06 luglio 2023

Uno stupore quotidiano - 9/7/2023 - XIV Domenica Tempo Ordinario

... e sboccia lo stupore
(foto J.C.)



Se leggiamo i versetti che precedono in questo capitolo il brano di oggi, scopriremmo che Gesù è in un momento molto sfavorevole: il Battista è stato appena incarcerato e cresce l'ostilità della gerarchia contro di lui, tanto che le parole subito precedenti sono una serie di "Guai a te" rivolto alle città dove aveva compiuto i suoi prodigi e che non si erano convertite. Proprio in questo momentaccio Gesù se ne esce con un'esclamazione di gioioso stupore: «Ti rendo lode, Padre, perché queste cose le hai rivelate ai piccoli».

L'incontro con il Dio che fa nuove tutte le cose dovrebbe aprirci allo stupore. "Stupore di un amore" diceva fr. Roger. Dovremmo aprirci a trovare il meraviglioso in ciò che ci circonda, al di là delle preoccupazioni e delle batoste che la vita ci infligge. "Io continuo a stupirmi. È la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta" scriveva Albert Einstein. Oltre al pane quotidiano, nel Padre Nostro, dovremmo chiedere anche lo stupore quotidiano. Necessitiamo di almeno un boccone di meraviglia quotidiana.

Ma non una meraviglia qualunque, bensì la meraviglia dei piccoli, dei bambini. L'attrice Gracie Allen ha detto "quando sono nata ero così sorpresa che non ho parlato per un anno e mezzo". È questa la meraviglia di Gesù, la meraviglia di un bambino di fronte al mai visto, ad un dono inatteso, al volto di una persona cara.

Meraviglia che non viene dal nostro sapere o dalla nostra intelligenza, ma viene dal nostro cuore. Il nostro valore non è dato dalla misura della nostra sapienza o della nostra intelligenza, ma dalla grandezza del nostro cuore. Più il nostro cuore si aprirà a tutto ciò che ci circonda e avremo un atteggiamento di delicatezza, di rispetto verso ogni creatura che ci avvicina che sia mendicante, straniero, sconosciuto, più troveremo motivi perché lo stupore sia più forte del lamento.

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» Ecco un altro motivo di stupore: Gesù non viene con obblighi e divieti, ma offrendo un bicchiere di acqua fresca, un boccone di pane, un abbraccio e un sorriso. Gesù non è venuto a portare nuove norme o nuovi dogmi. È venuto a portare una promessa: il Regno di Dio è vicino ed è un regno di pace e di gioia. È un regno pieno della vita di Dio donata a noi. È invito ad entrare nell'abbraccio della Trinità.
Perché Dio non è un concetto, non è una regola o un sapere intellettuale: è cuore dolce e straboccante di vita.
Nel linguaggio biblico 'giogo' indica la legge. Gesù quindi vuol dire: prendete su di voi la mia legge, cioè l'amore.
Abbraccia in te l'amore: è un re che non ferirà mai il tuo cuore, ma che è instancabile nel partorire, curare, confortare, vivificare, dare ristoro.
L'amore non è uno fra i maestri, è il maestro di una vita che abbia dentro il gusto e la fragranza di Dio.



Per favore, non rubatemi
la mia serenità.

E la gioia che nessun tempio
ti contiene,
o nessuna chiesa
t'incatena:

Cristo sparpagliato
per tutta la terra,
Dio vestito di umanità:

Cristo sei nell'ultimo di tutti
come nel più vero tabernacolo:

Cristo dei pubblicani,
delle osterie dei postriboli,
il tuo nome è «colui
che-fiorisce-sotto-il-sole»
(David Maria Turoldo)


(Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30)


29 giugno 2023

L'infinito in un bicchiere d'acqua - 2/7/2023 - XIII Domenica Tempo Ordinario

Padre che perdona
Alessandra Cimatoribus - tecnica mista su carta
(da “Il Vangelo secondo Luca”, Edizioni Messaggero, PD)
(per gentile concessione dell'autrice)



Passo difficile quello di oggi. Sembra quasi che Gesù si metta in competizione con i nostri affetti più cari. Chi ha una certa età e ricorda ancora la vecchia e sciagurata traduzione del passo parallelo (Lc 14, 26) in cui Luca scrive che Gesù abbia chiesto di odiare il padre e la madre, la moglie e i figli, i fratelli e le sorelle, e addirittura la propria vita, sente più forte questa sensazione.

Per capire a fondo questo brano non dobbiamo dimenticare che, quando parla di amore, Dio non ci propone mai un 'aut-aut'. Dio ragiona sempre per addizione, vuole un 'et-et'.
«Dio è amore» (1Gv 4, 8) ci ricorda l'evangelista Giovanni, e quindi è Lui la sorgente dell'amore. Non c'è amore umano che non sia segno dell'amore divino. Ma Dio non vuole mettere in competizione l'amore umano con l'amore per Lui.
Lui vuole aggiungere il suo amore al nostro. Affidarci all'amore di Dio, imparare da Lui ad amare, amarlo al meglio delle nostre possibilità non vuol dire rinunciare agli affetti umani.
Vuol dire ricevere da Dio ancora più amore, aggiungere al nostro amore per "padre o madre, figlio o figlia ..." l'amore di Dio.

L'amore di Dio è come un fiume che scorre per il mondo. Lungo il suo corso, purificando, raccoglie le scorie del nostro egoismo. Noi 'sporchiamo' l'amore di Dio. Mettere Dio al primo posto vuol dire risalire alla fonte, andare alla sorgente pura e limpida. Attingere bicchieri d'acqua fresca da poter donare agli altri.
Perché in un semplice bicchiere d'acqua donato c'è tutto il Vangelo. Tutto l'infinito amore di Dio riesce a stare dentro un piccolo bicchiere d'acqua fresca.


(2Re 4,8-11.14-16; Sal 88; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42)


22 giugno 2023

Tu vali di più di - 25/6/2023 - XII Domenica Tempo Ordinario




«Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro»
Sembra quasi la traduzione evangelica del proverbio 'non muove foglia che Dio non voglia', quasi un volere dire che è Dio che fa cadere quei due passeri, crollare i ponti, franare le montagne, tracimare i fiumi. Sono in tanti, purtroppo anche nelle chiese, che la pensano così. Ma questo atteggiamento non è altro che uno scaricare su Dio le nostre colpe e le nostre omissioni.

In realtà questo passo dice esattamente il contrario, dice che non può succedere niente che abbia il potere di allontanare Dio dalle persone. Dio non vuole la Croce, ma si appiccica alla croce di chi è crocifisso, soffre con lui. Non vuole nemmeno il male, ma sta appiccicato a chi è vittima del male.
Ma la cosa strana è che Dio, con lo stesso amore con cui si attacca a chi subisce il male, si attacca a chi quel male lo compie. Non per condannarlo, ma per salvarlo, per aprire una breccia nel suo cuore e cercare di guarire la sua anima.
L'essere umano è capace di enormi atti d'amore, ma anche di tremende azioni malvagie, dei gesti più atroci.
Solo una cosa non potrà mai fare: costringere Dio a rinunciare all'amore per le sue creature, a farsene carico. Perché Lui è il Creatore di ogni essere umano, buono o cattivo che poi decida di essere.

Perché Dio ha grande stima degli uomini, di tutti gli esseri umani, anche di me: "Io, per Dio, valgo di più di". Più di quello che pensa di me la gente, mio padre, mia madre, il capoufficio, il mio vescovo, i miei amici. Più di quello che io stesso penso di me. Per Dio il mio nome è "Tu vali di più di". Nessun nome più bello è mai stato donato.
"Vero amico è colui che ti fa scoprire arcipelaghi immensi dentro di te" ha scritto qualcuno. E Dio ti fa un regalo bellissimo. Non ti regala ricchezze, ma ti fa scoprire le ricchezze che già possiedi dentro di te.
Dio mi ha dato il necessario per imparare a stare in piedi da solo. Non solo a me, ma a tutti. Dobbiamo fidarci della parola di Dio. Non credere fino in fondo a Dio, sottovalutarlo, porta a sottovalutarci.


(Ger 20,10-13; Sal 68; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33)


15 giugno 2023

Ministri della tenerezza di Dio - 18/6/2023 - XI Domenica Tempo Ordinario

Cristo invia i 12
(Miniatura - Monastero di Reichenauer)
circa 1010



Sono molti gli spunti di questo brano del Vangelo, ma vorrei metterne in evidenza alcuni.

«vedendo le folle, ne sentì compassione»
Matteo nel Vangelo usa l'espressione "avere compassione" cinque volte, e in questo passo la mette a motivo della missione data agli apostoli. La missione della Chiesa nasce dalla compassione di Dio per gli esseri umani, essere cristiani significa essere ministri della tenerezza di Dio.
Ma la compassione non è un vago sentimento, è un servizio da compiere. La compassione è amore che interviene nelle miserie, di qualunque tipo, dell'umanità.
E il primo passo verso la compassione è indicato da quel "vedendo le folle". Occorre 'vedere', cioè ascoltare, capire, interpretare le esigenze profonde, guardare negli occhi le persone "stanche e sfinite".

«come pecore che non hanno pastore»
Ma gli ebrei i 'pastori' li avevano: i sacerdoti, gli scribi, i farisei. Ma per Gesù questi pastori hanno fallito il loro compito. Sono pastori rigidi, senza misericordia.
Trascurare la misericordia vuol dire ignorare la volontà di Dio, e quindi essere dei cattivi pastori. Agli occhi di Gesù, avere dei pastori che non hanno capito il primato della bontà, il primato della persona sulla legge, è come essere un gregge senza pastori.
Quindi gli apostoli, cioè la Chiesa, devono distinguersi per una testimonianza di dolcezza.
Dolcezza in parole e in atti. Non dovrà essere una semplice proclamazione della Parola. Si devono anche produrre segni che il Regno è vicino, che la compassione di Dio è all'opera. E anche se i segni indicati da Gesù sono dei miracoli, non dobbiamo dimenticare che anche i segni più modesti, più ordinari, i gesti all'insegna dell'umanità e della solidarietà possono 'parlare' del Regno e rendere credibili le nostre parole.
Ciò che conta non è il segno straordinario, ma il segno autentico.

«I nomi dei dodici apostoli sono ...»
È un po' la foto ricordo della Chiesa.
La prima cosa che colpisce è la grossa diversità dei chiamati. Vicino ad un impiegato del fisco legato ai romani (Matteo) abbiamo un 'partigiano' (Simone il Cananeo) aderente al movimento degli Zeloti, che cercavano la liberazione della Palestina anche attraverso la lotta armata. In pratica un collaborazionista accanto ad un guerrigliero. Almeno uno, Pietro, era sposato. Ci sono le 'teste calde' di Giacomo e Giovanni. Insomma, un gruppetto molto eterogeneo.
In questo elenco spicca la notazione su Giuda Iscariota: «colui che poi lo tradì». È un particolare presente in tutti e quattro i Vangeli. Questo ci dice innanzi tutto che la Chiesa non dovrebbe avere la mentalità de 'i panni sporchi si lavano in famiglia', che in realtà si tramuta nel non lavarli ma semplicemente nasconderli e dimenticarsene.
Gli Apostoli non si vergognano della compagnia, non si sentono un 'undici + Giuda'. Loro sono dodici, e Giuda è uno di loro.
Questa fotografia ci ricorda innanzi tutto che la chiamata di Gesù, da un punto di vista umano, è totalmente immotivata. I motivi della chiamata non vanno cercati nelle qualità o nelle virtù degli apostoli, ma unicamente nell'amore gratuito di Dio.

Ma la presenza di Giuda ci ricorda ciò che potremmo essere anche noi. La parte di Giuda non è una parte assegnata in anticipo, ma è una possibilità: la possibilità di non rispondere all'amore. La presenza di quel nome mi ricorda che io posso essere fedele o infedele.
Il male non può essere sistemato in confini che separano gli uomini. Non è una linea netta che separa chi sta da una parte e chi dall'altra. È una linea che attraversa il cuore degli esseri umani, di tutti, anche del mio. Non esiste nessuno che sia totalmente da una parte o dall'altra.
Perciò non dovremmo cedere alla tentazione di cercare il Giuda fuori di noi. Preso da questa voglia, finisco per non accorgermi del Giuda che cresce silenziosamente dentro di me.
In fondo il peccato più grande non sta tanto nel tradire Gesù, Pietro l'ha tradito ben tre volte, quanto nel non credere nella misericordia di Dio.


(Es 19,2-6; Sal 99; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8)


08 giugno 2023

Sacramento dell'unità nella diversità - 11/6/2023 - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Corpus Domini
Taddeo Crivelli
Miniatura su pergamena, 1476
Museo di S. Petronio(Bologna)



Corpus Domini, festa dell'Eucarestia, festa della Comunione.
Fare la Comunione non vuol dire soltanto mangiare l'ostia, vuol dire anche essere innestati nella vita stessa di Dio, entrare in intima comunione con Lui.
Ma proprio per questo deve anche farci entrare in comunione con gli altri.

Ogni sacramento, prima di essere un fatto personale, è un fatto ecclesiale, comunitario. E la Comunione, il Sacramento che fa la Chiesa, lo è più di tutti gli altri. Attraverso l'Eucarestia scopriamo la nostra vocazione 'communionale', scopriamo che non si può vivere il cristianesimo in un'ottica individualistica.
Padre Jean-Marie Tillard O.P. faceva notare: "Vivere l'Eucarestia, comunicare allo stesso Pane, mentre nella vita quotidiana i nostri punti di vista ci mettono in opposizione tra di noi, non equivale necessariamente ad una menzogna che ci rende indegni del Sacro Banchetto. Al contrario, questo atto può anzi proclamare con una forza superiore alle nostre parole, quanto le nostre diversità e divergenze si radichino in una stessa comunione al Vangelo, nell'ottica di uno stesso progetto".
Dei cristiani non possono trasformare in non-amore le loro divergenze, ma attraverso l'Eucarestia devono riuscire ad amarsi nonostante le divergenze e i contrasti.

Perché in fondo l'Eucarestia è il sacramento dell'unità (e non dell'unanimità) e della differenza. La Comunione realizza l'unità esaltando le differenze. Il Pane che viene ricevuto non produce a tutti gli stessi effetti, non produce un cristiano standard (che non esiste), ma stimola, irrobustisce, favorisce le doti personali di ognuno.
La Comunione produce comunione tra le persone, ma sviluppando le caratteristiche peculiari di ognuna di queste persone.
Come diceva Yves Congar (con una frase che mi piace molto): "Se vuoi essere cattolico devi essere unito nella diversità e diverso nell'unità".

Ma non dobbiamo dimenticare che la parola 'Eucarestia' letteralmente significa 'riconoscenza, rendimento di grazie', "azione di grazie" dice il catechismo (CCC 1360).
Ogni cristiano dovrebbe ringraziare il Signore per il Suo amore, per i Suoi doni. Ogni comunità dovrebbe trovare spazi per aprirsi alla riconciliazione, cercare di benedire e lodare il Signore per la varietà di doni che le varie persone, con le loro differenze, fanno alla comunità e alla Chiesa.

Quando riceviamo l'ostia noi rispondiamo "Amen!". Però non dobbiamo dimenticare che quell'amen non è un semplice atto di fede, un proclamare che crediamo che quel pezzo di pane è realmente corpo di Cristo, che Gesù è realmente presente in quel pane. Ci dobbiamo ricordare che è anche un impegno, un assumersi la responsabilità di costruire il Corpo di Cristo nella comunione con tutti i fratelli.


(Dt 8,2-3.14-16; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58)


01 giugno 2023

Moltiplicare per con-dividere - 4/6/2023 - Santissima Trinità

Icona della Trinità
Andrej Rublëv (tempera su legno - 1420-1430 circa)
galleria Tret'jakov (Mosca)



Dio ha creato il mondo con le parole, ma l'uomo lo ha creato con le sue mani. Nonostante questo, per Dio l'uomo è la sua poesia più bella: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito [...] perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Quel "tanto" indica non una quantità indeterminata, ma una totalità. È la misura di chi è disposto ad affogare per salvare chi sta affogando. È la misura di Dio, che è amore senza misura.
Cristo per la nostra salvezza si spinge fino in fondo, vuole raggiungere l'uomo in difficoltà ovunque esso sia. Non gli interessa la propria salvezza, gli interessa l'uomo. Gli interessa essergli vicino, essere assieme a lui, salvarsi insieme. Perché, come dice la scrittrice Sarah Rees Brennan, "forse questa è l'unica cosa che abbiamo imparato a conoscere dell'amore. L'amore è quando si salva qualcuno, non importa a che prezzo".
Anche Dio non si lancia al salvataggio da solo, Lui va in tre. Per la nostra salvezza si mette al lavoro tutta la Santissima Trinità: c'è il Padre che lancia l'azione di salvataggio, c'è il Figlio che si cala fisicamente sulla terra a soccorrerci. E tutti e due si muovono per amore reciproco, cioè lo Spirito Santo. Sono tre ma sembrano uno solo, SONO uno solo.
Il mistero della fede cristiana: 1+1+1=1. Per la nostra matematica una cosa inconcepibile.
Ma Dio è amore, è relazione. E la relazione è essere uno per l'altro, non uno accanto all'altro, ma uno a favore dell'altro. Quindi, forse, a Dio non piacciono le addizioni. Forse Lui preferisce le moltiplicazioni. Difatti 1x1x1=1. Moltiplicare per poi con-dividere.
Ogni giorno Dio moltiplica il suo amore per poi condividerlo con noi.

E anche se, come dice Mosè nella prima lettura, siamo «un popolo di dura cervice», cioè siamo dei zucconi, abbiamo una testa dura che non capisce un tubo, per Dio siamo cosa molto preziosa, Lui ci ha fatto con estremo amore, siamo fatti "a sua immagine, secondo la sua somiglianza" (cfr. Gen 1, 26). Non siamo creature qualsiasi, siamo il riflesso di Dio. Anche se peccatori, non siamo da scartare, da buttare via. Difatti anche nel momento in cui ci allontana dal giardino dell'Eden, Dio si prende cura di noi, con le sue mani ci fa delle tuniche di pelle e ci riveste (cfr. Gen 3, 21).
In qualsiasi abisso ci siamo infognati, la Trinità è disposta a partire al soccorso. Al più debole SOS scatta l'operazione salvataggio, senza nessuna paura e senza nessun dubbio. Solo con la gioia di aver salvato la persona amata.

Una sola nube può offuscare questa gioia: come salvare chi non vuole essere salvato?


(Es 34,4b-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18)


25 maggio 2023

Buon Compleanno Chiesa - 28/5/2023 - Domenica di Pentecoste

Pentecoste
Luigi Pagano (tecnica mista su carta)



Fin dall'inizio c'è una forte tentazione nella Chiesa: vedere nel mondo un nemico, vederlo tutto brutto, tutto cattivo. E a questa tentazione si cede in due maniere:
- una è asserragliarsi nel Cenacolo, cioè rinchiudersi nel proprio guscio, sentirsi una cittadella assediata e quindi pensare solo a sé stessa, alla propria sacrestia, al proprio 'cortiletto';
- l'altra di vedere il mondo come un nemico da sconfiggere, da annientare a forza di anatemi o di crociate variamente armate.
È facile dimenticarci che il mondo invece è un'umanità da amare, e da salvare amando. Troppo spesso dimentichiamo che la salvezza non si ottiene 'contro' il mondo, ma 'con' il mondo.

Gli apostoli chiusi «per timore dei Giudei» nella presunta sicurezza del Cenacolo sono la Chiesa che si chiude in sé stessa, la Chiesa autoreferenziale. Una Chiesa che per paura del peccato, chiude fuori dalla porta i peccatori. Anche quelli soltanto presunti tali.

Ma anche la seconda maniera di cadere in tentazione la Chiesa l'ha già vissuta, ad esempio quando Giacomo e Giovanni, di fronte al rifiuto di un villaggio samaritano, chiedono a Gesù: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Lc 9, 54).

Mi colpisce molto l'ironia di Dio (Dio è spesso ironico con noi, Lui è serio ma non serioso, ci canzona per ridere con noi, non di noi), ironia che Lui usa per aiutarci a superare queste tentazioni.
Alla Chiesa che chiude le finestre e i portoni, che si asserraglia in sacrestia, Lui manda «un vento impetuoso» che fa volare le imposte e spalanca i portoni. Che prende gli Apostoli e li spinge fuori, sulle strade e sulle piazze.
Alla Chiesa che invoca «un fuoco dal cielo» che bruci tutti i peccatori, Lui appicca il fuoco sulle loro teste.

Dio manda lo Spirito Santo: vento che spalanca le imposte delle nostre paure e abbatte le porte delle nostre false e meschine sicurezze;
fuoco che incendia d'amore le nostre persone e le nostre vite
.

Questa è la Pentecoste, compleanno della Chiesa. Spinta dal vento dello Spirito Santo, riscaldata dal fuoco dell'amore del Padre, e rincuorata dalle parole di Gesù «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi [...] Ricevete lo Spirito Santo».
Dopo duemila anni la modalità è sempre la stessa: visto che «dell'amore del Signore è piena la terra» (Sal 33, 5) non si deve stare sulla difensiva. Il mondo non è brutto e nemmeno cattivo, non dobbiamo combatterlo, né tanto meno abbatterlo.
Dobbiamo accoglierlo nel nostro abbraccio e, con tutto il nostro affetto, affidarlo alle mani colme d'amore di Dio.


(At 2, 1-11; Sal 103; 1Cor 12,3-7.12-13; Gv 20,19-23)


18 maggio 2023

Gesù è più vicino di prima - 21/5/2023 - Ascensione del Signore

Ascensione
Salvador Dalì
(olio su tela - 1958)



In genere solo la prima lettura e il Vangelo sono collegate, mentre la seconda lettura è un po' a sé. Invece oggi mi sembra che tutte e tre le lettura siano collegate tra loro da un concetto che si può riassumere in una parola: "forza". Nella prima lettura: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo», nella seconda lettura: «la straordinaria grandezza della sua potenza», e nel Vangelo: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra».
Forza e potenza: forza per vivere, potenza per andare senza sosta, per generare nuove nascite. Fede vuol dire entrare nel flusso di vita che alimenta senza sosta tutte il creato. Come credente so che la mia vita è attraversata da una forza più grande di me, che non verrà mai meno e che rende la vita più forte delle sue ferite.
È il flusso di vita di Cristo, che viene come forza ascensionale che porta verso una vita più luminosa, verso più consapevolezza, più amore, più libertà. E ci rende una fonte di nuove nascite per gli altri.

Capire bene l'Ascensione vuol dire capire che il Signore non è andato in una zona lontana del cielo, ma incredibilmente è più vicino di prima. Se prima era insieme con i suoi discepoli, ora è dentro di loro. Non è andato al di là delle nubi, ma al di là delle forme. È asceso nel profondo delle cose, è andato nell'intimo del creato e delle creature. Se prima era vicino, adesso è dentro, nel profondo, nell'intimo. Come ha detto Benedetto XVI: "Ascensione non è un percorso cosmico-geografico, ma è la navigazione spaziale del cuore che ti conduce dalla chiusura in te all'amore che abbraccia l'universo".
L'Ascensione non allontana Gesù, anzi. Ti dà la certezza che in tutti i giorni, in tutte le cose, Cristo è presente ed è forza di ascensione per tutto il creato. Il Signore non devi conquistarlo, non devi raggiungerlo perché è già dentro, si è dato e rimane: «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ».

È 'disceso' lasciando sulla terra quasi niente: un gruppetto di uomini impauriti e sfiduciati. Come sottolinea il Vangelo, gente piena di dubbi. E proprio a queste persone che dubitano ancora, ma anche a noi e alle nostre paure e infedeltà, Lui affida il mondo. Ci spinge a pensare in grande, a guardare lontano, a gettare il cuore oltre. Perché ha fiducia nell'uomo, ha fiducia in me più di quanta ne abbia io stesso; sa che posso diventare lievito, contagiare di Spirito e di vita chi mi è affidato.

E le ultime parole ci regalano il grande sogno: «Battezzate e insegnate a osservare tutto ciò che vi ho comandato».
Battezzare non significa versare un po' d'acqua sulla testa di una persona; significa immergere. Immergere ogni uomo in Dio, farlo entrare nell'abbraccio di Dio, far sì che si lasci sommergere dalla vita di Dio, da quella linfa vitale, fargli incontrare davvero il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
«Insegnate a osservare ...». Ma che cosa ha comandato Cristo, se non l'amore? Allora il suo comando diventa: immergete l'uomo in Dio e insegnategli ad amare, a lasciarsi amare, a donare amore. Tutto il Vangelo sta in questo.
Ascensione è la festa del nostro futuro, è la glorificazione di tutto l'uomo. Con tutto il mio essere, anima spirito e corpo, io muovo verso l'intero Dio. E come Gesù di Nazareth è salito nelle profondità degli uomini, così anche noi un giorno saliremo nelle profondità di Dio.
Andate, immergete e immergetevi in Dio, insegnate ad amare. Siate intermediari di quel miracolo, il più delicato, che è donare speranza, amorevolezza e forza di vita a tutte le creature, tutti i giorni, in tutti gli incontri.


(At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20)


11 maggio 2023

C'è un unico comandamento - 14/5/2023 - VI Domenica di Pasqua

Amatevi gli uni gli altri



Non bisogna leggere in maniera riduttiva l'esortazione di Gesù a osservare i comandamenti. Non si tratta di leggi e regolamenti, prescrizioni e divieti. Qui significano tutti gli insegnamenti di Gesù, che lui stesso riassume in un unico comandamento: «che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13, 34)
Gesù non introduce un nuovo codice, ma un Vangelo. E questa "notizia che dona gioia" va accolta e fatta diventare ispiratrice del nostro modo di vivere, di agire. Ma in un'ottica di amore e di libertà.

Cristiano non è colui che rispetta una legge, ma chi ha accettato l'invito ad inserirsi in una comunione di vita, in una logica di amore. Cristiano è uno che sa di essere amato: «sarà amato dal Padre mio».
Fermiamoci un momento a considerare l'amore di Dio.

Innanzi tutto è un amore gratuito, immotivato. Cioè non dipende dalle nostre qualità, dai nostri comportamenti. L'unica ragione per cui Dio ci ama non risiede in noi, ma in Lui. Dio ama perché la sua natura è amare, Dio non può far altro che amare. Un amore motivato è un amore umano, un amore senza motivo è divino.
L'amore di Dio è indifferente ai valori, alle qualità delle persone. Dio ama il peccatore non a causa del suo peccato, ma nonostante il peccato, e non smette mai di amarlo. E ama i giusti non certo a motivo della loro buona condotta, delle loro buone azioni.

E questo amore immotivato è anche creativo: Dio non ama ciò che è in sé degno di amore, ma amando dona valore all'oggetto del suo amore. Dio mi ama non perché valgo qualcosa, o perché ho delle qualità o dei meriti, ma io divento 'prezioso', acquisto valore perché Lui mi ama.
L'amore non prende atto dei valori, li crea. Non li verifica, li produce. Amando conferisce valore. L'amore è creatore di valore. Non devo sforzarmi di essere amabile per ottenere il suo amore, ma è il suo amore che mi rende amabile.

L'amore di Dio è anche preferenziale, è la preferenza data ad una persona. E Dio preferisce ognuno di noi, a ognuno di noi dice "Tu sei il mio prediletto". Per Lui ciascuno di noi è un assoluto, non una minuscola parte di un tutto.

E infine l'amore non si rassegna alle rotture, alle divisioni, alla separazione. L'amore crea comunione. Chi ama compie sempre il primo passo verso l'altro, cerca di ristabilire i contatti, di diminuire, di annullare le distanze. Non aspetta che sia l'altro a venire incontro, è lui che fa il primo (ma anche il secondo, il terzo ...) passo. È sempre Dio che, dopo tutte le nostre infedeltà, prende l'iniziativa e ci viene a cercare.

Ma come possiamo rispondere a questo amore? Ce lo dice lo stesso Giovanni  nella sua prima lettera: «se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Gv 4, 14). L'evangelista non dice "se Dio ci ha amato, dobbiamo amare Lui", ma «dobbiamo amarci gli uni gli altri». La nostra risposta all'amore di Dio va trasferita sul prossimo. Dio mette sul proprio conto ciò che noi, per quanto riguarda l'amore, "dirottiamo" sul prossimo.
Non c'è nessuno strumento per misurare l'intensità del nostro amore per Dio.
L'unica verifica, la più impegnativa, è data dal mostro amore per il prossimo. Dire di amare Dio e poi disprezzare gli altri esseri umani, anche solo alcuni, fa di noi dei bugiardi: «Se uno dice: "Io amo Dio" e odia suo fratello, è un bugiardo» (1Gv 4, 20).

E sempre Giovanni, nella sua seconda lettera, riassume così:
«E ora prego te, o Signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Questo è l'amore: camminare secondo i suoi comandamenti. Il comandamento che avete appreso da principio è questo: camminate nell'amore» (2Gv 5-6)


(At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21)


04 maggio 2023

Uno squarcio di luce nel cielo - 7/5/2023 - V Domenica di Pasqua



Il brano del Vangelo di oggi fa parte del lungo discorso di addio di Gesù raccontato da Giovanni. È quasi un testamento che Gesù lascia ai suoi discepoli, quindi anche a noi.
Gesù parla di cuore, casa, posto, luogo ... tutte parole che fanno parte del vocabolario comune, quotidiano, ma che in questo contesto assumono un significato particolare. Con esse Gesù vuole esorcizzare la paura degli Apostoli, prevenire che il "loro cuore venga turbato".
È per questo che precisa che la sua partenza non è un distacco definitivo, che non è un'assenza, che si tratta di un 'allontanamento' momentaneo, che sarà una presenza diversa, nascosta. È un 'precedere' i suoi, un andare a prendere possesso di una dimora definitiva, che diverrà un posto anche per loro.

E Gesù, soprattutto alla fine del brano, svela anche la sua meta. Non va in un posto. Va a una Persona: «Io vado al Padre». E questo punto di arrivo, questa Persona non è inaccessibile, perché anche loro, attraverso la 'via' che è il Cristo, sono incamminati verso la Casa del Padre.

E il Padre non è uno sconosciuto, hanno già avuto la possibilità di vederlo: «chi ha visto me, ha visto il Padre».
Gesù per combattere il nostro turbamento, la nostra paura di essere abbandonati, ci dona uno squarcio di luce, una feritoia attraverso la quale possiamo intravedere la Persona dov'è Gesù e dove siamo diretti anche noi. Vedere Gesù significa vedere anche il Padre. Significa vedere, anche se solo un po', la gloria della Trinità.
Penso che questo sia prima di tutto una cosa bella, molto bella. Gesù ci indica che la fede non è solo impegno, rischio, dottrina, dubbi, ecc. ecc.. La fede è prima di tutto una cosa 'bella'. È contemplare Dio non in quanto verità, e neanche in quanto si dimostra buono e misericordioso verso di noi, ma in quanto Lui si avvicina a noi per manifestare sé stesso nella bellezza del suo amore trinitario.

Dostoevskij ha affermato che "la bellezza salverà il mondo". Penso che facciamo molta fatica a sottoscrivere questa affermazione. Eppure la Bellezza è anche un attributo divino!
Nella Bibbia viene usato spesso un vocabolo relativo a Dio: kabôd, che viene normalmente tradotta con 'gloria'. Il senso però è molto più vasto, tra l'altro è lo splendore della divinità, l'irradiazione della vita stessa di Dio.
Creando il mondo dal nulla Dio ha composto una sinfonia in sei giorni e dopo il termine di ogni sua opera, "vide che era bello". Il termine ebraico usato nella Genesi infatti significa sia bello che buono.
Quindi la prima bellezza è quella divina della creazione. Offuscata, se non persa, coll'uscita dal giardino di Eden, con l'Incarnazione è riapparsa sulla terra la bellezza di Dio. Dio non si fa più 'sentire' attraverso i profeti, attraverso le parole, ma si fa vedere! Attraverso Gesù si è fatto volto, volto umano. E alla sua luce abbiamo la possibilità di contemplare l'invisibile attraverso il visibile.

Non dobbiamo considerare la bellezza come semplice ornamento, come apparenza. Cerchiamo di non dimenticare che è manifestazione dello splendore di Dio. Non chiudiamo quella feritoia aperta da Gesù, perché privi di quello sguardo non riusciremmo più ad orientarci in questo mondo, a coglierne la profonda, ma semplice, bellezza.


(At 6,1-7; Sal 32; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12)