03 agosto 2023

Scoprire il vero volto - 6/8/2023 - Trasfigurazione del Signore




A volte capita che 'scopriamo' una persona. Una parola, un gesto, magari piccolo, ci fanno scoprire che quella persona che fino ad allora avevamo considerato poco o niente, in realtà è migliore di come pensavamo e soprattutto di come appariva.

Tutti noi siamo sempre pronti ad appiccicare addosso agli altri un'etichetta: 'quello è uno che vale poco'; 'a quello non si può chiedere niente'; 'con quello è meglio non aver a che fare' e così via. Solo che a poco a poco finiamo per non vedere più la persona ma vediamo solo l'etichetta.

Dimentichiamo un'esperienza che una volta, quando si usava la stufa a legna o il caminetto, era molto comune, ma adesso si può fare solo quelle volte che in campeggio si fa un falò: dopo che si è fatto un falò alla sera, la mattina dopo, rimestando tra la cenere, possiamo trovare delle piccole braci. E con queste possiamo, con l'aggiunta di nuova legna, fare di nuovo un fuoco.

In ognuno di noi, al di sotto della cenere e dei legni bruciacchiati, c'è una brace ardente custodita dallo Spirito Santo. La cenere è grigia e morta, ma la brace è viva e ardente. Ed è questa brace che è il nostro vero volto. È questa brace che dovremmo andare a cercare in ogni persona, ma anche in noi. È questa brace che Dio vuole svelare e alimentare in noi, e Gesù, con la sua Trasfigurazione, ci dice anche che ognuno di noi può, affidandosi all'amore infinito di Dio, scoprire sia il proprio vero volto che quello degli altri.

Ma anche noi spesso cadiamo nella stessa tentazione di Pietro: "facciamo tre capanne". Anche noi vorremmo 'eternizzare' all'infinito quell'istante che invece dovrebbe servire a metterci in cammino.
La fede è impastata di luce e di oscurità, di certezze e di dubbi, di consolazioni e di tormenti. Di pace e di asprezze.
Tutti abbiamo bisogno di salire sulla montagna per riprendere fiato, per riacquistare il nostro vero volto. Ma questo ha lo scopo di darci il coraggio di riguadagnare la pianura, di riaffrontare l'asfalto di ogni giorno.
Salire sulla montagna ci dona il nostro volto trasfigurato, ma questo volto diventa veramente nostro solo se lo offriamo agli altri.


(Dn 7,9-10.13-14; Sal 96; 2Pt 1,16-19; Mt 17,1-9)


27 luglio 2023

Tendere alla pienezza del tutto - 30/7/2023 - XVII Domenica Tempo Ordinario




Gesù cerca di spiegare la realtà, un po' misteriosa, del Regno di Dio. E lo fa attraverso le parabole, con una serie di immagini diverse tra loro: la seminagione, un pugno di lievito che fa fermentare una massa di farina, la scoperta di un tesoro nascosto, la ricerca di una perla preziosa, ecc ...
Di fatto nessuna di queste immagini corrisponde all'idea che noi abbiamo di un regno. Pensando ad un regno noi abbiamo in mente qualcosa di ordinato, di potente, di forte e ben organizzato. Qualcosa di fisso, di stabile. Che incute timore e rispetto.
Il Regno che ci presenta Gesù invece non è qualcosa da 'contemplare', qualcosa di già fatto e definito, messo li a nostra disposizione, soltanto da consumare.

Gesù ci presenta il Regno come una realtà dinamica, non statica. Una realtà che richiede che la cerchiamo, che camminiamo, che vuole che ci diamo da fare, scegliamo, decidiamo, ci impegniamo, sacrifichiamo anche qualcosa. Tutte cose di cui faremmo volentieri a meno.
Proprio le due parabole del tesoro nascosto in un campo e della perla di grande valore, mettono in evidenza alcune linee caratteristiche del Regno.

Il primo punto penso lo si possa individuare nel senso della scoperta. E la scoperta presuppone una ricerca, un'esplorazione, un'attenzione alla realtà che ci circonda.
La verità è offerta a tutti. Ma non ci viene messa a disposizione sotto il naso su di un piatto d'argento. Cercare costituisce la condizione essenziale per trovare. Bisogna avere il cuore e la mente aperti alla meraviglia, all'incontro inaspettato. Solo questo ci permette di 'scoprire' il grande tesoro nascosto.
Ed è una scoperta tutt'altro che marginale, si tratta di qualcosa di essenziale, che può cambiarmi la vita, determinare una svolta imprevista, dare un'impronta totalmente diversa alla mia esistenza.
È una conversione. È la scoperta di un tutto, capace di riempirmi la vita, non di un elemento accessorio, un nuovo ornamento da aggiungere agli altri.

Il secondo punto nasce proprio dalla scoperta, perché aver scoperto ci pone davanti una scelta precisa. E tanto è il valore della scoperta, tanto radicale deve essere la scelta.
Aver valutato di enorme valore il tesoro, la perla, ci porta ad una decisione precisa, ma che può essere, per certi aspetti, anche dolorosa, perché richiede dei sacrifici, delle rinunce, dei distacchi.
Se il Regno di Dio è tutto, a questo tutto occorre essere disposti a sacrificare ... tutto il resto.
La scoperta rappresenta l'occasione unica, la possibilità mai avuta prima e assolutamente da non lasciarsi scappare. Questo non significa disprezzare il resto, ma solo relativizzarlo, scoprirne i limiti e vedere che il suo valore è inferiore alla scoperta. È impossibile entrare nel Regno senza passare attraverso una fase di rottura, di rinuncia, di abbandono. Ma non è una rinuncia fine a sé stessa, è una rinuncia per un qualcosa di migliore e più grande. È una rinuncia per un possesso. Il cristiano non è uno che ha 'lasciato' che ha rinunciato. È uno che ha trovato.
Il cristiano non è uno che tende al sacrificio, alla rinuncia. È uno che tende alla gioia e alla pienezza di felicità. E perciò è disposto a pagarne il relativo prezzo.
E una volta che abbiamo acquistato la perla preziosa, il tesoro nascosto, l'amore di Dio ci restituirà ciò che abbiamo 'lasciato' per Lui dopo averlo trasformato da peso ad ali per volare tra le sue braccia.


(1Re 3,5.7-12; Sal 118; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52)




Tesori d'azzurro,
che ogni giorno, in volo ripetuto,
porto alla mia terra! Polvere dalla terra,
che ogni giorno porto al cielo!
Quanto ricche le mani della vita,
tutte piene di fiori di cielo!

Quanto pura ogni stella,
nel bruciar pene della vita!
E quanto ricco io, nel regalare a tutti
tutto quello che raccolgo
e cambio coi miei sogni!

Che gioia questo volo quotidiano,
questo libero servizio,
dalla terra ai cieli,
dai cieli alla terra!

(Juan Ramón Jiménez
premio Nobel per la letteratura 1956)


18 luglio 2023

Preservare ogni chicco di bene - 23/7/2023 - XVI Domenica Tempo Ordinario

 

è grano o è zizzania? (*)



"Se Dio esiste, da dove viene il male?" "Perché Dio permette il male?"
Domande vecchie come l'uomo, tentazioni che di fatto sono la riedizione di quelle del serpente ad Eva. E a cui, nel brano del Vangelo di oggi, Gesù cerca di dare una risposta.

Innanzi tutto dobbiamo ricordare che siamo noi il campo in cui Dio, soffiandoci il suo Spirito di vita (Gen 2, 7) ha sparso con abbondanza (ricordiamo il Vangelo di domenica scorsa) il suo buon seme. Ed è dentro di noi, dentro di me, che il nemico è riuscito a seminare la zizzania.
Il male non è un qualcosa che ci è estraneo. Il male è umano, dorme con noi, mangia alla nostra tavola, frequenta le nostre giornate, i nostri discorsi, i nostri problemi e le nostre gioie.
Dentro di noi il seme divino del bene cresce a stretto contatto con la zizzania del male. E quando queste piantine sono piccole è difficilissimo distinguerle. Il male, per prendere forza, spesso si traveste da bene, solo che è un bene minore, e a volte solo apparente.

Il mondo è un posto pericoloso non perché c'è chi fa il male, ma perché c'è chi, vedendo il male, non si decide a fare il bene. Non si può combattere il male non facendo nulla, ma neanche facendo il male, cioè rendendo 'pan per focaccia'. La nostra risposta di fronte al male è un po' come quella dei discepoli: "andiamo ad estirparla?", cioè 'partiamo alla guerra contro il male'.
Ma la risposta di Gesù ci spiazza, è un NO senza appello. Il fatto è che la nostra vista è difettosa, vediamo che c'è tanto male, ma quanto di ciò che noi reputiamo male lo è realmente?, quanto la nostra paura del male ci impedisce di vedere il bene?
"Se Dio esiste, da dove viene il male?" chiede l'uomo.
"Se Dio non esiste, da dove viene tutto questo bene?" chiede Gesù.

Il Dio seminatore azzarda molto, ma nel suo cuore la salvaguardia della più infinitesima parte di bene vale molto più dell'estirpazione totale del male. Sembra una forma pericolosa di pazzia, ma è l'Amore: nessuna forzatura alla libertà, ma solo un'infinita pazienza di attendere fino allo scadere del tempo. In quel tempo, poi, alla zizzania non verranno concesse proroghe: "Il male ha la sua ora, ma Dio ha il suo giorno" (Fulton John Sheen)


(Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13,1-23)

(*) quella nella foto è una spiga di zizzania

13 luglio 2023

L'importante è seminare - 16/7/2023 - XV Domenica Tempo Ordinario

Seminatore
Vincent van Gogh
(olio su tela - 1888)

 


È abbastanza normale, quando si ascolta questa parabola, passare subito alla spiegazione che viene data subito dopo e cercare di vedere quale tipo di terreno siamo noi e gli altri (dimenticando che ognuno di noi è un miscuglio di tutti i tipi di terreno). Ma non è di questo che parla Gesù, ciò che Cristo mette a fuoco, prima di tutto, è la figura del seminatore. Ed è a questa figura, ai suoi gesti, che dobbiamo prestare attenzione.

Come dicevo domenica scorsa, per Gesù non è un momento facile. Attorno a sé sente delusione e incertezza, anche nei suoi seguaci. Da una parte sembra che sia proprio Lui l'atteso, però i suoi comportamenti lasciano perplessi: non si impone, si circonda di persone che non contano, parla sempre di perdono, frequenta i peccatori, si mostra comprensivo verso coloro che andrebbero condannati duramente secondo la Legge. La sfera politica pare non interessarlo, parla di Regno, ma evita di affrontare la questione della dominazione romana.
Allora, come adesso, vorremmo un Dio che definisse esattamente le posizioni: da questa parte i giusti, da quell'altra i farabutti. Vorremmo, adesso come allora, che Dio eriga un muro invalicabile tra i buoni (chi la pensa come noi) e i cattivi (chi non la pensa come noi).

Gesù, con la parabola del seminatore (attenzione, non dice UN seminatore, ma IL seminatore, identificandosi quindi con questa figura), spiega il significato autentico della propria persona e della sua missione. Vuole dire: «sì, io sono il Messia, ma non nello stile che pensate voi. Non sono venuto a giudicare, ma a salvare. Non sono stato mandato a sistemare le cose, ma a iniziare qualcosa. Il mio compito non è quello di tirare le somme, ma di dare l'avvio. Il tempo che io inauguro non è il tempo del giudizio, ma della pazienza. La mia missione è sotto il segno della semina, non della mietitura».
È una parabola che riguarda il presente, ci dice che il Regno di Dio è già qui anche se nascosto, e viene in abbondanza nonostante gli apparenti insuccessi. Questa è la parabola del "lieto inizio". Non è importante sapere come andrà a finire la semina. È la semina che è importante, non il raccolto.

Cristo ci dice che il Regno è una semina, Lui è "uscito", cioè si è incarnato, proprio per questo. Seminare è il suo compito.
Questo ci invita a non badare alle apparenze. Il premio non è nel raccolto più o meno abbondante, il premio è nel seme, il risultato è già presente negli inizi. La 'messe' è già nei semi, la 'messe' è lo stesso gesto del seminare.

Un'altra osservazione. Il seminatore non sceglie il terreno, non decide qual è il terreno fertile e quello sfavorevole, quello da cui ci si può aspettare qualcosa, e quello per cui non vale la pena darsi da fare, quello dove buttare più semi, quello dove gettarne meno e quello dove cercare di evitare che cadano i semi. Il terreno rivela la sua qualità dopo la semina, non prima.
Dobbiamo spargere la Parola dovunque, dobbiamo imparare a 'sprecare' la semente. Non dimentichiamo che il seme, che è la Parola di Dio, ha anche il potere di trasformare il terreno, può sfaldare le rocce, aprirsi un varco sulla strada battuta fin alle profondità dell'essere umano. Non è detto che il seme si rassegni alle condizioni che trova.
La Parola è creatrice, anche del terreno. Basta lasciarla operare.
È la Parola che può trasformare il "cuore di pietra" in "cuore di carne".
La semente va veramente sprecata soltanto quando rimane nelle mani chiuse di un seminatore 'ragionevole', che non esce per non mettere in pericolo la Parola. E non s'accorge che bisogna, invece, mettere in pericolo il terreno.

Una volta la frase finale veniva tradotta «Chi ha orecchi, intenda». Bisogna "in-tendere", ossia tendere in direzione di Qualcuno. Essere affascinati da Lui. Rivolgersi a Lui con tutto il proprio essere.
Bisogna convertirsi ogni momento, cioè 'volgersi verso...', tendere verso Gesù, in modo da riuscire, alla fine, a capirlo.



Don Camillo spalancò le braccia:
- “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”
- “Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione tra gli uomini sarebbe fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”
- “No Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza la quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato […] Signore, se è questo che accadrà, cosa possiamo fare noi?”
Il Cristo sorrise:
- “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa fertile dal limo del fiume, il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pace, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede …”

Giovannino Guareschi, Don Camillo e i giovani d’oggi.


(Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23)


06 luglio 2023

Uno stupore quotidiano - 9/7/2023 - XIV Domenica Tempo Ordinario

... e sboccia lo stupore
(foto J.C.)



Se leggiamo i versetti che precedono in questo capitolo il brano di oggi, scopriremmo che Gesù è in un momento molto sfavorevole: il Battista è stato appena incarcerato e cresce l'ostilità della gerarchia contro di lui, tanto che le parole subito precedenti sono una serie di "Guai a te" rivolto alle città dove aveva compiuto i suoi prodigi e che non si erano convertite. Proprio in questo momentaccio Gesù se ne esce con un'esclamazione di gioioso stupore: «Ti rendo lode, Padre, perché queste cose le hai rivelate ai piccoli».

L'incontro con il Dio che fa nuove tutte le cose dovrebbe aprirci allo stupore. "Stupore di un amore" diceva fr. Roger. Dovremmo aprirci a trovare il meraviglioso in ciò che ci circonda, al di là delle preoccupazioni e delle batoste che la vita ci infligge. "Io continuo a stupirmi. È la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta" scriveva Albert Einstein. Oltre al pane quotidiano, nel Padre Nostro, dovremmo chiedere anche lo stupore quotidiano. Necessitiamo di almeno un boccone di meraviglia quotidiana.

Ma non una meraviglia qualunque, bensì la meraviglia dei piccoli, dei bambini. L'attrice Gracie Allen ha detto "quando sono nata ero così sorpresa che non ho parlato per un anno e mezzo". È questa la meraviglia di Gesù, la meraviglia di un bambino di fronte al mai visto, ad un dono inatteso, al volto di una persona cara.

Meraviglia che non viene dal nostro sapere o dalla nostra intelligenza, ma viene dal nostro cuore. Il nostro valore non è dato dalla misura della nostra sapienza o della nostra intelligenza, ma dalla grandezza del nostro cuore. Più il nostro cuore si aprirà a tutto ciò che ci circonda e avremo un atteggiamento di delicatezza, di rispetto verso ogni creatura che ci avvicina che sia mendicante, straniero, sconosciuto, più troveremo motivi perché lo stupore sia più forte del lamento.

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» Ecco un altro motivo di stupore: Gesù non viene con obblighi e divieti, ma offrendo un bicchiere di acqua fresca, un boccone di pane, un abbraccio e un sorriso. Gesù non è venuto a portare nuove norme o nuovi dogmi. È venuto a portare una promessa: il Regno di Dio è vicino ed è un regno di pace e di gioia. È un regno pieno della vita di Dio donata a noi. È invito ad entrare nell'abbraccio della Trinità.
Perché Dio non è un concetto, non è una regola o un sapere intellettuale: è cuore dolce e straboccante di vita.
Nel linguaggio biblico 'giogo' indica la legge. Gesù quindi vuol dire: prendete su di voi la mia legge, cioè l'amore.
Abbraccia in te l'amore: è un re che non ferirà mai il tuo cuore, ma che è instancabile nel partorire, curare, confortare, vivificare, dare ristoro.
L'amore non è uno fra i maestri, è il maestro di una vita che abbia dentro il gusto e la fragranza di Dio.



Per favore, non rubatemi
la mia serenità.

E la gioia che nessun tempio
ti contiene,
o nessuna chiesa
t'incatena:

Cristo sparpagliato
per tutta la terra,
Dio vestito di umanità:

Cristo sei nell'ultimo di tutti
come nel più vero tabernacolo:

Cristo dei pubblicani,
delle osterie dei postriboli,
il tuo nome è «colui
che-fiorisce-sotto-il-sole»
(David Maria Turoldo)


(Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30)


29 giugno 2023

L'infinito in un bicchiere d'acqua - 2/7/2023 - XIII Domenica Tempo Ordinario

Padre che perdona
Alessandra Cimatoribus - tecnica mista su carta
(da “Il Vangelo secondo Luca”, Edizioni Messaggero, PD)
(per gentile concessione dell'autrice)



Passo difficile quello di oggi. Sembra quasi che Gesù si metta in competizione con i nostri affetti più cari. Chi ha una certa età e ricorda ancora la vecchia e sciagurata traduzione del passo parallelo (Lc 14, 26) in cui Luca scrive che Gesù abbia chiesto di odiare il padre e la madre, la moglie e i figli, i fratelli e le sorelle, e addirittura la propria vita, sente più forte questa sensazione.

Per capire a fondo questo brano non dobbiamo dimenticare che, quando parla di amore, Dio non ci propone mai un 'aut-aut'. Dio ragiona sempre per addizione, vuole un 'et-et'.
«Dio è amore» (1Gv 4, 8) ci ricorda l'evangelista Giovanni, e quindi è Lui la sorgente dell'amore. Non c'è amore umano che non sia segno dell'amore divino. Ma Dio non vuole mettere in competizione l'amore umano con l'amore per Lui.
Lui vuole aggiungere il suo amore al nostro. Affidarci all'amore di Dio, imparare da Lui ad amare, amarlo al meglio delle nostre possibilità non vuol dire rinunciare agli affetti umani.
Vuol dire ricevere da Dio ancora più amore, aggiungere al nostro amore per "padre o madre, figlio o figlia ..." l'amore di Dio.

L'amore di Dio è come un fiume che scorre per il mondo. Lungo il suo corso, purificando, raccoglie le scorie del nostro egoismo. Noi 'sporchiamo' l'amore di Dio. Mettere Dio al primo posto vuol dire risalire alla fonte, andare alla sorgente pura e limpida. Attingere bicchieri d'acqua fresca da poter donare agli altri.
Perché in un semplice bicchiere d'acqua donato c'è tutto il Vangelo. Tutto l'infinito amore di Dio riesce a stare dentro un piccolo bicchiere d'acqua fresca.


(2Re 4,8-11.14-16; Sal 88; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42)


22 giugno 2023

Tu vali di più di - 25/6/2023 - XII Domenica Tempo Ordinario




«Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro»
Sembra quasi la traduzione evangelica del proverbio 'non muove foglia che Dio non voglia', quasi un volere dire che è Dio che fa cadere quei due passeri, crollare i ponti, franare le montagne, tracimare i fiumi. Sono in tanti, purtroppo anche nelle chiese, che la pensano così. Ma questo atteggiamento non è altro che uno scaricare su Dio le nostre colpe e le nostre omissioni.

In realtà questo passo dice esattamente il contrario, dice che non può succedere niente che abbia il potere di allontanare Dio dalle persone. Dio non vuole la Croce, ma si appiccica alla croce di chi è crocifisso, soffre con lui. Non vuole nemmeno il male, ma sta appiccicato a chi è vittima del male.
Ma la cosa strana è che Dio, con lo stesso amore con cui si attacca a chi subisce il male, si attacca a chi quel male lo compie. Non per condannarlo, ma per salvarlo, per aprire una breccia nel suo cuore e cercare di guarire la sua anima.
L'essere umano è capace di enormi atti d'amore, ma anche di tremende azioni malvagie, dei gesti più atroci.
Solo una cosa non potrà mai fare: costringere Dio a rinunciare all'amore per le sue creature, a farsene carico. Perché Lui è il Creatore di ogni essere umano, buono o cattivo che poi decida di essere.

Perché Dio ha grande stima degli uomini, di tutti gli esseri umani, anche di me: "Io, per Dio, valgo di più di". Più di quello che pensa di me la gente, mio padre, mia madre, il capoufficio, il mio vescovo, i miei amici. Più di quello che io stesso penso di me. Per Dio il mio nome è "Tu vali di più di". Nessun nome più bello è mai stato donato.
"Vero amico è colui che ti fa scoprire arcipelaghi immensi dentro di te" ha scritto qualcuno. E Dio ti fa un regalo bellissimo. Non ti regala ricchezze, ma ti fa scoprire le ricchezze che già possiedi dentro di te.
Dio mi ha dato il necessario per imparare a stare in piedi da solo. Non solo a me, ma a tutti. Dobbiamo fidarci della parola di Dio. Non credere fino in fondo a Dio, sottovalutarlo, porta a sottovalutarci.


(Ger 20,10-13; Sal 68; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33)


15 giugno 2023

Ministri della tenerezza di Dio - 18/6/2023 - XI Domenica Tempo Ordinario

Cristo invia i 12
(Miniatura - Monastero di Reichenauer)
circa 1010



Sono molti gli spunti di questo brano del Vangelo, ma vorrei metterne in evidenza alcuni.

«vedendo le folle, ne sentì compassione»
Matteo nel Vangelo usa l'espressione "avere compassione" cinque volte, e in questo passo la mette a motivo della missione data agli apostoli. La missione della Chiesa nasce dalla compassione di Dio per gli esseri umani, essere cristiani significa essere ministri della tenerezza di Dio.
Ma la compassione non è un vago sentimento, è un servizio da compiere. La compassione è amore che interviene nelle miserie, di qualunque tipo, dell'umanità.
E il primo passo verso la compassione è indicato da quel "vedendo le folle". Occorre 'vedere', cioè ascoltare, capire, interpretare le esigenze profonde, guardare negli occhi le persone "stanche e sfinite".

«come pecore che non hanno pastore»
Ma gli ebrei i 'pastori' li avevano: i sacerdoti, gli scribi, i farisei. Ma per Gesù questi pastori hanno fallito il loro compito. Sono pastori rigidi, senza misericordia.
Trascurare la misericordia vuol dire ignorare la volontà di Dio, e quindi essere dei cattivi pastori. Agli occhi di Gesù, avere dei pastori che non hanno capito il primato della bontà, il primato della persona sulla legge, è come essere un gregge senza pastori.
Quindi gli apostoli, cioè la Chiesa, devono distinguersi per una testimonianza di dolcezza.
Dolcezza in parole e in atti. Non dovrà essere una semplice proclamazione della Parola. Si devono anche produrre segni che il Regno è vicino, che la compassione di Dio è all'opera. E anche se i segni indicati da Gesù sono dei miracoli, non dobbiamo dimenticare che anche i segni più modesti, più ordinari, i gesti all'insegna dell'umanità e della solidarietà possono 'parlare' del Regno e rendere credibili le nostre parole.
Ciò che conta non è il segno straordinario, ma il segno autentico.

«I nomi dei dodici apostoli sono ...»
È un po' la foto ricordo della Chiesa.
La prima cosa che colpisce è la grossa diversità dei chiamati. Vicino ad un impiegato del fisco legato ai romani (Matteo) abbiamo un 'partigiano' (Simone il Cananeo) aderente al movimento degli Zeloti, che cercavano la liberazione della Palestina anche attraverso la lotta armata. In pratica un collaborazionista accanto ad un guerrigliero. Almeno uno, Pietro, era sposato. Ci sono le 'teste calde' di Giacomo e Giovanni. Insomma, un gruppetto molto eterogeneo.
In questo elenco spicca la notazione su Giuda Iscariota: «colui che poi lo tradì». È un particolare presente in tutti e quattro i Vangeli. Questo ci dice innanzi tutto che la Chiesa non dovrebbe avere la mentalità de 'i panni sporchi si lavano in famiglia', che in realtà si tramuta nel non lavarli ma semplicemente nasconderli e dimenticarsene.
Gli Apostoli non si vergognano della compagnia, non si sentono un 'undici + Giuda'. Loro sono dodici, e Giuda è uno di loro.
Questa fotografia ci ricorda innanzi tutto che la chiamata di Gesù, da un punto di vista umano, è totalmente immotivata. I motivi della chiamata non vanno cercati nelle qualità o nelle virtù degli apostoli, ma unicamente nell'amore gratuito di Dio.

Ma la presenza di Giuda ci ricorda ciò che potremmo essere anche noi. La parte di Giuda non è una parte assegnata in anticipo, ma è una possibilità: la possibilità di non rispondere all'amore. La presenza di quel nome mi ricorda che io posso essere fedele o infedele.
Il male non può essere sistemato in confini che separano gli uomini. Non è una linea netta che separa chi sta da una parte e chi dall'altra. È una linea che attraversa il cuore degli esseri umani, di tutti, anche del mio. Non esiste nessuno che sia totalmente da una parte o dall'altra.
Perciò non dovremmo cedere alla tentazione di cercare il Giuda fuori di noi. Preso da questa voglia, finisco per non accorgermi del Giuda che cresce silenziosamente dentro di me.
In fondo il peccato più grande non sta tanto nel tradire Gesù, Pietro l'ha tradito ben tre volte, quanto nel non credere nella misericordia di Dio.


(Es 19,2-6; Sal 99; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8)


08 giugno 2023

Sacramento dell'unità nella diversità - 11/6/2023 - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Corpus Domini
Taddeo Crivelli
Miniatura su pergamena, 1476
Museo di S. Petronio(Bologna)



Corpus Domini, festa dell'Eucarestia, festa della Comunione.
Fare la Comunione non vuol dire soltanto mangiare l'ostia, vuol dire anche essere innestati nella vita stessa di Dio, entrare in intima comunione con Lui.
Ma proprio per questo deve anche farci entrare in comunione con gli altri.

Ogni sacramento, prima di essere un fatto personale, è un fatto ecclesiale, comunitario. E la Comunione, il Sacramento che fa la Chiesa, lo è più di tutti gli altri. Attraverso l'Eucarestia scopriamo la nostra vocazione 'communionale', scopriamo che non si può vivere il cristianesimo in un'ottica individualistica.
Padre Jean-Marie Tillard O.P. faceva notare: "Vivere l'Eucarestia, comunicare allo stesso Pane, mentre nella vita quotidiana i nostri punti di vista ci mettono in opposizione tra di noi, non equivale necessariamente ad una menzogna che ci rende indegni del Sacro Banchetto. Al contrario, questo atto può anzi proclamare con una forza superiore alle nostre parole, quanto le nostre diversità e divergenze si radichino in una stessa comunione al Vangelo, nell'ottica di uno stesso progetto".
Dei cristiani non possono trasformare in non-amore le loro divergenze, ma attraverso l'Eucarestia devono riuscire ad amarsi nonostante le divergenze e i contrasti.

Perché in fondo l'Eucarestia è il sacramento dell'unità (e non dell'unanimità) e della differenza. La Comunione realizza l'unità esaltando le differenze. Il Pane che viene ricevuto non produce a tutti gli stessi effetti, non produce un cristiano standard (che non esiste), ma stimola, irrobustisce, favorisce le doti personali di ognuno.
La Comunione produce comunione tra le persone, ma sviluppando le caratteristiche peculiari di ognuna di queste persone.
Come diceva Yves Congar (con una frase che mi piace molto): "Se vuoi essere cattolico devi essere unito nella diversità e diverso nell'unità".

Ma non dobbiamo dimenticare che la parola 'Eucarestia' letteralmente significa 'riconoscenza, rendimento di grazie', "azione di grazie" dice il catechismo (CCC 1360).
Ogni cristiano dovrebbe ringraziare il Signore per il Suo amore, per i Suoi doni. Ogni comunità dovrebbe trovare spazi per aprirsi alla riconciliazione, cercare di benedire e lodare il Signore per la varietà di doni che le varie persone, con le loro differenze, fanno alla comunità e alla Chiesa.

Quando riceviamo l'ostia noi rispondiamo "Amen!". Però non dobbiamo dimenticare che quell'amen non è un semplice atto di fede, un proclamare che crediamo che quel pezzo di pane è realmente corpo di Cristo, che Gesù è realmente presente in quel pane. Ci dobbiamo ricordare che è anche un impegno, un assumersi la responsabilità di costruire il Corpo di Cristo nella comunione con tutti i fratelli.


(Dt 8,2-3.14-16; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58)


01 giugno 2023

Moltiplicare per con-dividere - 4/6/2023 - Santissima Trinità

Icona della Trinità
Andrej Rublëv (tempera su legno - 1420-1430 circa)
galleria Tret'jakov (Mosca)



Dio ha creato il mondo con le parole, ma l'uomo lo ha creato con le sue mani. Nonostante questo, per Dio l'uomo è la sua poesia più bella: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito [...] perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Quel "tanto" indica non una quantità indeterminata, ma una totalità. È la misura di chi è disposto ad affogare per salvare chi sta affogando. È la misura di Dio, che è amore senza misura.
Cristo per la nostra salvezza si spinge fino in fondo, vuole raggiungere l'uomo in difficoltà ovunque esso sia. Non gli interessa la propria salvezza, gli interessa l'uomo. Gli interessa essergli vicino, essere assieme a lui, salvarsi insieme. Perché, come dice la scrittrice Sarah Rees Brennan, "forse questa è l'unica cosa che abbiamo imparato a conoscere dell'amore. L'amore è quando si salva qualcuno, non importa a che prezzo".
Anche Dio non si lancia al salvataggio da solo, Lui va in tre. Per la nostra salvezza si mette al lavoro tutta la Santissima Trinità: c'è il Padre che lancia l'azione di salvataggio, c'è il Figlio che si cala fisicamente sulla terra a soccorrerci. E tutti e due si muovono per amore reciproco, cioè lo Spirito Santo. Sono tre ma sembrano uno solo, SONO uno solo.
Il mistero della fede cristiana: 1+1+1=1. Per la nostra matematica una cosa inconcepibile.
Ma Dio è amore, è relazione. E la relazione è essere uno per l'altro, non uno accanto all'altro, ma uno a favore dell'altro. Quindi, forse, a Dio non piacciono le addizioni. Forse Lui preferisce le moltiplicazioni. Difatti 1x1x1=1. Moltiplicare per poi con-dividere.
Ogni giorno Dio moltiplica il suo amore per poi condividerlo con noi.

E anche se, come dice Mosè nella prima lettura, siamo «un popolo di dura cervice», cioè siamo dei zucconi, abbiamo una testa dura che non capisce un tubo, per Dio siamo cosa molto preziosa, Lui ci ha fatto con estremo amore, siamo fatti "a sua immagine, secondo la sua somiglianza" (cfr. Gen 1, 26). Non siamo creature qualsiasi, siamo il riflesso di Dio. Anche se peccatori, non siamo da scartare, da buttare via. Difatti anche nel momento in cui ci allontana dal giardino dell'Eden, Dio si prende cura di noi, con le sue mani ci fa delle tuniche di pelle e ci riveste (cfr. Gen 3, 21).
In qualsiasi abisso ci siamo infognati, la Trinità è disposta a partire al soccorso. Al più debole SOS scatta l'operazione salvataggio, senza nessuna paura e senza nessun dubbio. Solo con la gioia di aver salvato la persona amata.

Una sola nube può offuscare questa gioia: come salvare chi non vuole essere salvato?


(Es 34,4b-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18)