04 gennaio 2024

Dio si nasconde in mezzo ai peccatori - 7/1/2024 - Battesimo del Signore

Battesimo di Cristo
Mosaico della cupola del
Battistero degli ariani - Ravenna



Marco, nel suo Vangelo (che è anche il più antico dei quattro), non parla della nascita di Gesù, ma inizia il suo racconto con la nascita della sua missione. Sembra quasi che abbia fretta di descrivere lo svolgersi dell'Annuncio che dona gioia (è questo il significato della parola 'Vangelo'). Difatti in questo passo troviamo il primo «subito» della lunga serie che scandisce questo Vangelo, e che qui sottolinea l'urgenza della missione del Cristo.

Gesù si mette in file con i peccatori. Lui è solidale col suo popolo incamminato sulla strada della conversione. Non si presenta 'separato' dagli altri, ma mescolato, nascosto nella schiera dei peccatori.

Ma sono tre i punti principali di questo brano:
   - i cieli "squarciati"
   - la discesa dello Spirito
   - la voce

I "cieli chiusi" nell'Antico Testamento indicano il muro di separazione tra Dio e l'uomo in conseguenza del peccato. Ma adesso Dio esaudisce la preghiera del profeta Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63, 19). I cieli squarciati proclamano che è finito il tempo dell'inimicizia tra gli uomini e Dio, che è crollato il muro di separazione. Che inizia anche a frantumarsi il potere del male.
Ma se si è dissolto il muro di separazione, significa che adesso è la terra che diventa la casa di Dio. Adesso è offerta a tutti la possibilità di vedere il Figlio di Dio che cammina sulle nostre strade.
Se si squarciano i cieli, è per indicare che adesso dobbiamo puntare con maggiore attenzione gli occhi sulla terra. Dal momento che Qualcuno è disceso in mezzo a noi, si tratta di guardarci attorno, e non in alto: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (At 1, 11)

Lo Spirito Santo che discende sotto forma di colomba ricorda lo Spirito che all'inizio della creazione aleggiava sulle acque primitive per fecondare il caos e mettervi ordine. Lo Spirito che era presente all'inizio della creazione, è presente anche ora ad indicare l'inizio della nuova creazione. Col Battesimo di Gesù "inizia una storia, la storia del mondo nuovo" (Franz Jehan Leenhardt).
E il posarsi dello Spirito su Gesù indica un riconoscimento da parte di Dio, un'investitura ufficiale.

I cieli che si aprono e lo Spirito che scende indicano che è anche finito il tempo del silenzio. E difatti si sente una voce. È Dio che prende la parola, che indica suo Figlio. Ma è anche la Parola di Dio che si fa carne, che si fa presenza viva in mezzo a noi.

Il Vangelo di Marco si apre e si chiude con la stessa affermazione dell'identità di Gesù. Qui è Dio che lo indica come suo Figlio. E alla fine del Vangelo sarà la voce del centurione a risuonare: «Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15.39)
All'inizio e alla fine una voce. La prima scende dall'alto, la seconda sale dal basso. L'affermazione del Padre viene confermata dal riconoscimento finale di un pagano. Alla dichiarazione di Dio corrisponde la dichiarazione dell'uomo.
La fede è proprio questo punto d'incontro tra un suggerimento che viene dall'alto (e non "dalla carne e dal sangue") e una risposta che nasce dalla profondità della nostra esperienza personale.
Riconoscere che Gesù è il Figlio di Dio, in fondo non è altro che dare ragione al Padre.



I nuovi tempi sono già iniziati,
i tempi nuovi che il mondo attendeva
fin dall'origine, gli ultimi tempi:
e fu la voce dal cielo a bandirli.

«Questi è il mio Figlio, l’amato da sempre,
nel quale ho posto la mia compiacenza»:
così è spuntata l’aurora del mondo
e fu l’inizio di nuova creazione.

Ma tu sei venuto a battezzarci
in Spirito santo e fuoco:
non vale l’acqua soltanto
ma l’acqua e il sangue
che sgorga dal tuo costato, Signore:
così sia il nostro battesimo
affinché i cieli si aprano anche su di noi.
Amen.

E cielo e fiume insieme si aprirono:
è il nuovo esodo e il patto per sempre!
Come colomba lo Spirito scese
e fu la quiete seguita al silenzio.

David Maria Turoldo




Letture:
Isaia 55,1-11
Da Isaia 12
Prima Giovanni 5,1-9
Marco 1,7-11


28 dicembre 2023

Dio si rivela solo ai bambini - 31/12/2023 - Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

San Giuseppe balia asciutta
Libro d'Ore composto a Besançon (1450 ca.)
Fitzwilliam Museum - Cambridge (UK)



Penso che il punto culminante del Vangelo di oggi sia quello della 'rivelazione' dell'identità del Bambino all'interno del Tempio, cioè del riconoscimento e dell'omaggio messianico da parte di due anziani: Simeone ed Anna. Questo momento è una specie di cerniera tra l'Antico e il Nuovo Testamento.
La legge ha spinto Giuseppe e Maria a Gerusalemme, lo Spirito Santo muove Simeone ed Anna ad andare al Tempio. L'incontro avviene nel cuore stesso della religione ebraica.

Il 'Nunc dimittis' è un grandioso respiro profetico che tratteggia la futura missione di Gesù in chiave universalistica, è uno spostare l'orizzonte oltre i confini di Israele. Simeone ha «visto la tua [di Dio] salvezza», ma questa salvezza, anche se viene da Israele, non è esclusiva del popolo ebraico, ma è per «tutti i popoli».
La luce folgorante percepita da Simeone, e scaturita dal contesto ordinario di tre umili persone, è destinata ad «illuminare le genti», tutte le genti.

Alla profezia di Simeone si lega quella di Anna. Anche lei indica il Messia. E anche lei viene presentata come un testimone autorevole, nonostante sia una donna, che per l'uso del tempo non poteva dare testimonianza valida. Dopo la profezia cupa di Simeone riguardo alla Madonna (l'immagine della spada) il personaggio di Anna "viene come un sorriso" (Alessandro Pronzato).

Ma un altro tema emerge dalla presentazione di Gesù al tempio: quello della giovinezza. Certo c'è implicato un Bambino, Ma Simeone e Anna, benché dal punto di vista anagrafico siano vecchi, in realtà sono giovani. O meglio, sono riusciti a rimanere giovani.
La loro vita è stata cucita dal filo dell'attesa. Più che accumulare esperienze e delusioni, loro hanno accumulato speranza. Hanno avuto il coraggio dei propri sogni, sono rimasti 'creature di desiderio'. Non si sono lasciati piallare dall'abitudine. Gli anni non hanno inaridito il loro cuore.
Nemmeno la rigidità dell'istituzione e le numerose leggi della Torah, sono riuscite a spegnere la luce del presentimento.
Inseriti nelle rigida struttura del Tempio, i loro occhi sono rimasti puntati verso il futuro.

Così nel Tempio, un bambino di nome Gesù è stato preso in braccio da un fanciullo di nome Simeone e da una ragazzina di nome Anna. La Madre stessa era una fanciulla.
Tutta la scena si svolge in un clima di giovinezza, di stupore, anche se siamo nell'ambiente austero e 'antico' del Tempio. Dio si rivela solo ai bambini, il Regno che si è appena inaugurato è riservato a loro.

Nelle fissità del Tempio, un gruppetto di persone ha rinunciato alle cose vecchie e si è dimostrata disponibile ai 'tempi nuovi'. Non si è accontentato del 'già visto', ma si è aperto al 'nuovo'. Si sono resi disponibili al progetto di un Dio che è sempre nuovo e che fa nuove tutte le cose.




Letture:
Genesi 15,1-6; 21,1-3
Salmo 104
Ebrei 11,8.11-12.17-19
Luca 2,22-40


21 dicembre 2023

Diventa la casa di Dio! - 24/12/2023 - IV domenica di Avvento




Nella prima lettura sentiamo che il re Davide è preoccupato perché, mentre lui ha una casa per ripararlo dal freddo e dal maltempo, l'Arca dell'Alleanza, cioè Dio stesso, è costretto in una tenda, è senza una dimora adeguata. E invece Dio gli risponde, per mezzo del profeta Natan, che sarà Lui, Dio, a costruire una casa per la discendenza di Davide e per tutto il popolo d'Israele.
Dio dice che la casa che fisserà come dimora universale per tutti gli uomini sarà Lui stesso nel suo Verbo, che verrà a dimorare fra gli uomini per essere la loro stessa dimora, luogo d'incontro. E tutto questo si realizza nell'estrema umiltà, nella semplicità, in quella piccolezza in genere rigettata dagli uomini, ma che invece è esaltante per il Creatore del mondo.

Dio, per costruire questa sua casa in mezzo a noi, ha fatto le cose con calma, senza clamori ed effetti speciali. Il Vangelo di oggi ci ricorda che Gesù ci ha messo anche lui, come tutti noi, nove mesi per venire al mondo. Gesù non era un bambino speciale, e alla sua nascita non c'è stato nulla di spettacolare, anzi, la nascita del figlio di Dio è posta sotto il segno del rifiuto degli uomini. Gesù non ha bruciato le tappe, non ha fatto salti mortali, è semplicemente cresciuto, poco a poco come ognuno di noi. Ogni nascita è qualcosa di lento, che chiede tempo, pazienza, rispetto; se un seme diventa subito albero, vuol dire che c'è qualche forzatura. Gesù è cresciuto nella fatica, come tutti, nessun privilegio, nessuna scorciatoia. Non è "nato imparato", ma come tutti noi ha dovuto imparare tutto, a parlare, a camminare, a mangiare, a leggere e scrivere, insomma, ha dovuto anche lui imparare a vivere.

Il Vangelo di oggi ci dice che Dio è venuto tra di noi per mezzo di una giovane ragazza sconosciuta, senza meriti particolari; in una ragione, la Galilea, molto periferica e con una brutta fama; in una "città" (che in realtà contava solo circa un centinaio di abitanti) chiamata Nazareth mai prima nominata nella Bibbia; in una casa qualunque, ma che viene visitata da Dio.
Dio è un visitatore. E se noi vogliamo incontrarlo dobbiamo farlo qui, in questa nostra vita quotidiana, perché per rendersi presente, per raggiungere l'intera umanità, Lui ha scelto la comunissima e banalissima quotidianità di Nazareth.

Ma Dio per nascere ha bisogno degli uomini, ha bisogno di una donna e del suo grembo! Una donna, Maria, ha messo a disposizione sé stessa. La grandezza dell'uomo sta in questo: mettere a disposizione sé stesso! È bellissimo quello che chiede il vangelo: non accontentarti di costruire a Dio una chiesa, invece diventa tu la sua casa, come ha fatto la Vergine Maria! Diventa la casa di Dio!
Dio non si vede, ed è vero! Ebbene, anche duemila anni fa non si vedeva, quando una donna lo portava in grembo. È necessario tornare al tempo della gravidanza di Dio; anche questo è il tempo di un Dio che non si vede, il tempo di un Dio nascosto nella vita degli uomini e delle donne di oggi.

Il Vangelo di oggi ci ricorda che non siamo noi ad allestire il presepe per accogliere il Signore, ma è il Signore che crea un solo presepe per accogliere ciascuno di noi.
Quella dei nostri presepi non è un'immagine sentimentale, una semplificazione del vangelo. Al contrario, ne esprime l'essenza. Il Signore stabilisce la sua dimora nella nostra casa. Vive con noi. La nostra storia e la sua storia sono una sola cosa. Stabilisce con noi un'alleanza, una amicizia eterna. Il nostro destino è per sempre legato al suo.



Che il Natale che viene possa essere la riscoperta della sorpresa di Dio, che possa aprire il nostro cuore alla meraviglia. Quella meraviglia che ci porta ad incontrare Dio nelle piccole cose della vita, che ci porta a gioire perché anche oggi è sorto il sole, a gioire perché anche oggi una persona ci ha sorriso o è stata gentile con noi, a gioire perché anche oggi possiamo donare qualcosa agli altri. E allora dal nostro cuore sgorga un "Grazie Signore, grazie di tutto!"




Letture:
2 Samuele 7,1-5.8-12.14.16
Salmo 88
Romani 16,25-27
Luca 1,26-38


14 dicembre 2023

Essere solo una voce - 17/12/2023 - III domenica di Avvento (Gaudete)




Anche questa domenica il protagonista del Vangelo è Giovanni il Battista, «uomo mandato da Dio» con il compito di "dare testimonianza alla luce".

Bellissima la definizione egli che dà di sé stesso: si definisce come "voce", semplicemente una voce.
Siamo circondati da voci. Dappertutto ci sono voci che gridano, e per non sentirle ci mettiamo gli auricolari nelle orecchie in modo da sentire solo le voci del nostro smartphone.
Sono voci che ci impongono di acquistare quel prodotto, di non lasciarsi sfuggire quell'occasione, di mettersi in marcia contro qualcuno o qualcosa, di indignarsi, firmare, ecc. ecc. Rimbombano le voci del guadagno, del successo, dell'odio, della violenza, del piacere, della furbizia, e chi più ne ha più ne metta.

La voce di Giovanni invece è unica, insolita: "Preparate la via del Signore". Un invito molto gentile per farci notare che le nostre strade più battute ci fanno mancare l'incontro più decisivo. Ci avverte che il Signore arriva da un'altra parte, che sulla strada dell'avidità, dell'egoismo, della prepotenza è molto difficile, se non impossibile, incontrare Dio.
Ma questa 'voce' a volte viene affidata anche a noi. E non importa se dobbiamo farla risuonare nei deserti dell'indifferenza, dell'ostilità, del sarcasmo. Non tocca a noi valutare se il nostro grido viene accolto, se porta frutto, se qualcosa inizia a cambiare. Gli uomini e le donne possono continuare ad ascoltare le voci delle vanità, delle mode, ma è importante che qualcuno avverta che la via da preparare è un'altra.

Ma Giovanni, oltre che definirsi come «voce», chiarisce ogni dubbio sulla sua persona. Lui non è il Cristo, ma neanche uno dei grandi profeti del passato. Lui indica "Colui che viene" (tempo presente, non in un futuro più o meno vicino). Non vuole assolutamente accentrare l'attenzione su di sé, anzi: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3, 30).
Anche in questo ci è maestro. Anche noi dobbiamo imparare a dare spazio all'Altro, a dare spazio alla libertà degli altri. A volte (penso ai genitori, agli educatori, a tutti quelli che hanno una qualche responsabilità su altre persone) il nostro compito è di favorire l'incontro, prepararlo. Ma quando avviene dobbiamo discretamente farci da parte. Dobbiamo resistere alla tentazione di fare le veci dell'Altro, di imporre i nostri schemi, i nostri gusti, le nostre idee su come debba avvenire l'incontro, le nostre tempistiche su quando debba succedere.
Il vero testimone deve unire un grande coraggio (e ce ne vuole per gridare la verità) ad una straordinaria modestia, una spiccata capacità di 'cancellarsi'.
L'incontro va preparato, atteso, sofferto, pregato, desiderato intensamente. Ma bisogna essere disposti anche a pagarne il prezzo forse più difficile: nel momento un cui finalmente avviene, andarsene in punta di piedi, non importunare, non aspettarsi un cenno di saluto o un invito alla festa.
Dobbiamo imparare dal Precursore una cosa importantissima: a dire "Non sono io".




Raccontino a guisa di haiku

Un filosofo e un teologo
passeggiavano disputando
filosofemi e sillogismi;
una pratolina udì,
e umilmente offri all'ape la sua corolla

(il titolo è mio. Il testo non so di chi sia)



Colsi il sorriso
di una violetta solitaria.
A chi sorridi piccolo fiore?
A Dio che m'ama
e a te che mi contempli.

Margherita Pavesi Mazzoni




Letture:
Isaia 61,1-2.10-11
Luca 1
prima Tessalonicési 5,16-24
Giovanni 1,6-8.19-28


07 dicembre 2023

Nella piccolezza c'è una potenza infinita - 10/12/2023 - II domenica di Avvento




Una cosa che mi colpisce molto nelle letture di oggi è lo spostamento dei 'due punti' che avviene tra la prima lettura e il Vangelo, tra l'Antico Testamento e il Nuovo. Nella prima lettura il profeta Isaia scrive «Una voce grida: "Nel deserto preparate la via al Signore, ..."», mentre nel Vangelo, Marco scrive: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore».
Isaia dice a chi abita in Gerusalemme di andare nel deserto per preparare la strada al Signore che verrà per consolare il popolo, per "portare gli agnellini sul petto e condurre dolcemente le pecore madri" (Is 40, 11). Il Battista invece, dal deserto, invita tutti alla conversione per accogliere il perdono.

Dobbiamo tener presente che qui il deserto è si un luogo determinato, ma è soprattutto un simbolo. Il deserto, per il popolo ebraico, è il luogo della vicinanza, dell'intimità con Dio. È nel deserto che Yahweh ha parlato al suo popolo, nel deserto si sono celebrate le nozze tra Dio e il popolo eletto. È quindi naturale che il tempo della salvezza venga inaugurato ancora nel deserto.

Ma in special modo è nel deserto che il Signore aveva spinto Elia per confermare e rafforzare la sua vocazione (1 Re 19,1-18). Tutto questo, unito alla descrizione dello stile e delle vesti, fanno del Battista un chiaro riferimento al profeta Elia. Il profeta Elia che secondo la tradizione ebraica doveva ritornare sulla terra subito prima del Messia, è proprio Giovanni il Battista.

E Giovanni, come i veri profeti, si preoccupa di precisare che il "più forte" non è lui, ma qualcuno che viene dopo. Giovanni, come i veri profeti, crea un'attesa, invita all'attenzione sul personaggio più grande. Non concentra l'attenzione su di sé, rimanda ad un Altro.

Strano percorso quello di Giovanni: per raggiungere gli ascoltatori, fugge dalla città. Non cerca un pubblico, ma si fa cercare. E anche Gesù, prima di iniziare la sua vita pubblica, si ritirerà ne deserto. Un antico Padre del deserto ricordava che "dal momento che avrai imparato a fare a meno degli uomini, gli uomini si accorgeranno che non possono più fare ameno di te". Nel silenzio del deserto le parole e i pensieri vengono ripuliti dall'abitudine e ritrovano la loro forza e il loro splendore originari. Nel silenzio del deserto l'annuncio trova la strada per arrivare al cuore degli uomini. Nel deserto scopri la tua piccolezza, ma scopri anche che nell'estrema piccolezza, se ti lasci prendere per mano dal Signore, c'è una potenza infinita: «quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10) ci ricorda l'apostolo Paolo.
La miseria ammessa, non sarà impedimento, ma può trasformarsi in trasparenza.
La piccolezza riconosciuta, può diventare manifestazione della grandezza.

Come cristiani, e come Chiesa, solo se ci facciamo piccoli, se non annunciamo noi stessi, se ci facciamo da parte per far passare un Altro, diventiamo credibili e suscitiamo interesse.




Letture:
Isaia 40,1-5.9-11
Salmo 84
seconda lettera di san Pietro 3,8-14
Marco 1,1-8


30 novembre 2023

Far nascere "nostalgia di futuro" - 3/12/2023 - I domenica di Avvento




Inizia oggi il tempo dell'Avvento, il tempo dell'attesa. Attesa di ciò che deve venire, di ciò che viene. Difatti il Vangelo di oggi è un continuo ripetere questi due atteggiamenti: fare attenzione e vegliare.

'Fare attenzione' vuol dire 'tendere verso' qualcosa o qualcuno. È la coscienza che il segreto della nostra vita è al di là di noi. Tutti sappiamo cosa vuol dire fare una cosa pensando ad un'altra, incontrare in modo superficiale le persone.
Gesù ci invita all'attenzione, a guardare l'altro negli occhi, a farlo entrare nel nostro sguardo e nel nostro cuore. A rompere i muri di indifferenza (quando non di ostilità), ad ascoltare quello che ci dice, anche oltre le parole.

'Vegliare' perché c'è un futuro, perché non si esaurisce tutto qui, abbiamo una meta da raggiungere, uno sguardo che vede lontano, oltre il nostro tempo, oltre la nostra persona.
Il vegliare di cui ci parla Gesù è il vegliare di chi nella notte scruta il cielo per vedere le prime luci dell'alba, è il vegliare della madre che passa la notte al letto del figlio malato, è il vegliare della sposa che vede il sole iniziare il giorno del suo matrimonio.
È il vegliare di chi porta le persone nel proprio cuore, che si appassiona alla loro vita, alla loro storia, che si fa portatore di futuro nella loro esistenza.
È vegliare su tutto ciò che germoglia, sui primi raggi di luce, sui primi passi di pace.

"Le cose più importanti non vanno cercate, vanno attese" scriveva Simone Weil, e cosa c'è di più importante di Dio?
Dio non si merita, si accoglie; non si conquista, si attende.
E attenzione e veglia hanno proprio lo scopo di prepararci all'incontro con Colui che viene e che verrà. Colui che viene ad incontrarci ogni momento, che verrà ad incontrarci per l'eternità.
Hanno lo scopo far nascere il desiderio di un incontro, di far sorgere "nostalgia di futuro".




Letture:
Isaia 63,16-17.19; 64,2-7
Salmo 79
prima Corinzi 1,3-9
Marco 13,33-37


23 novembre 2023

Una sola cosa conta: l'Amore! - 26/11/2023 - XXXIV domenica del Tempo ordinario - Cristo Re dell'Universo

Majestas Domini - Cristo in gloria
Altare del duca Ratchis (particolare - 734-744)
Cividale del Friuli



Uno dei sogni di ogni studente è quello di riuscire a sapere in anticipo il testo del compito in classe o le domande che gli verranno fatte all'interrogazione. E Gesù, che come uomo conosce bene questo nostro sogno, come Dio ci dice quali saranno le domande che ci farà nell'esame più grande della storia, quello che chiamiamo il Giudizio Universale.

Non saranno domande difficili, non ci chiederà di parlare di teologia tomista, o se ci ricordiamo quali sono i vizi capitali o le virtù teologali. Non ci chiederà se abbiamo letto le varie encicliche papali o la Bibbia.
Saranno domande elementari, col sapore della vita quotidiana, degli avvenimenti spiccioli di ogni giorno. Si parlerà di mangiare, di bere, di vestiti, di sorrisi e di carezze.
Perché in fondo non sarà un esame irto di domande, ma sarà una chiacchierata tra te e il Signore in cui ci farà rileggere la nostra storia, con le luci e le ombre, con la spiegazione degli episodi incompresi, delle cose di cui non abbiamo capito il senso, afferrato il contesto.
Perché per Dio una sola cosa conta: l'amore! E l'amore è una cosa enorme, ma fatta da milioni e milioni di piccole cose, quelle che non hanno nessuna pretesa, che nessuno nota, neanche tu mentre le facevi. Ma in quel momento, sotto la luce del Signore, risplenderanno di una luce immensa.

"Ho paura che Dio mi mandi all'inferno" dice qualcuno, senza rendersi conto che in fondo questa è un'eresia. Dio non vuole mandare nessuno all'inferno, basta leggere il Vangelo di oggi! Cos'altro poteva fare per salvarci?
A Dio interessa solo il bene: quello compiuto è il Paradiso, la vicinanza a Lui, quello non compiuto pur essendo nelle nostre possibilità è l'inferno, cioè la lontananza da Dio. Dio non manda all'inferno, al massimo sono io che decido di andarci. Perché peggio di un'assenza, c'è una presenza distratta, fatta di un corpo che c'è ma di una mente che è altrove. In un bicchiere d'acqua dato o non dato, in una carezza data o non data, in un sorriso fatto o non fatto c'è nascosta la strada per il Paradiso o l'Inferno.
La scelta tocca a me.



«Questa carota è mia!»
(storiella orientale)

Una vecchia signora morì e fu condotta dagli angeli davanti al trono del Giudizio.
Nell'esaminare i registri, il Giudice non riuscì a trovare neppure un gesto di carità da lei compiuto, a eccezione di una volta che ella aveva regalato una carota a un mendicante affamato.
Tuttavia la potenza di un singolo atto d'amore è tale che fu decretato che sarebbe andata in paradiso proprio in forza di quella carota.
L'ortaggio fu portato in tribunale e consegnato alla donna.
Nell'istante in cui ella lo prese in mano, cominciò a salire come se fosse trainato da un filo invisibile e sollevò con sé la donna verso il cielo.

Comparve un povero, il quale si afferrò all'orlo del suo vestito e fu sollevato in alto con lei; una terza persona si attaccò al piede del mendicante e salì anche lei. Presto si formò una lunga coda di persone che salivano verso il paradiso attaccate alla carota e, per quanto sembri strano, la donna non sentiva il peso di tutta quella gente, anzi, poiché guardava verso l'alto, non la vide neppure.
Salirono sempre più in alto finché giunsero quasi al cancello del paradiso e in quel momento la donna si voltò per dare un ultimo sguardo alla terra e vide dietro di sé quella lunga fila di persone.
Ne fu assai irritata!
Fece con la mano un gesto imperioso e gridò: «Via! Andatevene via! La carota è mia!»
Nel fare quel gesto lasciò andare per un attimo la carota e precipitò giù con tutto il suo seguito.

Non è Dio che ci manda all'inferno
siamo noi che scegliamo di andarci




Letture:
Ezechiele 34,11-12.15-17;
Salmo 22;
prima Corinzi 15,20-26.28;
Matteo 25,31-46


16 novembre 2023

Se sono doni ... donali - 19/11/2023 - XXXIII Domenica Tempo Ordinario

Parabola dei talenti
(icona)


La pagina di Vangelo della scorsa domenica sottolineava la dimensione di 'vigilanza' nella vita del credente. Vigilanza che si concretizza nell'attesa e che proietta il cristiano nel futuro, senza per questo fargli perdere i contatti col tempo presente. Si tratta di avere i piedi ben piantati nel presente, ma con lo sguardo al futuro. Insomma, si tratta di un'attesa attiva, che obbliga l'uomo a prendere decisioni, fare delle scelte.
La parabola dei talenti sviluppa lo stesso discorso chiarendo il contenuto dell'attesa e specificando il dovere del credente che consiste, essenzialmente, nel 'darsi da fare'. Stavolta si tratta di una parabola facile, ma che necessita di alcune precisazioni.

Primo punto: cosa sono questi talenti. Gli studiosi ci informano che il talento era una specie di grosso lingotto d'argento, del peso di circa trenta chilogrammi. Quindi, quello che ne ha ricevuto cinque, si è visto affibbiare un carico di oltre cento cinquanta chili! Inoltre un talento era l'equivalente di circa 20 anni di uno stipendio medio del tempo. Quindi ciò che il padrone dà, è qualcosa di enorme, sia come valore che come peso.
Bisogna fare una prima osservazione fondamentale: il talento non viene guadagnato, conquistato, meritato. È ricevuto. Tutti e tre i servi son accomunati da questa realtà di un dono enorme. Un dono diverso quantitativamente. Ma pur sempre dono. Per tutti.
Nella vita cristiana, dunque, il punto di partenza non è rappresentato dal nulla. Non si parte da zero. Nessun cristiano si è fatto da sé. L'esistenza viene costruita con materiale che ci è stato messo a disposizione, donato gratuitamente. C'è tutta una serie di uomini e donne che ci hanno preceduto e che ci hanno trasmesso il sapore di Dio, il profumo del bene.
Tutto è grazia, tutto è dono. E l'impegno, da parte nostra, è soltanto la risposta a un dono che ci siamo ritrovati tra le mani. Il Signore, dunque, ci consegna qualcosa perché ci diamo da fare. E questo qualcosa diventa 'nostro'.

Ma attenzione, bisogna fare una precisazione.
I primi due servi hanno considerato giustamente il dono ricevuto come loro. Il padrone gliel'aveva donato. Per questo l'hanno usato, trafficato, sfruttato, si sono dati da fare, si sono fidati del giudizio del padrone. Hanno visto giusto.
L'altro, invece, non ha capito niente, non si è reso conto che il lingotto era suo almeno durante l'assenza del padrone. Non è riuscito a credere all'amore, alla generosità e alla fiducia del padrone. Il dono, quindi, si è tradotto in motivo di paura. E la paura ha ucciso la spontaneità, la creatività del titolare dei trenta chili. La paura ha bloccato nell'immobilismo l'uomo dell'unico talento.

Ma occorre dire anche un'altra cosa, perché è vero che la parabola dice che occorre darsi da fare, ma bisogna sapere per che cosa e per chi. Perché alla fine i servi devono rispondere al padrone, che «volle regolare i conti con loro ». È al Signore che dobbiamo sottoporre i risultati dei nostri traffici.
Il talento è nostro, ma alla fine deve tornare a Lui. Ecco il paradosso: non basta aver fatto fruttare i doni ricevuti. Occorre verificare in che modo, a vantaggio di chi. Se al centro di tutto stanno i nostri interessi egoistici è sicuro che i conti col Signore non tornano.
Se il talento fondamentale, quello della vita, lo impieghiamo unicamente per fare collezione di banconote, per far prosperare i nostri traffici senza badare troppo per il sottile, il Padrone ha diritto di considerare sprecato quel talento che ci ha consegnato non certo perché lo investissimo in egoismo, in sopraffazione, in 'vanità' (Qo 1, 2).

Le ricchezze di Dio fruttificano solo se sono condivise. Dio è contento solo se i suoi doni noi li ricicliamo. Lui ci suggerisce: "Se sono doni ... donali!"




Letture:
Proverbi 31,10-13.19-20.30-31;
Salmo 127;
prima Tessalonicesi 5,1-6;
Matteo 25,14-30


09 novembre 2023

L'olio della fede, l'olio dell'amore - 12/11/2023 - XXXII Domenica Tempo Ordinario

Le vergini sagge e le vergini folli (particolare)
Cappella Castel d'Appiano (BZ)
(affreschi fine XII inizio XIII secolo)



Sono molti i biblisti che ritengono che questa sia la parabola più difficile. In effetti ci sono molti dettagli che non tornano con gli usi del tempo (il ritardo dello sposo, la chiusura della porta) o con le parole precedenti di Gesù (condividere tutto, donare la vita).

Per capirla un po' meglio bisogna tener presente a chi sta parlando l'evangelista. La parabola si inserisce in una problematica particolarmente sentita nella Chiesa primitiva. I cristiani esprimevano la loro fede nella 'prima venuta' di Gesù (incarnazione). Ma testimoniavano pure la fede nell'attesa della 'seconda venuta'. Si tratta della parusia, un termine che significa presenza, ma anche venuta, cioè 'divenire presente'. Il vocabolo, però, viene abitualmente impiegato per indicare il ritorno di Gesù alla fine dei tempi. Tra la prima e la seconda venuta si colloca il tempo presente. Il tempo dell'attesa. Il tempo della Chiesa.
Soltanto che non pochi fanatici tendevano ad accorciare questo tempo intermedio. C'erano tanti che, facendo leva sull'emotività popolare, predicavano l'imminenza della fine. Quindi il tema della parabola è la "vigilanza"

La vigilanza è necessaria perché non sappiamo il quando Gesù tornerà. È questo il senso del ritardo dello sposo.
Il credente non è uno che viaggia consultando il calendario o l'agenda. È uno che ha in mano una bussola. Cristo dà la direzione del cammino, non ci fornisce la descrizione anticipata di ciò che accadrà lungo la strada.
La sua parola non è una chiave magica per risolvere gli enigmi della storia, i rebus della cronaca quotidiana. È luce che permette di cogliere il significato degli avvenimenti.
Il cristiano non è uno che sa già tutto prima, ma è uno che dovrebbe riuscire ad afferrare il filo conduttore delle diverse vicende.
La colpa del cristiano non è quella di non essere informato. Il cristiano, in un certo senso, 'sa'. Ma non sa né il 'quando', né il 'come'.
Gesù non dice: "State tranquilli", ma ammonisce: "State attenti. Non lasciatevi prendere alla sprovvista".
La linea di distinzione tra vergini prudenti e stolte non passa attraverso il sonno. Il Vangelo sottolinea: «si assopirono tutte e si addormentarono». La linea di discriminazione è data dalla provvista di olio: l'olio della fede, l'olio dell'amore. Le sagge si sono portate la riserva. Quelle altre non ne hanno a sufficienza.
La fedeltà non s'improvvisa. Nell'ora, sempre sorprendente, dell'incontro, conta ciò che si ha, ciò che si è, non ciò che si vorrebbe. Nessuno può mettere la fede, l'amore al nostro posto. Nessuno può pagare per noi il biglietto per l'incontro decisivo.
In quell'Ora, l'olio dev'essere il nostro. La fedeltà deve essere timbrata da noi, l'amore deve venire dal nostro cuore.
Quell'olio che manca alle lampade è un prodotto artigianale, fatto in casa, realizzato a mano. Olio su misura: se non ce l’hai, nessuno potrà dartelo. Non è ripicca: è che si parla di un amore capace di attendere, di stregare il cuore. "Un amore infuocato che trasforma il ritardo in desiderio" (d. Marco Pozza)




Letture:
Sapienza 6,12-16;
Salmo 62;
prima Tessalonicesi 4,13-18;
Matteo 25,1-13


02 novembre 2023

Siete tutti fratelli - 5/11/2023 - XXXI Domenica Tempo Ordinario

we the people must come together
(Kelly Simpson)



Lascio ad altri, ben più competenti di me, tutte le considerazioni sui pesi inutili, sul legalismo crudele e ipocrita, sulla necessità di coerenza tra ciò che si  predica e ciò che si vive, tra il nostro dire e il nostro fare.

Vorrei invece fermarmi a considerare una piccola frase: «Voi non fatevi chiamare "Rabbi", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli». Mi ha colpito molto perché, data la premessa, mi sarei aspettato che terminasse con "e voi siete tutti discepoli".
Al quadro negativo di una religiosità vuota, tronfia, pomposa, formalista, caratterizzata dall'esteriorità, dominata da uomini avidi di potere, onori e successi, Cristo contrappone il quadro di una comunità evangelica dove emergono le vere, radicali esigenze del suo messaggio, dove i membri si riconoscono fratelli.
Una comunità dove non ci sono dei tronfi possessori della verità, ma degli umili e appassionati cercatori; dove non ci sono rigidi moralisti, ma c'è abbondanza di 'ministri della pazienza del Cristo'; dove i responsabili rivendicano il colossale privilegio di servire; dove la grandezza è misurata dalla ... piccolezza; dove la 'carriera' è determinata dagli scatti di ... carità (ed è fatta per scendere i gradini della 'scala sociale'); dove chi esercita il ruolo dell'autorità non ha la pretesa di sostituire la presenza dell'unico Capo, ma cerca renderla visibile, quasi sensibile, con la sua trasparenza e la sua capacità di 'scomparire'; dove nessuno tenta di dominare, controllare o manovrare gli altri; dove gli unici titoli validi sono quelli della fede e di essere degli 'aspiranti cristiani'. Una comunità di persone che alla domanda 'sei cristiano?' risponde 'No, ma cerco di esserlo, vorrei esserlo!'

È la comunità del Cielo: i santi. Gente imperfetta, peccatrice (e conscia di esserlo). Ingegnosa, però: da peccatori non si sono mai arresi al peccato. Dopo ogni caduta sono ripartiti, con le cicatrici addosso.
È la comunità che fa sobbalzare di gioia e amore il cuore del Cristo.
Alla perfezione asettica di cuori senz'anima, Lui preferisce di gran lunga l'imperfezione carnale di chi, provandoci ripetutamente, fallisce ripetutamente; di chi non si preoccupa di non cadere, ma pensa solo, una volta caduto, a rialzarsi e riprendere il cammino.




Letture:
Malachia 1,14- 2,2.8-10;
Salmo 130;
prima Tessalonicesi 2,7-9.13;
Matteo 23,1-12