05 settembre 2024

Effatà, apriti! - 8/9/2024 - XXIII Domenica Tempo Ordinario




Per cinque domeniche, fino a due domeniche fa, abbiamo sospeso la lettura del vangelo di Marco per leggere il sesto capitolo di quello di Giovanni. C'è nel quarto vangelo una caratteristica che ci può aiutare a capire il brano di oggi: l'evangelista Giovanni non parla mai di miracoli, parla di 'segni'. Il miracolo della guarigione del sordomuto è il segno di quello che Dio vorrebbe donare a questa umanità infantile e immatura, incapace di ascoltare e dialogare. Non castighi, 'fulmini e saette', ma con amore prenderci da parte, cuore a cuore, per 'guarirci', per aprirci le orecchie, sbloccarci la lingua, ma soprattutto trasformare il nostro cuore di pietra in un cuore di carne (cfr. Ez 11,19).

Tutto parte dalla capacità di ascolto: 'sordo' ha la stessa radice di 'assurdo'. Chi non sa ascoltare è entrato nell'assurdo, ed esce dall'assurdo chi impara ad ascoltare.
Penso alle mie sordità, al mio 'ascoltare' pensando ad altro, penso all'insignificanza delle mie parole. E la causa è che non so ascoltare chi è appena fuori del mio spazio vitale, dall'ambito della famiglia o delle amicizie; oppure ascolto distrattamente, sperando solo che l'altro finisca in fretta, perché ho cose più intelligenti da dire, osservazioni più profonde, idee più importanti. È così la parola si fa dura, ma soprattutto vuota. "Il primo servizio che dobbiamo rendere ai fratelli è quello dell'ascolto. Chi non sa ascoltare il proprio fratello presto non saprà neppure ascoltare Dio, sarà sempre lui a parlare, anche con il Signore" (Dietrich Bonhoeffer). Troppo spesso anche nella preghiera sono come il fariseo nel tempio: 'Io, Signore, io e i miei digiuni, io e le decime, io..., io...'.
Chi non sa ascoltare finisce per perdere la parola, perché le sue parole non riescono più a toccare il cuore dell'altro, gli passano sopra senza neanche scompigliargli i capelli. Si può guarire dalla sordità e dall'afasia solo lasciando che il Signore sostituisca il nostro cuore di pietra, chiuso in sé stesso, con un cuore di carne aperto all'ascolto.
È ciò che fa Gesù: porta in disparte il sordomuto, lo tocca con le sue dita, con il segno intimo e vitale della saliva. Prima gli orecchi: sa parlare solo chi sa ascoltare. Primo servizio da rendere a Dio e all'uomo è l'ascolto (shemà Israel - Ascolta Israele: è la parte più importante del servizio liturgico di preghiera nell'ebraismo e recitarlo due volte al giorno è un precetto). Senza ascolto non c'è parola vera.
Ma Gesù continua a fare lo stesso anche con noi: ci tocca in ogni gioia e in ogni prova, ci tocca in ogni fratello che ci viene incontro, nei poveri senza voce, negli anziani soli che nessuno ascolta più. Ci tocca e ci restituisce il dono di ascoltare e di 'parlare correttamente', che non è eloquenza, ma capacità di comunicare, capacità di trovare parole che toccano il nervo della vita, parole che hanno il gusto dell'amicizia e il calore di una carezza.

Gesù ci ripete: «Effatà, che vuol dire 'Apriti!'»
Apriti come si apre la porta all'amico, la finestra al sole, le braccia all'amore. Apriti agli altri e a Dio, anche con le tue ferite, che possono diventare fessure attraverso le quali passa il vento della vita, il soffio dello Spirito. Il primo passo per guarire è abbandonare le chiusure, le rigidità, i blocchi. È aprirsi, uscire dalla solitudine, dove ti sembra di essere al sicuro, ma invece è pericolosa, mortale. Se rimani chiuso in te, non potrai mai scoprire "un Dio che gioisce e ride con l'uomo davanti ai caldi giochi del sole o del mare" (Pier Paolo Pasolini)

«E comandò loro di non dirlo a nessuno». Per Gesù è più importante la gioia del sordomuto, che la sua gratitudine. La felicità dell'uomo conta più della sua fedeltà.
Da notare che del beneficiato non viene registrata neppure una parola. Si tratta di una cosa stupenda, una delle 'azioni di grazia' più straordinarie: quell'uomo adesso ha la possibilità di parlare, e lo dimostra tacendo. Gli è stata restituita la parola e comincia col silenzio. Per parlare bisogna avere qualcosa da dire, ma per fare silenzio occorre avere un mistero da adorare.
Quanti miracolati del Vangelo sembrano scomparire nel nulla, persi nell'ebrezza della loro felicità. Invece, in silenzio stanno fecondando il mondo con una nuova capacità di vere relazioni.




Letture:
Isaia 35,4-7
Salmo 145
Giacomo 2,1-5
Marco 7,31-37


29 agosto 2024

Il cuore felice della vita - 1/9/2024 - XXII Domenica Tempo Ordinario

... col cuore in mano
(foto di Tim Marshall su Unsplash)



Gesù viveva per le strade, incontrava le persone là dov'erano e con loro attraversava i momenti della festa e della gioia, ma soprattutto quelli della malattia e della sofferenza: quando arrivava gli portavano i malati, i ciechi lo chiamavano, donne sofferenti cercavano di toccargli almeno l'orlo del mantello, molti speravano che almeno la sua ombra passasse, come una carezza, sulla loro umanità sofferente. E quanti lo toccavano venivano salvati (Mc 6,56).
Gesù veniva da tutto questo, portando negli occhi e nel cuore il dolore dei corpi e delle anime, insieme all'esultanza dei guariti, alla gioia dei perdonati. Ora farisei e scribi lo provocano su delle piccolezze: tradizioni, mani lavate, lavaggio di stoviglie, formalismi vuoti! Si capisce come la replica di Gesù sia decisa e insieme piena di sofferenza: "Ipocriti! Voi avete il cuore lontano! Lontano da Dio e dall'uomo".

È questa la sofferenza di Dio: il cuore dei figli lontano, assente, altrove. È il lamento di Dio. Nella prima lettura, aveva lanciato la sua sfida per bocca di Mosè: «Quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi?» Ad un Dio vicino, sta di fronte un cuore lontano. Ecco il dramma della storia sacra. Mentre il Padre si fa vicino, i figli si allontanano da casa.
Il cuore lontano porta alla falsa religione: emozionarsi per le folle oceaniche ai raduni religiosi, ma non saper pregare; amare la liturgia con la sua musica, i fiori, l'incenso, i marmi antichi, ma non "soccorrere il dolore di orfani e vedove" (vedi la seconda lettura di oggi); volere segni esterni e citazioni verbali del cristianesimo, ma neanche pensarsi di viverlo.

Più di novecento volte nella Bibbia compare il termine 'cuore'. Ma non come semplice simbolo dei sentimenti o dell'affettività, bensì come il centro della persona, il luogo dove nascono le azioni e i sogni, dove si sceglie la vita o la morte, dove si distingue tra vero e falso, dove Dio seduce ancora e fa ardere il suo fuoco come a Emmaus: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via?» (Lc 24, 32).

Ma il ritorno al cuore non basta. Ci guardiamo dentro e vi troviamo di tutto, cose stupende ma anche cose delle quali ci vergogniamo: dal cuore vengono le intenzioni cattive, prostituzioni, omicidi, adulteri, malvagità... un elenco impressionante di dodici cose cattive, che rendono impura la vita. C'è bisogno di purificare la sorgente, di evangelizzare le nostre zone di durezza e di egoismo, lasciarci raggiungere dallo sguardo di Gesù: il suo sguardo di perdono sulla donna adultera, su Maria Maddalena, su Pietro pentito. Sentire su di noi il suo sguardo che trasforma, che ci fa abbandonare il peccato passato e ci apre a un futuro nuovo, migliore. Non sono le pratiche esteriori che purificano: lavare le mani o le stoviglie è facilissimo, molto più difficile è lavare le intenzioni!

"Tutta la vita è un pellegrinaggio verso il luogo del cuore" (Olivier Clément).
Per fare questo pellegrinaggio occorre andare a scuola dalla donna del cuore, cioè Maria, la madre di Gesù, che, come sottolinea Luca, custodisce, conserva e medita nel cuore le parole, gli eventi e i silenzi di Dio. È necessario molto cuore per ascoltare i silenzi di Dio.
Occorre lo sguardo di Gesù. Allora cadono le sovrastrutture, le esteriorità, le disquisizioni vuote, tutto ciò che è cascame culturale, "tradizione di uomini". Che aria di libertà con Gesù! Apri il Vangelo e il soffio dello Spirito è ombra di una perenne freschezza, è vento creatore che ti rigenera, che ti apre a sempre nuovi cammini. Perché con Cristo torni al cuore felice della vita.




Letture:
Deuteronomio 4,1-2.6-8
Salmo 14
Giacomo 1,17-18.21-22.27
Marco 7,1-8.14-15.21-23


22 agosto 2024

Da chi andremo? - 25/8/2024 - XXI Domenica Tempo Ordinario




«Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?»
Non sempre il Vangelo è un balsamo sulle nostre ferite della vita, una carezza che ci dona gioia, un abbraccio che ci ridona forza. A volte è parola dura, pugno nello stomaco, sgambetto che fa crollare le nostre certezze.
È quello che capita ai discepoli in questo brano. Loro, come noi, hanno capito benissimo il discorso di Gesù. L'hanno compreso talmente bene che ... non vorrebbero sentirlo. È un discorso difficile, insopportabile, inaccettabile, perché troppo lontano dalla loro/nostra mentalità, dalla loro/nostra idea di Dio e di Messia. Quindi la crisi serpeggia anche nella cerchia dei discepoli, e tra quei discepoli ci siamo tante volte anche noi.

Gesù offre la chiave per superare lo scandalo. Una chiave che è fatta di tre elementi:
1 - Ricorda la sua origine divina. Lui è il Maestro che è disceso dal cielo, ed è colui che risalirà da dove è venuto.
2 - «È lo Spirito che dà vita, la carne non giova a nulla». È soltanto nello Spirito e non attraverso gli strumenti dell'intelligenza umana che si possono capire le parole di Gesù. E lo Spirito viene dato, offerto, non conquistato o comprato.
3 - La vera causa dell'incomprensione è la mancanza di fede. «Ci sono tra voi alcuni che non credono».
Ci si può illudere di credere, possiamo 'credere di credere'. È una cosa che può capitare a tutti, nessuno escluso.
Gesù ci rivela, impietosamente, la nostra povertà di fede.
Il paradosso sta proprio qui: prima di tutto si tratta di credere, solo allora si capisce meglio. Invece noi abbiamo la pretesa di veder chiaro per poter credere.
È vero l'opposto: prima si crede, ci si abbandona totalmente a Lui, ci si fida, ci si decide, ci si compromette per Lui, e poi si comincia a veder chiaro. Con Dio è sempre così: già nel deserto, prima gli ebrei hanno detto «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!» e 'dopo' Dio ha donato, sul Sinai, la Legge e il Decalogo (cfr Es 19).

«Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui»
Di fronte all'abbandono di molti, Gesù non fa nulla per trattenerli. Non riduce le sue pretese. Non minimizza le sue richieste. Non li rassicura, non gli dice 'Non avete capito bene ... Non volevo dire questo ...'. Sembra quasi che faccia di tutto per scoraggiarli.
Con le sue parole, Gesù ci costringe a prendere posizione, a fare una scelta precisa. Con lui non si possono adottare posizioni intermedie o di compromesso. Non esistono le mezze misure. O stare con Lui o separarsi da Lui: «Chi non è con me è contro di me» (Mt 12, 30; Lc 11, 23)

«Volete andarvene anche voi?» In tempo di crisi, Gesù non procede alla svendita del prodotto. Niente saldi di fine stagione, niente 'notti bianche' (anzi, con Lui ci sarà la notte nera del Getsemani).
Gioca al rialzo, preferisce rimanere solo piuttosto che mercanteggiare sulle cose essenziali.

Ed è a questo punto che Pietro fa la sua confessione di fede a nome dei Dodici: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Non dice "dove andremo?", ma "da chi andremo?". Perché il grosso problema non è andarsene, il grosso problema è da 'chi' andare.
La fedeltà non è una questione di andare o restare, la vera fedeltà è una persona, con la quale ci si lega per camminare insieme, per andare nella stessa direzione. È sapere che non posso vivere e svilupparmi se non con quel rapporto che mi impegna con quella persona.
E quella persona è Cristo.
Credere non significa sottoscrivere una lista di verità. Credere significa aderire a una Persona, fare di questa Persona il centro, il senso della propria vita. Cristo non è un elemento accessorio della nostra esistenza. È il «pane vivo», il nutrimento indispensabile.
La fedeltà a Lui non va subita, ma vissuta gioiosamente, perché legarsi a Lui in un rapporto di fede e di amore non significa rimanere incatenati, ma significa essere sovranamente liberi, sempre in cammino, stupendamente aperti a tutte le sorprese e novità.
La libertà che Cristo mi offre fa si che io interiorizzi le mie scelte e le ripulisca dalle incrostazioni delle convenienze, delle paure, delle abitudini.
La libertà che Cristo mi offre fa si che nel mezzo della nera notte del Getsemani io sappia sempre che sorgerà il sole splendente dell'infinito giorno della Risurrezione.




Letture:
Giosuè 24,1-2.15-17.18
Salmo 33
Efesini 5,21-32
Giovanni 6,60-69


15 agosto 2024

Dio si dona a me - 18/8/2024 - XX Domenica Tempo Ordinario

pane e vino, carne e sangue



In questo breve Vangelo di solo otto versetti, Gesù per otto volte ci parla di un Dio che si dona: "Prendete la mia carne e mangiate". Per otto volte, Gesù insiste sul perché mangiare la sua carne: per vivere, ma vivere davvero. Una cosa è vivere, altro è solo sopravvivere. È incalzante Gesù nella sua certezza di possedere il segreto che cambia la direzione, il senso, il sapore della vita.

"Chi mangia la mia carne ha la vita eterna". Con il verbo al presente: "ha", non "avrà". La vita eterna è una vita libera e autentica, che si rialza dalle cadute, che non si arrende alle difficoltà, ma soprattutto che fa cose che meritano di non morire. Una vita come quella di Gesù, capace di amare come nessuno.
Sangue e carne sono parole che indicano la piena umanità di Gesù, la sua carne e il suo sangue, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, la sua storia e le sue lacrime, le sue passioni e i suoi abbracci, i piedi intrisi di nardo, la casa che si riempie di profumo e di amicizia. E qui c'è una sorpresa, una cosa inimmaginabile: Gesù non dice 'prendete su di voi la mia sapienza, mangiate la mia santità, il sublime che è in me'. Dice: 'prendete la mia umanità, il mio modo di abitare la terra e di vivere le relazioni come lievito delle vostre relazioni. Nutritevi del mio modo di essere umano, come un bimbo che è ancora nel grembo della madre si nutre del suo sangue'.

Gesù sta parlando del sacramento della sua esistenza: mangiate e bevete ogni goccia e ogni fibra di me. Vuole che nelle nostre vene scorra il flusso della sua vita, che nel nostro cuore metta radici il suo coraggio perché ci incamminiamo a vivere l'esistenza umana come l'ha vissuta lui. Per questo si è fatto uomo, perché l'uomo si faccia come Dio (Ireneo di Lione). Allora mangiare e bere Cristo significa prenderlo come misura. Non 'andare a fare la Comunione' ma 'farci noi sacramento di comunione'. Il movimento fondamentale non è il nostro andare fino a lui, ma è Lui che viene fino a noi. Lui felice di vedermi arrivare, che mi dice: 'sono contento che tu sia qui'. Io posso solo accoglierlo stupito.
Prima che io abbia fame, Lui ha detto 'Prendi e mangia', mi ha cercato, mi ha atteso e infine si dona a me.

Qui emerge il genio del cristianesimo: non un Dio che chiede offerte, doni, sacrifici, ma un Dio che si offre, sacrifica, dona, si perde dentro le sue creature, come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo. Mangiare e bere Cristo significa diventare luce da luce, Dio da Dio, della stessa sua sostanza.

Gesù ha scelto il pane come simbolo dell'intera sua vita perché per arrivare ad essere pane c'è un lungo percorso da compiere, un lavoro tenace in cui si tolgono cortecce e gusci perché appaia il buono nascosto di ogni cuore: spiga dentro la paglia, chicco dentro la spiga, farina dentro il chicco.
Il percorso del pane è quello di coloro che amano senza badare alle fatiche. Semini il grano nella terra, marcisce, dice il Vangelo, e nascono le foglioline. A gennaio le foglioline tremano mentre si alzano sopra la neve. Ma per diventare pane devono salire. A giugno la spiga gonfia si piega verso la terra, viene la mietitura. Poi la battitura, la macina, il fuoco, tutti passaggi duri per il chicco. A cosa serve tutto questo? Serve a purificarci il cuore. Dio sa che dentro di noi c'è del buono, vuole soffiare via la pula perché appaia il chicco, togliere la crusca perché appaia la farina. Vuole portare alla luce il buono di ciascuno di noi.
Cristo si fa pane perché ognuno di noi, prima di morire, possa diventare pane per qualcuno, un pezzo di pane che sappia di buono per le persone che ama.
Cristo si fa vino perché ognuno di noi possa diventare goccia di sangue, che è il simbolo di tutto quanto abbiamo di buono, di caldo e di vivo, e che offriamo a chi amiamo, e ancor di più a chi ha bisogno di essere amato.
Dio è pane in cammino verso la mia fame, è vino in cammino vero la mia sete.

Sapermi cercato nonostante tutte le mie distrazioni,
nonostante questa mia vita superficiale,
nonostante le risposte che non riesco a dare,
sapere che io sono il desiderio di Dio, è tutta la mia forza, tutta la mia pace.




Letture:
Proverbi 9,1-6
Salmo 33
Efesini 5,15-20
Giovanni 6,51-58


08 agosto 2024

Profumo di pane, profumo di Dio - 11/8/2024 - XIX Domenica Tempo Ordinario




Domenica scorsa abbiamo visto come i 'ricercatori' di Gesù, dinanzi alla promessa di un pane «che dura per la vita eterna», non trovano di meglio che riferirsi a Mosè e alla manna. Gesù accetta il paragone, come punto di partenza. Ma ne rivela anche l'insufficienza. La manna è soltanto immagine e profezia del "pane del cielo", quello vero. L'aggettivo "vero", nel linguaggio di Giovanni, serve a indicare la verità definitiva, ultima, il dono completo di cui i doni e le realtà dell'Antica Alleanza erano soltanto pallidi annunci.
Già il Deuteronomio (Dt 8, 2-3) e il libro della Sapienza (Sap 16,20.26) spiegano in prospettiva futura l'episodio della manna nell'Esodo. Il miracolo dell'Esodo serve a introdurre al vero, grande miracolo che si realizza ora. Il vero pane del cielo non l'ha dato Mosè, lo dona Dio ora: «Io sono il pane disceso dal cielo».
Teniamo presente che la manna sta a indicare il cibo primordiale, ossia tutto ciò di cui l'uomo ha bisogno. Di fatto Dio, nel deserto, ha offerto al suo popolo non soltanto il cibo materiale, ma anche la sua Parola, la Legge, l'Alleanza.
Ora è arrivato il dono definitivo, completo: «lo sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia».
Gesù è il dono ultimo, definitivo, del Padre.
È il dono del "pane".
Gesù è tutto ciò di cui l'uomo ha bisogno. Nel dono che è Gesù si colmano le esigenze più profonde dell'uomo.
Cristo è la Parola definitiva di Dio. Tutto ciò che Dio aveva da dire all'uomo, l'ha detto in Cristo. All'infuori di Lui e dopo di Lui non c'è da aspettarsi nessun'altra rivelazione. Gesù, la Parola fatta carne, è in grado di saziare la fame di infinito che sta nel nostro cuore.

A questo punto, c'è da fare un'osservazione.
Il grande e lungo discorso del pane di vita abitualmente viene letto esclusivamente in chiave eucaristica. In realtà, l'Eucarestia non costituisce il tema principale, almeno della prima parte del discorso.
Soltanto a partire dal v. 51 (l'ultimo del brano di oggi) l'Eucarestia diventa il nucleo essenziale delle parole di Gesù. Prima il "pane della vita" è la persona stessa di Gesù. Lui, infatti, è la Parola che si è fatta carne.
Semplificando possiamo dire che prima Gesù si presenta come pane della vita attraverso la sua Parola, poi, nella seconda sezione, Gesù è il pane della vita attraverso la sua carne.
Quindi abbiamo dapprima la mensa della Parola, poi la mensa eucaristica propriamente detta, ma il tutto ad un'unica tavola: quella del pane.

I Giudei tuttavia, non si arrendono: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?»
Ecco ancora una volta l'incapacità radicale a riconoscere che il pane della vita, quello vero, che rappresenta il nutrimento eterno e che scende dal cielo, ci viene offerto 'nascosto' nell'apparente banalità del quotidiano.
È l'Incarnazione che ci fa scandalo.
L'uomo prova una difficoltà quasi insormontabile nel riconoscere un Dio che si manifesta nelle cose ordinarie, nelle realtà comuni, che si 'fa segno' attraverso il quotidiano.
Facciamo molta fatica a ricordarci che con l'Incarnazione del Cristo, il quotidiano diventa sacramento della presenza di Dio e sacramento della nostra presenza a Dio.
Gli avvenimenti di cui Dio si serve per rivelarsi sono i piccoli fatti della vita ordinaria. Le solite cose, le solite occupazioni, il solito orario ci portano il Dio che vuole incontrarci là dove siamo, in quello che facciamo, nel contesto della nostra esistenza di tutti i giorni.
Non dobbiamo andare a cercare Dio altrove. Lui si fa trovare nelle occasioni più comuni, in uno stile dimesso, secondo il cerimoniale dei nostri gesti ordinari, nel sapore di un boccone di pane condiviso.
Perché è da dentro di noi che Dio viene a salvarci, e non è una notizia da poco per l'uomo che "ha trovato un Dio che si cala nell'abisso del nulla dell'uomo. E che da lì lo fa risalire" (Charles Péguy).
La forza è tutta di Dio: si chiama Grazia. E, come dice il suo nome, è gratuita: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato». Non si diventa cristiani per una somma di dottrine imparate a memoria, per una somma smisurata di sforzi di volontà. Si diventa cristiani per attrazione.
Dio sceglie l'attrazione, non la forza, le catene, l'imposizione.
L'attrazione ha un'unica necessità: che la libertà dell'uomo vada incontro alla Grazia di Dio. È necessario che la libertà dell'uomo accetti di lasciarsi incontrare dall'amore di Dio. Un Dio buono come il pane, sottomesso alla libertà delle sue creature.
È (di)sceso dal cielo, Lui che non era per nulla obbligato a farlo, per regalare all'uomo la sua eterna giovinezza.
E cerca di attrarci col profumo del pane fresco, appena sfornato, col Suo profumo.




Il profumo del pane e il viandante

Farina, acqua, lievito e sale;
sale il profumo del pane nell'aria;
aria che respiro dal forno infuocato;
infuocato è il mio pensiero;
pensiero rivolto a te viandante;
viandante della vita che passa;
passa da me amico triste;
triste è il giorno e felice sarà;
sarà ora della tua figura;
figura da vivere senza paura.


Sergio Camellini



Letture:
1 Re 19,4-8
Salmo 33
Efesini 4,30-5,2
Giovanni 6,41-51


01 agosto 2024

Pane di vita - 4/8/2024 - XVIII Domenica Tempo Ordinario

"Io sono il pane della vita"



«Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati»
Il verbo "cercare" è un verbo chiave nel vangelo di Giovanni:
- c'è il Padre che cerca i veri adoratori, in spirito e verità;
- c'è Gesù che cerca non la propria gloria né la propria volontà, ma la gloria e la volontà di Colui che l'ha mandato;
- ci sono i giudei che cercano Gesù per ucciderlo;
- ci sono i discepoli che cercano Gesù per stare con lui: «Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: "Che cosa cercate?"» (Gv 1, 38) (Da notare che queste sono le prime parole di Gesù registrate dal vangelo di Giovanni. Ed è la prima, fondamentale domanda che viene posta a chi intende seguirlo);
- c'è la domanda che ritroviamo al termine del vangelo, quando il Risorto si rivolge in questi termini a Maria di Magdala: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20, 15).
Dunque. Il Maestro "obbliga chi si è messo in cammino verso di lui a interrogarsi: cosa si aspetta da Gesù? Perché lo cerca? E, in realtà, chi cerca?" (Bruno Maggioni).
Non basta cercare, bisogna avere coscienza delle motivazioni reali della propria ricerca. E Gesù pone a tutti noi la domanda provocatoria: cosa cerchi? cosa ti aspetti da me? Ci interroga non perché ha bisogno di sapere (Lui legge nei nostri cuori), ma per aiutarci a prendere coscienza delle vere motivazioni e dei veri obiettivi della nostra ricerca.

Infatti c'è ricerca e ricerca, non tutte le ricerche sono uguali:
- chi cerca Gesù e chi se stesso;
- chi lo cerca per motivi utilitaristici e chi invece per farne il centro della propria vita;
- chi lo cerca in chiave intellettuale (per 'sapere') e chi in chiave esistenziale (perché non potrebbero vivere senza di Lui);
- c'è chi cerca Cristo per "dimorare" con lui, e chi per annetterselo, strumentalizzarlo.
C'è una ricerca che sfocia inevitabilmente nell'insuccesso e una ricerca che porta invece 'a trovare'.
Qui la folla va da Gesù non per Lui, ma per il vantaggio materiale che spera di ricavarne. La loro è una ricerca interessata, riduttiva.

Il Maestro, allora, accusa i suoi 'ricercatori' di non saper leggere i segni. Per Giovanni ci possono essere tre reazioni diverse dinanzi ai 'segni' compiuti da Gesù:
- Accecamento volontario. È l'atteggiamento di chi rifiuta di vederli, di prenderne atto. Ad esempio, i farisei in occasione della guarigione del cieco nato, o della risurrezione di Lazzaro;
- Miopia. Consiste nel fermarsi alla materialità del segno. È l'errore della folla che si ferma al segno in se stesso, e non sa guardare oltre, nella direzione suggerita dal segnale;
- Penetrazione. Si tratta del dinamismo proprio del credente che, stimolato dal segno, va oltre il segno per coglierne il significato profondo, il segreto nascosto, l'identità personale di Gesù. Esempio tipico la conclusione del miracolo di Cana: «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2, 11).
Gesù, di fronte alla massa che pretenderebbe imprigionarlo nelle proprie attese, presenta due tipi di cibo:
- «quello che non dura »
- «quello che rimane per la vita eterna ».
Quegli individui rimangono ostinatamente e pesantemente attaccati al pane materiale. Non riescono a sollevarsi oltre l'orizzonte terrestre.
Certo, Gesù non rifiuta questo pane, non ne sminuisce l'importanza (ha compiuto il miracolo proprio per sfamare la folla), ma rifiuta di fermarsi a questo. Sa che «non di solo pane vive l'uomo» (Mt 4, 4). E lui è venuto per offrire qualcos'altro. Un altro pane. Il suo messaggio passa attraverso il problema economico, ma va oltre il piatto di minestra.

E qui c'è un'altra caratteristica del vangelo di Giovanni: l'equivoco. Gesù scongiura i suoi 'ricercatori' a procurarsi «il cibo che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà », ma loro non riescono a sradicarsi dal ricordo dei pani con cui si sono rimpinzati lo stomaco nel deserto.

Subito dopo, spunta un altro equivoco:
- «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?» Pensano immediatamente a qualcosa da fare, a delle opere onerose da compiere per meritarsi l'approvazione e la simpatia di Dio, cioè ad 'appropriarsi di Dio'.
- «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» Cristo replica che l'opera fondamentale è la fede. Si tratta di credere, cioè a diventare 'proprietà di Dio'.
Perché la fede è prima di tutto dono, poi libera risposta dell'uomo.
La fede è qualcosa che si riceve, non qualcosa che si conquista, quindi "c'è una sola cosa da fare. Lasciarsi fare" (card. Jacques Perron), cioè lasciarsi conquistare dall'amore incondizionato di Dio, perdersi nel suo abbraccio materno.





Tra le tue braccia

C'è un posto nel mondo
dove il cuore batte forte,
dove rimani senza fiato,
per quanta emozione provi,
dove il tempo si ferma
e non hai più l'età;
quel posto è tra le tue braccia
in cui non invecchia il cuore,
mentre la mente non smette mai di sognare...
Da lì fuggir non potrò
poiché la fantasia d'incanto
risente il nostro calore e no...
non permetterò mai
ch'io possa rinunciar a chi
d'amor mi sa far volar.

Alda Merini


Letture:
Esodo 16,2-4.12-15
Salmo 77
Efesini 4,17.20-24
Giovanni 6,24-35


25 luglio 2024

La divisione dei pani - 28/7/2024 - XVII Domenica Tempo Ordinario

(con)dividere il pane



La moltiplicazione dei pani è l'unico miracolo presente in tutti e quattro i Vangeli, e questo è un segno dell'importanza di questo fatto, di come questo sia un evento decisivo per la comprensione di Gesù: Lui è colui che moltiplica la vita, colui che nutre la nostra vita, che placa la nostra fame d'amore, di consolazione, di comunione fraterna.

In Giovanni tutto avviene in un clima primaverile (la Pasqua è vicina) di attesa (su di un monte, che è il luogo dell'incontro con Dio) e di bisogno (hanno fame).
Come nella prima lettura, anche qui vengono presentate delle 'primizie': i pani d'orzo. L'orzo è il primo dei cereali che matura, è il pane nuovo. Ma questi pani vengono portati da un ragazzo, non un adulto, cioè una primizia d'uomo, un segno di freschezza, un segno di novità. Veramente Dio è un Dio che fa nuove tutte le cose, che proietta il mio sguardo verso il futuro. Non verso ciò che è stato, ma verso ciò che sta venendo.

Un particolare mi colpisce: la generosità. A Gesù nessuno chiede niente, è lui che per primo si preoccupa, si accorge e dice: «Dove potremo comprare il pane per loro?». Alla generosità di Dio corrisponde la generosità del ragazzo. Neanche a lui nessuno chiede niente: ha cinque pani e due pesci e li mette a disposizione. È poca cosa, ma è tutto ciò che ha. Dà tutto quello che ha, senza pensare se sia molto o se sia poco. È tutto!

E accade il miracolo. Perché il miracolo accade nel momenti un cui il 'mio' pane diventa il 'nostro' pane. Perché la fame incomincia quando tengo stretto solo per me il mio pane, e più stringo a me quello che ho, più la mia fame aumenta. La fame non finisce quando mangio a sazietà il mio pane, ma quando condivido il poco che ho.
Tutti abbiamo qualcosa da dare, anche se poco; e il nostro dono non è mai insignificante, perché il nostro compito è 'far circolare il bene nelle vene del mondo' (Ermes Ronchi).
Il Vangelo oggi non parla di moltiplicazione, ma di divisione. Parla di un pane che non finisce, parla di beni ridistribuiti e condivisi. Mentre lo distribuivano, il pane non veniva a mancare, e mentre passava di mano in mano restava in ogni mano.

Giovanni non ha il racconto dell'ultima cena. Lui racconta l'istituzione dell'Eucaristia in questo sesto capitolo, difatti riassume l'agire di Gesù in tre verbi: "prese il pane, rese grazie e distribuì". Tre verbi eucaristici, consacratori: Cristo mentre sazia in noi la fame di pane, si fa pane per accendere in noi la fame di Dio.
Questi stessi tre verbi fanno della nostra vita un vangelo, un sacramento: accogliere, rendere grazie, donare. Noi non siamo i padroni delle cose. Se ci consideriamo tali, le profaniamo: profaniamo l'aria, la terra, l'acqua, i fiori, il pane. Tutto ciò che incontriamo non è nostro, è vita che viene da prima di noi e che va oltre noi, che ci è donata perché ne facciamo dono a chi ci circonda e a chi verrà dopo di noi.

«Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto» La cura per i pezzi avanzati, la sacralità delle cose, perché niente va perduto, perché c'è una santità nella materia, perfino nelle briciole.
Non saremo mai felici se non impariamo ad accogliere e a benedire i fratelli, il pane, Dio, la vita, la bellezza; e poi a condividere. Accoglienza, benedizione e condivisione, e dentro di noi tre sorgenti di felicità zampilleranno copiose.




Letture:
2 libro dei Re 4,42-44
Salmo 144
Efesini 4,1-6
Giovanni 6,1-15


18 luglio 2024

Dio ha compassione di noi - 21/7/2024 - XVI Domenica Tempo Ordinario

dalla copertina del libro Compassione di Erminio Gius (Ed. EDB)



«Ebbe compassione di loro». Questo potrebbe essere il titolo del Vangelo di oggi. Tutto il Vangelo ci parla della misericordia di Dio, ma il brano di oggi ci mostra lo sguardo di Gesù che vede la nostra stanchezza, i nostri smarrimenti, la fatica della nostra vita. Gesù vede tutto questo e si lascia toccare il cuore da tutto questo. Il suo non è uno sguardo indifferente, ma è uno sguardo che lo coinvolge, gli fa fremere la viscere.
Gesù si commuove per i discepoli, prova per loro una tenerezza come di madre. Non chiede di andare a pregare o di fare chissà che cosa. Semplicemente li esorta a prendere un po' di tempo tutto per loro. È un gesto d'amore.

Per Gesù prima di qualsiasi altra cosa, viene sempre la persona. Più dei tuoi successi, dei risultati del tuo lavoro, gli importa come stai. Più di ciò che fai, gli interessa, e per davvero, ciò che sei. Lui non vuole spremere come dei limoni i suoi discepoli. Lui semplicemente li ama, e li vuole felici.
Non dobbiamo sentirci in colpa se a volte abbiamo bisogno di attenzioni, di coccole, di riposo. C'è un tempo per agire, per fare, e un tempo per riposare, per riprendere le forze. Diceva sant'Ambrogio: "Si vis omnia bene facere, aliquando ne feceris", che vuol dire "se vuoi far bene tutte le cose, ogni tanto smetti di farle". Non siamo dei supereroi, le nostre vite sono fragili, le nostre energie limitate. Abbiamo bisogno di fare, ma anche di riposare. Anche Dio, dopo sei giorni di lavoro, il settimo ha riposato.

«Venite in disparte [con me]», dice Gesù. Stare con Dio per imparare il cuore di Dio, per rabboccare il nostro amore attingendo all'amore di Dio. E poi ritornare nella folla, portando quel carico strabordante di tenerezza che solo Dio sa donare.

Ma qualcosa cambia i programmi del gruppo: «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro ... e si mise a insegnare loro molte cose». Gesù cambia i suoi programmi, non quelli dei suoi amici. Rinuncia al suo riposo, non al loro.
La prima cosa che Gesù offre alla folla è la compassione, il provare dolore per il dolore dell'altro. Gesù sa bene che non è il dolore che annulla la speranza, non è il morire, ma l'essere senza conforto.
Ed è questo ciò che Gesù insegna ai Dodici. Insegna per prima cosa come guardare le persone, insegna uno sguardo che abbia commozione e tenerezza. Le parole verranno da sé, da un cuore toccato dal dolore.

Questo vale per ognuno di noi. Quando ritrovi la compassione, quando impari di nuovo a commuoverti, il mondo si innesta nella tua anima. Finché ci sarà sulla terra chi sa ancora commuoversi per l'ultimo degli esseri umani, allora c'è speranza per il mondo.




Letture:
Geremia 23,1-6
Salmo 22
Efesini 2,13-18
Marco 6,30-34


11 luglio 2024

Testimoni di un Dio che è comunione - 14/7/2024 - XV Domenica Tempo Ordinario

li mandò a due a due



Una prima cosa mi colpisce, e riguarda l'equipaggiamento degli inviati. Rispetto a Luca e Matteo, Marco si dimostra meno rigoroso, concedendo il bastone e i sandali. Ma questo elenco non è un manuale del missionario, un elenco di cosa si può avere e cosa invece non è concesso. Le singole prescrizioni sono così poco importanti che i tre vangeli sinottici riportano elenchi diversi e contraddittori.
Cristo non si addentra nella casistica della povertà, ma vuole sottolineare la necessità della leggerezza, della libertà, della disponibilità. Gli inviati non devono cercare altri 'appoggi' ad di fuori del comando di Gesù.
La forza, la potenza, la sicurezza non sta nell'equipaggiamento, ma nel messaggio affidato. La potenza è nel Vangelo, non nei mezzi utilizzati. "Il vangelo non ha bisogno di aiuti. Ha bisogno di ... Vangelo" (d. Alessandro Pronzato).

«prese a mandarli a due a due» A due a due perché il due non è semplicemente la somma di uno più uno, è l'inizio del noi, la prima cellula della comunità.
Il primo e più importante messaggio è che si è portatori di fratellanza, di unità. Nella comunione dovranno essere testimoni di un Dio che è Comunione. La prima, e spesso più difficile, conversione è proprio questa: passare dal pensare a me stesso, al pensare al noi; smettere di  pensare usando la prima persona singolare e iniziare a pensare usando la prima persona plurale.

«Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì» La meta è questa: la casa. Casa, dove la vita è più vera, dove si è felici, dove ci si scalda il cuore, dove si condividono il pane, le gioie e i dolori. Il Vangelo acquista pieno significato nella casa, nel luogo dove può parlare e guarire nei giorni di festa e in quelli delle lacrime.

«Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene» Gesù ci prepara anche all'insuccesso e al coraggio di non arrendersi. Al rifiuto non bisogna opporre risentimento, soprattutto non si deve assolutamente impugnare il bastone che ci era stato concesso per sostenerci e utilizzarlo per menare colpi. Al rifiuto si risponde con solo un po' di polvere scossa dai sandali.
Non ci deve deprimere il rifiuto, il non essere accolti e ascoltati. C'è sempre un altro villaggio, un'altra casa un po' più avanti, un altro cuore che aspetta solo di essere toccato.

I Dodici vanno, piccoli tra i piccoli; sulla strada che è libera, che è di tutti; profeti del sogno di Dio: un mondo totalmente guarito dalle malattie e dall'egoismo, un mondo in cui si pensa secondo un 'noi' che abbraccia tutto il creato. "Un mondo dove buongiorno voglia davvero dire buongiorno" (cit. da 'Miracolo a Milano' regia Vittorio De Sica)




Noi non arriveremo alla meta
a uno a uno,
ma a due a due.
Se noi ci ameremo
a due a due,
noi ci ameremo tutti.
E i figli rideranno
della leggenda nera
dove un uomo piangeva
in solitudine

Paul Éluard



Letture:
Amos 7,12-15
Salmo 84
Efesini 1,3-14
Marco 6,7-13


04 luglio 2024

Dio non è stanco di noi, è solo stupito - 7/7/2024 - XIV Domenica Tempo Ordinario

impose le mani a pochi malati e li guarì



Vangelo racchiuso tra due 'stupori'. Si apre con lo stupore dei nazaretani allo sentire la dottrina di Gesù, e si chiude con lo stupore di Gesù di fronte alla loro incredulità.

Lo stupore dei concittadini di Gesù non è lo stupore di chi si trova di fronte a qualcosa di estremamente bello. È più una Sindrome di Parigi che una Sindrome di Stendhal. È lo stupore di chi si trova di fronte a una cosa che ribalta completamente ogni nostra visione precedente. È lo stupore di fronte a dei fatti, a delle parole, che scandalizzano.
Sono scandalizzati perché loro, come noi, pensano a un Dio in alto, pastore nell'infinito dei cieli, avvolto da fumi di incenso così densi da impedire di vederlo. Per loro, come per noi, il Figlio di Dio non può venire inginocchiato a terra con mani callose da carpentiere nel catino per lavarci i piedi, non può avere i problemi di Ioses, di Simone suoi fratelli, i problemi di tutti noi. Non c'è niente, non ci può essere niente di divino in tutto questo! Se Gesù usa questi mezzi poveri, non è Dio!

Ci scandalizza l'umanità di Gesù, la sua prossimità a noi, la familiarità di un Dio che abbandona il tempio e si fa nostro vicino di casa, l'inquilino del piano di sopra, diventando il "God domestic", il Dio di casa come diceva la beata Giuliana di Norwich .
Gesù, maestro senza titoli e con i calli alle mani, che racconta Dio con parabole che sanno di casa, di terra, di orto, dove un germoglio, un grano di senape, un fico a primavera diventano personaggi di una rivelazione, ci scandalizza.
Ci scandalizza l'umiltà di Dio. Non può essere questo il nostro Dio. Dov'è la gloria e lo splendore dell'Altissimo?
Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo: Dio si incarna, entra dentro l'ordinarietà di ogni vita, abbraccia l'imperfezione del mondo, che per noi non è sempre comprensibile, ma per Dio sempre abbracciabile.

La risposta di Gesù al rifiuto dei compaesani non è la condanna, la recriminazione. Lui non si deprime, si meraviglia. E il suo meravigliarsi ci mostra il suo candore, in suo immenso cuore bambino. La sua è una meraviglia che rivela come Dio ha un cuore di luce: «lì non poteva compiere nessun prodigio». Ma subito si corregge: «solo impose le mani a pochi malati e li guarì».
Il Dio rifiutato si fa ancora guarigione, anche se di pochi, fosse anche di uno solo.
L'innamorato respinto continua ad amare, anche senza ritorno.
Dio non è stanco di noi, è solo stupito.




Letture:
Ezechiele 2,2-5
Salmo 122
Seconda Corinzi 12,7-10
Marco 6,1-6