29 febbraio 2024

Purificare il tempio che sono io - 3/3/2024 - III Domenica di Quaresima

Cacciata dei mercanti dal tempio (bronzo)
Lorenzo Ghiberti
Porta nord del battistero di San Giovanni (Firenze)



«Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio»
Questo brano viene in mente spesso a chi non crede, magari quando visita Lourdes o qualche altro centro religioso molto frequentato. E non hanno del tutto torto.

Ma a me ultimamente fa venire in mente san Paolo quando dice che noi siamo tempio di Dio (1Cor 3, 16).
Io sono tempio di Dio, e io ho lasciato entrare i mercanti, ho lasciato che questo tempio di Dio che sono io sia diventato 'una spelonca di briganti'.
Ogni volta che sono andato in chiesa per mercanteggiare col Signore per comprare un pezzetto di Paradiso sono stato un mercante.
Ogni volta che ho pregato e implorato solo quando mi trovavo con l'acqua alla gola sono stato un mercante.
Ogni volta che ho preteso che Dio mi esaudisse quando e come volevo io, che Lui fosse a mia disposizione, sono stato un mercante.
Questo tempio di Dio che sono io sarà veramente purificato quando le sue frustate avranno cacciato fuori questa mia mentalità mercantile, questo mio cercare di acquistare il Paradiso, questa mia concezione utilitaristica della religione.
Questo tempio di Dio che sono io sarà veramente purificato quando il Signore da persona religiosa mi avrà trasformato in persona di fede. Quando da uno che ha una religione mi avrà fatto uno che vive una fede.

Ma c'è un particolare, presente solo in Giovanni, che mi colpisce: Gesù fustiga tutti, sparge a terra banchetti, merci e soldi, ma ai venditori di colombe rivolge la parola!
La colomba era l'offerta dei poveri, era l'offerta fatta da sua mamma Maria e suo papà Giuseppe. In questo 'non infierire' mi pare ci sia come un riguardo verso i poveri, verso gli umiliati dalla vita e dall'egoismo dei potenti.
Mi sembra che Gesù ci voglia dire che l'alternativa al tempio 'covo dei briganti', non è il 'tempio dei perfetti', ma il tempio aperto alle persone che sanno di essere imperfette, ma che si sforzano di vivere meglio che possono. Delle persone che cercano in Dio il compagno di strada che ci guida verso la rettitudine, spronandoci, confortandoci e aiutandoci ad rialzarci quando inciampiamo e ruzzoliamo a terra.




Letture:
Esodo 20,1-17
Salmo 18
Prima Corinzi 1,22-25
Giovanni 2,13-25


22 febbraio 2024

Luce che mette ali alla nostra speranza - 25/2/2024 - II Domenica di Quaresima

La Trasfigurazione 
Sacro Monte di Varallo (VC)
Cappella XVII (seconda metà 17° secolo)




Domenica scorsa avevamo la luce colorata dell'arcobaleno. Oggi nel Vangelo abbiamo la luce bianca della Trasfigurazione. Questa luce accende la nostra vita, questo Vangelo mette le ali alla nostra speranza.
La luce che viene dal Tabor proclama che il buio, il male, la violenza non vinceranno. Sembrano dilagare, soverchiare tutto ciò che incontrano, ma non è questo il destino dell'uomo. Il buio non avrà l'ultima parola.
Perché nell'uomo c'è luce! E se i tuoi occhi sono luminosi, scoprono la luce degli altri.

Gesù porta i suoi amici su un alto monte. La cima di una montagna è il primo luogo illuminato dal sole nascente e l'ultimo su cui giunge la luce al tramonto. La montagna è la terra che si innalza verso il cielo, verso la luce. È il punto d'incontro tra Dio e l'uomo, il luogo che Dio ha scelto, nella Bibbia, per rivelarsi. E difatti accanto a Gesù compaiono Mosè ed Elia, gli unici che hanno veduto Dio.

Nessuno dei Vangeli che raccontano la Trasfigurazione (Mt 17,1-9, Mc 9,2-10 e Lc 9,28-36) racconta i particolari di quello che è successo, tranne quello delle vesti che diventano splendenti. Talmente bianche che «nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche» specifica Marco.
Ma se le vesti sono così splendenti, come risplenderà il corpo? e il cuore?
Quando il cuore gioisce e risplende, lo splendore si comunica anche agli occhi, il volto si illumina, e anche il corpo e le vesti si 'colorano' di festa.
Nel passo parallelo, Matteo dice che il volto di Gesù «brillò come il sole» (Mt 17, 2). Chiunque riempie la propria vita di amore, fa dell'amore la bussola che lo dirige, ha già dentro di sé la vita eterna, è già resuscitato.
Ho avuto la fortuna di conoscere delle persone che vivevano di Dio e per Dio. Nonostante l'età avanzata avevano degli occhi da fanciullo, uno sguardo luminoso che ti illuminava e ti scaldava il cuore.
Come ha detto don Pino Puglisi, "l'amore di Dio purifica". Non veniamo spersonalizzati dall'amore di Dio, anzi. La nostra personalità, la nostra unicità viene esaltata e potenziata. Viene donata una luce nuova alle nostre capacità, alla nostra volontà, a tutta la nostra persona. E allora possiamo essere candela nella notte per gli altri.

Il racconto termina con la voce che esce dalla nube e che dice «ascoltatelo!» Ecco cosa dobbiamo fare perché la luce lavori in noi, dobbiamo ascoltarlo. E ascoltarlo significa fare le scelte che ha fatto Lui, preferire le cose che Lui preferiva, lavorare per le cose per cui lavorava Lui.
Dobbiamo ascoltare la luce. Il mondo è intriso di luce, lo sanno tutte le religioni, ma lo sanno anche gli innamorati, i puri di cuore, i giusti. Lo spiega molto bene Olivier Clément: "ora io so che alle sorgenti della bellezza, della pace e dell'energia, all'origine di quelle falde di fuoco presenti nel cosmo e nell'uomo è posto Gesù di Nazareth".
Ascoltiamolo, e potremo vedere il divino affacciarsi dal fondo di ogni creatura.



Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish (1941-2008)



Letture:
Genesi 22,1-2.9.10-13.15-18
Salmo 115
Romani 8,31-34
Marco 9,2-10


15 febbraio 2024

L'arcobaleno, un abbraccio colorato tra il cielo e la terra - 18/2/2024 - I Domenica di Quaresima

Arcobaleno nel deserto
(Foto di Dan Meyers su Unsplash)



Marco in tutto il suo Vangelo è sempre molto laconico, di poche parole, ma qui raggiunge una sobrietà imbattibile, da vero record: in due frasi stringatissime ci sono le Tentazioni e l'inizio della predicazione!
Sono questi i due temi di questa domenica.

Nella prima frase siamo subito dopo il battesimo nel Giordano, e abbiamo la prima sorpresa. Lo stesso Spirito che si era posato su di Lui come colomba, adesso, invece di proteggerlo, lo butta nel deserto.
«Sospinse Gesù nel deserto» letteralmente sarebbe "lo spinse fuori". Marco usa un verbo che indica non una dolce pressione, ma una spinta decisa, quasi violenta. È un verbo molto simile a quello usato per indicare la cacciata di Adamo ed Eva dall'Eden (Gen 3,24). Gesù, nuovo Adamo, affronta il mondo percorso dalle potenze del male («stava con le bestie selvatiche»), per iniziare il ritorno dell'umanità verso il Giardino perduto («gli angeli lo servivano»).
Lo Spirito non tiene al sicuro, al calduccio, il credente, ma è "soffio" che sospinge verso il mondo. 'Caccia fuori' dal tepore del pietismo, dagli schemi collaudati, dalle strutture che invece di favorire la vita favoriscono solo la loro esistenza. Lo Spirito fa uscire allo scoperto, ci butta proprio dentro alle difficoltà. Dopo averci immerso nelle acque del battesimo, ci immerge nelle acque dell'esistenza quotidiana.
È il 'battesimo nell'umanità'.
Lo stesso Spirito che ci fa diventare figli di Dio, ci fa diventare 'fratelli di tutti gli uomini'. Ci unisce verso l'alto e verso il basso

L'atteggiamento con cui dovremmo affrontare la Quaresima ci viene indicato dalla seconda parte del brano di oggi. Non dobbiamo cominciare la Quaresima con il volto accigliato, ma con un sorriso. Gesù inizia con un annuncio gioioso, che dalla Galilea raggiunge tutte le strade del mondo. Apre la sua missione con una buona notizia: «Il regno di Dio è vicino».
Gesù è venuto ad annunciare, non a denunciare. Non viene come un riformatore religioso o come un rigido moralista, ma come il messaggero di una bella notizia straordinariamente gioiosa: puoi vincere il male, dentro e fuori di te!
Il male è ciò che fa male all'uomo, ed è evocato oggi dal racconto dei quaranta giorni passati da Gesù nel deserto, tentato da Satana. Per fare questo non basta il tuo sforzo, devi prima conoscere la bellezza del dono di Dio che sta accadendo: il regno di Dio è qui.
Dio viene e guarisce la vita, ti dà il suo respiro, il suo sorriso, la sua vita. A tutti e senza misura. E non ti lascia più, se tu non lo lasci. Dio viene perché il mondo sia totalmente diverso, un mondo dove sia possibile vivere bene, trovare la pienezza della vita, della felicità.
Con il suo annuncio Gesù ci fa il primo regalo, ci dice "voi siete immersi in un mare d'amore ma non ve ne rendete conto". E aggiunge: "convertitevi!", cioè 'cambiate sguardo, guardate questo mare d'amore, guardate verso questa luce che è il volto di Dio e scoprite che ogni uomo può essere un amico'.

La prima lettura ci svela un Dio che inventa l'arcobaleno, questo ponte colorato tra cielo e terra. Ci racconta di un Dio inventore di comunione con tutto ciò che vive. Ci dice che tu puoi lasciare Dio, ma Lui non ti lascerà mai.

Ma allora come si può vincere il male che è dentro di noi e fuori di noi? La strada ce la indica Gesù: non contare sul tuo sforzo, sulla tua volontà, ma sulla forza del Regno che è già dentro di te, una forza che è potente ma mite, pacifica.
Si può vincere il male solo contando sul bene, seguendo l'esempio di Gesù scegliere sempre l'amore. Padre David Maria Turoldo ha scritto: "Noi moriamo perché adoriamo cose da nulla, perché scegliamo amori da nulla". La tentazione è sempre tra due amori. Io vinco se scelgo l'amore più grande. L'amore che è già qui.
Si tratta di credere alla 'Buona Notizia' che è l'amore, a questa realtà che è dentro e fuori di noi e che ha la bellezza di un arcobaleno.



Nomade d'amore,
ho lasciato la ricchezza del palazzo
per un arcobaleno.
Tu hai spalancato la mia vita
sei vento che soffia e gonfia le vele
seguirti è cosa da gente coraggiosa.
lo mi sono lasciata afferrare da te
e catturandomi mi hai liberata:
ora cammino a un passo da regina.

Come in un tuffo in acque profonde
dapprima ho avuto paura
ma ora ho in dono da te
un nuovo respiro.

Scintilla d'eterno mi sento
vicino a te
eretta, regale.

Con gli occhi nel sole
a ogni alba io so
che rinunciare per te
è uguale a fiorire.
Marina Marcolini




Letture:
Genesi 9,8-15
Salmo 24
Prima Pietro 3,18-22
Marco 1,12-15


08 febbraio 2024

Non c'è legge che Dio non sia disposto ad infrangere per salvarti - 11/2/2024 - VI Domenica Tempo Ordinario

Gesù e il lebbroso
(Duomo di Monreale - mosaico)



«Andiamocene altrove» aveva detto Gesù nel Vangelo di domenica scorsa. E sono andati altrove.
Solo che l'altrove di Gesù non è lo stesso che pensavano i discepoli. Loro pensavano di andare di successo in successo («Tutti ti cercano!» gli avevano detto), vedevano già tappeti rossi stesi per accoglierli in un tripudio di folla.
L'altrove di Gesù lo incontrano oggi: è un lebbroso.

Abbiamo sentito dalla prima lettura quale siano le regole per i lebbrosi: esclusione totale da ogni contatto. Vengono trattati e considerati peggio della spazzatura. E alla gogna sanitaria si aggiunge il fatto che per la mentalità del tempo la lebbra era una punizione di Dio per una qualche colpa gravissima.
L'altrove di Gesù è la persona rifiutata e scartata dagli uomini e, secondo le persone 'pie', anche da Dio.

«Se vuoi, puoi purificarmi!» gli ha urlato il lebbroso. Un grido che risuonerà spesso nella vita di Gesù. Da questo lebbroso, passando dal cieco di Gerico «Gesù, abbi pietà di me!» (Mc 10, 47b) per arrivare fino al ladrone crocifisso accanto a lui «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23, 42).
Non c'è nulla di ciò che affligge l'uomo che non affligga anche Dio. Non c'è nessuna legge che Dio non sia disposto ad infrangere per salvare l'uomo.
Perché Lui ha una sola legge: l'amore per ogni essere umano, nessuno escluso!

E la risposta di Gesù è da far tremare i polsi: «Lo voglio». Dico che fa tremare i polsi perché in tutto l'Antico Testamento il rapporto tra Dio e il popolo d'Israele viene presentato come un matrimonio, e quindi mi fa venire in mente il matrimonio, quando il coniuge, risponde così alla domanda "vuoi tu prendere ... nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, amarla e onorarla tutti i giorni della tua vita?".
Non importa quanto la vita ti abbia sfigurato o quanti errori tu abbia fatto. Se quando Gesù ti passa accanto hai l'istinto ti rivolgergli un tuo sospiro, Lui lo accoglie e ti accoglie. Ti dice che starà con te qualunque cosa accada, "nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore", che ti sarà sempre fedele e che ti amerà per l'eternità.
Ti dice che la sua fame e la sua sete di te sono senza fine.




Un ricordo di padre Ernes Ronchi:
Tempo fa ho visitato un lebbrosario in Amazzonia e un lebbroso alla messa pregò così: «Chiediamo al Signore che aiuti padre Ermes, perché in Europa è tanto difficile mantenere la fede». Invece di pregare per sé, pregava per me. Alla fine della messa gli ho chiesto: «Ma tu, quando incontrerai il Signore, gli domanderai perché sei stato lebbroso?». E lui: «Io non gli chiederò niente, mi sono sempre fidato».



Letture:
Levitico 13,1-2.45-46
Salmo 31
Prima Corinzi 10,31-11,1
Marco 1,40-45


01 febbraio 2024

La 'giornata tipo' di Gesù - 4/2/2024 - V Domenica Tempo Ordinario

Foto: Patrick Schneider (Unsplash)




Il brano del Vangelo di oggi, insieme a quello di domenica scorsa, racconta la prima giornata della 'vita pubblica' di Gesù, e il fatto che sia nel primo capitolo di Marco ci dice che rappresenta la giornata tipica del maestro.
Questa giornata inizia con la preghiera comunitaria, in sinagoga, e finisce, aprendosi alla giornata successiva, con la preghiera personale. In mezzo ci sono l'insegnamento (la predica in sinagoga) e le opere (liberazione dallo spirito maligno in sinagoga, guarigione della suocera di Pietro, guarigioni e liberazioni dai demoni alla sera).
Una giornata piena, con impegni e contemplazione, stare con gli amici e mescolarsi alla gente comune, attenzione alla miseria umana e attenzione a Dio, entrare e uscire.

Ad una prima lettura può sembrare che ci sia un contrasto: città-deserto; folla-solitudine. Cioè la città come momento dell'attività e il deserto come momento della preghiera; la folla come 'luogo' dell'incontro con gli altri, la solitudine come 'luogo' dell'incontro con Dio.
Ma dobbiamo fare attenzione che in Dio le due cose non sono contrapposte. Il 'darsi' e il 'sottrarsi' sono complementari, si completano a vicenda. Le due braccia della preghiera comunitaria e della preghiera solitaria servono ad abbracciare e sostenere le azioni della predicazione, dell'incontro con gli altri e della loro guarigione. Senza l'abbraccio le azioni fanno fatica a stare in piedi, e senza le azioni le braccia stringerebbero il vuoto.
Gesù non ritiene esaurito il proprio compito perché ha insegnato, guarito, liberato, alleviato le sofferenze umane. La solitudine e la preghiera fanno parte integrante del suo ministero, completano la sua agenda degli impegni.

E dopo la preghiera Gesù non rimane fermo, si spinge (e spinge gli Apostoli) altrove. La preghiera non è solo il culmine dell'attività, ma ne è anche sorgente.
Il deserto è il luogo delle decisioni imprevedibili, la preghiera deve aprirsi, e aprirmi, alla dimensione dell'imprevedibilità, della sorpresa, della creatività.
Nella preghiera scopriamo nuovi sentieri da percorrere. La vera preghiera spinge 'altrove' perché ci rende docili allo Spirito, perché ci libera dai calcoli e dalle prudenze umane.

Se il deserto non ci fa aprire lo sguardo sul nuovo, sul 'non ancora', sull'inesplorato per il Regno, allora può trasformarsi nel luogo della falsa sicurezza, della pigrizia mascherata da fedeltà. Si tratta di scoprire una geografia inedita e infinita o di adagiarsi nella ripetitività, nel 'si è sempre fatto così'.




Letture:
Giobbe 7,1-4.6-7
Salmo 146
Prima Corinzi 9,16-19.22-23
Marco 1,29-39


25 gennaio 2024

Ogni uomo è 'faccenda' di Dio - 28/1/2024 - IV Domenica Tempo Ordinario

La fede ha il sapore del pane condiviso
(foto: Gustavo Di Nucci)



Nella sinagoga di Cafarnao Gesù compie il primo miracolo, ed è un miracolo di liberazione.

Il primo miracolato, è un indemoniato che sta pregando nella comunità. È un habitué del sabato, uno che di prediche e di spiegazioni della Torah ne deve aver ascoltate un mucchio. Eppure ha dentro di sé ha «uno spirito impuro». Può capitare di passare tutta una vita andando ogni sabato in sinagoga, ogni domenica in chiesa, pregare, ricevere i Sacramenti, eppure mantenere dentro uno spirito malato. "Si può vivere tutta una vita come cristiani della domenica senza farsi mai toccare dalla Parola di Dio" (Gaetano Piccolo s.j.). È questione di lasciare che la fede resti un 'sapere' (precetti, comandamenti, latino, paramenti e giaculatorie varie), senza mai far sì che diventi un 'sapore'.
Perché la vera fede ha il sapore del pane condiviso con chi si trova vicino a te in quel momento, ha il profumo di un abbraccio, il calore di un sorriso fatto a chi non se lo aspetta. La vera fede scende dal cervello e si radica nel cuore. La vera fede non si preoccupa di stabilire chi è dentro o fuori dalla Chiesa, ma sogna di farci entrare tutti.

Ma cerchiamo di capire un po' di più cosa ha fatto Gesù. Lui ha individuato alla radice le forze che impediscono ad un uomo di essere uomo. E si impegna a denunciarle ed esorcizzarle. Si impegna a liberare l'uomo da tutto ciò che deturpa l'immagine di Dio che egli è, da tutte quelle forze come il denaro, il potere, la paura, la brama di dominare e tante altre, che gli danno una falsa sicurezza, ma in realtà lo incatenano e lo schiacciano sempre più in basso.
Questo perché i nemici dell'uomo sono i nemici di Dio. Tutto ciò che attenta alla dignità di un essere umano, di una persona, è bestemmia alla gloria di Dio. Tutto ciò che minaccia l'uomo è un oltraggio a Dio. Difendere Dio vuol dire innanzi tutto difendere la sua "immagine e somiglianza". Dio non sa che farsene degli omaggi alla sua santità quando la poi deturpiamo sfregiando la sua immagine che è ogni essere umano. Ogni offesa ad un essere umano, a qualsiasi essere umano, è contraria alla dottrina e alla morale.

L'uomo, ogni uomo è faccenda di Dio, checché ne dica chi cerca di usare Dio per il proprio interesse di parte.

In fondo l'indemoniato ha detto la verità: Dio è venuto per rovinare Satana. Anche se Satana, dal giardino dell'Eden in poi, dice che Dio è venuto per rovinare l'uomo.




Letture:
Deuteronomio 18,15-20
Salmo 94
Prima Corinzi 7,32-35
Marco 1,21-28


18 gennaio 2024

Dio si mette alla ricerca degli uomini - 21/1/2024 - III Domenica Tempo Ordinario o della Parola di Dio

Chiamata di Pietro e Andrea
mosaico secc. V/VI
S. Apollinare Nuovo - Ravenna



Marco, nel sui Vangelo, ci presenta un Gesù sempre in movimento, e che mette in movimento le persone. Questa scena della prima chiamata è essenziale, schematica, e presenta alcuni elementi comuni nelle chiamate dei discepoli.

I primi da sottolineare da parte del Cristo sono lo sguardo e l'iniziativa.
Sguardo - Quel «vide» non è una notazione banale. Qui è uno sguardo che mette a fuoco una persona, che ne legge il cuore. Uno sguardo che sceglie, che elegge, che tira fuori dalla folla. L'incontro inizia col 'vedere' la persona al di là delle apparenze. Ma è anche uno sguardo che diventa messaggio, proposta di comunione.
Iniziativa - Nel giudaismo del tempo erano i discepoli che cercavano e sceglievano il maestro. Gesù, fin dal principio, sovverte il 'si è sempre fatto così': è lui che va in giro a scegliersi i discepoli. E sceglie all'insegna dell'assoluta gratuità, cioè senza nessuna motivazione umana. Fin dall'inizio Gesù ci spiega, con il suo operare, che la vita cristiana è risposta al dono della grazia. Se mi decido è perché Qualcuno si è deciso nei miei confronti. Non siamo noi che partiamo alla ricerca di Dio, ma è Dio che si mette alla ricerca degli uomini. La Grazia di Dio non è frutto dei nostri meriti, ma li precede. Sono i nostri 'meriti' ad essere il frutto della Grazia di Dio che abbiamo accolto.

Ma alla chiamata corrisponde una risposta, in cui c'è da sottolineare il distacco, la sequela e il 'lasciarsi fare'
Distacco - La risposta passa attraverso il distacco, si traduce in una separazione, una rinuncia, un allontanamento.
Sequela - Ma l'accento non va posto sul 'lasciare', ma sul 'seguire'. Discepolo non è chi ha abbandonato qualcosa, ma chi ha trovato Qualcuno. Quello che si è trovato vale centomila volte quello che si è lasciato.
Si tratta si seguire, non di imparare. Si impara giorno per giorno seguendo il Maestro, vedendo come si comporta, come opera, come ama! Dobbiamo imparare a imitarlo, la "Imitatione Christi".
Lasciarsi fare - «vi farò diventare pescatori di uomini» il mestiere di pescatori di pesci lo conoscono, quest'altro no. Lo impareranno strada facendo. Lo impareranno lasciandosi plasmare, lasciandosi amare dal Maestro.

Quest'ultimo punto è importante. È impossibile trovare un discepolo, un cristiano già bell'e fatto, completo, arrivato. Cristiano è semplicemente "uno che lo sta diventando". Su ognuno di noi Dio mette il cartello di "lavori in corso".



Letture:
Giona 3,1-5.10
Salmo 24
Prima Corinzi 7,29-31
Marco 1,14-20


11 gennaio 2024

Certi incontri sono 'Grazia' - 14/1/2024 - II Domenica Tempo Ordinario

Giovanni Battista attira l'attenzione di due suoi discepoli su Cristo
Domenico Zampieri detto Domenichino
(affresco 1627-1628)
Catino dell'abside chiesa di Sant'Andrea della Valle (Roma)



Il giorno precedente all'episodio raccontato dal Vangelo di oggi, Giovanni Battista aveva ricevuto la visita di una delegazione che voleva accertare la sua identità (vedi Vangelo del 17/12/23 terza domenica di Avvento). Adesso quel «uno che voi non conoscete» è lì che sta passando. E Giovanni non ha nessuna esitazione: lo indica ai suoi discepoli.
Un gesto molto significativo.
Giovanni non accentra neanche per un momento l'interesse su di sé. Anzi, lo sposta subito sul Personaggio principale. E non si preoccupa se questo gesto gli fa perdere alcuni suoi seguaci, ma ne è contento perché è quello che si aspetta («Lui deve crescere; io, invece, diminuire» Gv 3, 30).
Il dito del Battista che indica senza nessun indugio è il simbolo migliore di ogni testimonianza cristiana. Il vero "testimone della fede" è uno che conosce bene la propria parte, che sa quando deve 'entrare in scena', senza paura, ma soprattutto che sa uscirne al momento giusto e in silenzio. Il vero testimone non è invadente, non pretende di avere tutto il palcoscenico a sua disposizione, È uno che lascia spazio. Lascia spazio ad un Altro, ma anche lascia spazio alla libertà degli altri.

E da questo dito puntato, Giovanni Evangelista inizia il racconto dell'incontro con Gesù. Nonostante i molti dettagli (le indicazioni di luogo, la data e persino l'ora) le parole riportate sono molto poche. L'Evangelista che in altre occasioni (ad esempio i colloqui con Nicodemo o con la Samaritana) ha riferito dettagliatamente quanto detto, qui non dice neanche una parola sulla conversazione di quelle ore.
Sembra quasi che Giovanni ci voglia suggerire che l'importante non è quello che si sono detti, ma il fatto di stare là, insieme a Lui. L'avvenimento cruciale, ciò che conta realmente, era la sua Presenza, non altro.
Certi momenti, certi incontri, sono "Grazia" indipendentemente dalle parole che vengono dette.

Invece Andrea sente il bisogno di parlare, di condividere la scoperta inaudita. «Incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia"». Quel "per primo" lascia intendere che ha comunicato anche ad altri la sua esperienza. Quello che conta è che non si è perso in tante parole, ma che "lo condusse da Gesù". Anche lui come il Battista si è fatto da parte, ha portato il fratello alla fonte.
Possiamo e dobbiamo condividere con gli altri la nostra esperienza, ma non dobbiamo pretendere che loro la ripetano allo stesso modo, seguendo lo stesso schema. Ciascuno deve fare la propria esperienza. La nostra può servire da invito, da spunto. Non da modello da copiare.
Possiamo e dobbiamo dare il gusto dell'avventura, ma poi dobbiamo lasciare che ognuno tenti personalmente, che diventi soggetto della propria strada.
Un fatto personale diventa evento comunitario. La storia di una chiamata, si allarga, diventa racconto di vita attraverso una trama di amicizie.




Letture:
1Samuele 3,3-10.19
Salmo 39
Prima Corinzi 6,13-15.17-20
Giovanni 1,35-42


04 gennaio 2024

Dio si nasconde in mezzo ai peccatori - 7/1/2024 - Battesimo del Signore

Battesimo di Cristo
Mosaico della cupola del
Battistero degli ariani - Ravenna



Marco, nel suo Vangelo (che è anche il più antico dei quattro), non parla della nascita di Gesù, ma inizia il suo racconto con la nascita della sua missione. Sembra quasi che abbia fretta di descrivere lo svolgersi dell'Annuncio che dona gioia (è questo il significato della parola 'Vangelo'). Difatti in questo passo troviamo il primo «subito» della lunga serie che scandisce questo Vangelo, e che qui sottolinea l'urgenza della missione del Cristo.

Gesù si mette in file con i peccatori. Lui è solidale col suo popolo incamminato sulla strada della conversione. Non si presenta 'separato' dagli altri, ma mescolato, nascosto nella schiera dei peccatori.

Ma sono tre i punti principali di questo brano:
   - i cieli "squarciati"
   - la discesa dello Spirito
   - la voce

I "cieli chiusi" nell'Antico Testamento indicano il muro di separazione tra Dio e l'uomo in conseguenza del peccato. Ma adesso Dio esaudisce la preghiera del profeta Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63, 19). I cieli squarciati proclamano che è finito il tempo dell'inimicizia tra gli uomini e Dio, che è crollato il muro di separazione. Che inizia anche a frantumarsi il potere del male.
Ma se si è dissolto il muro di separazione, significa che adesso è la terra che diventa la casa di Dio. Adesso è offerta a tutti la possibilità di vedere il Figlio di Dio che cammina sulle nostre strade.
Se si squarciano i cieli, è per indicare che adesso dobbiamo puntare con maggiore attenzione gli occhi sulla terra. Dal momento che Qualcuno è disceso in mezzo a noi, si tratta di guardarci attorno, e non in alto: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (At 1, 11)

Lo Spirito Santo che discende sotto forma di colomba ricorda lo Spirito che all'inizio della creazione aleggiava sulle acque primitive per fecondare il caos e mettervi ordine. Lo Spirito che era presente all'inizio della creazione, è presente anche ora ad indicare l'inizio della nuova creazione. Col Battesimo di Gesù "inizia una storia, la storia del mondo nuovo" (Franz Jehan Leenhardt).
E il posarsi dello Spirito su Gesù indica un riconoscimento da parte di Dio, un'investitura ufficiale.

I cieli che si aprono e lo Spirito che scende indicano che è anche finito il tempo del silenzio. E difatti si sente una voce. È Dio che prende la parola, che indica suo Figlio. Ma è anche la Parola di Dio che si fa carne, che si fa presenza viva in mezzo a noi.

Il Vangelo di Marco si apre e si chiude con la stessa affermazione dell'identità di Gesù. Qui è Dio che lo indica come suo Figlio. E alla fine del Vangelo sarà la voce del centurione a risuonare: «Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15.39)
All'inizio e alla fine una voce. La prima scende dall'alto, la seconda sale dal basso. L'affermazione del Padre viene confermata dal riconoscimento finale di un pagano. Alla dichiarazione di Dio corrisponde la dichiarazione dell'uomo.
La fede è proprio questo punto d'incontro tra un suggerimento che viene dall'alto (e non "dalla carne e dal sangue") e una risposta che nasce dalla profondità della nostra esperienza personale.
Riconoscere che Gesù è il Figlio di Dio, in fondo non è altro che dare ragione al Padre.



I nuovi tempi sono già iniziati,
i tempi nuovi che il mondo attendeva
fin dall'origine, gli ultimi tempi:
e fu la voce dal cielo a bandirli.

«Questi è il mio Figlio, l’amato da sempre,
nel quale ho posto la mia compiacenza»:
così è spuntata l’aurora del mondo
e fu l’inizio di nuova creazione.

Ma tu sei venuto a battezzarci
in Spirito santo e fuoco:
non vale l’acqua soltanto
ma l’acqua e il sangue
che sgorga dal tuo costato, Signore:
così sia il nostro battesimo
affinché i cieli si aprano anche su di noi.
Amen.

E cielo e fiume insieme si aprirono:
è il nuovo esodo e il patto per sempre!
Come colomba lo Spirito scese
e fu la quiete seguita al silenzio.

David Maria Turoldo




Letture:
Isaia 55,1-11
Da Isaia 12
Prima Giovanni 5,1-9
Marco 1,7-11


28 dicembre 2023

Dio si rivela solo ai bambini - 31/12/2023 - Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

San Giuseppe balia asciutta
Libro d'Ore composto a Besançon (1450 ca.)
Fitzwilliam Museum - Cambridge (UK)



Penso che il punto culminante del Vangelo di oggi sia quello della 'rivelazione' dell'identità del Bambino all'interno del Tempio, cioè del riconoscimento e dell'omaggio messianico da parte di due anziani: Simeone ed Anna. Questo momento è una specie di cerniera tra l'Antico e il Nuovo Testamento.
La legge ha spinto Giuseppe e Maria a Gerusalemme, lo Spirito Santo muove Simeone ed Anna ad andare al Tempio. L'incontro avviene nel cuore stesso della religione ebraica.

Il 'Nunc dimittis' è un grandioso respiro profetico che tratteggia la futura missione di Gesù in chiave universalistica, è uno spostare l'orizzonte oltre i confini di Israele. Simeone ha «visto la tua [di Dio] salvezza», ma questa salvezza, anche se viene da Israele, non è esclusiva del popolo ebraico, ma è per «tutti i popoli».
La luce folgorante percepita da Simeone, e scaturita dal contesto ordinario di tre umili persone, è destinata ad «illuminare le genti», tutte le genti.

Alla profezia di Simeone si lega quella di Anna. Anche lei indica il Messia. E anche lei viene presentata come un testimone autorevole, nonostante sia una donna, che per l'uso del tempo non poteva dare testimonianza valida. Dopo la profezia cupa di Simeone riguardo alla Madonna (l'immagine della spada) il personaggio di Anna "viene come un sorriso" (Alessandro Pronzato).

Ma un altro tema emerge dalla presentazione di Gesù al tempio: quello della giovinezza. Certo c'è implicato un Bambino, Ma Simeone e Anna, benché dal punto di vista anagrafico siano vecchi, in realtà sono giovani. O meglio, sono riusciti a rimanere giovani.
La loro vita è stata cucita dal filo dell'attesa. Più che accumulare esperienze e delusioni, loro hanno accumulato speranza. Hanno avuto il coraggio dei propri sogni, sono rimasti 'creature di desiderio'. Non si sono lasciati piallare dall'abitudine. Gli anni non hanno inaridito il loro cuore.
Nemmeno la rigidità dell'istituzione e le numerose leggi della Torah, sono riuscite a spegnere la luce del presentimento.
Inseriti nelle rigida struttura del Tempio, i loro occhi sono rimasti puntati verso il futuro.

Così nel Tempio, un bambino di nome Gesù è stato preso in braccio da un fanciullo di nome Simeone e da una ragazzina di nome Anna. La Madre stessa era una fanciulla.
Tutta la scena si svolge in un clima di giovinezza, di stupore, anche se siamo nell'ambiente austero e 'antico' del Tempio. Dio si rivela solo ai bambini, il Regno che si è appena inaugurato è riservato a loro.

Nelle fissità del Tempio, un gruppetto di persone ha rinunciato alle cose vecchie e si è dimostrata disponibile ai 'tempi nuovi'. Non si è accontentato del 'già visto', ma si è aperto al 'nuovo'. Si sono resi disponibili al progetto di un Dio che è sempre nuovo e che fa nuove tutte le cose.




Letture:
Genesi 15,1-6; 21,1-3
Salmo 104
Ebrei 11,8.11-12.17-19
Luca 2,22-40