08 settembre 2022

Siamo 'importanti di amore' - 11/9/2022 - XXIV Domenica tempo ordinario

Suo padre lo vide

Cattedrale di Santo Domingo de la Calzada (Spagna)

Portone (bronzo - Centro Aletti)




Quello che emerge dalle tre parabole del Vangelo di oggi, è che Dio ha un modo molto diverso dal nostro di tenere la contabilità. Lui non è disposto ad accettare neanche un piccolo segno meno. Qualsiasi sottrazione per Lui è inaccettabile. Non si accontenta delle 99 pecore, non si rassegna ai due euro (più o meno il valore di una delle monete citate da Luca) mancanti. E fa di tutto per ritrovare ciò, ma sarebbe meglio dire 'chi', era perduto. Per lui il gioco vale sempre la candela, non esiste limite allo sforzo per trovare ciò che manca alla pienezza del suo amore.

Per Dio, ognuno di noi ha un valore unico, ognuno di noi è irripetibile, insostituibile. Ciascuno di noi per Dio è prezioso, importante. "Importante di amore" diceva Pierre Talec. Cioè è 'importante' di ricerca senza sosta, di preoccupazione, di sollecitudine, di attesa infinita, di ansioso ma paziente scrutare dalla finestra.
Dio non si rassegna ad essere impoverito anche di una sola di una delle sue creature. Nel suo cuore un figlio perduto, anche fosse il peggiore degli uomini, rappresenta un danno irreparabile che non può essere riparato, una ferita profonda che non si può rimarginare in nessuna maniera. Solo il recupero di quel minuscolo ma incalcolabile tesoro la può far smettere di sanguinare e richiudere.

L'uomo può cessare di essere figlio, può fare a meno del padre, può fuggire lontano.
Ma Dio non si rassegna, non riesce a stare senza l'uomo. E impazzisce di gioia, obbliga tutti a far festa appena la sagoma di chi è andato via in malo modo si intravede all'orizzonte. E non gli importa del perché è tornato, né se sia pentito o meno. L'unica cosa che importa è che sia tornato, che sia di nuovo a casa.

E tornando a casa il figlio riceve un dono grandissimo. Non riceve delle cose (quelle le ha avute quando se n'è andato), ma riceve dei 'simboli' (i sandali, il vestito e l'anello) che indicano a lui, ma anche a tutta la famiglia e al mondo, che la sua dignità di figlio gli è stata pienamente restituita.

È quello che succede anche a noi nel sacramento della Riconciliazione. Anche a noi viene restituita la nostra piena dignità. Ma non solo. Anche noi, come il figlio fuggito, restituiamo a Dio qualcosa che gli avevamo rubato, qualcosa che Lui cercava disperato: la nostra comunione con Lui.
Confessarsi vuol dire ricevere e dare, accogliere e restituire. La gioia è di tutti e due.
Quando ci confessiamo, dobbiamo ricordare che non stiamo solamente portando a Dio i nostri peccati. Soprattutto noi gli stiamo riportando la nostra presenza. Gli stiamo restituendo la possibilità della festa; la possibilità di essere Padre "ricco" di un figlio.


(Es 32,7-11.13-14; Sal 50; 1Tm 1,12-17; Lc 15,1-32)


01 settembre 2022

Il "più" dell'amore di Dio - 4/9/2022 - XXIII Domenica tempo ordinario

Cristo Pantocratore
Santuario del Cristo Re a Zouk-Mosbeh (Libano)
(mosaico - Centro Aletti)


Le parole di Gesù sembrano dure, difficili, addirittura inumane. Però se andiamo al di là della prima impressione, se le cogliamo nella loro essenza, scopriamo che sono stupende. Di primo acchito sembrano che ci inchiodino alla croce, ma in realtà ci chiamano alla resurrezione, ad una vita più piena e più felice.

Noi pensiamo che l'amore per Dio ci debba portare ad una 'sottrazione' nei nostri amori umani. Ma Gesù usa una parola precisa: "più". Gesù non fa sottrazioni, Lui fa solo addizioni!
A noi, che sentiamo sempre le parole del serpente che ci invita a diffidare di Dio, sembra quasi che Dio si metta in competizione con i nostri cari, che ci chieda di rinunciare a loro per poter accogliere Lui.
Ma l'accento delle parole di Gesù non è sulla rinuncia, ma sulla conquista. Non indicano un punto di partenza, indicano una meta. In pratica Gesù ci dice: "Tu sai quant'è bello amare tuo padre, tua madre, il tuo coniuge, i tuoi figli, quanto ti fa bene e ti rende felice. Ecco, io ti dono qualcosa di più, qualcosa che rende il tuo amore ancora più bello, qualcosa che ti fa stare ancora più bene, che ti rende ancora più felice",
Dio non toglie niente, anzi. Lui aggiunge il suo amore al nostro amore, accoglie il nostro amore per amare ancora di più le persone, il mondo.

«Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». Attenzione: 'portare la croce' non significa 'sopportare' le sofferenze e le difficoltà della vita. Non è un sopportare passivo, ma un 'prendere' attivo.
Perché la croce è il riassunto della vita di Gesù, quindi 'portare' la croce significa vivere una vita che assomigli a quella di Gesù, fare le sue scelte, preferire chi lui preferiva. Cioè vivere una vita come la sua, che sapeva amare come nessun altro.
Prendere la croce vuol dire prendere l'amore, perché se no non vivi, e prendere anche la parte di dolore che ogni amore porta con sé, perché se no non ami.
Perché Dio non ci salva dalla croce, ma nella croce, non protegge dal dolore ma nel dolore, non dalla tempesta ma nelle tempeste della vita.

Essere figli di Dio non vuol dire essere figli di una sottrazione, ma di un'addizione, di un qualcosa di molto di più. I credenti non sono uomini e donne diminuiti, ma sono uomini e donne che hanno più amore, più libertà, più consapevolezza. "Il cristiano è un essere umano finalmente promosso a uomo" diceva don Primo Mazzolari.
Il cristiano non è uno che crede di amare il cielo perché non ama nessuno sulla terra. È invece uno che ha scoperto che il vivere il Vangelo rende più belle le esperienze belle che facciamo sulla terra.


(Sap 9,13-18; Sal 89; Fm 1,9-10.12-17; Lc 14,25-33)


25 agosto 2022

Un Dio 'capovolto' - 28/8/2022 - XXII Domenica tempo ordinario

Il Banchetto Celeste
Catacomba di San Callisto - Roma


Questo brano del Vangelo è tutto un gioco di sguardi. Gli invitati osservano Gesù e Gesù osserva gli invitati. Ma sono sguardi molto diversi. Gli invitati osservano per cogliere in fallo. Gesù per trovare la strada per aprire i cuori all'amore di Dio («non sono venuto per condannare, ma per salvare» Gv 12,47).

Gesù nota che i farisei sono anche loro, dentro di sé, pieni di ambizione. Non si accorgono però che il loro zelo per Dio, a poco a poco, si è trasformato in ricerca della propria affermazione. E allora Gesù cerca di correggerli citando un brano del libro dei Proverbi che loro dovrebbero conoscere bene: «Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: "Sali quassù", piuttosto che essere umiliato davanti a uno più importante» (Prov 25,6-7).
Non dice questo per umiliarli né tanto meno per dettare un nuovo galateo, ma per ricordare, a loro come a noi, che l'ultimo posto non va scelto per umiltà o modestia, né tanto meno per 'farsi vedere'. Va scelto per amore: mi metto ultimo perché tu venga prima di me, tu abbia il meglio prima di me!

L'ultimo posto non è umiliante, è il posto di Dio. È il posto per chi vuole agire come Gesù, che è venuto per servire e non per essere servito. Gesù ci ricorda che il Dio che ci svela, è un Dio 'capovolto', che non se ne sta su nei cieli ad aspettare che noi arriviamo fino a Lui, ma che scende fin sotto i nostri piedi per poterci, da sotto, sollevare fino al suo Regno.

Gesù ci invita, come diceva don Tonino Bello, a "opporre ai segni del potere il potere dei segni". Il linguaggio dei gesti lo capiscono tutti, perché è una lingua che va da un cuore ad un altro cuore. E certi gesti ribaltano totalmente la nostra scala di valori, creano una vertigine, un'inversione di rotta nella nostra storia, aprono la strada per un nuovo modo di abitare la terra. Sono veramente la primizia del Regno.

Ecco perché quando accogli chi non viene accolto, chi viene calpestato, «sarai beato perché non hanno da ricambiarti». La vera gioia la trovi quando fai le cose non per interesse, ma per generosità.
L'uomo per star bene deve dare. È la legge della vita. Perché è anche legge di Dio.
È il segreto delle beatitudini: Dio regala gioia a chi produce amore.


(Sir 3,17-20.28-29; Sal 67; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14)


18 agosto 2022

Una porta fatta su misura per noi - 21/8/2022 - XXI Domenica tempo ordinario

Salita al Sinai - porta di S. Stefano
(foto A. Pronzato)


La porta è stretta non perché sia particolarmente piccola o angusta, ma perché è stata fatta proprio a nostra misura. Il Signore ha fatto per ognuno di noi una porta personalizzata, adatta a noi e a nessun altro.
Ci ha fatto una silhouette, una fotografia in contro luce, e sulla base di questa ha intagliato la nostra porta.
Solo che in quel momento eravamo nudi, senza niente addosso, eravamo solamente noi stessi.
È per questo che la porta è stretta, perché è giusta al decimo di millimetro, ma per passarci dobbiamo lasciare andare tutte le 'cose' che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita.

Dobbiamo lasciar andare le cose materiali, cioè le ricchezze e gli oggetti a cui ci siamo legati, ma anche i brandelli di potere e prestigio più o meno gradi che abbiamo raggiunto, tutte le maschere che abbiamo indossato per celare le nostre debolezze e le nostre paure, tutti i ruoli di cui ci siamo rivestiti per prevaricare e scavalcare gli altri.

«Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Dobbiamo lasciar andare anche tutti quelli che riteniamo i nostri meriti. Tutte le Messe, le preghiere, le pratiche religiose fatte solo per 'salvarci'. Dobbiamo aver imparato a passare dal praticare una religione al vivere una fede.
E infine dobbiamo abbandonare anche tutte le nostre 'buone azioni'.

Davanti a Dio ci si deve presentare a mani vuote. Vuote perché abbiamo donato tutto.
Perché solo se abbiamo le mani vuote Lui ce le può riempire di doni, solo a mani vuote possiamo rispondere al Suo abbraccio e abbracciarlo a nostra volta.
Perché Dio, e la salvezza, non si meritano, si accolgono.


(Is 66,18-21; Sal 116; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30)


11 agosto 2022

Il fuoco della vita - 14/8/2022 - XX Domenica tempo ordinario

Il roveto ardente
Nostra Signora di Aparecida - Brasile
(mosaico - Centro Aletti)



«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra»
Troppo spesso nel corso della storia i cristiani hanno interpretato queste parole come un invito a bruciare i nemici, i peccatori, coloro che non si conformavano al 'pensiero corrente'.
Invece il fuoco che è venuto a portare Gesù è il fuoco dell'amore, il fuoco della vita. "La vita xe fiama" diceva il poeta Biagio Marin. È il fuoco dello Spirito, quelle fiamme che la mattina di Pentecoste si sono posate sugli apostoli e che li hanno resi capaci di portare la Buona Novella in tutto il mondo. È il roveto ardente che lo Spirito accende lungo le strade della nostra vita.

«Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione»
Sembra che ci sia una contraddizione tra questa frase e il Gesù che chiede di amare i nemici (Mt 5,44), di benedire chi ci maledice (Lc 6,28), che ha pregato fino all'ultimo per l'unità, «perché siano una cosa sola» (Gv 17, 11), che ha dato il nome di diavolo, cioè 'divisore', al peggior nemico dell'uomo.
Tutta la vita pubblica di Gesù è stata un segno ci contraddizione, una pietra d'inciampo per i 'benpensanti'. Il suo messaggio, il suo Vangelo, è una sconvolgente liberazione. Liberazione per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per i bambini proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri, gli stranieri.
Dio non è neutrale, ma si mette sempre dalla parte dei più deboli. E Gesù fa di un bambino il modello di tutti, dei poveri i prìncipi del suo regno, dei derelitti e degli emarginati gli invitati al suo banchetto di nozze.
Gesù vuole risvegliare la nostra coscienza, rompere le nostre 'paci' fatte di sopraffazione degli altri, di cancellazione delle voci che non ci piacciono, di negazione delle parole che non ci fanno comodo.
Donarsi, perdonare, non attaccarsi al denaro o alle cose, non voler dominare ma servire, diventa divisione con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di chi riesce a mettere i piedi sulla testa degli altri.

In fondo è questo il fuoco che Gesù vorrebbe fosse acceso: il fuoco del Vangelo che ci fa voce di chi non ha voce, che ci fa lottare per la giustizia, che non ci fa restare passivi, arrendevoli di fronte all'ingiustizia, alla violenza, alla prevaricazione.


(Ger 38,4-6.8-10; Sal 39; Eb 12,1-4; Lc 12,49-53)


04 agosto 2022

Dio è contento di donarci il Regno - 7/8/2022 - XIX Domenica tempo ordinario

Angelo (particolare)
Santa Maria del Campo - Ljubljana-Polje (SLO)
(mosaico - Centro Aletti)



La prima parte del Vangelo di oggi (che purtroppo non viene letta se viene proclamata le versione breve) è quella che mi tocca di più.
Gesù, nel suo viaggio verso Gerusalemme, continua la catechesi rivolta soprattutto ai discepoli, ma anche alla folla.

«Non temere, piccolo gregge». In quattro parole Luca riesce a condensare tutta le tenerezza di Gesù, tutto l'amore di Dio per l'umanità.
Qui c'è tutta la maternità di Dio, tutte le sue viscere che fremono di compassione e d'amore per tutti i suoi figli, per tutti noi.
E questa tenerezza si premura subito di darci una bellissima notizia: Dio è contento di donarci il Regno. Non dobbiamo fare imprese eroiche, sacrifici indicibili, per avere il Regno di Dio, cioè Dio stesso. È Lui che ce lo dona, dobbiamo solo accogliere questo regalo.
E se noi accetteremo questo dono, se ne faremo il nostro tesoro, allora riusciremo a fare tanto bene. Perché il bene che facciamo non è il prezzo da pagare per avere il Regno, ma il segno che abbiamo accolto il dono del Regno.

«Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore»
Le cose non sono neutre, se noi mettiamo il nostro cuore nelle cose, un po' alla volta siamo noi che diventiamo 'cosa', che perdiamo la nostra umanità. Non siamo più persone ma oggetti, merce di scambio in mano ai potenti e ai violenti.
Ma se noi mettiamo il nostro cuore in Dio, allora diventiamo sempre più simili a Lui, sempre più capaci di operare come Lui, di amare come Lui. Sempre più persone libere, soprattutto dalle paure.

Ma Gesù ci invita anche ad un'attesa che deve essere vigilante, ma senza essere angosciata. Dio ci vuole attivi, ma sereni, mai agitati.
Si tratta di imparare ad attendere. Letteralmente, attendere vuol dire 'tendere verso', cioè essere proiettati verso una meta, verso un futuro. Dobbiamo essere tesi verso il futuro, ma allo stesso tempo essere testimoni della speranza. Il cristiano è uno rivolto al futuro, ma impegnato nel presente. "L'unica maniera per essere fedeli all'eternità è di essere attuali" scriveva un romanziere francese.
Non si tratta di scegliere tra cielo e terra. Si tratta di permettere che il cielo mandi la sua luce su questa terra. Le «lampade accese» (cioè la fede) che ci sono affidate dal Vangelo, non servono solo ad attendere il Signore, ma anche ad illuminare la 'casa' in cui ci troviamo. A farci vedere meglio, a illuminare le nostre scelte, rendere meno precaria la nostra strada.
Le lampade accese non servono ad illuminare la strada verso il cielo, ma a non smarrirci per i sentieri intricati di questa terra.


(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)


28 luglio 2022

La solitudine della cose - 31/7/2022 - XVIII Domenica tempo ordinario

Il ricco stolto
(olio su tavola - Rembrandt)



Una cosa colpisce nel protagonista della parabola raccontata da Gesù: l'estrema solitudine.
È un individuo senza nome, senza volto, che non ha moglie, figli, fratelli, parenti, amici. Ha solo tante cose. E la sua unica attività è distruggere per poi ricostruire, per poi tornare a distruggere, e via di seguito. Tutta un'attività senza senso. Senza senso perché lui riduce il mondo a sé stesso. Il suo sguardo, la sua vista, non vanno oltre il suo ombelico.

Una volta, per dire che uno era ricco si diceva che 'ha molti mezzi'. Il ricco di questa parabola ha fatto dei mezzi, cioè delle ricchezze, il fine della propria vita, ciò a cui ha sacrificato tutto. Invece dovrebbero essere veicolo di comunicazione, di relazione con gli altri.
È per questo che Dio lo chiama «stolto».
Perché basa la propria sicurezza sull'avere e non sull'essere.
Perché crede che avere molti soldi, molte cose, significhi avere molta vita.
Perché si identifica con le cose e non le trasforma in sacramento di comunione con gli altri.
Perché è in adorazione del proprio 'io' e non si mette mai di fronte, e in relazione, ad un 'tu'.

Questo ricco non riuscirà mai a pregare la preghiera insegnata da Gesù nel Vangelo di domenica scorsa. Lui è capace di dire solo "mio". La parola "nostro" per lui non ha nessun senso.
Non ha capito che si è ricchi solo di ciò che si ha donato.
"Sono affamato di tutto il pane che ho mangiato da solo, povero di tutti i beni che tengo per me" (Gustave Thibon)

Un'ultima cosa.
So che non di può ragionare con gli "e se ...", però mi è venuto spontaneo, leggendo questa parabola, pensare al film 'La vita è meravigliosa'.
Cosa avrebbe fatto questo ricco se anche lui, come George Bailey (il protagonista del film) avesse perso tutte in una volta le sue ricchezze?
Lui che ha investito tutta la sua vita sulle cose, avrebbe finito di vivere.
George Bailey, che aveva investito tutta la sua vita sugli altri, invece si è ritrovato molto più ricco di prima, e non solo di beni materiali.


(Qo 1,2;2,21-23; Sal 89; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21)


21 luglio 2022

Essere svegliati dalla preghiera - 24/7/2022 - XVII Domenica tempo ordinario

La Gerusalemme celeste
Cappella collegio internazionale del Gesù - Roma
(mosaico - Centro Aletti)



Sul Padre Nostro ci sono già un mucchio di commenti migliori, e anche di molto, rispetto a quanto possa fare io, per cui vorrei soffermarmi sulla seconda parte del Vangelo di oggi.

Non so perché, ma questo tizio che va di notte a bussare all'amico mi ha ricordato quella frase dell'Apocalisse che dice «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.» (Ap. 3, 20) Tante volte Gesù si è descritto come uno che sta alla porta del nostro cuore a bussare e sperare che noi gli apriamo. A prendere un po' troppo alla lettera questa parabola, però, sembra invece che Dio sia colui che dorme, disinteressato a noi, e che con la preghiera ci tocca buttarlo giù dal letto. Ma questa immagine è l'opposto del Dio che ci ama e non ci abbandona mai, che ha a cuore la nostra vita, che tiene alla nostra felicità più che alla sua.

E allora forse lo scocciatore che viene a svegliare non sono io, ma è Lui. E il dormiente non è lui, ma sono io.
Troppo spesso ci affidiamo alla routine, alle abitudini, all'automatismo dei gesti. Ci lasciamo sfiorare dalle situazioni e dalle persone senza partecipare, senza neanche cercare di entrare in rapporto, in comunione.
Un antico inno liturgico diceva. «Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5, 14).
Non è Dio che deve essere svegliato dalle nostre preghiere, ma siamo noi che dobbiamo pregare per essere svegliati, per essere illuminati da Cristo che viene a visitarci con «un sole che sorge» (Lc 1, 78). Come diceva lo scrittore C. S. Lewis, il creatore delle "Cronache di Narnia", di fronte alla malattia dell'amata moglie: "Non prego Dio per piegarlo alla mia volontà, ma perché Lui mi aiuti a capire e accettare la sua".
La preghiera ci sveglia, ci aiuta ad avere attenzione agli altri, ad essere presenti nella loro vita. La preghiera più forte che il Signore può sentire è il "Si". E il 'si' fondamentale per tutta l'umanità è quello detto da una fanciulla di Nazareth, che si è messa immediatamente in viaggio per essere vicina e aiutare chi aveva bisogno.

«chiedete e vi sarà dato»
Se siamo sinceri dobbiamo ammettere che questa frase ci sembra più uno slogan pubblicitario che una realtà. Però la certezza dell'esaudimento si colloca su di un altro piano. Con la preghiera sappiamo che Dio ci ha ascoltato, ha preso atto dei nostri desideri. E interviene sempre, anche se non sempre come e quando vorremmo noi.
Noi vorremmo che Lui facesse sparire gli ostacoli, i guai che ci assillano, i dispiaceri che ci fanno soffrire.
Ma Lui, il più delle volte, lascia le cose come sono (all'apparenza). Però Lui si mette in strada con noi, condividendo gli stessi ostacoli, gli stessi fastidi. Col suo silenzio ci dice: "vieni, dai, camminiamo insieme e vedrai ...".
Tutto è sempre lo stesso, sei tu che sei cambiato. E sei cambiato perché hai pregato. La tua forza non è più solo la tua. Non è cambiata la situazione, ma sei tu che hai ricevuto un supplemento di forza e di capacità.
Con la preghiera non ottieni delle cose, ma ottieni qualcosa di più prezioso: la compagnia del Signore.
"Nella preghiera non si ottiene uno sconto sul prezzo del biglietto. Si ottiene un Compagno di viaggio" (Alessandro Pronzato)


(Gen 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14; Lc 11,1-13)


14 luglio 2022

Armonizzare Marta e Maria - 17/7/2022 - XVI Domenica tempo ordinario

Gesù a Betania con Marta, Maria e Lazzaro
(icona - Bose)


Troppo spesso questo brano del Vangelo viene letto come contrapposizione tra vita contemplativa e vita attiva, quasi che Dio ne preferisca una (la contemplativa) e disprezzi l'altra (l'attiva). Ma in Dio non c'è nessuna contrapposizione, in Lui, principio di unità, c'è armonia. Ad esempio il salmo 85 (che viene recitato nelle lodi del martedì - III sett, T.O.) ci ricorda:
«Misericordia e verità s'incontreranno,
giustizia e pace si baceranno»

La differenza tra Marta e Maria non è qualcosa di esterno a noi, ma ci attraversa, è nel nostro intimo. E noi non siamo chiamati a scegliere l'una o l'altra, ma ad armonizzarle, a farle 'lavorare' insieme. Non in competizione ma in sinergia, in simbiosi.

Innanzi tutto c'è da notare che Gesù non riprende Marta per il servizio, ma per l'agitazione. Apprezza il suo buon cuore, ma contesta l'affanno.
Gesù ricorda a Marta, ma anche a tutti noi, che spesso c'è un troppo che ci disumanizza: troppo lavoro, troppo correre, troppe cose. Gesù ci ricorda che al primo posto dobbiamo mettere le persone, e poi le cose. Le cose, il lavoro, gli impegni, devono essere al servizio delle persone, e non viceversa! Dobbiamo imparare a distinguere l'utile dal necessario, il permanente dall'illusorio. Dobbiamo imparare a scegliere tra l'essenziale e il superfluo. Gesù ci dice che non dobbiamo affannarci per nient'altro che non sia la nostra essenza divina.

Ma Gesù vuole anche liberare Marta, e tutti noi, da tutti gli schemi sociali che ci richiudono in un ruolo, che ci fanno smarrire in una serie di 'compiti'. Gesù ci dice: "Tu sei di più, molto di più!. Tu non sei quello che fai. Tu hai la possibilità di avere con Me un rapporto che non sia uno scambio di servizi. Tu ed Io possiamo condividere sentimenti, gioie, dolori, sogni e speranze"

«Maria ha scelto la parte migliore» perché è partita dalla parte giusta. È partita dall'ascolto del cuore di Dio. Perché Dio cerca non dei servitori, ma degli amici. Non cerca delle persone che facciano 'cose' per Lui, ma delle persone che lo lascino fare 'grandi cose' per noi.
L'altra Maria, la madre di Gesù, esclama «Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente» (Lc 1, 49). Il cuore della fede non è quello che io faccio per Dio, ma scoprire quello che Lui fa per me. È Lui che salva!
Siamo chiamati a passare da un Dio sentito come affanno a un Dio vissuto come meraviglia. Da un Dio sentito come dovere, ad un Dio vissuto come desiderio, come l'amico del cuore.

Marta e Maria ci dicono che non dobbiamo fare 'cose' per Dio, basta invece che lasciamo entrare Gesù nella casa del nostro cuore, che lo lasciamo parlare, agire in noi. E dopo, anche le nostre mani riusciranno a fare 'grandi cose'


(Gn 18,1-10; Sal 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42)


07 luglio 2022

Mettere l'altro al centro del nostro cuore - 10/7/2022 - XV Domenica tempo ordinario

Il buon samaritano
Cappella del Santissimo nella cattedrale di Santa Maria La Real de La Almudena - Madrid (Spagna)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)


Parabola conosciutissima quella di questa domenica. Vorrei però soffermarmi su tre punti.

Il primo è il 'vedere'.
Tutti e tre, il sacerdote, il levita e il samaritano, 'vedono' una persona ferita.
Però i primi due partono da sé stessi, dal loro punto di vista: se si fermano diventano impuri (il contatto col sangue rende impuri), rischiano di fare la stessa fine se i ladroni sono ancora lì vicino, perdono tempo per qualcuno che magari non è neanche ebreo. In fondo il loro problema, che è lo stesso del dottore della legge che interroga Gesù, è "Fin dove sono obbligato?"
Invece il samaritano si mette dal punto di vista dell'altro, si domanda: "Cosa si aspetta da me quel poveraccio?"
Se rimaniamo ancorati al nostro punto di vista ci creiamo della barriere di protezione. Se invece partiamo dal punto di vista dell'altro ci apriamo ad un orizzonte senza limiti.
Quella che propone Gesù è una vera e propria rivoluzione copernicana, ribalta totalmente la domanda del dottore della legge. Il problema non è come «ereditare la vita eterna», il problema primo e unico è quel grumo di ossa pestate, di carne sanguinante abbandonato al margine della strada. Se risolvi questo problema, allora risolvi anche l'altro.
È da questo che dobbiamo partire se non vogliamo trasformare l'amore, che è il fine della vita cristiana, in un mezzo, se non vogliamo strumentalizzare l'amore.

Il secondo è la 'compassione'.
Compassione è 'patire con', è provare dolore per il dolore dell'uomo, lasciarsi ferire dalle ferite dell'altro. Senza compassione non c'è umanità, senza compassione siamo peggio delle belve feroci. Però la compassione è anche il meno sentimentale dei sentimenti, il più concreto. Per essere vera richiede uno sforzo da parte nostra: lo sforzo di uscire da noi stessi e di mettere il nostro cuore e noi stessi a disposizione dell'altro. È dire: "prima di tutto vieni tu".
La compassione deve concretizzarsi in 'misericordia', metterci il cuore. Come il samaritano: curvarsi sulle ferite dell'altro e prendersene cura per cercare di guarirle.

Il terzo è l'invito di Gesù: «Va' e anche tu fa' così», Cioè anche tu diventa samaritano, fatti prossimo, usa misericordia. Perché il vero contrario dell'amore non è l'odio, ma l'indifferenza.
'Vai' perché l'amore è un viaggio verso l'altro. 'Fai' perché l'amore richiede tanta azione, non è un vago sentire, ma un concreto agire.
E tutto ciò per quel verbo della Legge: «Amerai». Verbo al futuro, perché amare è un'azione che non ha mai termine. E non all'imperativo, perché non è un obbligo, ma una necessità per vivere una vita felice.


(Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37)