13 ottobre 2022

Riaprire sentieri verso Dio - 16/10/2022 - XXIX Domenica tempo ordinario

La vedova e il giudice
(icona di Paolo Sedrani)


Gesù ci porta a scuola di preghiera da una povera vedova. Come tantissime altre volte Lui porta ad esempio gli ultimi della società, i reietti, i disprezzati, i calpestati dalla vita e dagli altri.
Lui in questa donna, fragile ma indomita, ci indica la tenacia con cui riaprire i sentieri verso Dio. Ci insegna come chiedere e cosa chiedere: «Fammi giustizia!». Questa vedova domanda giustizia a chi fa giustizia, cioè dice al giudice di essere vero giudice, di essere sé stesso, di recuperare la sua funzione e la sua dignità.

Pregare è chiedere a Dio di darci sé stesso. Tutta la prima parte del Padre Nostro, non è altro che chiedere Dio a Dio: "donaci te stesso!" Il mistico medievale Meister Eckhart diceva: "Dio non può dare niente di meno di sé stesso, ma dandoci sé stesso ci dona tutto".

È per questo che abbiamo «necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai». Non perché la risposta si fa attendere, ma perché la risposta è infinita. Dio è un dono che non ha mai fine. Camminare con Lui significa scoprire sempre nuovi sentieri, nuovi cammini, nuove possibilità negli altri e in noi stessi.
La preghiera è molto di più del gridare verso il cielo, è mescolare la forza di Dio con la nostra forza.
Pregare è anche riaprire sentieri, perché il sentiero verso il tuo fratello se non lo percorri spesso, si riempie di rovi e cespugli, e alla fine scompare.

Bisogna però fare attenzione. Pregare sempre non significa recitare sempre delle preghiere. Una vita di preghiera non si misura con il numero delle preghiere dette. Non vuol dire ripetere più possibile formule o invocazioni. Significa avere la coscienza che la nostra vita è immersa in Dio, che siamo circondati, immersi nel suo amore.
Pregare è come voler bene: se tu ami qualcuno, lo ami sempre, indipendentemente da cosa stai facendo.

Ma Dio esaudisce le nostre preghiere? Dio ci ama, però, come disse Dietrich Bonhoeffer, "Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse". E il Vangelo ne è pieno: non vi lascerò orfani, sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del tempo. Perché il più grande dono, il vero esaudimento della preghiera, è di aumentare la nostra comunione con Dio, e questo porta frutti superiori ad ogni nostra attesa e ad ogni nostra richiesta.
Il nostro compito non è di interrogarci sul ritardo di Dio, ma di aiutare l'alba del Regno compiendo gesti di luce e di amore.


(Es 17,8-13; Sal 120; 2Tm 3,14-4,2; Lc 18,1-8)


06 ottobre 2022

Ogni miracolo è solo l'inizio di una storia - 9/10/2022 - XXVIII Domenica tempo ordinario

 

Cristo e il lebbroso (part.)
Cripta chiesa di san Pio da Pietrelcina - San Giovanni Rotondo
(mosaico - Centro Aletti)



«Appena li vide» Subito, in fretta, senza quasi lasciarli parlare. Ma non è la fretta di chi cerca di sbolognare subito una rogna, di chi cerca di allontanare una persona inopportuna, molesta.
È la fretta dell'amore: "affrettiamoci ad amare, le persone se ne vanno così presto!" diceva il poeta e prete polacco Jan Twardowski. È la fretta di Maria che va da Elisabetta (Lc 1, 39). È la fretta di Dio che si china sulle sofferenze umane, pronto a consolare e asciugare le nostre lacrime (Ap 7, 17 e 21, 4). È la fretta del Padre che corre incontro al figlio che torna camminando a capo chino. È l'amore che previene, che riesce a sentire la sofferenza dell'amato perché è la sua stessa sofferenza.

«E mentre essi andavano, furono purificati». Non aspettano il miracolo per mettersi in cammino, ma con il loro camminare aiutano il miracolo. Il futuro inizia col primo passo, la promessa si realizza nel divenire. "La Provvidenza conosce solo uomini in cammino" (san Giovanni Calabria). Lungo il cammino, passo dopo passo, la guarigione si fa strada dentro di loro. Dio vuole servirsi dei nostri passi, fatti solo sulla fiducia nella sua Parola, per compiere i suoi miracoli, per donarci la salute, la gioia della guarigione.

E Dio, che ha provato il dolore della loro malattia, prova la gioia della guarigione dei dieci lebbrosi. Di tutti e dieci. E nove di loro ascoltano le parole di Gesù, le eseguono alla lettera.
Uno invece disubbidisce. Non va a presentarsi ai sacerdoti, ma torna indietro. "A volte bisogna andare contro la legge per esserle fedeli in profondità" (Dietrich Bonhoeffer). E Gesù lo loda.
Penso che a Dio facciano piacere, più che i ligi applicatori della legge, questi innamorati di Lui e della vita, che seguono il cuore, che fanno della legge la rampa di lancio per i loro slanci d'amore, che cantano la vita e vivono il canto.

Dieci sono stati guariti, uno solo è stato 'salvato'. Ogni miracolo è una storia incompiuta, un inizio di storia. Perché l'essere umano è più del proprio corpo. Ha bisogno di più, di una sorgente di vita, di quella fonte inesauribile che è Dio.
E allora capiamo che lo straniero disprezzato che torna, non è salvato perché è tornato a ringraziare. Viene salvato perché è entrato in comunione. Ha riallacciato la relazione con il proprio corpo, con il cielo, con Dio: gli ha abbracciato i piedi e ha cantato alla vita.


(2Re 5,14-17; Sal 97; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19)


22 settembre 2022

Ogni povero è amico di Dio - 25/9/2022 - XXVI Domenica tempo ordinario

 

Illustrazione dall'Evangeliario di Echternach (*)



Per molti, troppi, secoli questa parabola è stata usata dai potenti, e purtroppo anche da tanti uomini di chiesa, per tenere 'rassegnati' e sottomessi i poveri e gli indigenti: i poveri devono solo lasciare che i ricchi finiscano in pace il loro banchetto e abbiano la loro sepoltura, così poi, in Paradiso, avranno la loro rivincita.
Niente di più lontano dal senso biblico di 'rassegnazione'. Mai nella Bibbia si invita a rimandare all'al di là la soluzione alle ingiustizie del presente. La fede è anche indignazione, denuncia delle disuguaglianze, lotta contro le ingiustizie. Il giudizio di Dio non è rimandato all'ultimo giorno, ma inizia e va proclamato nel presente, oggi.
Cerchiamo quindi di capire meglio cosa ci vuole comunicare questa parabola.

Innanzi tutto c'è una particolarità: in tutto il vangelo di Luca questa è l'unica parabola in cui uno dei protagonisti ha un nome. È un nome peraltro comune nell'ebraismo (significa "Dio aiuta", "Yahweh viene in soccorso"). Ma soprattutto è il nome di un amico carissimo di Gesù (Gv 11, 5). È un nome che sa di affetto e vicinanza, che ha il sapore di cene condivise nella gioia e nella semplicità (Lc 10, 38), che ha l'odore del nardo (Gv 12, 3). È un nome che sa di resurrezione (Gv 11, 38-44).
Il povero ha il nome dell'amico perché ogni povero è amico di Dio, così come ogni povero dovrebbe avere, per me, il nome, e il posto, di un amico.

Il ricco invece non ha nome. Per i semiti il nome esprime la realtà della persona, la sua storia e la sua missione. Il ricco non ha nome perché non ha realtà,non ha storia, non ha missione. Ha costruito la sua vita sul vuoto, sulle cose e alla fine è divenuto 'cosa'. Ha perso il vero senso della vita, perché non si può vivere per «fare lauti banchetti» tutti i giorni.
Lui si è isolato, separato dalla vita. La ricchezza l'ha imprigionato nell'egoismo. La sua sarà anche, all'apparenza, una prigione dorata, ma sempre prigione è. Impegnato a guardare nel suo piatto ricolmo non vede il povero che sta alla sua porta. I cani vedono meglio di lui!
La sua è una vita apparentemente piena. Ma in realtà è vuota. Piena di cose, ma a ben guardare sono cose inutili. Se queste facciate posticce, queste maschere, cadessero non rimarrebbe niente, se non un'estrema solitudine e mancanza di senso. Una disperazione. Cioè un inferno, e non nell'al di là, ma già qui sulla terra.

La morte non è un ribaltamento di quello che succede qua adesso, ma è il presente che viene 'fissato' nell'eternità.
Il ricco si accorge che ha bisogno degli altri (Abramo e anche Lazzaro) quando è dall'altra parte, quando ormai non è più in tempo. Lui si preoccupa degli altri (i suoi cinque fratelli) in ritardo.
Ma questa impossibilità non è dovuta ad una 'punizione' da parte di Dio. Anche se all'inferno il ricco rimane sempre un «figlio» (è così che lo chiama Abramo). Il fatto è che non è la morte che converte, ma la vita!

«Hanno Mosè e i profeti», hanno il grido dei poveri, che sono la parola e la carne di Dio («tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» Mt 25, 40). Nella loro fame è Dio che ha fame, nelle loro piaghe è Dio che è piagato. Non c'è apparizione o miracolo o preghiera che conti quanto il loro grido: "Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa." (San Vincenzo de' Paoli).

Con questa parabola "Gesù non cerca di spaventarci con un inferno futuro o di consolarci con un paradiso futuro. Piuttosto intende mostrarci come il Cielo cammini là dove risuona la Parola di Dio che permette ad un uomo di trovare il proprio fratello" (Alphonse Maillot)


(Am 6,1.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16; Lc 16,19-31)


(*)Pannello superiore: Lazzaro alla porta dell'uomo ricco.
Pannello centrale: L'anima di Lazzaro è trasportata in Paradiso da due angeli; Lazzaro nel petto di Abramo.
Pannello inferiore: L'anima del ricco è trasportata da due diavoli all'inferno; il ricco è torturato nell'inferno


15 settembre 2022

La scoperta degli altri - 18/9/2022 - XXV Domenica tempo ordinario


Sagrada Familia - Barcellona (Spagna)
Particolare dell'interno (foto J.C.)



A un primo sguardo sembra quasi che Gesù lodi la disonestà, che ammiri questo amministratore disonesto che cerca di rimediare ad una irregolarità per mezzo di altre irregolarità. È forse per questo che la parabola viene omessa nella forma breve?

Battute a parte, per capire questo brano bisogna andare al centro, al motivo dominante, senza lasciarsi 'distrarre' dagli elementi secondari, di sfondo.

Innanzi tutto c'è da dire che la lode di Gesù non è rivolta all'amministratore disonesto o alla sua disonestà, ma alla furbizia di cui ha dato prova, cioè Gesù loda la capacità di tirarsi fuori da una situazione difficile. Dio ci ha donato un cervello ed è contento se lo usiamo. Usare la propria capacità di ragionare, la propria fantasia, ragionare con la propria testa è già un rendere grazie al Signore.
Il Signore ama le persone che di fronte a situazioni nuove non si chiudono dietro ad un 'si è sempre fatto così', ma usano le proprie capacità per leggere i segni dei tempi, per capirli, per dare nuove risposte e scoprire nuove strade.

Ed è quello che ha fatto questo amministratore, ha fatto una scoperta decisiva: ha scoperto gli altri. Fino a quel momento in pratica non si era accorto della loro esistenza, aveva pensato esclusivamente a sé stesso, ai propri interessi. E adesso scopre la realtà dei rapporti personali, dell'amicizia oserei dire. Continua ad usare ingiustamente della proprietà altrui, ma adesso non lo fa a suo vantaggio, ma a vantaggio degli altri.
La sua salvezza passa attraverso questa sua apertura agli altri.

Questo deve essere ben chiaro a tutti noi. Come Chiesa dovremmo sempre ricordarci che elezione non vuol dire privilegio, ma servizio. Non dobbiamo 'appropriarci' dei beni del Signore, ma li dobbiamo 'dilapidare' a vantaggio dell'umanità. Anche noi, come Chiesa, dovremmo fare come l'amministratore, che ammette di non essere capace di maneggiare la zappa, e ammettere che non possiamo fare altro mestiere che perdonare, usare misericordia, compatire (nel senso di patire insieme), aprire, liberare.

Ma anche come semplici cristiani la parabola ci insegna ad essere 'irregolari', ma in altra maniera, cioè a vantaggio del prossimo. Dovremmo imparare a minimizzare le colpe degli altri, cancellarne le offese, non ragionare in termini di diritti o di chi ha ragione ma in termini di dono, di amore. Dovremmo imparare ad aprire le mani per donare, per regalare gioia, speranza.

Certo, i nostri conti col Signore saranno sempre in rosso, ma Lui troverà quello che ci manca negli altri.


(Am 8,4-7; Sal 112; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13)


08 settembre 2022

Siamo 'importanti di amore' - 11/9/2022 - XXIV Domenica tempo ordinario

Suo padre lo vide

Cattedrale di Santo Domingo de la Calzada (Spagna)

Portone (bronzo - Centro Aletti)




Quello che emerge dalle tre parabole del Vangelo di oggi, è che Dio ha un modo molto diverso dal nostro di tenere la contabilità. Lui non è disposto ad accettare neanche un piccolo segno meno. Qualsiasi sottrazione per Lui è inaccettabile. Non si accontenta delle 99 pecore, non si rassegna ai due euro (più o meno il valore di una delle monete citate da Luca) mancanti. E fa di tutto per ritrovare ciò, ma sarebbe meglio dire 'chi', era perduto. Per lui il gioco vale sempre la candela, non esiste limite allo sforzo per trovare ciò che manca alla pienezza del suo amore.

Per Dio, ognuno di noi ha un valore unico, ognuno di noi è irripetibile, insostituibile. Ciascuno di noi per Dio è prezioso, importante. "Importante di amore" diceva Pierre Talec. Cioè è 'importante' di ricerca senza sosta, di preoccupazione, di sollecitudine, di attesa infinita, di ansioso ma paziente scrutare dalla finestra.
Dio non si rassegna ad essere impoverito anche di una sola di una delle sue creature. Nel suo cuore un figlio perduto, anche fosse il peggiore degli uomini, rappresenta un danno irreparabile che non può essere riparato, una ferita profonda che non si può rimarginare in nessuna maniera. Solo il recupero di quel minuscolo ma incalcolabile tesoro la può far smettere di sanguinare e richiudere.

L'uomo può cessare di essere figlio, può fare a meno del padre, può fuggire lontano.
Ma Dio non si rassegna, non riesce a stare senza l'uomo. E impazzisce di gioia, obbliga tutti a far festa appena la sagoma di chi è andato via in malo modo si intravede all'orizzonte. E non gli importa del perché è tornato, né se sia pentito o meno. L'unica cosa che importa è che sia tornato, che sia di nuovo a casa.

E tornando a casa il figlio riceve un dono grandissimo. Non riceve delle cose (quelle le ha avute quando se n'è andato), ma riceve dei 'simboli' (i sandali, il vestito e l'anello) che indicano a lui, ma anche a tutta la famiglia e al mondo, che la sua dignità di figlio gli è stata pienamente restituita.

È quello che succede anche a noi nel sacramento della Riconciliazione. Anche a noi viene restituita la nostra piena dignità. Ma non solo. Anche noi, come il figlio fuggito, restituiamo a Dio qualcosa che gli avevamo rubato, qualcosa che Lui cercava disperato: la nostra comunione con Lui.
Confessarsi vuol dire ricevere e dare, accogliere e restituire. La gioia è di tutti e due.
Quando ci confessiamo, dobbiamo ricordare che non stiamo solamente portando a Dio i nostri peccati. Soprattutto noi gli stiamo riportando la nostra presenza. Gli stiamo restituendo la possibilità della festa; la possibilità di essere Padre "ricco" di un figlio.


(Es 32,7-11.13-14; Sal 50; 1Tm 1,12-17; Lc 15,1-32)


01 settembre 2022

Il "più" dell'amore di Dio - 4/9/2022 - XXIII Domenica tempo ordinario

Cristo Pantocratore
Santuario del Cristo Re a Zouk-Mosbeh (Libano)
(mosaico - Centro Aletti)


Le parole di Gesù sembrano dure, difficili, addirittura inumane. Però se andiamo al di là della prima impressione, se le cogliamo nella loro essenza, scopriamo che sono stupende. Di primo acchito sembrano che ci inchiodino alla croce, ma in realtà ci chiamano alla resurrezione, ad una vita più piena e più felice.

Noi pensiamo che l'amore per Dio ci debba portare ad una 'sottrazione' nei nostri amori umani. Ma Gesù usa una parola precisa: "più". Gesù non fa sottrazioni, Lui fa solo addizioni!
A noi, che sentiamo sempre le parole del serpente che ci invita a diffidare di Dio, sembra quasi che Dio si metta in competizione con i nostri cari, che ci chieda di rinunciare a loro per poter accogliere Lui.
Ma l'accento delle parole di Gesù non è sulla rinuncia, ma sulla conquista. Non indicano un punto di partenza, indicano una meta. In pratica Gesù ci dice: "Tu sai quant'è bello amare tuo padre, tua madre, il tuo coniuge, i tuoi figli, quanto ti fa bene e ti rende felice. Ecco, io ti dono qualcosa di più, qualcosa che rende il tuo amore ancora più bello, qualcosa che ti fa stare ancora più bene, che ti rende ancora più felice",
Dio non toglie niente, anzi. Lui aggiunge il suo amore al nostro amore, accoglie il nostro amore per amare ancora di più le persone, il mondo.

«Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». Attenzione: 'portare la croce' non significa 'sopportare' le sofferenze e le difficoltà della vita. Non è un sopportare passivo, ma un 'prendere' attivo.
Perché la croce è il riassunto della vita di Gesù, quindi 'portare' la croce significa vivere una vita che assomigli a quella di Gesù, fare le sue scelte, preferire chi lui preferiva. Cioè vivere una vita come la sua, che sapeva amare come nessun altro.
Prendere la croce vuol dire prendere l'amore, perché se no non vivi, e prendere anche la parte di dolore che ogni amore porta con sé, perché se no non ami.
Perché Dio non ci salva dalla croce, ma nella croce, non protegge dal dolore ma nel dolore, non dalla tempesta ma nelle tempeste della vita.

Essere figli di Dio non vuol dire essere figli di una sottrazione, ma di un'addizione, di un qualcosa di molto di più. I credenti non sono uomini e donne diminuiti, ma sono uomini e donne che hanno più amore, più libertà, più consapevolezza. "Il cristiano è un essere umano finalmente promosso a uomo" diceva don Primo Mazzolari.
Il cristiano non è uno che crede di amare il cielo perché non ama nessuno sulla terra. È invece uno che ha scoperto che il vivere il Vangelo rende più belle le esperienze belle che facciamo sulla terra.


(Sap 9,13-18; Sal 89; Fm 1,9-10.12-17; Lc 14,25-33)


25 agosto 2022

Un Dio 'capovolto' - 28/8/2022 - XXII Domenica tempo ordinario

Il Banchetto Celeste
Catacomba di San Callisto - Roma


Questo brano del Vangelo è tutto un gioco di sguardi. Gli invitati osservano Gesù e Gesù osserva gli invitati. Ma sono sguardi molto diversi. Gli invitati osservano per cogliere in fallo. Gesù per trovare la strada per aprire i cuori all'amore di Dio («non sono venuto per condannare, ma per salvare» Gv 12,47).

Gesù nota che i farisei sono anche loro, dentro di sé, pieni di ambizione. Non si accorgono però che il loro zelo per Dio, a poco a poco, si è trasformato in ricerca della propria affermazione. E allora Gesù cerca di correggerli citando un brano del libro dei Proverbi che loro dovrebbero conoscere bene: «Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: "Sali quassù", piuttosto che essere umiliato davanti a uno più importante» (Prov 25,6-7).
Non dice questo per umiliarli né tanto meno per dettare un nuovo galateo, ma per ricordare, a loro come a noi, che l'ultimo posto non va scelto per umiltà o modestia, né tanto meno per 'farsi vedere'. Va scelto per amore: mi metto ultimo perché tu venga prima di me, tu abbia il meglio prima di me!

L'ultimo posto non è umiliante, è il posto di Dio. È il posto per chi vuole agire come Gesù, che è venuto per servire e non per essere servito. Gesù ci ricorda che il Dio che ci svela, è un Dio 'capovolto', che non se ne sta su nei cieli ad aspettare che noi arriviamo fino a Lui, ma che scende fin sotto i nostri piedi per poterci, da sotto, sollevare fino al suo Regno.

Gesù ci invita, come diceva don Tonino Bello, a "opporre ai segni del potere il potere dei segni". Il linguaggio dei gesti lo capiscono tutti, perché è una lingua che va da un cuore ad un altro cuore. E certi gesti ribaltano totalmente la nostra scala di valori, creano una vertigine, un'inversione di rotta nella nostra storia, aprono la strada per un nuovo modo di abitare la terra. Sono veramente la primizia del Regno.

Ecco perché quando accogli chi non viene accolto, chi viene calpestato, «sarai beato perché non hanno da ricambiarti». La vera gioia la trovi quando fai le cose non per interesse, ma per generosità.
L'uomo per star bene deve dare. È la legge della vita. Perché è anche legge di Dio.
È il segreto delle beatitudini: Dio regala gioia a chi produce amore.


(Sir 3,17-20.28-29; Sal 67; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14)


18 agosto 2022

Una porta fatta su misura per noi - 21/8/2022 - XXI Domenica tempo ordinario

Salita al Sinai - porta di S. Stefano
(foto A. Pronzato)


La porta è stretta non perché sia particolarmente piccola o angusta, ma perché è stata fatta proprio a nostra misura. Il Signore ha fatto per ognuno di noi una porta personalizzata, adatta a noi e a nessun altro.
Ci ha fatto una silhouette, una fotografia in contro luce, e sulla base di questa ha intagliato la nostra porta.
Solo che in quel momento eravamo nudi, senza niente addosso, eravamo solamente noi stessi.
È per questo che la porta è stretta, perché è giusta al decimo di millimetro, ma per passarci dobbiamo lasciare andare tutte le 'cose' che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita.

Dobbiamo lasciar andare le cose materiali, cioè le ricchezze e gli oggetti a cui ci siamo legati, ma anche i brandelli di potere e prestigio più o meno gradi che abbiamo raggiunto, tutte le maschere che abbiamo indossato per celare le nostre debolezze e le nostre paure, tutti i ruoli di cui ci siamo rivestiti per prevaricare e scavalcare gli altri.

«Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Dobbiamo lasciar andare anche tutti quelli che riteniamo i nostri meriti. Tutte le Messe, le preghiere, le pratiche religiose fatte solo per 'salvarci'. Dobbiamo aver imparato a passare dal praticare una religione al vivere una fede.
E infine dobbiamo abbandonare anche tutte le nostre 'buone azioni'.

Davanti a Dio ci si deve presentare a mani vuote. Vuote perché abbiamo donato tutto.
Perché solo se abbiamo le mani vuote Lui ce le può riempire di doni, solo a mani vuote possiamo rispondere al Suo abbraccio e abbracciarlo a nostra volta.
Perché Dio, e la salvezza, non si meritano, si accolgono.


(Is 66,18-21; Sal 116; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30)


11 agosto 2022

Il fuoco della vita - 14/8/2022 - XX Domenica tempo ordinario

Il roveto ardente
Nostra Signora di Aparecida - Brasile
(mosaico - Centro Aletti)



«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra»
Troppo spesso nel corso della storia i cristiani hanno interpretato queste parole come un invito a bruciare i nemici, i peccatori, coloro che non si conformavano al 'pensiero corrente'.
Invece il fuoco che è venuto a portare Gesù è il fuoco dell'amore, il fuoco della vita. "La vita xe fiama" diceva il poeta Biagio Marin. È il fuoco dello Spirito, quelle fiamme che la mattina di Pentecoste si sono posate sugli apostoli e che li hanno resi capaci di portare la Buona Novella in tutto il mondo. È il roveto ardente che lo Spirito accende lungo le strade della nostra vita.

«Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione»
Sembra che ci sia una contraddizione tra questa frase e il Gesù che chiede di amare i nemici (Mt 5,44), di benedire chi ci maledice (Lc 6,28), che ha pregato fino all'ultimo per l'unità, «perché siano una cosa sola» (Gv 17, 11), che ha dato il nome di diavolo, cioè 'divisore', al peggior nemico dell'uomo.
Tutta la vita pubblica di Gesù è stata un segno ci contraddizione, una pietra d'inciampo per i 'benpensanti'. Il suo messaggio, il suo Vangelo, è una sconvolgente liberazione. Liberazione per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per i bambini proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri, gli stranieri.
Dio non è neutrale, ma si mette sempre dalla parte dei più deboli. E Gesù fa di un bambino il modello di tutti, dei poveri i prìncipi del suo regno, dei derelitti e degli emarginati gli invitati al suo banchetto di nozze.
Gesù vuole risvegliare la nostra coscienza, rompere le nostre 'paci' fatte di sopraffazione degli altri, di cancellazione delle voci che non ci piacciono, di negazione delle parole che non ci fanno comodo.
Donarsi, perdonare, non attaccarsi al denaro o alle cose, non voler dominare ma servire, diventa divisione con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di chi riesce a mettere i piedi sulla testa degli altri.

In fondo è questo il fuoco che Gesù vorrebbe fosse acceso: il fuoco del Vangelo che ci fa voce di chi non ha voce, che ci fa lottare per la giustizia, che non ci fa restare passivi, arrendevoli di fronte all'ingiustizia, alla violenza, alla prevaricazione.


(Ger 38,4-6.8-10; Sal 39; Eb 12,1-4; Lc 12,49-53)


04 agosto 2022

Dio è contento di donarci il Regno - 7/8/2022 - XIX Domenica tempo ordinario

Angelo (particolare)
Santa Maria del Campo - Ljubljana-Polje (SLO)
(mosaico - Centro Aletti)



La prima parte del Vangelo di oggi (che purtroppo non viene letta se viene proclamata le versione breve) è quella che mi tocca di più.
Gesù, nel suo viaggio verso Gerusalemme, continua la catechesi rivolta soprattutto ai discepoli, ma anche alla folla.

«Non temere, piccolo gregge». In quattro parole Luca riesce a condensare tutta le tenerezza di Gesù, tutto l'amore di Dio per l'umanità.
Qui c'è tutta la maternità di Dio, tutte le sue viscere che fremono di compassione e d'amore per tutti i suoi figli, per tutti noi.
E questa tenerezza si premura subito di darci una bellissima notizia: Dio è contento di donarci il Regno. Non dobbiamo fare imprese eroiche, sacrifici indicibili, per avere il Regno di Dio, cioè Dio stesso. È Lui che ce lo dona, dobbiamo solo accogliere questo regalo.
E se noi accetteremo questo dono, se ne faremo il nostro tesoro, allora riusciremo a fare tanto bene. Perché il bene che facciamo non è il prezzo da pagare per avere il Regno, ma il segno che abbiamo accolto il dono del Regno.

«Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore»
Le cose non sono neutre, se noi mettiamo il nostro cuore nelle cose, un po' alla volta siamo noi che diventiamo 'cosa', che perdiamo la nostra umanità. Non siamo più persone ma oggetti, merce di scambio in mano ai potenti e ai violenti.
Ma se noi mettiamo il nostro cuore in Dio, allora diventiamo sempre più simili a Lui, sempre più capaci di operare come Lui, di amare come Lui. Sempre più persone libere, soprattutto dalle paure.

Ma Gesù ci invita anche ad un'attesa che deve essere vigilante, ma senza essere angosciata. Dio ci vuole attivi, ma sereni, mai agitati.
Si tratta di imparare ad attendere. Letteralmente, attendere vuol dire 'tendere verso', cioè essere proiettati verso una meta, verso un futuro. Dobbiamo essere tesi verso il futuro, ma allo stesso tempo essere testimoni della speranza. Il cristiano è uno rivolto al futuro, ma impegnato nel presente. "L'unica maniera per essere fedeli all'eternità è di essere attuali" scriveva un romanziere francese.
Non si tratta di scegliere tra cielo e terra. Si tratta di permettere che il cielo mandi la sua luce su questa terra. Le «lampade accese» (cioè la fede) che ci sono affidate dal Vangelo, non servono solo ad attendere il Signore, ma anche ad illuminare la 'casa' in cui ci troviamo. A farci vedere meglio, a illuminare le nostre scelte, rendere meno precaria la nostra strada.
Le lampade accese non servono ad illuminare la strada verso il cielo, ma a non smarrirci per i sentieri intricati di questa terra.


(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)