitudine
(Paul Éluard)


(Is 66,10-14; Sal 65; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20)


23 giugno 2022

Dio non si vendica mai - 26/6/2022 - XIII Domenica tempo ordinario

Campo arato



Il brano del Vangelo di oggi è di poco successivo al racconto della Trasfigurazione, e rappresenta un punto di svolta nella catechesi di Gesù. Fino ad ora ha puntato sull'ascolto, e il culmine di questa fase è proprio sul monte Tabor, quando la voce del Padre, dalla nube, esorta: «ascoltatelo!» (Lc 9, 35).
Ma adesso inizia la catechesi della sequela: «Seguimi». Cioè vienimi dietro, fai quello che faccio io.

E che non sia una cosa così facile lo scopriamo subito. Giacomo e Giovanni, che insieme a Pietro erano stati scelti per essere testimoni della Trasfigurazione, i più vicini al maestro, di fronte al rifiuto di un villaggio della Samaria di accoglierli, invocano fuoco e fiamme, auspicano la distruzione del nemico.
Ma Gesù non vuole distruggere il nemico, ma il concetto stesso di nemico! Lui non ha niente a che fare con chi usa, ma anche solo invoca, le violenza. Dio non si vendica mai, con nessuno, neanche con eretici o bestemmiatori.
Perché Lui ci ha creati liberi, e si fa strenuo difensore della nostra libertà, anche quella di pensarla diversamente da Lui, anche quella di rifiutarlo. Per Lui l'essere umano conta più delle sue idee, più della sua fede. È un essere umano, e questo gli basta. Non gli interessano le nostre aggiunte, le nostre etichette. Lui non vede samaritano o giudeo, giusto o ingiusto, ateo o credente. Lui vede solo un uomo. E questo gli basta, perché il suo obiettivo è ogni essere umano, nessuno escluso.

E il rifiuto diventa occasione di altri sentieri, altri incontri. Gesù ha il cuore pieno di sentieri verso gli uomini. E il Vangelo diventa spazio aperto, nuovo cammino da fare. Il Vangelo ci chiede di non brontolare per il passato, ma di aprire nuove vie.

E qui c'è la seconda parte del Vangelo. Gesù aveva molti amici disposti ad accoglierlo e ospitarlo, ma col discorso che «non ha dove posare il capo» ci ricorda che la sua esistenza, e quindi anche quella del suo seguace, è sempre minacciata dal potere, esposta alle persecuzioni. È vero che a volte la fede è conforto e sostegno, gioia che scalda il cuore, ma tante volte è invece essere dileggiati, emarginati, perseguitati, anche uccisi.

«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti». Una frase che sembra durissima, ma che che viene chiarita dal seguito: «tu invece va' e annuncia il regno di Dio». Sei chiamato a fare cose nuove. Se ti riduci, se ti limiti al già visto, al già pensato, non vivi in pienezza. Il padre Giovanni Vannucci diceva: "non pensate pensieri già pensati da altri". Noi abbiamo bisogno di aria pulita, fresca e il Signore ha bisogno di gente viva e che doni vita.
Ha bisogno, e noi con Lui, di gente che, una volta preso in mano l'aratro, non guardi indietro a sbagli, incoerenze, fallimenti, ma guardi avanti, ai grandi campi del mondo, dove i solchi del nostro aratro, anche se storti o poco profondi, al passaggio del Signore si riempiono di vita.


(1Re 19,16.19-21; Sal 15; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62)


16 giugno 2022

La Messa deve continuare nella nostra vita - 19/6/2022 - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Il Banchetto Celeste
Refettorio Pontificio Seminario Francese - Roma
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)



Colpisce il dialogo tra Gesù e gli Apostoli:
«Congeda la folla» dicono i discepoli,
«Voi stessi date loro da mangiare» dice Gesù

Il nostro istinto è sempre di schivare gli impegni più difficili, magari accampando anche delle scuse che riteniamo legittime: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci»
Mentre per Gesù è imperativo farsi carico della fame degli altri.
Il cardinale e teologo Yves Congar diceva: "Ogni cristiano, spiritualmente parlando, ha famiglia a carico". Ed è una famiglia grande come il mondo.
E questa responsabilità ci viene data da Gesù proprio con l'Eucarestia.

Ricevere l'Eucarestia non significa solo ricevere il Corpo di Cristo. Ma insieme riceviamo anche gli esseri umani, le loro attese, i loro problemi, i loro sogni, le loro speranze.
"Fare la comunione" non basta. Per non 'profanarla' dobbiamo anche "fare comunione" con i fratelli, lavorare per l'unità, essere operatori di pace e di concordia.

In fondo è proprio questo il senso della tradizionale processione del Corpus Domini. Si porta Dio per le vie, le strade, le piazze, cioè dove l'uomo vive, lavora, abita, spera, soffre, ama.
Perché Eucarestia non è stare con Gesù in modo intimistico. Significa stare con Lui in mezzo agli uomini, dove gli uomini vivono.
Credere alla 'presenza reale' significa anche assicurare la presenza reale del Cristo nel mondo per mezzo della nostra vita, del nostro impegno per cercare di soddisfare tutte le 'fami' degli esseri umani.

Piccola nota a margine.
Il saluto finale della Messa, quello che in latino era "Ite, missa est" è stato tradotto con "La messa è finita, andate in pace". È una traduzione che non mi è mai piaciuta, perché il significato più profondo sarebbe: "Andate, questa è la vostra missione" (Messa e missione hanno la stessa radice). Un volta finito il rito, deve iniziare la vita, è il momento dei nostri gesti vitali. Dobbiamo 'portare fuori' ciò che abbiamo ricevuto.
La Messa non finisce mai, deve continuare nella nostra vita.


(Gen 14,18-20; Sal 109; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11-17)


09 giugno 2022

In principio c'è la relazione - 12/6/2022 - Santissima Trinità

Trinità
Chiesa degli Angeli Custodi - Budapest (H)
(mosaico - p. M. Rupnilìk s.j.)



Quando Dio dice: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26), se guardiamo bene, possiamo notare che Adamo non è fatto a immagine del Dio che crea, non a immagine dello Spirito che «si librava sulle acque»(Gen 1,1), non a immagine del Verbo che «era da principio presso Dio»(Gv 1,1).
È molto di più. Adamo ed Eva sono fatti a immagine della Trinità, a somiglianza di quella comunione, di quel legame d'amore, di quella condivisione. È questa la nostra identità più profonda, il cromosoma divino in noi. In principio, alla base di tutto, c'è la relazione.

Ecco allora che quando apriamo il Vangelo noi troviamo un Padre che non è paternalista, ma è sempre tenero, rispettoso delle libertà dei suoi figli, sempre pronto ad accogliere il prodigo. Un padre che fa del perdono la sua caratteristica principale, il suo tratto caratteristico.
Troviamo un Figlio che in Gesù ha un volto umano, fraterno. Un Dio che è attorno a noi, al nostro fianco. Un Dio che ha avuto fame, ha avuto sete, ha sofferto come noi, ama e fa festa con noi.
E troviamo, nello Spirito Santo, un Dio che per esserci più vicino ha fatto del nostro cuore, del nostro intimo, la sua casa. "Dio mi è più intimo di quanto io lo sia a me stesso" (sant'Agostino)

La Trinità non è un'idea, è una comunione.
Una comunione che illumina le nostre relazioni umane. "La nostra dottrina sociale è la Trinità" (Berdiaev). Chi crede nella Trinità cerca di vivere rigettando l'egoismo, il rinchiudersi in sé stesso. Sa che non importa quante volte in una giornata ha pensato a Dio, ma ciò che conta realmente è quante relazioni ha vissuto, quanti legami tra le persone ha creato, ha coltivato, ha fatto crescere.
Non si tratta di limitarsi a credere alla Trinità, si tratta di lasciarsi abbracciare da quel flusso d'amore, da farsi inglobare in quella condivisione.


(Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15)


02 giugno 2022

Vento e Fuoco - 5/6/2022 - Pentecoste

Pentecoste
Cappella Opera Salesiana -Testaccio - Roma
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)

 


Lo Spirito è il grande protagonista della solennità della Pentecoste, e il suo arrivo è indicato con due immagini: quella del vento e quella del fuoco (vedi prima lettura: At 2,1-11).

«Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3, 8)
Aprirsi all'azione dello Spirito Santo vuol dire diventare delle creature che non si accontentano delle solite strade, dei sentieri ben tracciati dall'abitudine, dalle ripetizioni, dal "fanno tutti così". Chi si lascia guidare dallo Spirito non perde mai la capacità di sorprendere.
Il vento non lo puoi ingabbiare, controllare. Nessuno è così libero come un santo. Nessuno è meno controllabile di chi si lascia portare dallo Spirito.
Ma il vento è anche inarrestabile, non puoi fermare il vento (e noi triestini lo sappiamo bene). Il vento è una realtà dinamica. Non lo si possiede, ma si viene afferrati da lui. Non lo si comanda, ma ci si affida. E quando si impara a conoscerlo, a rispettarlo e a 'prenderlo' lui ci può portare fino in capo al mondo.
Accogliere lo Spirito Santo nella propria vita significa accogliere il vento. E quando si accoglie lo Spirito c'è una sola certezza: niente riamane come prima. Perché lo Spirito scombina i nostri piani per far accadere i piani di Dio. Lo Spirito si diverte a non lasciare niente e nessuno al proprio posto: «Questi uomini gettano il disordine nella nostra città» (At 16, 20) è l'accusa che porta Paolo e Sila in prigione.

Ma lo Spirito è anche fuoco. E il fuoco illumina, scalda e purifica.
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12, 49) Gesù si dimostra impaziente riguardo a questo fuoco. Che non è il fuoco dell'egoismo, della brama di possesso e di potere, ma è il fuoco dell'amore, del desiderio di donarsi e di donare pace e serenità.
Gesù cerca persone che non abbiano paura di scottarsi, di avvicinarsi a questo fuoco come il buon samaritano si è avvicinato al ferito. E non importa se il mio fuoco è solamente una piccola fiammella. Insieme a quelle di tutti gli altri, insieme al 'fuoco' di Gesù può accendere d'amore tutto il mondo.
Perché la familiarità col fuoco si esprime anche attraverso una fede 'contagiosa'. La nostra fede deve essere luce che riesce ad illuminare la via verso il Signore, una piccola candela che brilla nella notte.


(At 2,1-11; Sal 103; Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23-26)


26 maggio 2022

Festa della 'permanenza' - 29/5/2022 - Ascensione del Signore

Ascensione
Chiesa ortodossa della Trasfigurazione - Cluj (Romania)
(padre Marko Rupnik s.j.)



Gesù ci ha fatto una grande promessa: «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non la dobbiamo dimenticare se vogliamo capire bene la solennità di oggi, l'Ascensione.
L'Ascensione non è la festa del distacco, della partenza, della separazione, ma è la festa della 'permanenza'. Anche gli angeli ci danno un'indicazione: «perché state a guardare il cielo?» (prima lettura di oggi At 1,1-11). Per trovare il Cristo dobbiamo cercare 'altrove', dobbiamo guadare nel "basso dei cieli".

L'Ascensione è conseguenza logica dell'Incarnazione. Facendosi uomo, Gesù è venuto a vivere con noi come un uomo qualunque. È venuto per amare, camminare, sperare, ridere, piangere, soffrire insieme a noi. Niente di tutto ciò che è umano gli è estraneo o sconosciuto. Ma la sua non è stata una vacanza, una gita. Lui ha traslocato dal cielo per essere uno di noi, per abitare con noi.
Ed è per continuare ad essere in questa maniera che ha scelto di Ascendere al cielo. Se fosse rimasto qui, sa che lo avremmo rinchiuso in una chiesa, obbligato a sedersi su un trono. A stare su un altare. Lo avremmo allontanato dalla nostra vita quotidiana col pretesto di rendergli onore, di glorificarlo e adorarlo.

Ma salendo al cielo adesso Lui può continuare ad essere tra noi, solo che lo fa in altre maniere, sotto 'mentite spoglie'. Adesso te lo ritrovi accanto, magari nel letto d'ospedale accento al tuo, nella scrivania vicino alla tua, nel tavolino del bar affianco al tuo.
È proprio per questo ti può essere più vicino. Non ti spiega il dolore, è uno che soffre come te. Non scrive libri sull'amicizia, ti è amico. Non ti difende di fronte ai prepotenti e ai potenti, è lui stesso vittima in mano ai potenti.
Non ti chiede di soffrire, ma ti chiede di poter condividere la tua sofferenza, di poterti aiutare a portare la tua croce quotidiana. E quasi sempre non te lo chiede nemmeno, lo fa, e l'ha fatto, fin dal primo istante.

Gesù, salendo al cielo, è entrato dentro l'umano. E io sono chiamato a riconoscerlo nella mia storia, nella cronaca quotidiana. Lo posso trovare nelle mia difficoltà, delusioni, distrazioni, speranze, ma anche nelle relazioni, nei momenti di gioia, nei sorrisi e nelle carezze.
Perché Dio viene incontro all'uomo in maniera umana, stabilisce con noi un rapporto attraverso la carne e il sangue, la terra, il sudore e le lacrime, l'amore, le risate, tutte le minuscole cose della nostra vita quotidiana.
D'ora in poi in ogni istante Dio mi riserva la sorpresa della sua presenza. E per non farmi soggezione o mettermi paura, si mette i miei stessi vestiti di essere umano.
Non è più il roveto ardente che solennemente afferma «Io sono», ma è la voce amica che ti abbraccia e ti sussurra all'orecchio "Io sono qui accanto a te, con te".


(At 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28;10,19-23; Lc 24,46-53)


19 maggio 2022

Il grande sconosciuto - 22/5/2022 - VI Domenica di Pasqua

Lo Spirito Santo
Chiesa della SS. Trinità - Porto Santo Stefano (GR)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)



Nel 1999, terzo anno di preparazione al giubileo del 2000 e dedicato allo Spirito Santo, il cardinale Špidlík definì la terza persona della Trinità "il grande sconosciuto". Parliamo, e preghiamo, tanto il Padre e Gesù, ma di Lui spesso ce ne dimentichiamo.
Però penso che non sia tanto una colpa nostra quanto una sua scelta: rimanere anonimo, nascosto, per poter agire meglio, più liberamente e più a fondo. Forse solo così riesce ad aggirare ed abbattere le nostre resistenze e le nostre barriere interiori.

Rimane il fatto che lo Spirito è l'ultimo e definitivo dono che Gesù ci fa prima di ascendere al cielo. E Gesù ce ne parla in termini di 'memoria' e 'fantasia', apertura al futuro.
Memoria: «vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»
Apertura al futuro: «vi insegnerà ogni cosa» e poi, più avanti «vi annuncerà le cose future» (Gv 16, 13).
Lo Spirito cioè ci viene dato perché possiamo guardare indietro per ricordare, ma nello stesso tempo ci fa guardare avanti per anticipare, per inventare.

La memoria non ci deve rendere schiavi del passato, ma ci deve aiutare a farlo rivivere nel presente e a proiettarlo nel futuro. La memoria ci deve rendere liberi oggi per il domani.
Lo Spirito Santo collega il passato al futuro. Lo scrittore Léon Bloy ha questa bella definizione: "Profeta è colui che si ricorda dell'avvenire". Ecco come unire il passato al futuro!

Senza fantasia la memoria diventa una prigione.
Senza memoria la fantasia gira a vuoto.

La tradizione va vissuta in modo dinamico. Non dobbiamo imbalsamare il passato, ma rinnovarlo. Dobbiamo proteggere e cercare la vita, non la forma. "Cerca la vita e troverai la forma, cerca la forma e troverai la morte" diceva Eduardo. Un terreno incapace di far germogliare semi nuovi è inadatto alla vita anche delle piante che già vi dimorano, le farà morire.
Per salvare il presente dobbiamo lavorare per il futuro. Il vero attaccamento al passato si dimostra avendo lo sguardo volto al futuro.
Il vero amore per il passato lo si dimostra preparando il futuro.


(At 15,1-2.22-29; Sal 66; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29)


12 maggio 2022

Solo l'amore dovrebbe essere il nostro segno distintivo - 15/5/2022 - V Domenica di Pasqua

Gesù tra i bambini
Centro Aletti - Copertina del libro "Li amò Fino alla fine" Ediz. Lipa



Nel mezzo di un addio che avviene in un contesto di tradimento e di complotto, Gesù ci dona il "comandamento" dell'amore.
Innanzi tutto qui il termine "comandamento" non ha un valore legalistico o di costrizione. È l'invio per una missione, l'invito per un'avventura da affrontare liberamente assieme a Lui verso la comunione col Padre e con i fratelli.

Tre sono le caratteristiche di questo comandamento:
- è nuovo
- si deve seguire imitando Gesù
- è il segno che identifica i cristiani

È nuovo perché solo l'amore è portatore di novità. L'odio, la vendetta, la violenza, l'egoismo sono ripetitivi, sono vecchi e fanno invecchiare il mondo e noi stessi.
Solo l'amore è inedito, nuovo, capace di creare e inventare situazioni nuove. Solo l'amore riesce a trasformare radicalmente la realtà. L'amore è il "mai visto prima" che genera il vero progresso.

L'amore che ci chiede Gesù è nuovo non in alternativa all'Antico Testamento (anche lì viene insegnato l'amore per il prossimo e lo straniero), ma perché pone l'amore "folle" di Gesù come prototipo, come esempio dell'amore che deve animare i nostri rapporti.
L'amore di Gesù è un amore che non prende o pretende niente, ma che invece si dona totalmente.
È un amore totalmente gratuito e immotivato. L'amore di Dio non dipende dai nostri meriti. Lui non ci ama perché siamo buoni, virtuosi, meritevoli. Ma è Lui, che amandoci, ci rende buoni, virtuosi, meritevoli.
Dio amandoci ci dona tutto il nostro valore, ci rende preziosi. Il suo è un amore creativo.
E anche il nostro amore è chiamato a non essere reattivo (cioè amare ciò che è amabile), ma creativo. L'amore cristiano deve prendere l'iniziativa, fare il primo passo. Creare occasioni di pace dove c'è solo astio e violenza.

L'amore, la carità, devono essere il nostro segno distintivo, quello che ci identifica nel mondo. Non è andare in chiesa, fare elemosine o recitare preghiere che fa di noi dei cristiani. Siamo cristiani solo se amiamo. Senza l'amore tutte le nostre azioni sono vuote, non hanno nessun valore. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba» (1Cor 13, 1).
La verità del cristiano è l'amore. E credere nell'amore significa anche credere e puntare tutto sulla sua forza. Significa essere convinti che
si ha ragione solo amando
si vince solo amando
si insegna solo amando
si rende dignità alle persone solo amando.
E se l'amore deve essere il nostro segno di riconoscimento, allora deve essere visibile, percepibile dai fatti.
Uno slogan di qualche anno fa diceva "Ogni uomo è tuo fratello. Ma tuo fratello non lo sa ..." Siamo noi che lo dobbiamo informare, glielo dobbiamo far capire con i fatti, con i nostri gesti d'amore.


(At 14,21-27; Sal 144; Ap 21,1-5; Gv 13,31-35)


05 maggio 2022

Il Pastore e le pecore (non i pecoroni!) - 8/5/2022 - IV Domenica di Pasqua

Il Buon Pastore
Tabernacolo della chiesa ss Primo e Feliciano - Vrhpolje (SLO)
(p. M. Rupnik s.j.)



Giornata del "Buon Pastore".
E il 'pastore' presuppone un gregge di pecore.
Ma noi facciamo un po' di fatica ad identificarci con delle pecore. Abbiamo in mente una massa di pecoroni senza nessun cervello, ma non è questo lo stile del gregge voluto da Gesù Cristo.
Basta vedere l'esempio del gregge scelto direttamente da Lui: i dodici apostoli.

La comunità secondo il sogno di Dio rappresenta sia il superamento dell'individualismo (per essere pienamente sé stessi si deve vivere-con) che il superamento del cieco conformismo (per vivere-con bisogna conservare le propria unicità). "Se vuoi essere cattolico devi essere unito nella diversità e diverso nell'unità" diceva Yves Congar. Il dono che ogni persona fa al 'gregge' deve essere un apporto personale, dinamico, unico. Esattamente l'opposto dell'annullarsi nella comunità.
La comunità è ricca solo del contributo dei suoi membri. Viene impoverita se io non metto a disposizione la mia unicità. E impoverire la comunità impoverisce me stesso.
La comunità secondo il sogno di Dio è un banchetto festoso fatto ad un'unica tavolata, non un pasto serioso fatto a tanti piccoli tavoli ben distanziati tra di loro.
È un grande concerto in cui ognuno di noi ha la sua voce che è personale e insostituibile. La sinfonia ha bisogno del timbro inconfondibile della mia personalità. Senza questo, diventa nenia monotona. E senza l'orchestra, la mia nota risuona stonata.
Impoverire gli altri impoverisce anche me.

E il vero pastore è Gesù. Lui dà la vita per le pecore, non le sfrutta, non le domina. Non se ne serve, ma le serve.
Ognuno di noi è conosciuto per nome da Dio, ognuno di noi è importante, unico e amato nella sua unicità.
La cura del gregge di Gesù non è livellatrice, omologante. È personalizzante. Lui non ci vuole passivi. Vuole la nostra collaborazione, vuole che ci comportiamo da persone libere e creative.

Ognuno di noi è pecora affidata ad un pastore e allo stesso tempo pastore a cui sono state affidate delle pecore (i figli, il coniuge, gli amici, tutte le persone con cui interagiamo nella nostra vita, solo per fare degli esempi).
Non rinunciamo alla bellezza della nostra unicità per disperderci nell'anonimato del 'così fanno tutti'. Sforziamoci di essere pecore, non pecoroni.
Dovremmo sempre ricordare che le persone ci vengono affidate dal Signore perché noi le aiutiamo a diventare quello che sono, non per farne dei nostri cloni. Dobbiamo aiutarle e realizzare i loro sogni, non i nostri.


(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)


28 aprile 2022

L'umiltà di Dio - 1/5/2022 - III Domenica di Pasqua

Cristo Risorto con Pietro (particolare)
Cappella della Casa di Pietro - Šempeter pri Gorici (SLO)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)


La seconda parte del Vangelo di oggi (purtroppo esclusa se viene letta la forma breve) è fra i brani che più mi piacciono del Vangelo di Giovanni.
È uno dei dialoghi più significativi di tutta la letteratura. Tre domande come tre sono stati i rinnegamenti attorno al falò nel cortile di Caifa. E da parte di Pietro, tre dichiarazioni d'amore a guarirlo nel profondo dai tradimenti.
L'infinito amore di Gesù si incarna in una sapiente pedagogia: non rimprovera, non rinfaccia, non chiede spiegazioni o scuse. A Gesù non importa giudicare né tanto meno assolvere. A Lui interessa un'altra cosa: "Mi ami?"
Per Lui nessun uomo coincide col suo peccato.
La santità non coincide col non aver peccato, ma col rinnovare, adesso e sempre, la nostra amicizia con Gesù. Il paradiso non è popolato da santi, ma è pieno di peccatori perdonati, di gente come noi.

La cosa veramente commovente è che le tre domande sono sempre diverse (la differenza si nota soprattutto nell'originale greco). Ogni volta Gesù cambia parole, si adatta alla risposta di Pietro. Invece di fargli la predica, è Lui che ascolta con tutto sé stesso, con tutto il cuore, Pietro.

Alla prima domanda (mi ami tu più di tutti?) a ben guardare Pietro non da una risposta. Il verbo usato da Gesù, agápao, è il verbo che indica l'amore assoluto. È un verbo forte, 'esigente'. E Pietro risponde con un verbo 'umile', quello dell'amicizia, dell'affetto: "ti voglio bene".
«Pasci i miei agnelli» riprende Gesù. Tu che emergi sugli altri, ricomincia dai più piccoli, dai più deboli, dagli ultimi. È quasi un ricordo della lavanda dei piedi.

Poi c'è la seconda domanda "mi ami?" Gesù ha capito Pietro, e chiede di meno, anche se parla ancora di amore.
Pietro però, quasi non avesse capito, usa ancora il verbo più rassicurante, meno 'impegnativo'. Non osa parlare di amore, ma si aggrappa all'amicizia, all'affetto.

E infine, con la terza domanda, Gesù, che capisce la difficoltà di Pietro, si abbassa ancora. Si avvicina a questo cuore timoroso e ne accetta il limite: "davvero mi sei amico?"
Gesù si adatta al discepolo che non aveva avuto il coraggio di usare la parola 'amore'. Dio si accontenta.

Gesù dimostra il suo amore abbassando per tre volte la sua richiesta. Rallenta il suo passo per ridurlo alla nostra misura.
La misura del cuore di Pietro diventa più importante delle esigenze di Gesù. Davanti alla fatica di Pietro, Gesù si dimentica di sé. È questa l'umiltà di Dio. Solo così l'amore è vero.

E Gesù, affidando tutto il gregge al cuore timoroso di Pietro, gli dichiara: "Pietro, il tuo desiderio di amore, è già amore".
E lo stesso ripete a tutti noi.


(At 5,27-32.40-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19)