08 agosto 2024

Profumo di pane, profumo di Dio - 11/8/2024 - XIX Domenica Tempo Ordinario




Domenica scorsa abbiamo visto come i 'ricercatori' di Gesù, dinanzi alla promessa di un pane «che dura per la vita eterna», non trovano di meglio che riferirsi a Mosè e alla manna. Gesù accetta il paragone, come punto di partenza. Ma ne rivela anche l'insufficienza. La manna è soltanto immagine e profezia del "pane del cielo", quello vero. L'aggettivo "vero", nel linguaggio di Giovanni, serve a indicare la verità definitiva, ultima, il dono completo di cui i doni e le realtà dell'Antica Alleanza erano soltanto pallidi annunci.
Già il Deuteronomio (Dt 8, 2-3) e il libro della Sapienza (Sap 16,20.26) spiegano in prospettiva futura l'episodio della manna nell'Esodo. Il miracolo dell'Esodo serve a introdurre al vero, grande miracolo che si realizza ora. Il vero pane del cielo non l'ha dato Mosè, lo dona Dio ora: «Io sono il pane disceso dal cielo».
Teniamo presente che la manna sta a indicare il cibo primordiale, ossia tutto ciò di cui l'uomo ha bisogno. Di fatto Dio, nel deserto, ha offerto al suo popolo non soltanto il cibo materiale, ma anche la sua Parola, la Legge, l'Alleanza.
Ora è arrivato il dono definitivo, completo: «lo sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia».
Gesù è il dono ultimo, definitivo, del Padre.
È il dono del "pane".
Gesù è tutto ciò di cui l'uomo ha bisogno. Nel dono che è Gesù si colmano le esigenze più profonde dell'uomo.
Cristo è la Parola definitiva di Dio. Tutto ciò che Dio aveva da dire all'uomo, l'ha detto in Cristo. All'infuori di Lui e dopo di Lui non c'è da aspettarsi nessun'altra rivelazione. Gesù, la Parola fatta carne, è in grado di saziare la fame di infinito che sta nel nostro cuore.

A questo punto, c'è da fare un'osservazione.
Il grande e lungo discorso del pane di vita abitualmente viene letto esclusivamente in chiave eucaristica. In realtà, l'Eucarestia non costituisce il tema principale, almeno della prima parte del discorso.
Soltanto a partire dal v. 51 (l'ultimo del brano di oggi) l'Eucarestia diventa il nucleo essenziale delle parole di Gesù. Prima il "pane della vita" è la persona stessa di Gesù. Lui, infatti, è la Parola che si è fatta carne.
Semplificando possiamo dire che prima Gesù si presenta come pane della vita attraverso la sua Parola, poi, nella seconda sezione, Gesù è il pane della vita attraverso la sua carne.
Quindi abbiamo dapprima la mensa della Parola, poi la mensa eucaristica propriamente detta, ma il tutto ad un'unica tavola: quella del pane.

I Giudei tuttavia, non si arrendono: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?»
Ecco ancora una volta l'incapacità radicale a riconoscere che il pane della vita, quello vero, che rappresenta il nutrimento eterno e che scende dal cielo, ci viene offerto 'nascosto' nell'apparente banalità del quotidiano.
È l'Incarnazione che ci fa scandalo.
L'uomo prova una difficoltà quasi insormontabile nel riconoscere un Dio che si manifesta nelle cose ordinarie, nelle realtà comuni, che si 'fa segno' attraverso il quotidiano.
Facciamo molta fatica a ricordarci che con l'Incarnazione del Cristo, il quotidiano diventa sacramento della presenza di Dio e sacramento della nostra presenza a Dio.
Gli avvenimenti di cui Dio si serve per rivelarsi sono i piccoli fatti della vita ordinaria. Le solite cose, le solite occupazioni, il solito orario ci portano il Dio che vuole incontrarci là dove siamo, in quello che facciamo, nel contesto della nostra esistenza di tutti i giorni.
Non dobbiamo andare a cercare Dio altrove. Lui si fa trovare nelle occasioni più comuni, in uno stile dimesso, secondo il cerimoniale dei nostri gesti ordinari, nel sapore di un boccone di pane condiviso.
Perché è da dentro di noi che Dio viene a salvarci, e non è una notizia da poco per l'uomo che "ha trovato un Dio che si cala nell'abisso del nulla dell'uomo. E che da lì lo fa risalire" (Charles Péguy).
La forza è tutta di Dio: si chiama Grazia. E, come dice il suo nome, è gratuita: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato». Non si diventa cristiani per una somma di dottrine imparate a memoria, per una somma smisurata di sforzi di volontà. Si diventa cristiani per attrazione.
Dio sceglie l'attrazione, non la forza, le catene, l'imposizione.
L'attrazione ha un'unica necessità: che la libertà dell'uomo vada incontro alla Grazia di Dio. È necessario che la libertà dell'uomo accetti di lasciarsi incontrare dall'amore di Dio. Un Dio buono come il pane, sottomesso alla libertà delle sue creature.
È (di)sceso dal cielo, Lui che non era per nulla obbligato a farlo, per regalare all'uomo la sua eterna giovinezza.
E cerca di attrarci col profumo del pane fresco, appena sfornato, col Suo profumo.




Il profumo del pane e il viandante

Farina, acqua, lievito e sale;
sale il profumo del pane nell'aria;
aria che respiro dal forno infuocato;
infuocato è il mio pensiero;
pensiero rivolto a te viandante;
viandante della vita che passa;
passa da me amico triste;
triste è il giorno e felice sarà;
sarà ora della tua figura;
figura da vivere senza paura.


Sergio Camellini



Letture:
1 Re 19,4-8
Salmo 33
Efesini 4,30-5,2
Giovanni 6,41-51


01 agosto 2024

Pane di vita - 4/8/2024 - XVIII Domenica Tempo Ordinario

"Io sono il pane della vita"



«Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati»
Il verbo "cercare" è un verbo chiave nel vangelo di Giovanni:
- c'è il Padre che cerca i veri adoratori, in spirito e verità;
- c'è Gesù che cerca non la propria gloria né la propria volontà, ma la gloria e la volontà di Colui che l'ha mandato;
- ci sono i giudei che cercano Gesù per ucciderlo;
- ci sono i discepoli che cercano Gesù per stare con lui: «Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: "Che cosa cercate?"» (Gv 1, 38) (Da notare che queste sono le prime parole di Gesù registrate dal vangelo di Giovanni. Ed è la prima, fondamentale domanda che viene posta a chi intende seguirlo);
- c'è la domanda che ritroviamo al termine del vangelo, quando il Risorto si rivolge in questi termini a Maria di Magdala: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20, 15).
Dunque. Il Maestro "obbliga chi si è messo in cammino verso di lui a interrogarsi: cosa si aspetta da Gesù? Perché lo cerca? E, in realtà, chi cerca?" (Bruno Maggioni).
Non basta cercare, bisogna avere coscienza delle motivazioni reali della propria ricerca. E Gesù pone a tutti noi la domanda provocatoria: cosa cerchi? cosa ti aspetti da me? Ci interroga non perché ha bisogno di sapere (Lui legge nei nostri cuori), ma per aiutarci a prendere coscienza delle vere motivazioni e dei veri obiettivi della nostra ricerca.

Infatti c'è ricerca e ricerca, non tutte le ricerche sono uguali:
- chi cerca Gesù e chi se stesso;
- chi lo cerca per motivi utilitaristici e chi invece per farne il centro della propria vita;
- chi lo cerca in chiave intellettuale (per 'sapere') e chi in chiave esistenziale (perché non potrebbero vivere senza di Lui);
- c'è chi cerca Cristo per "dimorare" con lui, e chi per annetterselo, strumentalizzarlo.
C'è una ricerca che sfocia inevitabilmente nell'insuccesso e una ricerca che porta invece 'a trovare'.
Qui la folla va da Gesù non per Lui, ma per il vantaggio materiale che spera di ricavarne. La loro è una ricerca interessata, riduttiva.

Il Maestro, allora, accusa i suoi 'ricercatori' di non saper leggere i segni. Per Giovanni ci possono essere tre reazioni diverse dinanzi ai 'segni' compiuti da Gesù:
- Accecamento volontario. È l'atteggiamento di chi rifiuta di vederli, di prenderne atto. Ad esempio, i farisei in occasione della guarigione del cieco nato, o della risurrezione di Lazzaro;
- Miopia. Consiste nel fermarsi alla materialità del segno. È l'errore della folla che si ferma al segno in se stesso, e non sa guardare oltre, nella direzione suggerita dal segnale;
- Penetrazione. Si tratta del dinamismo proprio del credente che, stimolato dal segno, va oltre il segno per coglierne il significato profondo, il segreto nascosto, l'identità personale di Gesù. Esempio tipico la conclusione del miracolo di Cana: «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2, 11).
Gesù, di fronte alla massa che pretenderebbe imprigionarlo nelle proprie attese, presenta due tipi di cibo:
- «quello che non dura »
- «quello che rimane per la vita eterna ».
Quegli individui rimangono ostinatamente e pesantemente attaccati al pane materiale. Non riescono a sollevarsi oltre l'orizzonte terrestre.
Certo, Gesù non rifiuta questo pane, non ne sminuisce l'importanza (ha compiuto il miracolo proprio per sfamare la folla), ma rifiuta di fermarsi a questo. Sa che «non di solo pane vive l'uomo» (Mt 4, 4). E lui è venuto per offrire qualcos'altro. Un altro pane. Il suo messaggio passa attraverso il problema economico, ma va oltre il piatto di minestra.

E qui c'è un'altra caratteristica del vangelo di Giovanni: l'equivoco. Gesù scongiura i suoi 'ricercatori' a procurarsi «il cibo che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà », ma loro non riescono a sradicarsi dal ricordo dei pani con cui si sono rimpinzati lo stomaco nel deserto.

Subito dopo, spunta un altro equivoco:
- «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?» Pensano immediatamente a qualcosa da fare, a delle opere onerose da compiere per meritarsi l'approvazione e la simpatia di Dio, cioè ad 'appropriarsi di Dio'.
- «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» Cristo replica che l'opera fondamentale è la fede. Si tratta di credere, cioè a diventare 'proprietà di Dio'.
Perché la fede è prima di tutto dono, poi libera risposta dell'uomo.
La fede è qualcosa che si riceve, non qualcosa che si conquista, quindi "c'è una sola cosa da fare. Lasciarsi fare" (card. Jacques Perron), cioè lasciarsi conquistare dall'amore incondizionato di Dio, perdersi nel suo abbraccio materno.





Tra le tue braccia

C'è un posto nel mondo
dove il cuore batte forte,
dove rimani senza fiato,
per quanta emozione provi,
dove il tempo si ferma
e non hai più l'età;
quel posto è tra le tue braccia
in cui non invecchia il cuore,
mentre la mente non smette mai di sognare...
Da lì fuggir non potrò
poiché la fantasia d'incanto
risente il nostro calore e no...
non permetterò mai
ch'io possa rinunciar a chi
d'amor mi sa far volar.

Alda Merini


Letture:
Esodo 16,2-4.12-15
Salmo 77
Efesini 4,17.20-24
Giovanni 6,24-35


25 luglio 2024

La divisione dei pani - 28/7/2024 - XVII Domenica Tempo Ordinario

(con)dividere il pane



La moltiplicazione dei pani è l'unico miracolo presente in tutti e quattro i Vangeli, e questo è un segno dell'importanza di questo fatto, di come questo sia un evento decisivo per la comprensione di Gesù: Lui è colui che moltiplica la vita, colui che nutre la nostra vita, che placa la nostra fame d'amore, di consolazione, di comunione fraterna.

In Giovanni tutto avviene in un clima primaverile (la Pasqua è vicina) di attesa (su di un monte, che è il luogo dell'incontro con Dio) e di bisogno (hanno fame).
Come nella prima lettura, anche qui vengono presentate delle 'primizie': i pani d'orzo. L'orzo è il primo dei cereali che matura, è il pane nuovo. Ma questi pani vengono portati da un ragazzo, non un adulto, cioè una primizia d'uomo, un segno di freschezza, un segno di novità. Veramente Dio è un Dio che fa nuove tutte le cose, che proietta il mio sguardo verso il futuro. Non verso ciò che è stato, ma verso ciò che sta venendo.

Un particolare mi colpisce: la generosità. A Gesù nessuno chiede niente, è lui che per primo si preoccupa, si accorge e dice: «Dove potremo comprare il pane per loro?». Alla generosità di Dio corrisponde la generosità del ragazzo. Neanche a lui nessuno chiede niente: ha cinque pani e due pesci e li mette a disposizione. È poca cosa, ma è tutto ciò che ha. Dà tutto quello che ha, senza pensare se sia molto o se sia poco. È tutto!

E accade il miracolo. Perché il miracolo accade nel momenti un cui il 'mio' pane diventa il 'nostro' pane. Perché la fame incomincia quando tengo stretto solo per me il mio pane, e più stringo a me quello che ho, più la mia fame aumenta. La fame non finisce quando mangio a sazietà il mio pane, ma quando condivido il poco che ho.
Tutti abbiamo qualcosa da dare, anche se poco; e il nostro dono non è mai insignificante, perché il nostro compito è 'far circolare il bene nelle vene del mondo' (Ermes Ronchi).
Il Vangelo oggi non parla di moltiplicazione, ma di divisione. Parla di un pane che non finisce, parla di beni ridistribuiti e condivisi. Mentre lo distribuivano, il pane non veniva a mancare, e mentre passava di mano in mano restava in ogni mano.

Giovanni non ha il racconto dell'ultima cena. Lui racconta l'istituzione dell'Eucaristia in questo sesto capitolo, difatti riassume l'agire di Gesù in tre verbi: "prese il pane, rese grazie e distribuì". Tre verbi eucaristici, consacratori: Cristo mentre sazia in noi la fame di pane, si fa pane per accendere in noi la fame di Dio.
Questi stessi tre verbi fanno della nostra vita un vangelo, un sacramento: accogliere, rendere grazie, donare. Noi non siamo i padroni delle cose. Se ci consideriamo tali, le profaniamo: profaniamo l'aria, la terra, l'acqua, i fiori, il pane. Tutto ciò che incontriamo non è nostro, è vita che viene da prima di noi e che va oltre noi, che ci è donata perché ne facciamo dono a chi ci circonda e a chi verrà dopo di noi.

«Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto» La cura per i pezzi avanzati, la sacralità delle cose, perché niente va perduto, perché c'è una santità nella materia, perfino nelle briciole.
Non saremo mai felici se non impariamo ad accogliere e a benedire i fratelli, il pane, Dio, la vita, la bellezza; e poi a condividere. Accoglienza, benedizione e condivisione, e dentro di noi tre sorgenti di felicità zampilleranno copiose.




Letture:
2 libro dei Re 4,42-44
Salmo 144
Efesini 4,1-6
Giovanni 6,1-15


18 luglio 2024

Dio ha compassione di noi - 21/7/2024 - XVI Domenica Tempo Ordinario

dalla copertina del libro Compassione di Erminio Gius (Ed. EDB)



«Ebbe compassione di loro». Questo potrebbe essere il titolo del Vangelo di oggi. Tutto il Vangelo ci parla della misericordia di Dio, ma il brano di oggi ci mostra lo sguardo di Gesù che vede la nostra stanchezza, i nostri smarrimenti, la fatica della nostra vita. Gesù vede tutto questo e si lascia toccare il cuore da tutto questo. Il suo non è uno sguardo indifferente, ma è uno sguardo che lo coinvolge, gli fa fremere la viscere.
Gesù si commuove per i discepoli, prova per loro una tenerezza come di madre. Non chiede di andare a pregare o di fare chissà che cosa. Semplicemente li esorta a prendere un po' di tempo tutto per loro. È un gesto d'amore.

Per Gesù prima di qualsiasi altra cosa, viene sempre la persona. Più dei tuoi successi, dei risultati del tuo lavoro, gli importa come stai. Più di ciò che fai, gli interessa, e per davvero, ciò che sei. Lui non vuole spremere come dei limoni i suoi discepoli. Lui semplicemente li ama, e li vuole felici.
Non dobbiamo sentirci in colpa se a volte abbiamo bisogno di attenzioni, di coccole, di riposo. C'è un tempo per agire, per fare, e un tempo per riposare, per riprendere le forze. Diceva sant'Ambrogio: "Si vis omnia bene facere, aliquando ne feceris", che vuol dire "se vuoi far bene tutte le cose, ogni tanto smetti di farle". Non siamo dei supereroi, le nostre vite sono fragili, le nostre energie limitate. Abbiamo bisogno di fare, ma anche di riposare. Anche Dio, dopo sei giorni di lavoro, il settimo ha riposato.

«Venite in disparte [con me]», dice Gesù. Stare con Dio per imparare il cuore di Dio, per rabboccare il nostro amore attingendo all'amore di Dio. E poi ritornare nella folla, portando quel carico strabordante di tenerezza che solo Dio sa donare.

Ma qualcosa cambia i programmi del gruppo: «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro ... e si mise a insegnare loro molte cose». Gesù cambia i suoi programmi, non quelli dei suoi amici. Rinuncia al suo riposo, non al loro.
La prima cosa che Gesù offre alla folla è la compassione, il provare dolore per il dolore dell'altro. Gesù sa bene che non è il dolore che annulla la speranza, non è il morire, ma l'essere senza conforto.
Ed è questo ciò che Gesù insegna ai Dodici. Insegna per prima cosa come guardare le persone, insegna uno sguardo che abbia commozione e tenerezza. Le parole verranno da sé, da un cuore toccato dal dolore.

Questo vale per ognuno di noi. Quando ritrovi la compassione, quando impari di nuovo a commuoverti, il mondo si innesta nella tua anima. Finché ci sarà sulla terra chi sa ancora commuoversi per l'ultimo degli esseri umani, allora c'è speranza per il mondo.




Letture:
Geremia 23,1-6
Salmo 22
Efesini 2,13-18
Marco 6,30-34


11 luglio 2024

Testimoni di un Dio che è comunione - 14/7/2024 - XV Domenica Tempo Ordinario

li mandò a due a due



Una prima cosa mi colpisce, e riguarda l'equipaggiamento degli inviati. Rispetto a Luca e Matteo, Marco si dimostra meno rigoroso, concedendo il bastone e i sandali. Ma questo elenco non è un manuale del missionario, un elenco di cosa si può avere e cosa invece non è concesso. Le singole prescrizioni sono così poco importanti che i tre vangeli sinottici riportano elenchi diversi e contraddittori.
Cristo non si addentra nella casistica della povertà, ma vuole sottolineare la necessità della leggerezza, della libertà, della disponibilità. Gli inviati non devono cercare altri 'appoggi' ad di fuori del comando di Gesù.
La forza, la potenza, la sicurezza non sta nell'equipaggiamento, ma nel messaggio affidato. La potenza è nel Vangelo, non nei mezzi utilizzati. "Il vangelo non ha bisogno di aiuti. Ha bisogno di ... Vangelo" (d. Alessandro Pronzato).

«prese a mandarli a due a due» A due a due perché il due non è semplicemente la somma di uno più uno, è l'inizio del noi, la prima cellula della comunità.
Il primo e più importante messaggio è che si è portatori di fratellanza, di unità. Nella comunione dovranno essere testimoni di un Dio che è Comunione. La prima, e spesso più difficile, conversione è proprio questa: passare dal pensare a me stesso, al pensare al noi; smettere di  pensare usando la prima persona singolare e iniziare a pensare usando la prima persona plurale.

«Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì» La meta è questa: la casa. Casa, dove la vita è più vera, dove si è felici, dove ci si scalda il cuore, dove si condividono il pane, le gioie e i dolori. Il Vangelo acquista pieno significato nella casa, nel luogo dove può parlare e guarire nei giorni di festa e in quelli delle lacrime.

«Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene» Gesù ci prepara anche all'insuccesso e al coraggio di non arrendersi. Al rifiuto non bisogna opporre risentimento, soprattutto non si deve assolutamente impugnare il bastone che ci era stato concesso per sostenerci e utilizzarlo per menare colpi. Al rifiuto si risponde con solo un po' di polvere scossa dai sandali.
Non ci deve deprimere il rifiuto, il non essere accolti e ascoltati. C'è sempre un altro villaggio, un'altra casa un po' più avanti, un altro cuore che aspetta solo di essere toccato.

I Dodici vanno, piccoli tra i piccoli; sulla strada che è libera, che è di tutti; profeti del sogno di Dio: un mondo totalmente guarito dalle malattie e dall'egoismo, un mondo in cui si pensa secondo un 'noi' che abbraccia tutto il creato. "Un mondo dove buongiorno voglia davvero dire buongiorno" (cit. da 'Miracolo a Milano' regia Vittorio De Sica)




Noi non arriveremo alla meta
a uno a uno,
ma a due a due.
Se noi ci ameremo
a due a due,
noi ci ameremo tutti.
E i figli rideranno
della leggenda nera
dove un uomo piangeva
in solitudine

Paul Éluard



Letture:
Amos 7,12-15
Salmo 84
Efesini 1,3-14
Marco 6,7-13


04 luglio 2024

Dio non è stanco di noi, è solo stupito - 7/7/2024 - XIV Domenica Tempo Ordinario

impose le mani a pochi malati e li guarì



Vangelo racchiuso tra due 'stupori'. Si apre con lo stupore dei nazaretani allo sentire la dottrina di Gesù, e si chiude con lo stupore di Gesù di fronte alla loro incredulità.

Lo stupore dei concittadini di Gesù non è lo stupore di chi si trova di fronte a qualcosa di estremamente bello. È più una Sindrome di Parigi che una Sindrome di Stendhal. È lo stupore di chi si trova di fronte a una cosa che ribalta completamente ogni nostra visione precedente. È lo stupore di fronte a dei fatti, a delle parole, che scandalizzano.
Sono scandalizzati perché loro, come noi, pensano a un Dio in alto, pastore nell'infinito dei cieli, avvolto da fumi di incenso così densi da impedire di vederlo. Per loro, come per noi, il Figlio di Dio non può venire inginocchiato a terra con mani callose da carpentiere nel catino per lavarci i piedi, non può avere i problemi di Ioses, di Simone suoi fratelli, i problemi di tutti noi. Non c'è niente, non ci può essere niente di divino in tutto questo! Se Gesù usa questi mezzi poveri, non è Dio!

Ci scandalizza l'umanità di Gesù, la sua prossimità a noi, la familiarità di un Dio che abbandona il tempio e si fa nostro vicino di casa, l'inquilino del piano di sopra, diventando il "God domestic", il Dio di casa come diceva la beata Giuliana di Norwich .
Gesù, maestro senza titoli e con i calli alle mani, che racconta Dio con parabole che sanno di casa, di terra, di orto, dove un germoglio, un grano di senape, un fico a primavera diventano personaggi di una rivelazione, ci scandalizza.
Ci scandalizza l'umiltà di Dio. Non può essere questo il nostro Dio. Dov'è la gloria e lo splendore dell'Altissimo?
Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo: Dio si incarna, entra dentro l'ordinarietà di ogni vita, abbraccia l'imperfezione del mondo, che per noi non è sempre comprensibile, ma per Dio sempre abbracciabile.

La risposta di Gesù al rifiuto dei compaesani non è la condanna, la recriminazione. Lui non si deprime, si meraviglia. E il suo meravigliarsi ci mostra il suo candore, in suo immenso cuore bambino. La sua è una meraviglia che rivela come Dio ha un cuore di luce: «lì non poteva compiere nessun prodigio». Ma subito si corregge: «solo impose le mani a pochi malati e li guarì».
Il Dio rifiutato si fa ancora guarigione, anche se di pochi, fosse anche di uno solo.
L'innamorato respinto continua ad amare, anche senza ritorno.
Dio non è stanco di noi, è solo stupito.




Letture:
Ezechiele 2,2-5
Salmo 122
Seconda Corinzi 12,7-10
Marco 6,1-6


27 giugno 2024

Dio è una mano che ti prende per mano - 30/6/2024 - XIII Domenica Tempo Ordinario




Nel Vangelo di oggi Gesù ci porta in una vera e propria 'gita di istruzione' attraverso il tragitto verso la casa di Giairo.
È un viaggio che inizia male, con la notizia della morte di una bambina di dodici anni.
La vita è un viaggio bellissimo, che vale ogni passo. Ma nella vita ci sono anche le tempeste (domenica scorsa), ci sono bambini che muoiono, innocenti che soffrono,ci sono ingiustizie, sofferenze e dolore.

In tutto questo la prima parola di Gesù è: «Non temere, soltanto abbi fede!»
Ma come è possibile non temere quando la morte è entrata in casa tua, nel profondo delle tue viscere? Il contrario della paura non è il coraggio che pensi di trovare in te, è la fede. Anche se dubiti, anche se la tua fede non ha nulla di eroico, lascia che il nome del Signore riprenda a mormorare nel cuore, lascia che il suo nome salga alle labbra con una ostinazione da innamorati. Perché la fede è un atto vitale. La fede è aderire come il bambino aderisce al petto di sua madre. Avere fiducia nel Signore, come ho fiducia nella mia mamma. E il salmo lo canta così: «Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l'anima mia» (Sal 131,2).

Quando arrivano alla casa vedono trambusto e gente che piange e grida forte. E Gesù proclama: «La bambina non è morta, ma dorme». Questo non vale solo per la bambina di Giairo, vale per tutti. Quelli che sono vissuti prima di noi, che sono andati avanti, quelli che chiamiamo 'morti', in realtà dormono in attesa del risveglio, l'ultimo risveglio che sarà sulla vita piena. La fede biblica è che Dio è il Dio dei vivi, non dei morti (cfr. Mt 22,32), e Dio nelle sue creature non ha messo un seme di morte, ma una radice di vita e di salvezza.

Gesù, entrato nella camera della bambina, manda fuori tutti gli altri e prende con sé il padre e la madre. Prima di tutto ricompone il legame degli affetti, il cerchio dell'amore che fa vivere.
Poi prende per mano la piccola. La legge diceva che toccare un morto rendeva impuri. Gesù ci insegna che dobbiamo toccare la disperazione di una persona per poterla aiutare, confortare, rialzare. E così facendo ci dona un'immagine di Dio bellissima: Dio è una mano che ti prende per mano, con dolcezza. Intreccia le sue dita con le mie, la sua vita con la mia, il suo respiro col mio, le sue forze con le mie.

E le dice: «Talità kum. Bambina, alzati!». Lui può solo aiutarla, sostenerla, ma è solo lei che può decidere di risollevarsi: alzati! E la bambina si alza e riprende a camminare. Gesù non si impone, ma si propone. Ti aiuta e sostiene senza sostituirsi a te, lavora con te, non al posto tuo.

A ciascuno di noi, qualunque sia la quantità di dolore che abbiamo dentro, la porzione di morte che ci abita, il Signore ripete: 'Talità kum'. In ognuno di noi, qualsiasi sia la nostra età, c'è una vita sempre giovane, e ad essa il Maestro ripete: "Talità kum; giovane vita, risorgi, riprendi la fede, il coraggio, la lotta, la ricerca, il dono". Riuscissimo a sentire queste parole di Gesù, dopo ogni ferita della vita, a ogni risveglio!
Là dove l'uomo si ferma, Dio continua a far ripartire, là dove la vita si addormenta, la sua parola risveglia. Per Cristo nessuno è morto per sempre: poiché sei creatura sana e senza veleno, alzati!
E ripete su ogni creatura, su ogni fiore, su ogni uomo e su ogni donna, la benedizione di quelle antiche parole: 'Talità kum; giovane vita, rivivi, risorgi, risplendi. Tu porti salvezza'.




Letture:
Sapienza 1,13-15; 2,23-24
Salmo 29
Seconda Corinzi 8,7.9.13-15
Marco 5,21-43


20 giugno 2024

Dio mi salva nella tempesta - 23/6/2024 - XII Domenica Tempo Ordinario

Gesù placa la tempesta (miniatura)
(Evangeliario di Treviri - monaco Thomas, ca. 740 d.C.)



Nella vita capitano anche le tempeste. E nella maggioranza dei casi sono senza un perché. Anche nel vangeli, Luca, Marco e Matteo raccontano di tempeste, tutte più o meno uguali, ma tutte senza un perché.

E anch'io non so perché sono capitate le tempeste di cui sono stato testimone, e neanche quelle che mi sono capitate.
Come tutti, anch'io vorrei che la navigazione della mia vita abbia sempre un cielo sereno, punti di riferimento chiari e visibili che mi indichino sempre la rotta giusta, un porto sicuro e vicino sempre a disposizione.
Ma la tempesta arriva. Però la barca, simbolo della comunità, ma anche della mia vita fragile, va avanti, resiste.
E questo non perché è cessato il vento o sono finiti i problemi, ma per il miracolo umile dei rematori che non abbandonano i remi, che sostengono ognuno la speranza e la forza dell'altro.

È questo che troppo spesso ci manca: la comunità.
Noi ci sentiamo abbandonati appena si alza il vento di una malattia, di una crisi familiare, di relazioni che scricchiolano. Ci sentiamo immersi in una storia dove Dio sembra dormire, dove Dio non interviene subito, ai primi segni della fatica, al primo morso della paura.
E allora anche noi mandiamo a Dio il grido della nostra paura e della nostra rabbia: "Non ti importa che muoio? Non ti importa che soffro?"

Gesù risponde prima di tutto con i fatti: "si destò, minacciò il vento e il mare". Dio dimostra subito che sì, a Lui importa di noi. Dio, con le sue azioni ci dice: 'mi importano i passeri del cielo e voi valete più di molti passeri; mi importano i gigli del campo e voi siete più belli di tutti i fiori del mondo'.
Ad ognuno di noi, accarezzandoci, sussurra: 'mi importi al punto che ho contato i capelli che hai in capo, al punto che ho misurato tutta la paura che porti nel cuore. E sono con te, a farmi argine al buio, ad essere luce nel riflesso più profondo delle tue lacrime'.
Nelle mie notti, Dio è con me; intreccia il suo respiro con il mio, e "non salva dalla tempesta ma nella tempesta. Non protegge dal dolore ma nel dolore. Non salva il Figlio dalla croce ma nella croce" (Dietrich Bonhoeffer).
Lui è con noi a salvarci da tutti i nostri naufragi. È qui anche prima del miracolo: è nelle braccia forti degli uomini sui remi; nella presa salda del timoniere; nelle mani che svuotano il fondo della barca.
Lui è in tutti coloro che, insieme, compiono i piccoli e semplici gesti che proteggono la vita.
È in tutte quelle persone che ti donano anche solo un istante della loro vita per esserti vicino, per cercare di portare un po' di luce nel buio della tua notte.
È in te quando doni anche un solo istante della tua vita sperando di donare un po' di luce nella notte di qualcuno.




Letture:
Giobbe 38,1.8-11
Salmo 106
Seconda Corinzi 5,14-17
Marco 4,35-41


13 giugno 2024

Dio sparge tanti piccoli semi nel nostro cuore - 16/6/2024 - XI Domenica Tempo Ordinario

Semi di senape
(foto J.C.)



Due parabole all'insegna, una della tenerezza di un germoglio, e l'altra di un minuscolo seme che genera vita e conforto per uomini e uccelli. Gesù ci parla del Padre con parole semplici, ci spiega l'infinito di Dio con parole minuscole, tratte dalla vita quotidiana delle persone che lo ascoltano. Non fa ragionamenti, ma ci apre il libro della nostra quotidianità.

Il Regno di Dio come un uomo che semina. Dio è il buon seminatore che sparge in noi e nel creato le sua energie in forma di semi. E allora il nostro compito è quello che accogliere e portare a germogliare i semi di Dio, di farci seminatori del seme di Dio. Tante volte noi domandiamo delle grazie al Signore e spesso Lui ci dona un pugno di sementi da far fiorire.
E qui succede il miracolo: alla sera vedi un bocciolo, e al mattino un fiore stupendo spande il suo profumo. Tutto senza il nostro intervento. Come dice il Vangelo, "che tu dorma o sia sveglio, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce".
Quanta pace e serenità in questo! Le sementi di Dio, le cose buone, germogliano. crescono per la loro stessa forza interna. Attraverso di noi e nonostante le nostre resistenze e i nostri limiti, Dio matura. Nel mondo e nel cuore degli uomini.

Tutte le persone che ci circondano sono il campo in cui Dio ha sparso i suoi buoni semi, nessuno ne è escluso, nessuno è vuoto. Perché Dio semina sempre, la sua è una mano viva che sparge vita. Siamo noi che pretendiamo prove, risultati.
Come genitori, come educatori, siamo spesso tentati di dire: 'ho cercato di insegnare la fede, di trasmettere buone cose, valori, ma non mi hanno seguito. Dove ho sbagliato?'
Non dobbiamo dimenticare che noi non sappiamo niente di ciò che accade nell'intimo di un'altra persona. Noi abbiamo deposto un seme, che adesso è là, deposto nel terreno, nascosto. È là anche se noi non lo vediamo.
E nessuno può sapere di quanta luce del sole, di quanta acqua piovana, di quanta 'rugiada dello Spirito' (Seconda Preghiera Eucaristica) ha bisogno quel chicco di grano per maturare. La forza è nel seme, non nel seminatore, non in noi.

La seconda parabola mostra la sproporzione tra il piccolo seme e il grande albero che ne nascerà, cioè tra le nostre piccole forze e capacità (e la nostra debolezza e incapacità) e i risultati che possiamo raggiungere.
Il piccolo seme di senape è dentro di noi, e fa crescere degli alberi, magari non maestosi, magari striminziti. Alberi che certamente non salveranno il mondo, ma come ci dice Gesù, potranno dare il nido a qualche uccellino, potranno dare riparo e conforto a qualcuno che ne aveva bisogno.

Le due parabole ci dicono che Dio ama i mezzi poveri, «ha guardato l'umiltà della sua serva» (Lc 1, 48), e che il suo Regno cresce per la segreta forza delle piccole cose buone, della bontà, della verità, della bellezza.
Tutta la nostra fiducia è in questo: Dio è all'opera nella terra con tante piccole cose, con tanti piccoli semi che sparge senza sosta nei nostri cuori.




Alberi d'ombre,
isole naufragano in vasti acquari,
inferma notte,
sulla terra che nasce:

un suono d'ali
di nuvola che s'apre
sul mio cuore:

nessuna cosa muore,
che in me non viva.

Tu mi vedi: così lieve son fatto,
così dentro alle cose
che cammino coi cieli;

che quando Tu voglia
in seme mi getti
già stanco del peso che dorme.

Salvatore Quasimodo - Seme
(da 'Oboe sommerso', 1932)



Letture:
Ezechiele 17,22-24
Salmo 91
Seconda Corinzi 5,6-10
Marco 4,26-34


06 giugno 2024

Chi fa la volontà di Dio mi è fratello, sorella e madre - 9/6/2024 - X Domenica Tempo Ordinario

Ecco mia madre e i miei fratelli!
(Foto di Tyler Nix su Unsplash)



Una cosa mi ha colpito in questo brano: come chiaramente detto all'inizio, Gesù e dentro una casa, tutti gli altri interlocutori invece sono all'esterno. È comico che chi è dentro venga accusato di essere 'fuori' da chi è all'esterno, e che proprio queste persone vogliano portarlo 'dentro' mentre se ne stanno all'aperto.
Anche questa volta, come tante altre volte, Gesù viene a scombinarci le idee, a sovvertire il senso delle nostre parole, a spostare il nostro punto di vista per donarci lo sguardo di Dio.

«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»
Gesù cerca di alzare il nostro sguardo, perché lui è su un altro piano. È venuto a dirci che non esistono diritti acquisiti. È venuto ad aprirci una vastità di possibilità. "Madre e fratelli e sorelle" in questa nuova famiglia non si trovano già bell'e fatti, ma tutti possono diventarlo. La parentela con Dio non è un dato anagrafico, ma una conquista. Più che un punto di partenza, è un punto di arrivo.
«Ecco mia madre!» Gesù, volgendo lo sguardo sulla folla intorno ha effettuato una specie di 'riconoscimento' ufficiale degli appartenenti alla sua nuova famiglia. Da questa nuova famiglia non sono esclusi, naturalmente, i parenti secondo la carne. Ma devono 'entrare' anche loro facendo la volontà di Dio.
Far parte della famiglia di Dio non è un diritto di nascita, ma una possibilità che dipende dal nostro agire sotto la guida dello Spirito Santo.

Il grosso rischio per quelli che si considerano parenti di Gesù per diritto di nascita è di avanzare dei diritti su di lui, una specie di monopolio-tutela. E considerano coloro che 'stanno con lui' come abusivi.
Quando Gesù esce fuori, verso gli altri, i cosiddetti 'suoi' si affrettano a riprenderselo, perché senza di lui non si sentono sicuri. Hanno bisogno di lui per dare una patente di onorabilità alla casa. Cristo non può non essere con loro, pensano. Anche se loro sono lontanissimi da lui.
Peggio dei nemici sono coloro che pretendono di 'annettersi' Cristo.

Eppure tutta la vita di Gesù si è svolta fuori. Nasce fuori dal paese, addirittura dalla casa. Si lascia trovare dai magi, gente venuta da fuori. Va in esilio fuori dalla sua patria. E anche a morire andrà fuori dalla città. E quando qualcuno è sicuro di trovarlo nel sepolcro, dove l'hanno «posto» (Gv 20, 15), lui è già fuori, altrove.
Senza voler forzare troppo le cose, possiamo dire che è più facile dire dove non lo troviamo, che dove possiamo trovarlo. Ecco, non lo troviamo sicuramente dove ci aspetteremmo che fosse. Non lo troviamo, soprattutto, dove pretendiamo di metterlo noi.

Così pure occorre stare attenti a non decidere troppo frettolosamente chi è dentro e chi è fuori. Dentro e fuori, sovente, sono categorie che vengono fissate in base a luoghi che abbiamo costruito noi. Ma le cose non sono così semplici e comode.
Con Gesù il dentro e il fuori non sono relativi ad un 'dove', ma ad una persona, a Lui.
Soltanto dopo aver accertato dove è Lui, è possibile stabilire chi è dentro e chi è fuori.





Se sapessimo guardare la vita con gli occhi di Dio,
vedremmo che nulla è profano nel mondo,
ma che, al contrario, tutto ha parte
nella costruzione del suo Regno.
Così, avere fede
non è solamente alzare gli occhi per contemplare Dio,
ma è guardare la terra con gli occhi di Cristo.

Se avessimo permesso allo Spirito
di penetrare il nostro essere,
se avessimo a sufficienza
purificato il nostro sguardo
il mondo non sarebbe più per noi un ostacolo,
ma un invito costante a lavorare per il Padre,
perché in Gesù venga il suo Regno sulla terra come nel cielo.

Aumenta la nostra fede
per guardare e "vedere" la vita.
Apri i nostri occhi Signore! Amen.

Michel Quoist



Letture:
Genesi 3,9-15
Salmo 129
Seconda Corinzi 4,13-5,1
Marco 3,20-35