31 marzo 2022

La salvezza è in uno sguardo - 3/4/2022 - V Domenica di Quaresima

Gesù e l'adultera (particolare)
Santa Maria del Campo - Ljubljana-Polje (Slo)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)


Chi ha fatto gli esercizi ignaziani, o anche solo avuto esperienza della preghiera ignaziana, avrà ben presente il primo preambolo della preghiera: la "composizione di luogo" (E.S. 47) cioè utilizzare l'immaginazione per farsi una “icona interiore” della scena che si sta per meditare.
Proprio usando questo metodo, mi colpisce, in questo brano, una cosa che l'evangelista non dice chiaramente ma sottintende: è tutta una questione di sguardi.

Innanzi tutto lo sguardo della donna.
Il suo è uno sguardo che passa dalla paura all'incredulità, allo stupore.
Finora ha fatto esperienza di sguardi di desiderio, oppure di sguardi di condanna. E molto probabilmente in questa scena evangelica molti di quelli che tenevano le pietre in mano avevano entrambi gli sguardi, basta pensare alla storia di "Susanna e i vecchioni" (Dn 13, 1-64).
Ma adesso incontra uno sguardo che non vede in lei né un 'oggetto' di desiderio né un bersaglio per le pietre. Incontra uno sguardo che vede in lei una persona, una sorella.

Poi c'è lo sguardo degli scribi e dei farisei.
Loro vedono in questa donna solo la legge trasgredita. Al centro del loro sguardo non c'è la persona, ma la legge. Tutto, e soprattutto tutti, devono passare questo filtro. Quello che rimane fuori non ha nessuna dignità, non ha nessun diritto. Cessa di essere una persona, un fratello, una sorella, per diventare un oggetto da rifiutare, una cosa da gettare nelle immondizie.

E infine c'è lo sguardo di Gesù.
Il suo è uno sguardo creatore: chiama alla vita una persona, fa emergere il suo essere autentico, reale. Cancella il farabutto, il peccatore e chiama alla vita il santo. Lui non si ferma a quel "poco di buono" che è in noi, ma si ostina a mettere in luce il molto di buono, il meglio che c'è in ognuno di noi.
È uno sguardo rivelatore, perché ci rivela le nostre possibilità, la nostra vera dimensione: quella di figli amati da Dio.

Ha proprio ragione Simone Weil: "ciò che salva è lo sguardo". L'adultera, come Zaccheo, come Matteo-Levi e come molti altri, devono la loro salvezza ad uno sguardo.
La carità comincia dallo sguardo.

Anche noi siamo chiamati a ripulire il nostro sguardo:
- a liberarlo da ogni istinto di separazione e di discriminazione (lui mi piace, mi è simpatico, mi serve - tu no!);
- a purificarlo dalla tentazione di vedere negli altri non degli esseri umani, ma dei problemi;
- a togliergli l'indifferenza che impedisce di vedere le persone, che scivola loro addosso senza neanche accorgersi della loro presenza.
Anche noi siamo chiamati ad avere uno sguardo guidato dall'amore, pieno di attenzione e che dica: "Ti riconosco il diritto di essere quello che sei. Desidero che tu sia tutto quello che puoi essere" (Agnese Baggio)


(Is 43,16-21; Sal 125; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11)


24 marzo 2022

Un padre che macina chilometri - 27/3/2022 - IV Domenica di Quaresima

Parabole del Padre Misericordioso
Portale cattedrale di Santo Domingo De La Calzada - Spagna
(p. M. Rupnik s.j.)



Un paio di cose mi colpiscono in questo padre, protagonista della famosissima parabola del "Padre misericordioso" (che qualcuno dice riassuma tutti i Vangeli).

Innanzi tutto il silenzio. Di fronte al figlio minore che pretende, lui non dice una parola. Ma non è un silenzio dell'indifferenza, è il silenzio dell'amore. Il padre rispetta la libertà del figlio, perché senza libertà non ci può essere amore. Quando Dio ha creato l'uomo ha accettato questo rischio perché brama il nostro amore. Noi siamo il rischio di Dio (Cornelio Fabro).
Il padre non si arrabbia: soffre. Ma sa che non può sostituirsi alla scelta del figlio. La vera paternità è discrezione, è accettare il rischio della libertà. Il padre non aiuta il figlio scegliendo per lui, dirigendo le sue scelte e la sua vita. "Il padre può aiutare il figlio solo essendo un modello" (Arturo Paoli), non imponendosi.

Un'altra cosa che colpisce sono gli innumerevoli passi che il padre fa. Quante volte sarà andato alla finestra per scrutare l'orizzonte sperando di vedere il figlio che torna! Pochi giorni fa sono andato in aeroporto a prendere mio figlio che tornava a trovarci: avrò fatto chilometri camminando su e giù davanti agli arrivi in attesa dell'aereo! Penso che l'attesa di questo padre sia stata molto più fremente della mia, perché io avevo la certezza dell'arrivo, lui solo la speranza.
E quando finalmente da lontano lo vede, il passo si fa corsa, la sofferenza si fa abbraccio, l'ansia si fa urlo di gioia, festa.

Ma il padre non ha ancora finito di camminare, di dover uscire dalla casa. Per un figlio che aveva lasciato in malo modo la casa e che è ritornato, c'è l'altro che era rimasto ma che adesso non vuole rientrare.
Mentre il primo figlio pensava di dover pregare il padre per essere accolto, col secondo è il padre che deve uscire per pregarlo di prendere parte alla sua gioia.

Questo padre deve camminare prima per convincere il lontano che sta tornando che adesso deve entrare in casa con la testa alta, come un perdonato e non come un penitente, come un figlio e non come un servo. L'unica penitenza che padre gli dà è una festa con cibi abbondanti, musica e danze.
E poi deve camminare per tentare di 'convertire' il figlio fedele che rifiuta di entrare perché è convinto di essere "dentro". Alla gratuità dell'amore del padre, questo figlio preferisce la squallida burocrazia della virtù apparente.

La conversione più difficile è proprio quella dei "buoni".


(Gs 5,9-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32)


17 marzo 2022

Il frutto gradito a Dio è che gli altri si sentano più amati - 20/3/2022 - III Domenica di Quaresima

alberi di ulivo



Pagina complessa quella del Vangelo odierno. Però vorrei soffermarmi sulla parabola, che risulta un po' strana, di non immediata decifrazione.

Abbiano "uno" che va a cercare frutti su un suo albero. È chiaro che questo 'tale' è Dio, Dio che viene a cercare i frutti di quel suo albero che sono io.
Però nella realtà Lui viene sempre travestito. Non sai mai né quando né sotto quali vesti verrà. I travestimenti preferiti sono quelli del poveraccio, dell'emarginato, dello straniero, del profugo, del mendicante, di quello che appartiene ad una delle troppe categorie di rifiutati da questa nostra società. Ma questi non sono i soli travestimenti, Dio ha una fantasia infinita in tutto, anche nel modo di incontrarci. E proprio per questo non possiamo pensare di chiuderci in un recinto, di alzare attorno a noi una palizzata per riservare i nostri frutti a chi noi pensiamo ne sia degno. Essere cristiani significa essere 'esposti', lasciare che ogni essere umano possa entrare nel terreno che ci è stato dato e servirsi dei nostri frutti. Tutti hanno il diritto di allungare le mani e servirsi dei frutti del nostro albero. È solo così che possiamo trasformare il deserto in terreno fertile.

E se non produciamo frutto? Ecco l'infinita pazienza di Dio, la sua misericordia: manda qualcuno che zappi il terreno, sparga concime, si prenda cura di noi. Ma i colpi di zappa sulla nostre radici, le palate di concime non certo profumato, non sono per farci star male, per punirci. Sono per darci più vita. Il Dio della vita non vuole la nostra mortificazione, vuole che muoia ciò che impoverisce la nostra vita. Non vuole i nostri sacrifici, vuole che rendiamo sacri i nostri gesti, la nostra vita. Dio vuole sempre e solo donarci più vita.

Le sole nostre privazioni gradite a Dio sono quelle di cui possono godere gli altri. Il nostro digiuno vale solo in quanto qualcuno viene saziato grazie ad esso.

Il frutto gradito al Signore è che il povero, il vecchio, l'ammalato, il bambino si sentano più amati.


(Es 3,1-8.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9)


10 marzo 2022

Si mostra trasfigurato perché Lo riconosciamo quando sarà sfigurato - 13/3/2022 - II Domenica di Quaresima

La Trasfigurazione
Presbiterio chiesa San Nicola (Litija - Slo)
(p. M. Rupnik s.j.)


I primi annunci della Passione avevano fortemente turbato, quando non scandalizzato, gli apostoli. Ecco quindi che Gesù, per rasserenarli, si mostra loro in tutta la sua gloria. Si mostra trasfigurato in modo che lo riconoscano anche quando, tra poco, sarà sfigurato.
Il figlio di Dio ha scelto la strada dell'abbassamento, è sceso fino all'ultimissimo gradino. E il Padre ci chiede di «ascoltarlo», cioè di fare tutto quello che dice e fa, anche se ai nostri occhi è una strada difficile, totalmente fuori dai nostri gusti.
Per noi la strada per la gloria va da trionfo in trionfo
Per Gesù va da umiliazione in umiliazione.
Per noi significa ricevere sempre più.
Per Lui donarsi sempre più.

Gli apostoli scelti da Gesù come testimoni sono gli stessi che chiamerà in disparte nell'orto degli ulivi la sera del giovedì santo. Mi colpisce come in entrambe le occasioni siano oppressi dal sonno.
E quando Pietro si sveglia dimostra proprio di non aver capito niente. Per lui quanto accaduto è come un segnale di riposo quasi definitivo, e non invece un segnale di partenza, un invito a camminare sulle orme di Gesù. Sembra che voglia ripararsi da quanto preannunciato da Gesù, e cerchi, con la costruzione delle tende, di prolungare quella luce rassicurante che ha appena visto.
È curioso questo bisogno, che non è solo di Pietro ma anche di tanti di noi, di costruire una casa a Dio. Facciamo fatica ad accettare che sia disceso sulla terra proprio per abitare la nostra casa. Ci riesce difficile pensare che Lui vorrebbe installarsi a casa nostra, nella nostra vita, al centro di tutti i nostri affari quotidiani.
Dio non ha bisogno di metri quadrati, di edifici. Lui vuole altro. Il nostro cuore è la casa che preferisce. L'ospitalità che chiede è quella domestica. Con l'Incarnazione ha scelto di abitare nella nostra realtà di tutti i giorni, nella tenda della nostra banalità quotidiana.

Restare con Dio sulla cima del monte può essere molto bello. Ma Lui ridiscende subito. Ti riporta tra la gente, sulle nostre strade piene di traffico, di persone che spingono, urlano e ti pestano i piedi.
E in mezzo a tutta questa nostra confusione, si ferma un momento, ti guarda negli occhi e ti dice:
"È bello per me essere qui... Se vuoi entro nella tua tenda"
E Lui, al contrario di noi, sa quello che dice.


(Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17- 4,1; Lc 9,28-36)


03 marzo 2022

Tentazioni di tutti noi - 6/3/2022 - I Domenica di Quaresima

Gesù tentato nel deserto
Cripta chiesa di S. Giovanni Rotondo
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)


Una cosa che in genere trascuriamo in un quadro, ma che invece è importante, è la cornice. Certamente una cornice non trasforma una crosta in un capolavoro o viceversa, ma una giusta cornice esalta le bellezza di un quadro (come può mortificarlo se non è adatta).
E nel 'quadro' che ci presenta il Vangelo di questa prima domenica di Quaresima (le Tentazioni), la cornice, cioè il deserto, non poteva essere più azzeccata.

Il deserto è il luogo biblico della precarietà, della provvisorietà. È dove la realtà viene spogliata dall'apparenza e ridotta all'essenziale, all'indispensabile. Nel deserto ci si trova di fronte ad un cielo sconfinato, alla sabbia e a sé stessi. Niente altro.
Nel deserto si è costretti al faccia a faccia con sé stessi. Ed è proprio questo faccia a faccia con sé stessi che prelude al faccia a faccia con Dio.
Il deserto diventa così il luogo dell'incontro con Dio. La sua presenza è certa anche se rimane nascosta, segreta.
Ma proprio perché luogo dell'incontro con Dio è anche il luogo della liberazione. Nel deserto inizia la liberazione. Si deve imparare a essere liberi dalle nostre certezze, dalle nostre sicurezze abituali, dai nostri piccoli comfort. Bisogna imparare ad accontentarsi esclusivamente di Dio. In fondo la prova del deserto è quella della fede.
Ma grazie alla presenza dell'Unico Necessario, il deserto diventa terra feconda, può fiorire, il silenzio diventa messaggio, la solitudine crea comunione.

E poi c'è il 'quadro' delle Tentazioni.
Ma cosa sono, in concreto, le Tentazioni? Sono il tentativo di Satana di far deviare Gesù dalla strada della fedeltà a Dio, che passa per la debolezza, il nascondimento, l'umiliazione, e termina con la croce.
Satana propone e Gesù tre scorciatoie:
- quella della facile popolarità, ottenuta riducendo la salvezza a solo fattore economico;
- quella del potere, del dominio sugli altri;
- quella del successo spettacolare, cioè l'uso della fede e della religione per i propri interessi particolari.

Ma Gesù rifiuta di limitare la speranza dell'uomo al pane o ai beni materiali. Lui cerca di fargli scoprire e sentire anche un'altra fame.
Rifiuta la suggestione del dominio, dei condizionamenti vari sull'uomo e sceglie la strada della pazienza, della libertà, dell'amore. E accetta anche il rischio del rifiuto.
Rifiuta di sbalordire e meravigliare, ma decide di portare la croce.

Sono le tentazioni di tutti noi quando ci viene da porre alla base della nostra speranza la fiducia nei poteri di questo mondo. Sono tentazioni con cui dobbiamo confrontarci anche noi. Scelte che anche noi dobbiamo fare ogni giorno, e soprattutto dobbiamo ricordacene quando nel Padre Nostro diciamo «Sia fatta la tua volontà»


(Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13)


24 febbraio 2022

Siamo tutti malati di 'giudichite' - 27/2/2022 - VIII Domenica tempo ordinario

Crocifisso di Furelos (Galizia - Spagna)



«Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?»
Altro che Covid! Tutti quanti, chi più chi meno, siamo affetti da una malattia: la 'giudichite'. Cioè ci nominiamo giudici degli altri, subito pronti ad applicare agli altri tutte le aggravanti, quanto pronti invece a prendere in considerazione tutte le attenuanti quando siamo noi sotto giudizio.
È una malattia congenita. Ma è possibile guarire, e Gesù ci indica un percorso di cura.

Il primo passo ce l'ha detto domenica scorsa, dicendo che saremo giudicati con lo stesso metro con cui noi abbiamo giudicato. Il primo passo è fatto proprio da un po' di egoismo: basta che ogni volta che sto per condannare qualcuno io mi ricordi che tutte le aggravanti che uso, verranno poi imputate anche a me.

Ma questo primo passo non basta, e Gesù oggi ci indica i due successivi.

«Togli prima la trave dal tuo occhio»
Questo è il secondo passo da fare. L'indice puntato verso gli altri deve richiudersi sulla mano, a pungo. Il braccio steso si deve ripiegare e deve portare il pungo a battere sul petto, mentre il cuore deve mormorare "mea culpa".
In altre parole, il nostro sguardo, la nostra attenzione deve essere rivolta non alle colpe degli altri, ma alle nostre mancanze.
Passare dal ruolo di giudice a quello di imputato riesce a sbloccare le cose e inizia a farle andare meglio.

«Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro»
E questo è il terzo e ultimo passo. Affidarsi a Gesù. Seguire le sue orme. Stendere la mano, non per giudicare, ma per afferrare quella di Gesù, quella che si è lasciato inchiodare alla croce perché non avessimo difficoltà a trovarla. E, afferrata quella mano, lasciarsi abbracciare dall'amore infinito di Dio.

C'è solo un modo per guarire dalla malattia del giudizio. Nel nostro tribunale permanente far entrare, e mettere al centro, il Crocifisso.


(Sir 27,5-8; Sal 91; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45)


P.S.: A proposito del Crocifisso della foto rimando a questo mio vecchio post.


17 febbraio 2022

Chi sono i miei nemici? - 20/2/2022 - VII Domenica tempo ordinario

Il buon Samaritano
Cappella del SS. Sacramento, cattedrale di Santa Maria Reale - Madrid
(p. M. Rupnik s.j.)



«Amate i vostri nemici»
Esortazione molto difficile, che presuppone di sapere chi sono i miei 'nemici', perché per amarli li devo riconoscere, guardare in faccia. E non è sempre facile.

Un primo 'nemico' è l'altro, cioè il diverso, quello che non ha i miei gusti, che non condivide i miei punti di vista. Quello che, senza nessuna cattiva volontà da parte di entrambi, non posso proprio soffrire, con il quale non risulta possibile nessuna intesa.
Poi c'è quello che mi dà sempre contro, che qualsiasi cosa faccia trova sempre motivo di critica. Sembra quasi che faccia apposta a controbattere qualsiasi mia idea o iniziativa. Non mi lascia passare niente.
C'è inoltre quello che davanti è cordiale, sorridente, ma poi, appena mi volto, è subito pronto a pugnalarmi alle spalle, a sparlare di me.
C'è quello sempre pronto ad approfittare, a chiedere favori e piaceri, ma altrettanto veloce a trovare scuse per non contraccambiare se io ho bisogno di qualcosa.
C'è quello che di proposito mi fa del male con la calunnia, l'insinuazione pesante. Quello che prova piacere quando riesce ad umiliarmi.

Sono tutti questi i nemici (e tanti altri ancora) che Dio mi chiede di amare, di benedire, di essere destinatari delle mie preghiere. Un tedesco, pastore protestante, che per aver predicato contro Hitler finì anche internato nei lager, alla fine della guerra, riacquistata la libertà, al termine delle sue preghiere, pregava sempre anche per Hitler. A chi si meravigliava di questo e gli domandava come facesse a pregare per una persona simile dopo tutto quello che aveva fatto, lui rispondeva: "Ma Gesù è morto in croce anche per lui".

Dio mi domanda di non accettare la situazione di inimicizia come definitiva. Mi domanda di darmi da fare per smuoverla, di cercare di rovesciarla. Mi domanda di non rassegnarmi a che il nemico rimanga tale.
Mi domanda di abbandonare il terreno delle ripicche, delle separazioni e di addentrarmi in quello del perdono, della mano tesa, dell'abbraccio. Dell'amore.
Ma non mi chiede di camminare in questo terreno da solo. Sa benissimo che mi sarebbe quasi impossibile. Mi chiede di prendere la sua mano e di avanzare insieme a Lui, mi è sempre affianco, pronto a sostenermi, ad aiutarmi.
A ricordarmi che con la Croce, Lui ha già perdonato tutti, ma proprio tutti. Me per primo.


(1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; Sal 102; 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38)


10 febbraio 2022

Dio è stanco di vederci soffrire - 13/2/2022 - VI Domenica tempo ordinario

Duomo di S. Donà di Piave - Cappella del Santissimo
(p. M. Rupnik s.j.)



Con il discorso delle Beatitudini, Gesù sviluppa l'annuncio che aveva fatto nella sinagoga di Nazareth. Adesso chiarisce che la "buona notizia" è rivolta soprattutto ai poveri e agli infelici.

Gesù annuncia che il suo regno è un capovolgimento totale delle nostre aspettative, delle nostre prospettive. È un cambio di 180 gradi della situazione attuale. La sua giustizia si manifesta ristabilendo l'equilibrio rotto dal nostro egoismo, le posizioni vengono rovesciate a favore dei deboli, degli esclusi, delle vittime, di tutti quelli che per la società non contano.
Questo lo fa come continuazione del cantico di Anna (1Sam 2, 4-5), come eco di sua madre che nel Magnificat cantava:
«ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
»
Gesù dice che adesso, con la sua venuta, nel mondo c'è un altro ordine, una diversa gerarchia di valori.

Ma questa nuova gerarchia non viene stabilita con un codice di leggi, ma viene proclamata con delle beatitudini.
Il cristianesimo non è una religione del dovere, cioè di quelli che sono bravi, ma è una religione della chiamata alla felicità. Gesù ci dice «beati», mai "bravi".
La beatitudine della Bibbia non è mai un desiderio, un augurio, una promessa. È sempre una constatazione, un rallegrarsi, un felicitarsi da parte di Dio. I destinatari di questo annuncio sono già beati nel momento in cui Dio si rallegra, danza di gioia insieme a loro.

I poveri, gli affamati, gli afflitti e i perseguitati (i destinatari delle 4 beatitudini di Luca), in fondo, sono tutti in una situazione di infelicità, di privazione di beni materiali, di soffocamento delle loro esigenze fondamentali. Sono tutti dei poveri di qualcosa.
Ma Gesù non consacra la povertà come condizione per accogliere il regno di Dio. Pensare questo vuol dire legittimare l'ingiustizia e l'egoismo umano. Neppure dice che la povertà sia moralmente migliore della ricchezza. Il Regno rimane un libero dono del Padre, non conquista dell'uomo.
Gesù ci dice che il Padre non è un contabile o un notaio. Con le Beatitudini, Gesù ci dice: "Beati i poveri perché Dio è stanco di vedervi soffrire, perché Dio ha deciso di mostrarvi che vi ama" (Jacques Dupont O.S.B.)
Non dobbiamo tradurre le Beatitudini in un amore alla povertà, ma nell'amore ai poveri. L'ideale non è la povertà, ma l'amore. Amore che si deve esprimere nella condivisione, nel trasformare i beni in sacramento di fraternità.


(Ger 17,5-8; Sal 1; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26)


03 febbraio 2022

La forza della parola - 6/2/2022 - V Domenica tempo ordinario

 

Vi farò pescatori di uomini
mosaico Cappella Conferenza Episcopale Spagnola - Madrid
p. M. Rupnik s.j.

Il Vangelo di oggi sembra quasi uno spezzone di un film: sono tre scene in rapida successione che raccontano 'qualcosa'.
La prima scena presenta Gesù maestro delle folle che fanno ressa attorno a Lui per ascoltarlo.
La seconda presenta, dopo la predicazione, il miracolo di una pesca molto particolare.
La terza, infine, presenta Gesù che compie una radicale trasformazione nella vita di alcune persone: non saranno più pescatori di pesci, ma di uomini. Qui Gesù si serve del loro mestiere, ma per cambiarlo, per dargli una direzione e un senso diverso, nuovo.

Ma al di là degli elementi esteriori c'è, oltre a Gesù, un altro elemento fondamentale comune a tutte e tre le scene: la parola. E più precisamente: la potenza della parola.
Il protagonista, Gesù, è forte solo della sua parola. Parola che è efficace, trasformante. Il vero protagonista in fondo è una Parola che ha in sé potenza, vita, energia. La stessa Parola che ha creato l'universo , il mondo, la vita, adesso si manifesta nell'insegnamento, nella pesca e nella chiamata dei discepoli.
È la Parola che dagli ascoltatori "crea" i clienti del regno, "crea" ciò l'esperienza lavorativa di tutta una vita non era riuscita ad ottenere, cioè una pesca abbondante, e infine, da dei semplici pescatori "crea" dei discepoli.

È nell'episodio centrale che si vede bene la forza della parola. Pietro usa la parola dell'esperienza e dell'insuccesso recente.
Ma poi: «... sulla tua parola getterò le reti». Il vero miracolo è questo: fidarsi totalmente di una parola, aggrapparsi solo a questa parola nonostante tutte le parole contrarie che vengono dalla pratica e dalla 'realtà conosciuta'
Il vero miracolo non è nelle reti gonfie fino a strapparsi, ma nelle reti gettate "sulla sua parola".

La parola di Dio non è solo insegnamento, è anche atto creatore, amore che dona vita e gioia.
Dio ha parlato ed ecco il mondo, la luce, le acque, gli animali.
Gesù parla ed ecco i malati guariti, le tempeste cessate, i peccatori perdonati, i morti che tornano a vivere.
La parola di Dio è sempre efficace, non va mai a vuoto, produce sempre un effetto (vedi Is 55, 10-11). La parola di Dio è sempre sacramentale. Siamo noi che abbiamo sconsacrato le parole, le abbiamo profanate prendendole alla leggera o calpestandole.
Dobbiamo lasciarci coinvolgere esistenzialmente dalla Parola di Dio in modo che anche le nostre parole tornino a dire qualcosa, tornino ad essere "fatti" e non chiacchiere.


(Is 6,1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11)


P.S.: A proposito di parole 'maltrattate' c'è questo bellissimo episodio della vita di Martin Buber


01 febbraio 2022

Parola sovraccarica

Martin Buber

 

Qualche tempo fa fui ospite di un nobile pensatore anziano.
Lo avevo conosciuto in occasione di un congresso in cui egli teneva una conferenza sulla scuola popolare ed io parlavo sulle università popolari; ci avvicinò il fatto che entrambi concepivamo la parola «popolo» in un senso ampio, complesso.

Allora ero rimasto felicemente sorpreso quando l'uomo dai capelli ricciuti e grigi, all'inizio del suo discorso, ci aveva esortato a dimenticare tutto ciò che credevamo di aver appreso sulla sua filosofia dai suoi libri; negli ultimi anni – erano stati anni di guerra – la realtà gli si era tanto avvicinata da indurlo a rivedere e conseguentemente a ripensare ogni cosa.

Essere vecchio è una cosa meravigliosa, se non si dimentica che cosa significhi incominciare; quell'anziano signore l'aveva probabilmente imparato solo nella vecchiaia; egli non cercava di apparire giovane, dimostrava l'età che aveva, ma in modo giovanile, aperto.
Viveva in una città universitaria. Abitai presso di lui quando fui invitato da un gruppo di teologi di quella università a parlare sulla profezia. Nella sua casa regnava uno spirito buono: lo spirito che vuole andare nella vita, senza prescrivere alla vita dove deve farlo entrare.

Un mattino mi alzai presto per leggere le bozze della prefazione di un mio libro, ricevute la sera precedente; poiché si trattava di una specie di autoconfessione, desideravo rileggerla attentamente prima di darla alle stampe.
Scesi nello studio che mi era stato offerto come luogo di lavoro, se ne avessi avuto bisogno, e vi trovai già seduto alla scrivania l'anziano signore. Dopo il saluto mi domandò subito dello scritto che avevo in mano e, saputone il contenuto, mi chiese se ero disposto a leggerlo ad alta voce.
Accettai volentieri. Egli ascoltò gentilmente anche se con meraviglia e alla fine con evidente stupore.

Quando ebbi terminato egli intervenne, dapprima esitante e poi sempre più appassionatamente, trascinato dall'argomento che gli stava a cuore e disse: «Come fa a pronunciare tante volte la parola Dio? Come può aspettarsi che i lettori accolgano questo nome nel modo in cui lo vorrebbe saper inteso? Quel che intende lei con questa parola è al di sopra di ogni capacità umana di afferrare e di comprendere, proprio questo essere al di sopra lei vuole indicare; ma, pronunciando questa parola, la lascia in balia dell'uomo. Quale altra parola del linguaggio umano fu così maltrattata, macchiata e deturpata? Tutto il sangue innocente, che venne versato in suo nome, le ha tolto il suo splendore. Tutte le ingiustizie che fu costretta a coprire hanno offuscato la sua chiarezza. Qualche volta sentire nominare l'Altissimo col nome di Dio mi sembra un'imprecazione».

Gli occhi chiari come quelli di un bambino lampeggiavano. La voce stessa era infiammata. Poi, per un po', ci sedemmo di fronte in silenzio. La stanza era inondata dalla chiarezza del primo mattino. Mi sembrava che con la luce entrasse in me una forza. Non posso riferire esattamente ciò che risposi, posso soltanto accennare al discorso di allora.

Sì – risposi – è la parola più sovraccarica di tutto il linguaggio umano. Nessun'altra è stata tanto insudiciata e lacerata. Proprio per questo non devo rinunciare ad essa. Generazioni di uomini hanno scaricato il peso della loro vita angustiata su questa parola e l'hanno schiacciata al suolo; ora giace nella polvere e porta tutti i loro fardelli.
Generazioni di uomini hanno lacerato questo nome con la loro divisione in partiti religiosi; hanno ucciso e sono morti per questa idea e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue.

Dove potrei trovare una parola che gli assomigliasse per indicare l'Altissimo? Se prendessi il concetto più puro e più splendido della tesoreria più riposta dei filosofi, vi potrei trovare soltanto una pallida idea ma non la presenza di colui che intendo, di colui che generazioni di uomini con le loro innumerevoli vite e morti hanno onorato e denigrato. Intendo parlare di quell'Essere a cui si rivolge l'umanità straziata ed esultante.

Certamente essi disegnano caricature e scrivono sotto Dio; si uccidono a vicenda e lo fanno in nome di Dio. Ma quando scompare ogni illusione e ogni inganno, quando gli stanno di fronte nella oscurità più profonda e non dicono più Egli, Egli, ma sospirano Tu, Tu, ed implorano Tu, intendono lo stesso essere; e quando vi aggiungono Dio, non invocano forse il vero Dio, l'unico vivente, il Dio delle creature umane?
Non è forse lui che li ode? Che li esaudisce?

La parola Dio non è forse proprio per questo la parola dell'invocazione, la parola divenuta nome, consacrata per tutti i tempi in tutte le lingue umane?
Dobbiamo stimare coloro che la interdicono, perché essi si oppongono al torto e al sopruso che così spesso fanno appello a Dio per giustificarsi; ma non dobbiamo abbandonarla.

Si possono comprendere coloro che propongono di non parlare più per un certo periodo delle cose ultime per redimere le parole di cui si è abusato. Ma in tal modo non si possono redimere. Non possiamo lavare di tutte le macchie la parola Dio e nemmeno lasciarla integra; possiamo però sollevarla da terra e, macchiata e lacera com'è, innalzarla sopra un'ora di grande dolore.

La stanza si era fatta molto chiara. La luce non fluiva più, c'era.
L'anziano signore si alzò, mi pose la mano sulla spalla e disse: «Vogliamo darci del tu?».
Il colloquio era finito. Poiché dove due sono veramente uniti, lo sono nel nome di Dio.

(Martin Buber, L'eclissi di Dio, pp. 20-23, Oscar Mondadori 1990)