02 febbraio 2023

Il Sale e la Luce - 5/2/2023 - V Domenica Tempo Ordinario




Il Vangelo di oggi parla di «sale» e di «luce». Cose normali, che però hanno una caratteristica in comune: generalmente ci fai caso quando mancano o quando sono troppo 'forti'.

Il sale dà gusto al cibo, ma viene anche usato per 'conservare' gli alimenti. È così importante che una volta veniva usato per pagare i soldati e i dipendenti (è proprio da questo che deriva il temine 'salario', cioè la retribuzione data al lavoratore).
Se però in una pietanza mettiamo troppo sale, questa diventa immangiabile, ma anche se ne mettiamo troppo poco il cibo non è buono. La quantità giusta di sale è quella che non avvertiamo.
Quando Gesù dice che dobbiamo essere il sale della terra, ci dice che dobbiamo dare 'sapore' al mondo, ma il mondo deve sentire il 'sapore del creato', non il sapore del sale.
Dobbiamo riuscire ad essere la giusta quantità di sale.
Ma come fare per esserlo? Innanzi tutto lasciarci guidare dallo Spirito Santo.
Però da un punto di vista concreto possiamo partire dalla lingua ebraica. In ebraico il sale si dice "melach" che si scrive con le tre consonanti mem-lamed-chet (in ebraico non si scrivono le vocali). Ma queste tre consonanti, solo in ordine diverso, sono le stesse della parola 'pane' (lechem). E queste tre lettere sono anche le stesse della parola 'sogno': chalom.
Gesto tipico dell'accoglienza nella cultura semitica è l'invito a pranzo in cui il padrone di casa intinge un pezzo di pane nel sale e lo offre all'ospite. L'accoglienza, la condivisione possono essere il modo di essere sale nel mondo, sono un modo di trasmettere al mondo una scintilla si speranza, di dare il sapore del sogno, del paradiso, alle giornate e alle persone.

Chi si diletta di fotografia ha ben presente l'importanza della luce. Già la parola 'fotografia', cioè 'scrivere con la luce', lo dice. Una luce sbagliata può rovinare completamente una foto, come una giusta illuminazione può renderla stupenda.
D'altra parte quando abbiamo il sole negli occhi non vediamo niente. Troppa luce ci fa male agli occhi.
Anche qui, come per il sale, si tratta di avere la giusta quantità di luce.
Ma c'è anche un'altra cosa da ricordare. Come in fotografia la luce serve ad esaltare, presentare al meglio il soggetto della fotografia, ma non è essa il soggetto, così la nostra luce deve servire a esaltare, presentare al meglio Dio e la sua opera. Non siamo noi il soggetto da illuminare; più che stare davanti ai riflettori dovremmo starci dietro per poter illuminare al nostro meglio.
Parafrasando santa Madre Teresa di Calcutta, direi che noi siamo candele nelle mani del Signore. Cerchiamo di essere accese!


(Is 58,7-10; Sal 111; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16)


26 gennaio 2023

Più della felicità! - 29/1/2023 - IV Domenica Tempo Ordinario

Le Beatitudini
(Dipinto - Centro Aletti)



Tutti gli esseri umani hanno sempre desiderato la felicità, tanto che nella costituzione degli Stati Uniti viene detto che tutti hanno diritto alla felicità. Istintivamente percepiamo che la felicità e più del semplice 'piacere'. Il piacere riguarda la sfera fisica, la felicità è qualcosa di più. Ma Gesù alza il tiro, ci dona una nuova dimensione: la beatitudine. Il piacere è animale, la felicità è umana, ma la beatitudine è divina!

Facendoci questo dono, Gesù ribalta completamente il nostro modo di vedere, di pensare, di sentire.
Noi non siamo molto distanti dalla mentalità ebraica che vedeva nella ricchezza, nel successo, un segno della benevolenza e del favore di Dio.
Ma Gesù proclama: "Tu che sei nato scalognato, tu che sei stato bastonato dalla vita e dagli uomini, tu che hai il viso solcato dalle lacrime, tu che sei stato condannato e gettato via anche se innocente, tu che hai perdonato chi non ha fatto altro che vomitarti addosso insulti e maledizioni, tu che sei stato sommerso di ironia e insulti perché 'sei dei miei', tu, si, proprio tu, sei beato!"
Il mondo ammira, invidia, ritiene 'beato' chi riesce a superare gli altri, ad avere più potere, più ricchezza, a prendere tanto dando il meno possibile. Gesù dice invece 'beati coloro che possono dare senza ricordare e prendere senza dimenticare'.

Gesù ci dice che la felicità è una bella cosa, ma c'è qualcosa che è ancora più grande: la beatitudine. Il vero metro dell'esame di coscienza non dovrebbe essere il decalogo, ma le Beatitudini. Perché le Beatitudini sono il modo con cui Dio ci vede. Riuscire a vivere le Beatitudini vuol dire riuscire a vedere gli uomini con gli occhi, con lo sguardo di Dio.
E siccome «Dio è amore» (1Gv 4, 8), vedere col suo sguardo vuol dire vedere col suo amore. Per essere beati dobbiamo vivere l'amore, ma non basta il nostro amore piccolo, ci vuole l'amore folle di Dio. L'amore che rovescia tutto, quello che prima ama e poi, proprio perché ama, rende amabile l'oggetto dell'amore.
Quello che dice all'amato "Mi piaci tu, proprio tu. Non per quello che sei, ma perché sei, perché esisti".
Quello che vede nell'altro anche ciò che egli ancora non vede, che sotto i segni delle sofferenze e degli affanni vede la luce di mille capacità e possibilità.

Un amore folle, esagerato, che ci mette anche un po' di paura. Troppe volte è la luce, non l'ombra, che ci fa paura quando siamo nel buio.
Dio vede tutta la bellezza che siamo. Se ci lasciamo amare da Lui, se non ascoltiamo le nostre tenebre, la nostra paura, allora Lui riuscirà a tirare fuori tutta la nostra bellezza.


(Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12)



Vorrei salire molto in alto, Signore,
sopra la mia città, sopra il mondo, sopra il tempo.
Vorrei purificare il mio sguardo e avere i tuoi occhi.
Vedrei allora l'universo, l'umanità, la storia
come li vede il Padre.
Vedrei la bella, eterna idea d'amore del tuo Padre
che si realizza progressivamente:
tutto ricapitolare in te, le cose del cielo e della terra.
E vedrei che, oggi come ieri, i minimi particolari
vi partecipano,
ogni uomo al suo posto, ogni gruppo ed ogni oggetto.
Vedrei la minima particella di materia e il più piccolo
palpito di vita;
l'amore e l'odio, il peccato e la grazia.
Commosso, comprenderei che dinanzi a me
si svolge la grande avventura d'amore
iniziata all'alba del mondo.
Comprenderei che tutto è unito insieme,
che tutto non è che un minimo movimento
di tutta l'umanità e di tutto l'universo verso la Trinità
in te e per te, Signore.

Vorrei salire in alto
Michel Quoist


19 gennaio 2023

Fidarsi di Dio - 22/1/2023 - III Domenica Tempo Ordinario (o della Parola di Dio)

San Pietro lascia la barca e le reti per seguire Gesù
Cappella della Nunziatura Apostolica (Parigi)
(mosaico - Centro Aletti)



Con l'Incarnazione Dio ha deciso di non 'stare più al suo posto'. È sceso al livello dell'uomo per incontrarlo sul suo terreno, nel concreto della sua realtà quotidiana.
E con l'arresto del Battista, Gesù, lungi dal lasciarsi spaventare, inizia a mettersi in movimento. Vuole coinvolgere tutto e tutti. Passerà tra gli uomini per raggiungere tutti. Non si fermerà per non lasciarsi legare da nessuno, perché nessuno possa vantare alcuna priorità su di Lui.

Ma il suo passaggio non è mai neutrale, gli esseri umani sono sollecitati a fare una scelta: o il rifiuto o l'adesione. Dopo l'incontro col Cristo la tua vita, in un modo o in un altro, non sarà più la stessa.

Tipico esempio è la chiamata dei primi discepoli narrata nel Vangelo di oggi (spero che sia stata letta la versione lunga, le due parti si illuminano a vicenda: l'andare si concretizza nella chiamata). La prima cosa da notare è che questa chiamata non avviene in una cornice sacra, ma in una scena profana: il lago di Galilea, cioè quanto di più religiosamente lontano dal tempio.
Però è una chiamata sul solco delle grandi chiamate dell'Antico Testamento: Mosè chiamato mentre pascola il gregge del suocero, Gedeone mentre batte il grano sull'aia, Davide mentre pascola le pecore del padre. La chiamata avviene nel contesto delle occupazioni ordinarie. Dio ti viene incontro nel quotidiano, lungo le tue strade, nei luoghi che ti sono familiari.
E la chiamata si può riassumere in due verbi; «vide» e «disse». Le uniche 'armi' di Gesù sono lo sguardo e la voce.

Non è banale quel «vide». È uno sguardo che mette a fuoco la persona, la sceglie, le toglie dall'anonimato della folla e la pone al centro. È uno sguardo che è soprattutto carico di affetto, che esprime amore. È uno sguardo che diventa una proposta di relazione, di comunione.

Il «disse» sottolinea l'importanza della voce. Una voce dal timbro unico, pieno del calore del rispetto e dell'amore. Una voce che ti colpisce il cuore facendo tacere tutte le altre.

Il discepolo non deve fare altro che rispondere a quella voce, deve lasciarsi trovare, lasciarsi fare. L'iniziativa è sempre di Gesù.
La fede è sempre risposta all'iniziativa di Dio. Se 'mi decido' è perché sono stato toccato da Qualcuno che 'si è deciso' nei miei confronti. Non siamo noi che andiamo alla ricerca di Dio, è Dio che si mette alla ricerca dell'uomo ("Adamo, dove sei?" Gen. 3, 9). La vita cristiana non è una conquista, ma un 'essere conquistati'.

Un'ultima considerazione su quel "lasciare" dei discepoli. Discepolo non è chi abbandona o rinuncia a qualcosa, è chi ha trovato Qualcuno. Il distacco non è il fine, ma la condizione per lasciarsi riempire la vita. Si tratta di fidarsi di Gesù.
I discepoli non sono chiamati a sottoscrivere una lista di cose da credere. Sono chiamati a fidarsi di una persona, ad affidarsi totalmente a Lui, a stabilire una relazione personale con Cristo. Fede non significa "credere che...", ma affidarsi al "Signore tuo Dio", fidarsi di Lui fino in fondo.


(Is 8,23-9,3; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23)


12 gennaio 2023

La mitezza è più forte della prepotenza - 15/1/2023 - II Domenica Tempo Ordinario

Agnello in trono
Cappella Eucaristica della chiesa di San Benedetto - Scorzè (TV)
(mosaico - Centro Aletti)



«Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!»
Al potere del peccato, Dio contrappone, non la forza, ma la debolezza e l'innocenza dell'agnello. Il male perde terreno a mano a mano che avanza l'agnello.
L'agnello è l'opposto della figura del conquistatore. Eppure Satana vede minacciato il suo dominio proprio dalla creatura più innocua, inerme, fragile, vulnerabile.

L'agnello non ha pretese, non sfodera aggressività, non mostra i denti, non impaurisce, non possiede mezzi per farsi rispettare, e la sua voce non ha la minima somiglianza col ruggito del leone. Eppure, alla fine, è lui che vince.
La mitezza, la mansuetudine dell'agnello mettono paura al lupo. Lo mettono in fuga.
Solo la mitezza riesce a prevalere sulla prepotenza.

San Giovanni Crisostomo scrisse: "Finché siamo agnelli, noi viviamo. Se diventiamo lupi veniamo vinti. Perché ci mancherebbe l'aiuto del Pastore, il quale pasce agnelli, non lupi"

Il male sembra invincibile. Eppure nella sua tronfia armatura c'è un punto debole. Il suo sguardo non riesce a sopportare quello dell'innocenza. La sua potenza terrificante non può nulla contro la forza disarmata dell'amore.
Nonostante le apparenze, e nonostante che, nella realtà immediata, l'agnello appaia come vittima sacrificale, predestinata ad essere sgozzata, alla fine, vedi il libro dell'Apocalisse, è lui che sarà trionfatore. Solo l'amore ha l'ultima parola!


(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)


05 gennaio 2023

Dio scende in mezzo a noi per riaprire una strada verso di Lui - 8/1/2023 - Battesimo del Signore

Battesimo di Gesù
Chiesa Madonna Stella del Mattino della Libertà - Katowice (Polonia)
(mosaico - Centro Aletti)



Gesù è venuto nel mondo, e poi per trent'anni l'ha accolto così come l'aveva trovato. Non ha fatto niente di straordinario. Ha vissuto accontentandosi delle cose ordinarie, del quotidiano della povera gente che vive del proprio lavoro, delle gioie e delle preoccupazioni comuni a tutti gli esseri umani. "Gesù ha fatto per trent'anni una povera giornata, ma era certo che sarebbe venuto il giorno. E si è mantenuto libero per quel giorno" (d. Primo Mazzolari).
Eppure questi trent'anni sono ugualmente salvifici come i tre anni che iniziano col Vangelo di oggi.
Sono importanti perché ci dicono che il grosso della salvezza sta nel vivere il nostro tran-tran quotidiano. È proprio riuscendo a santificare il nostro quotidiano spicciolo (e farci santificare da esso), vivendo nel nascondimento della banalità giornaliera, che possiamo arrivare alla felicità piena della salvezza.

A trent'anni Gesù prende il mantello, calza i sandali, lascia la Galilea e si mette in fila con i peccatori. Vuole che fin dall'inizio sia chiaro che Lui il mondo lo vuole salvare dal basso, dalla parte dei falliti.
Fin dal primo momento vuole che sia chiaro che non è venuto per i puri, per i giusti, ma per chi si sente impuro, indegno, sbagliato.
I sacerdoti, i dottori della legge dicevano che solo se si è puri ci si può presentare davanti al Signore. Gesù invece dice se ti ritieni bisognoso di purificazione, se ti senti indegno, allora è Dio stesso che viene da te, che si mette a camminare al tuo fianco, che ti accompagna, che si fa purificare insieme a te.
Sono le nuove beatitudini:
Beato chi è scontento, non di ciò che ha o non ha, ma di ciò che è o non è.
Beato chi non perde tempo a criticare gli altri, ma è attento a criticare sé stesso.
Beato chi si mette in discussione.
Beato chi ammette di aver sbagliato.
Il poeta Paul Claudel diceva: "Il Signore ha preso l'abbonamento con le tue infermità per guarirle".
È Dio stesso in persona che scende tra di noi per riaprire una strada verso di Lui, per dirci: "Ecco, sono disposto a fare nuove tutte le storie, anche la tua. Se vuoi!".

Poi ci sarà la Voce dal cielo a confermare l'azione di Gesù. Ci sarà lo Spirito a scendere, come trent'anni prima sulla Vergine, perché capissimo che è una cosa seria, che l'amore è totalmente affidabile. La Voce e lo Spirito ci dicono che c'è un amore in circolo. Ci dicono che Dio ci ama alla follia, in modo come sempre esagerato: "In te ho posto il mio compiacimento". Che è come dire: "Mi piaci da morire" (e morirà realmente per noi!). A ogni uomo, risciacquato dalla vergogna di aver smarrito la strada, Dio ridona un anticipo di salvezza.

E nei deserti della vita, quando la disperazione di non sentirsi amati da nessuno, di non essere degni d'amore, starà per impossessarsi del nostro animo, quelle manciate d'acqua che abbiamo ricevuto nel battesimo ci sussurreranno all'orecchio e al cuore le parole che Dio ci ha detto quel giorno: "Sei mio. Mi appartieni, io ti appartengo. Mi piaci: sei il mio piacere più grande".


(Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17)


29 dicembre 2022

Dio ci affida un compito: benedire - 1/1/2023 - Maria santissima Madre di Dio

Maria col Bambino
Villaggio del Pescatore (TS) (foto J.C.)



Sono andati «senza indugio» a vedere quel Dio che avevano sempre pensato alto sopra le loro teste. E l'hanno incontrato nella scomodità di una grotta. Hanno dovuto chinarsi, guardare non nell'alto dei cieli ma nel basso della terra, per poterlo vedere. Deposto in una mangiatoia, immagine che già ci parla di pane donato per la nostra vita.
Hanno scoperto l'immensità nella piccolezza. L'onnipotenza nella debolezza.
E la gioia di questa scoperta l'hanno voluta subito condividere con parole semplici: «riferirono ciò che del bambino era stato detto loro». Le semplici parole che erano custodite nel cuore di una Donna.

I Vangeli non riportano nessun dialogo tra Giuseppe, Maria e Gesù. Non ci sono tracce di colloqui fra i tre. È una comunicazione fatta di sguardi, di gesti, di pensieri. Di cuori che parlano il linguaggio dell'amore, quello che parla al di là delle parole, più delle parole.

Di fronte al mistero di questo Bambino, i pastori non ce la fanno a trattenere lo stupore, Maria non ce la fa a dire parola. L'annuncio detto ai quattro venti dagli umili, la riservatezza della madre. Nessuno può sapere ciò che produce Cristo quando lo s'incontra.

«Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò» (prima lettura)
«Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo»
Questa è anche la giornata della Benedizione. Il nuovo anno inizia con la benedizione di Dio che si fa uomo, e con l'esortazione da parte di Dio a benedire.
È stupenda, sempre nella prima lettura, l'esortazione di Dio: "voi benedirete". Che lo meritino o no, che ne siano degni o no, voi li benedirete. Dio viene a noi benedicendo, non proclamando dogmi o impartendo divieti. La sua benedizione è energia, forza, ricchezza di vita che scende su di noi, ci avvolge, ci alimenta. Dio chiede anche a noi di benedire uomini e storie, l'azzurro del cielo e il passare degli anni, il cuore dell'uomo e il volto di Dio. È il compito per l'anno che inizia oggi: benedire i fratelli!
Se non impara a benedire, l'essere umano non potrà mai essere felice.

«Il Signore faccia risplendere per te il suo volto» (prima lettura)
La benedizione, data e ricevuta, ci faccia scoprire, nell'anno che viene, un Dio luminoso, un Dio solare, il cui più vero tabernacolo è la luminosità di un volto che emana bontà, generosità, bellezza, pace. Un Dio dalle grandi braccia e dal cuore di luce.


(Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21)



22 dicembre 2022

Oggi Dio nasce in noi come un bambino - 25/12/2022 - Solennità di Natale


 

A Natale Dio viene a noi come un bambino. Nasce come un bimbo debole e indifeso dal grembo di una donna. Dio si è affidato alle cure a all'aiuto di un padre e di una madre. Da queste persone sperimenterà amore, dedizione, tenerezza. In questo clima crescerà.

Noi possiamo avvicinarci a Dio solamente come una madre si avvicina al suo bambino: con prudenza e tenerezza, con attenzione e amore. Non possiamo agguantare Dio, stringerlo tra le mani per averlo in nostro possesso. Ad un bambino non ci si può avvicinare in modo violento e improvviso, ma solo con calma. Non si può parlare a Dio con parole forti, ma solo con delicatezza e a bassa voce come ad un bambino. Ad un bambino non si fanno discorsi difficili, ha bisogno solo di parole che vengano dal cuore. Così incontreremo Dio solamente se gli apriremo il nostro cuore.

Dio viene nel mondo come un bambino perché vuole liberarci dalla nostra mania di grandezza, dalla nostra mania di essere forti e indipendenti. Qualche anno più tardi sarà Gesù stesso, ormai cresciuto, ad esortarci a divenire come bambini per poter entrare nel suo regno. Perché i bambini sono capaci di meraviglia, sono aperti al nuovo, vogliono imparare. Non solo si abbandonano agli altri, vi si affidano. Sanno vivere totalmente l'attimo presente, basta guardarli quando giocano. Si avvicinano alle persone a cuore aperto, senza secondi fini, senza pregiudizi.

I bambini sono una nuova vita, un nuovo inizio. A Natale Dio pone un nuovo inizio. Lo pone nel mondo e nel nostro cuore. Non siamo più ancorati alle ferite del nostro passato, ai nostri piccoli fallimenti, ai nostri sogni infranti. Possiamo riprendere a sognare. Possiamo ancora ricominciare dall'inizio.

In una predica natalizia il papa Leone Magno disse: "Oggi posso iniziare di nuovo, perché Dio è nato in me come bambino". Come diceva il titolo di una trasmissione televisiva della mia infanzia, "non è mai troppo tardi". Non è mai troppo tardi per iniziare. Il Natale vuole incoraggiarci a scuotere il peso del passato e, consolati dal bambino divino in noi, ad osare un nuovo inizio.

Il mio augurio per il vostro Natale è che vi ricordiate che dentro di voi è nato Dio, che c'è qualcosa di divino nel vostro cuore. E vi auguro che ve lo ricordiate sempre, anche in mezzo al freddo e all'estraneità di questo mondo.


(Messa della notte: Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14)
(Messa del giorno;: Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18)



15 dicembre 2022

C'è un unico comando: AMA - 18/12/2022 - IV Domenica tempo di Avvento


 



«Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati»
Ma cos'è il peccato?
Innanzi tutto il peccato non va considerato come la semplice trasgressione di una legge. La strada dell'uomo verso Dio non è tappezzata da una selva di cartelli con scritto 'fai questo, non fare quello'. Sulla strada dell'uomo c'è un Dio che vuole allacciare rapporti di amicizia, c'è Dio che propone il suo amore.
C'è un'unica proibizione: non amare.
C'è un unico comando: ama!

Ma l'uomo ha imparato fin da subito a dire di no alla richiesta di amicizia di Dio. E fin dalle prima pagine della Bibbia risuona l'angosciata domanda di Dio: "Adamo, dove sei?"
L'uomo non è là dove dovrebbe essere. È questo il peccato.
Nella lingua ebraica il verbo che traduciamo con 'peccare' significa mancare il segno, fallire il bersaglio. Chi pecca fallisce il bersaglio della propria vita, manca il bersaglio della sua felicità. Peccare quindi non è solo fare del male, ma anche 'farsi del male'.
Il peccato è ciò che impedisce la mia realizzazione, è ciò che sfigura la mia identità.
Nel sogno di Dio noi siamo fatti per costruirci nella relazione con Dio e con gli altri. È per questo che ogni peccato, rifiuto della relazione, è un rifiuto di costruirsi, è un rifiuto di crescere e di realizzarsi. È un immobilismo rinchiuso in sé stesso.

Ma come ci salva Gesù da questo?
Il nome 'Gesù' significa 'Dio salva' (letteralmente "Yahweh [è] salvezza"). Ma, in ebraico, il verbo 'salvare' ha la stessa radice del verbo 'allargare'.
Gesù ti salva 'allargando' la tua vita, immettendo ancora più vita nella tua vita. Gesù espande la tua umanità, rende più grande la tua vita.
Sant'Agostino dice che il nostro cuore è un grande sacco, e che per tutta la vita dobbiamo esercitarci ad allargarlo. Gesù mi salva perché fa spazio in me in modo che il mio sacco si allarghi, perché contenga più gioia, più amore, più amici, più libertà.
Lasciando che Gesù venga in noi, il nostro abbraccio si allargherà sempre più, inizieremo ad abbracciare i nostri cari, ma poi riusciremo a stringere nel calore del nostro cuore anche i vicini, poi sempre più gente, fino a che le nostre braccia, come quelle di Dio, abbracceranno tutto il mondo.

Che il Signore renda il nostro cuore sempre più spazioso!


(Is 7,10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 1,18-24)


08 dicembre 2022

Dio non si scandalizza dei nostri dubbi - 11/12/2022 - III Domenica tempo di Avvento


 




«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro»
Anche per Giovanni arriva il momento del dubbio. È questo un momento comune a tutti i grandi santi, il momento in cui Dio viene a sconvolgere la nostra fede, l'idea stessa che noi abbiamo di Dio.

Giovanni parlava di mietitura e di raccolto; Gesù parla di semina e di seme.
Giovanni parlava di pulizia e di separazione netta tra buoni e malvagi; Gesù parla di accoglienza verso tutti.
Giovanni parlava di scure che abbatte gli alberi che non danno frutto; Gesù parla di pazienza e perdono.
Giovanni lo aveva descritto come fuoco che divora; Gesù si descrive con azioni di misericordia.

Giovanni sente parlare delle opere di Gesù, ma non sono le opere che lui, come la maggior parte degli ebrei, si aspettava dal Messia.
Giovanni aveva visto molto bene il 'quando' e il 'chi'. Ma ha sbagliato completamente il 'come'.
E anche per lui, come per tanti di noi, un Dio che parla e agisce diversamente da come noi lo aspettiamo, ci sconvolge. Viene il dubbio che non sia Dio.

Non è raro che Dio smentisca i suoi profeti, i suoi portavoce. Basta andare a leggere il libro di Giona, o l'episodio del profeta Natan e il re David (2 Sam 7, 1-29), solo per citare due esempi.
Non basta accogliere Dio, dobbiamo anche riuscire ad accogliere un Dio diverso. Diverso dai nostri schemi, dalle nostre idee, dalle nostre abitudini.
Dobbiamo stare attenti a non tirare Dio dalla nostra parte, ma a lasciarsi tirare da Lui dalla sua parte. Dobbiamo accettare un Dio che distrugge il nostro Dio-idolo. Dobbiamo purificare continuamente e con cura la nostra idea di Dio, confrontandola con l'immagine autentica, anche se tante volte sconvolgente, rivelata dal Cristo.

Ma come Gesù non si scandalizza dei dubbi di Giovanni, difatti lo definisce «il più grande fra i nati da donna», così Dio non si scandalizza dei nostri dubbi.
Tante volte il dubbio è il fuoco invocato da Giovanni che ci purifica. Tante volte il dubbio è l'opportunità che il Signore ci offre per far crescere la nostra amicizia con Lui. Tante volte il dubbio è la salita che ti spezza le gambe, ti taglia il fiato e ti lascia senza forze, ma che se stringi i denti e continui, ti porta alla cima dove potrai godere di una vista prima inimmaginabile, quasi paradisiaca, dove il cielo è più azzurro, dove «il sussurro di una brezza leggera» (1Re 19, 12) ti riempirà di forza, di felicità, di pienezza.


(Is 35,1-6.8.10; Sal 145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11)


01 dicembre 2022

La conversione ti fa partorire buoni frutti - 4/12/2022 - II Domenica tempo di Avvento




Nelle letture di oggi risuonano due voci profetiche molto diverse. Isaia, nella prima lettura, evoca un'armonia del creato completamente riconciliato, di lupo che si accompagna all'agnello. Giovanni il battista, nel Vangelo, invece annuncia di fuoco e di scure.
Giovanni parla di un mondo da costruire.
Isaia di un dono immeritato, più bello anche del sogno più ardito.
Entrambe queste voci risuonano dentro di noi. Viviamo di tutte e due, perché viviamo di opere e di Grazia del Signore, di dramma e di poesia.

Con le parole forti di fuoco e di scure, Giovanni non vuole seminare paura. Sa benissimo che non è la paura che ci libera dal male, non è la paura che farà del leone un mangiatore di paglia (Is 11, 7), non è la paura che farà convivere il lupo e l'agnello.
È un'altra la forza che cambia le persone: è la forza dell'amore. È la forza dell'amore divino che viene in noi. È Dio che viene in noi, entra e ci cresce dentro facendoci crescere anche fuori.

È questo l'annuncio al centro del Vangelo di oggi: «il regno dei cieli è vicino!», cioè Dio è vicino.
Il tempo dell'Avvento è l'annuncio che Dio è vicino. Vicino a tutti come un abbraccio che accoglie in pace e in armonia tutto e tutti, il lupo e l'agnello, il bambino e la vipera, l'uomo e la donna, l'arabo e l'ebreo, il mussulmano e il cristiano, il bianco e il nero.
Questo è il sogno di Dio. E questo sogno ci chiama. Siamo chiamati dal futuro.

Ma c'è anche un altro elemento che è decisivo: «Convertitevi»
Convertirsi è lasciare entrare un pezzetto di Cristo in me, lasciarsi scaldare dal fuoco del suo amore. Fuoco che mi scalda e mi ammorbidisce, che mi plasma sempre più a "immagine e somiglianza" (cfr. Gen 1, 26) di Dio.

Ma cosa significa 'convertirsi'? Nella Bibbia il concetto di peccato è strettamente legato al concetto di 'mancare il bersaglio', di smarrirsi lungo la strada.
Convertirsi non significa perdere tempo in rimorsi o in sensi di colpa, con gli occhi e il pensiero fissi sul passato, ma andare avanti cambiando strada, cambiando pensieri, cambiando azioni.

"Convertiti!" non è un ordine. È un'opportunità. Cambio strada perché nella nuova strada il cielo è più azzurro, ci sono alberi che mi danno più ombra nella calura, ci sono più fratelli che gioiscono con me e per me, che non ridono di me ma con me, che mi soccorrono nelle difficoltà, mi allungano una mano e mi aiutano a rialzarmi quando inciampo e cado.

La poetessa Alda Merini scrisse:
La fede è una mano
che ti prende le viscere,
la fede è una mano
che ti fa partorire

La fede, la conversione ti fa partorire frutti buoni!
Quando accogli Dio che ti si avvicina, la tua vita si trasforma e diventa feconda.


(Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12)