27 agosto 2020

Dio propone, non impone - 30/08/2020 - XXII domenica tempo ordinario

Tra l'episodio del Vangelo di oggi e quello di domenica scorsa non c'è una settimana, ma qualche decina di minuti al massimo. Gesù ha appena appurato che i suoi discepoli hanno capito chi lui sia, cioè il Messia. E allora inizia a spiegare 'come' lui intende essere il Messia, 'come' il Padre intende salvare l'umanità per mezzo del Figlio: amandoci fino alla fine, donando la sua vita per noi ("non c'è amore più grande che donare la vita per i propri amici" cfr. Gv 15,13).

Ecco quindi il suo primo annuncio della Passione, Morte e Resurrezione. Si può capire fino in fondo la Passione e la Morte solo alla luce della Resurrezione. Se ci fermiamo alla Passione, commettiamo lo stesso errore di prospettiva di Pietro, che non ha saputo andare oltre, non ha tenuto conto di ciò che sarebbe accaduto 'il terzo giorno'.
"Venire ucciso e risuscitare il terzo giorno". Venire ucciso e risuscitare sono due verbi che non si possono separare. Pietro invece si è fermato al 'soffrire' e al 'venire ucciso'. Non ha fiato abbastanza per arrivare al 'terzo giorno'. Non capisce. Non riesce ad adeguare la sua idea di Dio al Dio che ha davanti. E allora cerca di far adeguare Dio all'idea che ha lui. Cerca di insegnare a Dio come si deve comportare.
In fondo mi fa un po' pena. Si è appena laureato 'magna cum laude' in ortodossia, e una decina di minuti dopo viene ignominiosamente bocciato all'esame, forse più importante, di mentalità. Di ortoprassi, direbbero i teologi.

Si nota subito la differenza: Gesù parla apertamente, Pietro prende in disparte. Sembra quasi il comportamento del serpente con Eva del capitolo 3 della Genesi! E difatti Gesù lo chiama Satana! Poco prima è stato proclamato beato. Adesso diventa Satana. Beato quando si lascia istruire da Dio, quando ascolta il 'suggerimento' dall'alto. Satana quando ascolta l'istinto umano. Satana è il diavolo, il divisore, colui che cerca di separare il Cristo dalla strada segnata dal Padre e accettata per amore. A volte la pietra invece di essere la roccia che garantisce la solidità delle fondamenta può diventare l'inciampo che cerca di farti cadere.

Gesù si 'volta' verso Pietro. Un gesto che ristabilisce le posizioni. È lui che sta davanti perché è Lui che traccia la strada. Solo seguendo Lui possiamo vivere fino in fondo l'amore di Dio, l'amore che dona la vita, che fa fiorire la vita. Ma il gesto di Gesù non è un gesto di rimprovero, ma di amore.
Anzitutto dice 'Se qualcuno vuole venire dietro a me'; non dice: devi venire. Dice 'se vuoi', se t'interessa. Non è un obbligo o una cosa che devi fare per forza per evitare un castigo futuro. È solo un invito che fa a chi desidera stare con lui.
'Rinneghi sé stesso' cioè smetti di pensare a te stesso, di preoccuparti per te stesso, perché non ne avrai più bisogno. Il Padre sa meglio di noi di cosa abbiamo bisogno. Penserà ai tuoi bisogni meglio di come faresti tu. Quindi è una proposta di pienezza, non di rinuncia.
'Prenda la sua croce e mi segua'. Non si tratta della croce di Gesù, ma della tua. Gesù non prende la sua croce per soffrire, ma per manifestarci quanto è grande l'amore di Dio per noi. E allora, se la croce di Gesù ci vuole parlare solo di Amore, qual è la tua croce? È la via che scegli per amare, e non è sempre facile. Basta pensare a quanto è bello, ma anche difficile far crescere i nostri figli. Quanta gioia, ma anche quanta sofferenza, quanta speranza, ma anche quante preoccupazioni ci sono nell'essere genitori! L'amore per le persone ti dona pienezza di vita, ma ti può anche far sanguinare il cuore, lacerarlo.

Gesù ci chiede di seguirlo perché solo andando dietro a Lui, facendo la sua strada, possiamo, se lo vogliamo, diventare come Lui. Mai nessuna divinità ha pronunciato parole come queste. Solo quando sono dietro a Lui sono con le spalle protette. Solo dietro a Gesù "sto-da-Dio"!


20 agosto 2020

23 agosto 2020 - XXI domenica del tempo ordinario

Faccio parte di quelle generazioni che hanno studiato sul catechismo di san Pio X, quello con le domande e le risposte da studiare a memoria. E quando ti interrogavano, guai a sbagliare una parola o una virgola! Non c'era nessuno spazio per la riflessione personale, per un approfondimento, per un dubbio.

Anche Gesù pone delle domande. Ma non cerca il compitino ben fatto, la risposta perfettina imparata a memoria e ripetuta come un pappagallo. Anche la prima domanda, che pare quasi da sondaggio di opinione, da ricerca su Google, in realtà serve proprio a far uscire i discepoli dalle risposte preconfezionate.
Gesù chiede ai suoi discepoli di uscire dalla mentalità del 'compitino fatto a casa'. Proprio per questo immediatamente dopo chiede: 'Voi, chi dite che io sia?'. Dalla domanda teorica, con riposta studiata a tavolino consultando i testi e i documenti, Gesù passa all'interiorizzazione della sua vicenda, al rapporto personale discepolo-Maestro. Difatti alla prima domanda vengono citati tutti personaggi del passato più o meno remoto. A Gesù non interessa il passato, interessa solamente il momento presente. Ma soprattutto a Gesù interessa il rapporto personale: "Chi sono io, Gesù di Nazareth, per te?"
Gesù non cerca parole formalmente corrette ma parole fortemente sentite, non cerca definizioni ma coinvolgimenti. Gesù cerca relazioni, cerca un "io e te". Le sue non sono domande da insegnante o da giudice. Le sue sono domande da innamorato!
Gesù vuole sapere se anche Pietro, se anche gli apostoli sono innamorati di Lui. E vuole sapere se anche noi, oggi e qui, siamo innamorati di Lui. Ma lo fa non per giudicarci, ma perché noi possiamo prendere coscienza del nostro e del suo amore.
Con le sue domande Gesù vuol farci capire che il Cristianesimo non è né una dottrina né una morale. Il Cristianesimo è un rapporto, una relazione amorosa con Gesù.

Simone dice a Gesù: "Tu sei il Cristo", che significa: "Tu sei veramente il Messia che aspettavamo", una professione di fede bella e buona e, decisamente, ardita. Riconoscendo nel falegname, nella persona "mite e umile di cuore" con cui ha un rapporto di amicizia da pari a pari, l'inviato di Dio, il pescatore Simone fa un salto di qualità determinante nella sua storia, un riconoscimento che gli cambierà la vita. Per Simone, dire che Gesù è il Cristo è come un salto mortale, un ribaltamento totale della propria vita. E Gesù gli restituisce il favore. Gesù gli risponde: "Tu sei Pietro".

Simone non sapeva di essere Pietro. Sa di essere cocciuto e irruente ma, riconoscendo in Gesù il Messia, scopre una dimensione a lui sconosciuta. Scopre un suo volto nuovo che lo porterà a garantire la saldezza della fede dei suoi fratelli.
Sapeva di essere un testone, scopre di essere una roccia.
Sapeva di essere un irruento, un sangue caldo; e il Signore gli svela che proprio con questo difetto potrà essere di aiuto ai fratelli. Gesù non ci toglie i difetti, ma se ci lasciamo fare da Lui, riesce ad usare i nostri difetti per la realizzazione del Regno di Dio.
Pietro rivela che Gesù è il Cristo. Gesù rivela a Simone che egli è Pietro.
Quando ci avviciniamo al mistero di Dio, scopriamo il nostro volto. Quando ci accostiamo alla Verità di Dio riceviamo in contraccambio la verità su noi stessi. Ed è sempre una verità più bella di come la crediamo noi.

E subito dopo che Pietro ha manifestato la sua fede, la sua comprensione della realtà di Gesù, Gesù gli affida "le chiavi del regno dei cieli". Gesù si fida di Pietro, proprio quell'apostolo che più volte nel vangelo manifesta la sua generosità mista a durezza di comprendonio (il soprannome 'Pietro' sembra proprio indicare anche la sua 'testa dura'). Gesù affida a Pietro e ai suoi compagni una enorme responsabilità, che è quella di rendere accessibile il Regno dei cieli sulla terra. Pietro e gli altri, e di seguito tutti coloro che seguiranno la testimonianza degli Apostoli (quindi anche noi oggi), hanno il compito di custodire e aprire le porte di Dio sulla terra facendo in modo che nessuno rimanga fuori e nessuna porta rimanga sbarrata.

Perché le chiavi non servono solo per chiudere, ma anche per aprire. Le 'chiavi' non sono un potere ma sono una responsabilità, un compito preciso che non va preso alla leggera! Non dobbiamo mai dimenticare che Dio è 'accessibile' proprio attraverso l'umanità di coloro ai quali Gesù ha affidato il suo messaggio, cioè a tutti noi. Avere le chiavi significa fare in modo che le porte siano sempre custodite, ma mai sbarrate. Avere le chiavi non vuol dire sprangare, rendere inaccessibili le porte.
Nel corso dei secoli tante volte molti uomini e donne sono rimasti chiusi fuori dalla comunità perché chi stava dentro non apriva le porte ed era preoccupato più di chiudere che di aprire. Giudizi, pregiudizi, condanne, anatemi, invidie e via dicendo, hanno spesso reso 'il regno dei cieli' come un qualcosa per pochi eletti, e non la 'notizia che dà gioia' (questo è il significato della parola "vangelo") di un Dio che ti ama e che vuole solo la tua felicità.
Ascolto, amore e perdono, sono il modo in cui le porte della comunità cristiana non rimangono mai chiuse, sia per chi sta dentro che per quelli che sono fuori.

Ma avere le chiavi non è sempre facile. A volte è faticoso tenerle in ordine perché tutto funzioni al meglio. Le chiavi custodiscono spazi per tutti e in modo che tutti si sentano accolti e responsabili. In genere per le nostre chiavi mettiamo delle etichette o dei segni che ce le rendano facilmente riconoscibili, per capire cosa aprono le chiavi del Regno dei cieli affidate alla Chiesa basta leggere il Vangelo. Lì troviamo ogni indicazione e ogni apertura.


12 agosto 2020

16 agosto 2020 - XX domenica del tempo ordinario

Gesù, come uomo, ha dovuto imparare tutto proprio come noi. Ma ha anche dovuto imparare come vivere il suo essere "vero Dio e vero uomo". E ha fatto fatica, c'ha messo tanto tempo. Tutti noi ricordiamo l'episodio di Gesù nel tempio a dodici anni (era l'età in cui gli ebrei maschi diventavano legalmente adulti). Poi durante i tre anni di vita pubblica, dapprima ritiene che il suo messaggio sia rivolto solamente al popolo ebraico. Ma un po' alla volta la sua azione si allarga, inizia a predicare e operare anche in mezzo ai pagani e ai samaritani. Ci sono alcuni episodi che lo spingono a capire che il Padre vuole raggiungere tutti gli uomini. E quello del Vangelo odierno è uno di questi.

C'è questa donna. Ma per un ebreo del tempo ha tre disgrazie: è donna, è pagana, è cananea. In pratica la feccia della feccia. Un cane randagio, insomma. E proprio 'cani' venivano chiamati i pagani dagli ebrei. Ma questa donna ha un grande dolore, ma non per sé, lo ha per sua figlia. Non chiede per sé, chiede per un'altra persona. Lei non avrebbe nessun titolo, nessun diritto di rivolgere la parola al rabbì ebreo, ma è tanto l'amore che ha nel cuore, che osa. L'amore porta ad osare, a superare le convenzioni e le usanze, anche i propri limiti e le proprie paure.

Ma noi di fronte alla sofferenza, di fronte alla disperazione, spesso non sappiamo cosa dire, né cosa fare. Arriviamo anche a non sopportarla. E reagiamo con fastidio. Come gli apostoli, che in pratica dicono a Gesù: "dagli qualcosa così finisce di rompere e ce la leviamo di torno".

E Gesù, che alla donna non rispondeva (non era bene che un rabbì rivolgesse la parola ad una donna in pubblico, neanche a sua moglie!), ai discepoli ribatte che lui è venuto solo per gli ebrei.

Ma la donna non si arrende. Gli si prostra davanti come di fa con un dio, e gli dice semplicemente "Signore, aiutami". Nel Vangelo di domenica scorsa era Pietro a implorare "Signore, salvami". E davanti alle invocazioni di aiuto Gesù non rimane indifferente, risponde. Solo che le sue risposte non sono quasi mai quelle che cerchiamo noi. Perché le sue risposte non vogliono solo risolvere un problema, ma vogliono anche farci crescere, farci fare un passo avanti, farci diventare sempre più esseri umani.
E la risposta di Gesù alla donna le fa prendere coscienza di tutto il suo amore.
E la risposta della donna fa capire a Gesù che per il Padre non ci sono figli e cani. Per il Padre tutti sono figli.

E succede una cosa molto particolare. Nel Padre Nostro Gesù ci insegna a dire "sia fatta la Tua volontà". Ma adesso è lui, il Figlio di Dio, che dice alla donna "sia fatta la tua volontà"! Veramente, come diceva Origene, "le nostre preghiere sono padri e madri di ciò che accade nel mondo".
Gesù che all'invocazione di Pietro gli aveva detto che aveva poca fede, all'invocazione della donna pagana risponde che la sua fede è grande.

La donna scopre di avere una grande fede e che anche lei è figlia.
Gesù si rende conto sempre più che nel regno di Dio non ci sono figli e non figli, uomini e cani. Ma ci sono solo figli da saziare di amore, e che sono figli sono anche quelli che pregano un altro Dio.
Gli apostoli, e noi con loro, scoprono di non avere il monopolio della fede, anzi. Scoprono (e noi con loro) che anche l'ultimo degli infedeli può avere una fede più grande della loro. Scoprono che si può imparare da tutti, tutti hanno qualcosa da insegnarci, perché tutti sono figli di Dio e da Lui amati.

06 agosto 2020

9 agosto 2020 - XIX domenica del tempo ordinario

Gesù è sempre pronto a farsi trovare e ad agire quando la folla si reca da lui in cerca di ascolto, di soccorso, di aiuto e di compassione. Ma è altrettanto, se non di più, pronto a fuggire, a non farsi trovare, quando c'è in vista un'ovazione, un'esaltazione, un trionfo. E dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci il rischio che la folla sfamata lo voglia portare in trionfo è molto alto. 
Ma lo stesso atteggiamento, la stessa scelta Gesù la vuole per la sua Chiesa. Difatti 'costringe' i discepoli a salire sulla barca e andare dall'altra parte. E dopo aver rimandato a casa la folla, se ne va in cima alla montagna. Sulla cima di un monte come Elia nella prima lettura di oggi, come nella Trasfigurazione di pochi giorni fa (il 6 agosto). Sono tutte manifestazioni di Dio. Come lo sarà tra poco il camminare sulle acque.

Ma se ne va da solo perché è vero che la comunità è importante, è vitale per la nostra vita di fede, ma senza dei momenti di incontro personale, dei tête-à-tête intimi, delle cenette a lume di candela, ma anche delle litigate col Signore, la comunità diventa gruppo, può diventare setta. Da luogo di apertura agli altri e al mondo, diventa luogo di chiusura, autoreferenziale. Senza momenti di preghiera personale la nostra fede rischia terribilmente di sbilanciarsi sul fare, sull'ansia pastorale, sull'efficientismo organizzativo. Ma questo sbilanciamento è una terribile riduzione dell'esperienza cristiana. Il vero problema che stiamo vivendo noi cristiani non è di essere in pochi, ma di essere poco cristiani!

Nei vangeli di queste ultime domeniche l'appello del Signore è sempre molto chiaro: uscire. Uscire per seminare ovunque, uscire per trovare il tesoro, uscire per cercare la perla. Ma noi invece siamo in ricerca più di ciò che ci dà garanzie che non di ciò che possiamo scoprire, trovare, incontrare. Siamo sempre più schiavi del 'si è sempre fatto così' e sempre meno disponibili al "prendi il largo" (Lc 5,4). Anche per questo Gesù ha dovuto spingere gli apostoli a prendere il largo.

Ma prendere il largo significa lasciare il porto, abbandonare l'approdo sicuro e affrontare il mare aperto. E il mare aperto non è sempre la pesca miracolosa. Molto spesso è invece il vento contrario, la tempesta. E le tempeste nella vita a volte arrivano, come questa del vangelo di oggi, subito dopo un grande trionfo, quando ci sentiamo forti, vincenti.
Ma non è Dio che ti manda la tempesta, la tempesta non è Dio che ti presenta il conto per i tuoi successi. Semplicemente è la vita. Dio non ti manda la tempesta. Ma Dio approfitta della tempesta per venirti incontro, per cercarti, per raggiungerti, per stare con te. 
Solo che noi molto spesso non lo riconosciamo. Siamo abituati ai potenti che si fanno precedere da araldi, che arrivano tra squilli di tromba, salve di cannoni e rulli di tamburi. Ci aspettiamo tuoni e fulmini e invece arriva il sussurro di un vento leggero, ci aspettiamo una sfilata e invece arriva una persona che passeggia. Perché Dio, quando cerca l'uomo, fin dai tempi del paradiso terrestre, scende a passeggiare. Allora lo faceva la sera nel giardino dell'Eden, nel racconto di oggi lo fa di notte sulle acque agitate.
A noi un Dio che scende a cercarci, che cammina tranquillo verso di noi, a volte fa paura. Non lo riconosciamo, troppo diverso dalle nostre aspettative. Lo prendiamo per un fantasma. E anche quando ci rassicura, quando ci dice "Sono io, non abbiate paura!", in fondo ne dubitiamo, abbiamo bisogno di ulteriori rassicurazioni. Abbiamo bisogno di prove. E allora anche noi, come Pietro gli diciamo "Signore, se sei tu ...". Anche noi vorremmo, ma temiamo. Vorremmo avere fede, ma nello stesso tempo dubitiamo.
In fondo è bella questa richiesta di Pietro: chiede di andare verso Gesù sulle acque. Non chiede di camminare sull'acqua, chiede semplicemente che nulla, nemmeno la sua paura, nemmeno la minaccia della morte (di cui il mare è simbolo nella bibbia) possa impedire il suo andare verso Gesù. Ma non basta il nostro desiderio per camminare sulle acque del dubbio. E nel momento in cui Pietro distoglie lo sguardo da Gesù e guarda al pericolo, affonda. Nel momento in cui pone l'attenzione sulla forza del vento e sulla potenza del mare più che su Gesù, va a picco. Dolcissima ironia divina: il capo dei pescatori, il pescatore di uomini, viene ripescato.

È stupenda l'immagine della Chiesa che chiude questo passo del Vangelo. Una Chiesa che è una comunione di fragilità, di dubbio, di paura. Una comunità di "gente di poca fede". Una comunità che non mostra i muscoli, che non si crede migliore degli altri ergendosi a giudice del mondo. Ma una comunità che conscia del propri limiti, delle proprie difficoltà e dei propri peccati, piega le ginocchia e il capo e si affida totalmente a Dio.


30 luglio 2020

2 agosto 2020 - XVIII domenica del tempo ordinario

"... congeda la folla perché vada nei villaggi ..."
Quante volte noi, di fronte agli immigrati, a quanti vengono a cercare pane e speranza qui da noi, abbiamo pensato "che ognuno torni a casa sua invece di vivere di espedienti e magari malamente in un altro mondo!", "non c'è lavoro neanche per noi, perché dovremmo darne a loro?"
E lo stesso è anche per gli apostoli. Qui sembra quasi dicano: "Si arrangino". Questa frase continua a risuonare nel mondo e nella nostra testa con infinite variazioni: "Sono fatti loro ... lo non c'entro ... Non è compito mio ... Ci sono le strutture apposta, paghiamo le tasse proprio per questo ... Qualcuno comunque dovrà pur pensarci ... Che ci posso fare io? ... Mica posso portarmi a casa tutta quella gente ... Bisogna che i responsabili si decidano a intervenire ... Occorre provvedere ... E poi, diciamola tutta, anche loro devono darsi da fare, mica pretendere sempre dagli altri ... Noi abbiamo già guai a sufficienza per conto nostro ...".
La tentazione di rinchiudersi nel proprio piccolo, soprattutto nei momenti di difficoltà, è molto forte e anche molto umana.
Ma è sempre una tentazione.

" ... a comprarsi da mangiare."
È la logica del mondo, logica comune: se vuoi qualcosa lo devi pagare. Ogni cosa ha il suo prezzo. E anche i rapporti umani si basano sul 'dare-per-avere' e non sull'amore, sull'amicizia, sulla solidarietà. E si finisce per avere lo stesso tipo di rapporto anche con Dio: dobbiamo "acquistare" il Paradiso, dobbiamo 'comprare' il suo amore con le nostre sofferenze, le nostre rinunce, i nostri sacrifici.

Ma Gesù ribalta il nostro modo di pensare : "Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare"
Gesù ci ricorda che rimandarli a casa loro non è certamente l'unica soluzione. È la via più facile, ma sicuramente non la migliore. Un'altra via è possibile: condividere.
Gesù non dice: vendete, barattate, prestate. Dice, molto semplicemente: "date". Gesù non vuole allontanare nessuno dà sé, Lui vuole tutti intorno a mangiare con lui. È un'immagine molto materna di Dio, un Dio che vuole nutrire, un Dio che vuole gioire della tavola condivisa. Quante volte nel Vangelo lo si vede intento a condividere il pasto con altri, e lo si vede contento di fare questo: da Cana all'ultima cena, da Emmaus fino a quando cuoce il pesce sulla riva del lago per i suoi apostoli.
Perché il segreto è solo questo: dare. Anche solo cinque pani e due pesci, ma da condividere. Anche se è solo miseria, ma è da condividere. Anche se è il nulla, è da condividere. Il nulla condiviso fa meno paura. La miseria condivisa fa soffrire di meno. Il poco condiviso addirittura fa miracoli. Perché 'in quel tempo' sul lago di Galilea il miracolo lo fece il Maestro; ma oggi, qui, nella nostra Galilea delle Genti, il miracolo lo fa la carità condivisa, lo fa la povertà condivisa, lo fa la grazia condivisa. La grazia non cade dal cielo come la manna, come un fulmine: la grazia è come la verità, "germoglia dalla terra perché la giustizia si affaccia dal cielo" (Sal. 85, 12).
È una regola divina: quello che condividi con gli altri non va perduto, aumenta; quando il pane da mio diventa nostro, non diminuisce, si moltiplica. Gesù ha sfamato diecimila persone, ma ha detto: "Voi farete cose ancora più grandi" (Gv 14,12). Sfamare tutta la terra è possibile, se diventa possibile la condivisione. Dio vince la fame attraverso le nostre mani quando imparano a donare.

Un'ultima considerazione
"Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini."
Il fatto è che le donne, allora, non venivano contate perché 'non contavano', erano trascurabili, erano un nulla, proprio come i bambini. Oggi si contano - specialmente quando si tratta di riempire le chiese - ma non è detto che contino molto di più. La mentalità di Matteo si è tramandata fino a noi, di generazione in generazione, per via ... celibataria.


23 luglio 2020

26 luglio 2020 - XVII domenica del tempo ordinario

Due persone, un contadino e un mercante, trovano un tesoro. Però uno lo trova per caso mentre sta arando un campo non suo. L'altro invece mentre gira il mondo proprio alla ricerca di qualcosa di prezioso. Due modi per trovare Dio, perché trovare il Regno dei Cieli vuol dire trovare Dio, che sembrano incompatibili. Ma a Dio piace giocare a nascondino per donarci la gioia e la meraviglia di trovarlo. A Lui piace organizzare una "caccia al tesoro", piace nascondersi per farsi trovare. Il Vangelo è liberante: l'incontro con Dio non sopporta vie prestabilite, è possibile a tutti trovarlo o essere trovati da lui, folgorati da una luce sulla via di Damasco, oppure, sorpresi da un Dio innamorato, nella normalità che passa, come dice Teresa d'Avila, "fra le pentole della cucina". Una normalità che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi e ami e lavori come un contadino paziente, e magari neanche pensi mai a Lui.

E il primo 'tesoro' che questa perla, questo tesoro, regalano è la gioia. Anzi, "pieno di gioia" sottolinea il Vangelo. Una gioia grande, sovrabbondante come sovrabbondanti sono tutti i doni di Dio. Una gioia grande al punto tale da stravolgere la loro vita. Sorpresi dall'amore, la loro vita non sarà più la stessa. Perché la gioia donata dal tesoro fa camminare, correre, volare: è per questo vendere tutti gli averi non porta con sé nessun senso di rinuncia (Gesù non chiede mai sacrifici quando parla del Regno), sembra piuttosto lo straripare di un futuro nuovo, di una gioiosa speranza. Il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto. Lasciano molto, ma per avere di più. Non perdono niente, fanno un investimento ad alto guadagno e sicuro al 100%.

Ma in entrambi, oltre alla gioia c'è anche la sorpresa. Perché il Regno di Dio funziona così: nessun preavviso, nessuna avvisaglia, nemmeno un cenno. Sempre di sorpresa, perché come diceva Sofocle "la gioia più grande è quella che non era attesa". Parole di Sofocle, ma la dimostrazione ce la dà Gesù. Che dice all'uomo: "Concediti il lusso di sorprenderti!".
Come ama dire Papa Francesco, "Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell'incontro". Lui c'è sempre, ma c'è sempre a-modo-suo. Che è il modo tipico della gioia, di chi sa presentarsi all'appuntamento decisivo sempre uguale eppure sempre nuovo, per nulla scontato, mai banale.
Imprevedibile come "un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche". Il tesoro rimane lo stesso, però ogni giorno ci parlerà con una nuova e diversa sfumatura.

In questo periodo di incertezza, di preoccupazione, il Vangelo ci annuncia tesori. Ci ricorda che c'è Qualcuno che non si stanca di preparare tesori per noi, che non si stanca di seminare in abbondanza perle preziose nel mare della nostra vita.



16 luglio 2020

19 luglio 2020 - XVI domenica del tempo ordinario

La parabola del buon grano e della zizzania non è una parabola facile. Non è facile perché ci riesce difficile accettare che il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, siano così intimamente intrecciati al punto che spesso è difficile distinguerli, difficile separarli. 
Questa parabola mette in luce il nostro desiderio di giudicare, di fare a fette, di sradicare, di condannare, di escludere. Di preservare il bene allontanando, magari a calci, il male. 

Gesù invece ci ricorda che Dio, il grano e la zizzania li ha pensati proprio così: devono crescere insieme! Ma per noi tante volte questo è difficile da accettare, e allora accusiamo Dio di essere troppo indulgente, di essere un debole.
Ma Dio non è debole perché indulgente. Dio invece è forte proprio perché indulgente. "Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere", con queste parole l'autore del libro della Sapienza ha aperto la strada al messaggio evangelico di Gesù, un messaggio che rende il Regno dei Cieli il luogo della speranza e non della disperazione, dell'accoglienza e non dell'esclusione, della normale convivenza tra bene e male e non della settaria divisione tra buoni e cattivi.
E se vogliamo capire qualcosa di più di questo Regno dei Cieli, allora iniziamo col capire che non è un Regno che ragiona con la logica dei Regni di questo mondo, che si impongono con la potenza delle armi e del denaro, con la violenza e la divisione. Il Regno dei Cieli si impone con la logica del granello di senape, una cosa insignificante e inutile agli occhi degli uomini, come un arbusto selvatico che spunta in un orto, eppure la sua forza sta nel farsi trasportare in ogni angolo del mondo dal soffio dello Spirito, capace di dare riparo, ristoro e protezione agli uomini.

Ma questa parabola è anche un racconto di sguardi: lo sguardo dei servi, che si fissano sulle erbacce, sulla zizzania, e lo sguardo di Dio, che invece si fissa sul buon grano. In fondo è questo l'invito della parabola: acquistare lo sguardo di Dio. Solo così posso capire che molto spesso, quello che frettolosamente avevo classificato come zizzania, in realtà era un germe di tenerezza, di dolcezza, di partecipazione, bastava dargli il tempo che gli era necessario, bastava dare un po' di fiducia, bastava scavare un po' di più in profondità.

Ma se questo è importante nel rapporto con gli altri, lo è anche nel rapporto con noi stessi: siamo chiamati a scoprire e a conoscere ciò che di bello, di buono, di vitale, di promettente Dio ha seminato in noi.
Di fronte a quella parte di noi pronta a strappare, a sradicare, a separare, siamo invitati ad assumere l'atteggiamento di Dio che è fatto di pazienza, di mitezza, di fiducia. Non è a strappi che cresciamo e facciamo crescere, ma, come dice la prima lettura, giudicando con mitezza, governando con indulgenza, amando, infondendo dolce speranza, concedendo la possibilità di pentirsi. Cioè, come dice il testo originale ebraico, "rendendo gli occhi dei figli pieni di speranza". Gesù questo ce lo ha insegnato con la sua vita: il Regno splende in quel seme di luce seminato in Zaccheo, nel ladrone pentito, nella donna adultera, nel pubblicano Matteo, nel figlio che allontanatosi da casa ha dilapidato tutte le sue sostanze.
È proprio uno sguardo diverso quello di Dio: è uno sguardo che ama la vita, che protegge ogni germoglio, che è indulgente con tutte le creature. È uno sguardo che vede sempre delle possibilità, che vede il futuro, non il passato.
Possa essere questo il nostro sguardo: uno sguardo che sappia cogliere le possibilità di bene che abitano in ogni essere umano.

09 luglio 2020

12 luglio 2020 - XV domenica del tempo ordinario

La prima cosa da mettere a fuoco nel Vangelo di oggi sono le prime parole di Gesù "il seminatore uscì a seminare". Non 'un seminatore' ma 'IL seminatore'. Cioè il Seminatore per eccellenza, colui che è definito dal fatto che semina, che si identifica col seminare. Colui che non fa altro che questo: seminare la vita, e seminarla in abbondanza, seminarla ovunque.

E in questa auto-definizione Gesù ci spiega la sua missione. Gesù ci dice che sì, lui è il Messia, ma non è il Messia secondo le nostre idee e le nostre aspettative, non è Messia come lo immaginavano gli israeliti (e neanche come a volte lo immaginiamo noi). 
Non è venuto a giudicare, ma a salvare.
Non è venuto a schiacciare, ma a far crescere.
Non è venuto a sistemare le cose, ma ad iniziare qualcosa.
Non è venuto per tirare le somme, ma a dare l'avvio.
Non è venuto a portare il tempo del giudizio, ma quello della pazienza.
La sua missione è sotto il segno della semina e della semina sovrabbondante, non della mietitura.
Questa parabola ci dice che il Regno di Dio è già qui. Anche se nascosto è già in azione. Il Regno di Dio viene di nascosto e il più delle volte perfino malgrado l'insuccesso. È una parabola che parla dell'oggi, del presente, non del futuro.

Ma ci dice anche che il Seminatore non sceglie il terreno. Non decide prima quale sia il terreno buono, quello meno buono o quello cattivo. Lui sparge con sovrabbondanza il suo seme dappertutto con uguale speranza. Il terreno si rivela per quello che è dopo la semina, non prima. 
Perché il seme è la Parola. E la Parola ha il potere di trasformare il terreno, di spaccare le rocce, di aprirsi un varco verso le profondità della persona. La Parola non si rassegna alle condizioni che trova (vedi la prima lettura di oggi). La Parola è creatrice. Anche del terreno. È la Parola che può trasformare un "cuore di pietra" in un "cuore di carne".

Quando teniamo a mente questo, allora capiamo che la spiegazione dei vari tipi di terreno non serve a chiarirci quale tipo siamo noi (né tanto meno a fare quell'operazione molto comune ma per niente cristiana di decidere quale tipo di terreno siano gli altri). Serve a farci capire che in noi ci sono tutti i tipi di terreno. Difatti noi non accogliamo tutti i semi, come non accogliamo tutta la Parola, allo stesso modo, con la stessa adesione, con la stessa comprensione. A volte alcune parti della Parola le rifiutiamo. Ma comunque Dio continua ogni istante a spargere le sue sementi, la sua Parola, in noi. Si è fatto bucare le mani per spargere meglio e con più abbondanza i suoi semi. Continua a sperare in noi, continua a scommettere su di noi. Perché alla fine ci sarà un raccolto. E la festa sarà uguale sia per il terreno che avrà dato un solo frutto come per quello che avrà reso il 100%.

Ognuno di noi è una zolla di terreno, ma ognuno di noi è anche seminatore nel mondo. Ogni nostra parola, ogni nostro gesto, sono semi che si staccano da noi e vanno nel mondo. Cerchiamo che siano semi di speranza, di gioia, di amicizia, di calore umano. Che siano germogli di sorrisi e di carezze.  «Il cristiano è uno ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha però la sicurezza che non va perduto nessun atto d'amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola nel mondo come una forza di vita». (vedi E.G. 278-279).

01 luglio 2020

5 luglio 2020 - XIV domenica del tempo ordinario

Gesù, non dimentichiamolo, è vero Dio e vero uomo. E come essere umano ha dovuto spendere tanto tempo e tanta fatica per crescere, per imparare, per diventare Uomo! E quella di diventare uomo (E il verbo si fece carne - Gv 1,14) è stata esattamente la carriera di Dio, perché Uomini non si nasce, lo si diventa. Per diventare uomo, ha dovuto imparare le stesse cose degli uomini: camminare, mangiare, parlare, farsi barba e capelli, tagliarsi le unghie, sporcarsi le mani e lavarsele. Zappare, mangiare, studiare e dormire. Non gli è stato semplice nemmeno capire come ragionasse suo Padre. Cercare di sapere, di capire cosa s'aspettasse da Lui quel Padre che "governa il mondo". Un Padre-Dio che è la misura di tutte le cose.

Ha dovuto affrontare il momento in cui tutto e tutti sembrano dirgli "hai sbagliato strada,  sei illuso, ti stai mettendo contro Dio". I dottori lo deridono, scribi e farisei tentano di schiacciarlo con parole sorde e piene di astio, gli apostoli mostrano di non capire affatto cos'è quella strana faccenda che chiama Regno-di-Dio. Sta proprio toccando il fondo dell'incomprensione. 

Ma è proprio in questo momento che sboccia una delle rivelazioni più stupende e meravigliate dei Vangeli: "Ti rendo lode, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli". Dio si rivela ai piccoli e nelle piccole cose. E Gesù, così duro coi dottori, con gli scribi e i farisei, si addolcirà con i piccoli: andrà a lezione da loro. Perché la sua non è una lode dell'ignoranza, ma della giusta sapienza. Seguire Gesù vuol dire sapere che non si finirà mai di dover imparare.

Dobbiamo imparare a crescere fino a raggiungere la giusta piccolezza.

Dobbiamo imparare a meravigliarsi di Dio. Se un giorno non ci meraviglieremo di Dio, se sarà prevedibile, allora vorrà dire che ci siamo allontanati da Lui. 

Ma soprattutto dobbiamo imparare quant'è bello essere uomini-bambini che si fidano di chi ha deciso di governare il mondo con la gioia e l'amore: «Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero>».  Perché il giogo di Dio non è un collare che opprime, un peso che schiaccia, ma è Amore e Gioia che sollevano, che mettono le ali, che fanno danzare, che ci fanno spalancare le braccia per abbracciare tutti. 

A governare con la paura e la forza sono capaci tutti. Solo Dio riesce a governare con l'amore, la gioia e la mitezza.

25 giugno 2020

28 giugno 2020 - XIII domenica del tempo ordinario

Certo che nel Vangelo di oggi Dio sembra, ad una prima lettura, non dico esigente, ma esoso: pretende di essere amato più del padre, più della madre, più dei figli! Lui, che dice che ciò che conta è il "cuore dell'uomo" sembra che adesso vada proprio contro le leggi del cuore.
Ma Dio non si contraddice mai. Qui ci dice che la fede autentica deve sempre andare al di là, deve essere sempre affamata di in di più. Deve sentire il "morso del più" dice don Luigi Ciotti.

Tre volte risuona "non è degno di me". Ma chi può dirsi degno del Signore? Nessuno! Nessuno è degno di un amore incondizionato, di un amore che anticipa, di un amore senza clausole. Un amore così non si merita, si accoglie. Non si può essere degni di un amore così. Ma un amore così ci rende degni.

"Chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà!" Perdere la vita non è solamente il martirio. Una vita la si perde nelle piccole azioni di ogni giorno: investendola in piccoli atti d'amore. La si perde rinunciando al proprio egoismo. La si perde mettendo l'altro, il marito, la moglie, il figlio, il genitore, l'amico, il vicino, il collega prima di sé stessi. L'inferno non è non avere niente per sé, ma non avere nessuno per cui valga la pena di spendere la propria vita.

"Chi avrà perduto, troverà". Noi possediamo realmente solo ciò che abbiamo donato. La donna di Sunem della Prima Lettura ha donato al profeta Eliseo piccole cose, piccole porzioni della propria vita. Ma in cambio ha ricevuto una vita intera, un figlio.

Non è vero che con la morte lasciamo tutto, che "di là" non si porta niente. "Di là" portiamo tutto ciò che abbiamo donato. Davanti al Signore ci andremo con le mani vuote, ma attorno a noi, insieme a noi, ci saranno tutti quelli a cui abbiamo donato, con le mani piene dei nostri doni. Nulla andrà perduto. Non solo i grandi gesti, ma anche i più piccoli, come "solo un bicchiere d'acqua fresca".

Dare tutta la vita o anche solo una piccola cosa, la croce o un sorso d'acqua fresca, sono la due facce di una stessa medaglia, sono lo stesso movimento: dare qualcosa! Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre col verbo dare: "Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio".

Gesù ci dice che dare anche solo un bicchiere d'acqua, un sorriso, una carezza, se dato con tutto il cuore ha dentro la Croce. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d'acqua. Nulla è troppo piccolo per il Signore, perché ogni gesto compiuto con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio.