05 agosto 2021

Dio ci incontra nella 'banalità' di ogni giorno - 08/08/2021 - XIX Domenica tempo ordinario

 


«Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?»
Se siamo sinceri dobbiamo ammettere che anche noi, come i giudei, facciamo spesso fatica ad accettare un Dio come ce lo presenta Gesù. Non sempre riusciamo a riconoscere che il pane della vita, quello vero, disceso dal cielo, ci viene donato "nascosto" nell'apparente banalità del quotidiano. Facciamo anche noi fatica a riconoscere Dio che di manifesta nelle cose ordinarie, nelle realtà comuni, in quelle cose e in quelle persone che normalmente ci circondano, che diamo talmente scontate da quasi non vederle neanche più.

In fondo è l'Incarnazione, che ci fa scandalo.
Accettiamo un Dio che si nasconde dietro colonne d'incenso, dietro celebrazioni sfarzose e in pompa magna.
E dimentichiamo, quando non rifiutiamo, che con l'Incarnazzione è il quotidiano che diventa sacramento della presenza di Dio, e allo stesso tempo della nostra presenza a Dio. Lui si serve dei piccoli avvenimenti della vita di ogni giorno per rivelarsi. Le solite cose, le solite occupazioni, le solite persone, il solito orario, ci portano Dio che vuole incontrarci là dove siamo, in quello che facciamo, nella nostra esistenza di tutti i giorni. Non dobbiamo andare a cercare Dio in altri posti. Lui si fa trovare nelle occasioni più comuni, secondo il cerimoniale dei nostri gesti ordinari.

Ecco allora che 'credere' diventa imparare a vedere negli avvenimenti della propria vita il segno del passaggio di Dio. Significa accettare di lasciarsi aprire gli occhi. Imparare da quel monaco che, dopo quarant'anni che faceva il portinaio del convento, quando sentiva suonare il campanello diceva: "Ancora tu, o Dio!"
Riuscire a dire, ad ogni volto che incontriamo: "Buona giornata... mio Dio!" (d. Pierre Talec)

È vero che il Signore opera "grandi cose", ma lo fa alla sua maniera, nella discrezione. Lo fa sotto un segno modestissimo, di ogni giorno, proprio 'quotidiano': un pezzo di pane e un po' di vino.


(1Re 19,4-8; Sal 33; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51)


Immagine di don Giovanni Berti



29 luglio 2021

L'ininterrotta ricerca di Dio - 01/08/2021 - XVIII Domenica tempo ordinario


 

In questo brano del Vangelo di Giovanni mi colpisce un verbo: cercare. È un verbo molto presente in questo Vangelo: in esso le prime parole di Gesù sono quelle rivolte ai due discepoli del Battista: «Che cosa cercate?» (Gv 1, 38), fino a quelle rivolte alla Maddalena: «Chi cerchi?» (Gv 20, 15). Ma anche la Bibbia si apre con Dio che scende nel giardino per cercare Adamo: «Dove sei?» (Gen 3, 9)
La storia della Salvezza è questa ininterrotta ricerca: Dio che cerca l'uomo!

Poi c'è anche l'uomo che cerca Dio. Però in questo caso non basta 'cercare'. Occorre anche prendere coscienza delle vere motivazioni della nostra ricerca. È per questo che Gesù ci provoca con le domande o con affermazioni come quella di oggi «voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati».
C'è chi lo cerca per un sapere intellettuale, e chi perché non può fare a meno di Lui;
C'è chi lo cerca per il proprio interesse, e chi perché vuole che prenda il centro della propria vita;
C'è chi lo cerca per strumentalizzarlo, e chi perché vuole vivere di Lui e con Lui.

Qui la folla va da Gesù solo per il vantaggio materiale. È una ricerca interessata. Gesù li accusa di non saper leggere i 'segni', cioè i miracoli, che ha compiuto.
In fondo ci sono tre diverse reazioni di fronte ai segni di Gesù:
- Accecamento volontario, cioè rifiutare di vederli, di prenderne atto. Un esempio sono i farisei di fronte alla guarigione del cieco nato o alla resurrezione di Lazzaro
- Miopia, cioè fermarsi alla materialità del segno. È quello che fa la folla in questo caso, si ferma al pane mangiato, non va oltre (ma anche molto miracolismo dei nostri giorni).
- Penetrazione, cioè il partire dal segno per andare oltre, coglierne il significato profondo, cioè l'identità profonda di Gesù: Dio fatto uomo per amore dell'uomo!

Visto che la folla cercava il pane, Gesù propone due tipi di cibo: quello «che non dura», e quello «che rimane per la vita eterna». Gesù non rifiuta il pane materiale, difatti l'ha appena moltiplicato. Lui rifiuta di fermarsi a questo. Sa che «non di solo pane vivrà l'uomo» (Mt 4, 4), ed è venuto per offrire qualcos'altro, un altro pane. Il suo messaggio passa anche attraverso il problema economico, ma va oltre il piatto di minestra.

E qui la folla non riesce a fare il passo decisivo. Capiscono che devono andare oltre, ma rimangono a basso livello: "cosa dobbiamo fare?" Pensano a delle opere onerose da compiere per meritarsi l'approvazione di Dio, per avere altro pane materiale.
Cristo replica che non si tratta di 'fare' ma di 'credere'. La fede è la libera risposta ad un dono, è qualcosa che si riceve, non qualcosa che si conquista.
"C'è una sola cosa da fare: lasciarsi fare" (Jacques du Perron)


(Es 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35)


22 luglio 2021

Nella matematica di Dio le moltiplicazioni si fanno solamente con le con-divisioni - 25/07/2021 - XVII Domenica tempo ordinario

 


Da oggi accantoniamo per qualche domenica il Vangelo di Marco per quello di Giovanni. Lo facciamo proprio nel punto in cui Marco tratta la moltiplicazione dei pani (collocata in quella che gli studiosi chiamano "sezione dei pani") perché Giovanni ne approfondisce il senso, come vedremo oggi e nelle prossime domeniche.

Innanzi tutto c'è da notare che la molta erba, il fatto che Gesù faccia sedere i presenti e quello che poi faccia distribuire da mangiare, sono, per la Bibbia, segni religiosi profondamente messianici. Quindi indicano chiaramente ai presenti la natura profonda di Gesù.

«C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci»
Gesù inizia facendo quasi un inventario di cosa noi uomini mettiamo a sua disposizione. Lui vuole coinvolgerci nella sua opera di salvezza, ci vuole suoi aiutanti, suoi stretti collaboratori.
Però non ci chiede il superfluo, ciò che ci avanza. Lui ci chiede il necessario, tutto. Inoltre non si basa sui calcoli umani, non gli interessa se quello che abbiamo è meno di una goccia nell'oceano.
Ma noi facciamo fatica a capire la logica divina per cui solo il donare produce abbondanza. Facciamo fatica a seguire Gesù che si ostina a "produrre il pane non con la farina ma con l'amore" (Adriana Zarri).
Il miracolo non avviene con i duecento denari di Filippo, ma quando buttiamo il nostro ultimo soldo.
Punto di partenza verso l'impossibile non è ciò che abbiamo, ma ciò di cui ci siamo privati, ciò che abbiamo donato. Nella matematica di Dio le moltiplicazioni si fanno solamente con le con-divisioni.

Per poter dire a Dio «Padre nostro» e chiedergli «il pane quotidiano», occorre che il pane non sia esclusivamente "mio", ma che lo faccia diventare "nostro".
Tutte le volte che rifiuto di condividere il pane, ma anche il lavoro, la terra, e così via, io cancello la presenza del Padre dalla terra.
Ma quando imparo la "prassi delle mani aperte nel gesto del dono", io rendo presente Dio in mezzo agli uomini.


(2Re 4,42-44 Sal 144 Ef 4,1-6 Gv 6,1-15)


15 luglio 2021

Tutto nasce da uno sguardo - 18/07/2021 - XVI Domenica tempo ordinario

 


La prima lettura (Geremia), il salmo (Il Signore è il mio mio pastore) e il Vangelo hanno un tema dominante, quello del 'pastore'.
Ma a me, soprattutto nel Vangelo, colpisce un'altra cosa, che sotto un certo punto di vista è alla base del buon pastore: lo sguardo.
Certo, solo una volta viene detto che Gesù ha visto («egli vide una grande folla»), ma per accorgersi che gli Apostoli erano stanchi deve averli 'visti'.

Tutto nasce da uno sguardo, da come Gesù guarda. E anche per noi tutto dipende da come guardiamo il mondo, le cose, le persone, la vita. C'è una responsabilità anche nello sguardo.
C'è lo sguardo che quando vede la folla vede una scocciatura, una rottura di scatole.
C'è lo sguardo che quando vede la folla pensa che la cosa non lo riguarda, che ci deve pensare qualcun altro.
C'è lo sguardo che quando vede la folla vorrebbe chiamare la polizia o l'esercito per disperderla o quanto meno tenerla il più lontano possibile.

E poi c'è lo sguardo di Gesù.
Gesù non vede dei 'dipendenti' che fanno la relazione sull'incarico svolto, ma degli amici che hanno lavorato molto e che adesso sono stanchi e hanno bisogno di riposare, di godere di una sosta insieme a Lui. Mi piace pensare che sia proprio da questo episodio che sant'Ambrogio scrisse "se vuoi fare bene tutte le tue cose, ogni tanto smetti di farle", cioè ogni tanto riposati. È un atto di umiltà, è ricordarci che non siamo noi a salvare il mondo e che la nostre energie sono limitate, la nostra vita è fragile.

Gesù non vede una folla indistinta che fa saltare i suoi piani. Vede delle persone che sono assetate di speranza, di affetto, di vita. Lo sguardo di Gesù è cuore, compassione, tenerezza. Lo sguardo di Gesù non giudica, non appiccica etichette. È uno sguardo che accoglie e abbraccia. Uno sguardo che perdona, come sa bene Pietro (Lc 22, 61). Quello di Gesù è uno sguardo vulnerabile, perché si lascia ferire dalle situazioni, dalle persone, dagli incontri (Luigi D'Ayala Valva, "Lo sguardo di Gesù", ed. Qiqajon).

Lo sguardo di Gesù è lo sguardo che ha Dio nei nostri confronti. Il Vangelo ci ricorda che Dio, quando ci guarda, si commuove. Quanto più siamo feriti dalla vita, tanto più Dio si commuove e ci avvicina per offrirci riposo, parlare al cuore e donare se stesso. Quando siamo stanchi ci invita un po' in disparte a fare due chiacchiere con Lui. È una bella definizione della preghiera: raccontare a Dio la nostra storia, dirgli ciò che viviamo, proviamo e pensiamo. Dio sa già tutto, ma ama sentirsi raccontare da noi le cose che già sa di noi.
Solo raccontando a Lui, Lui potrà poi raccontare a noi.


(Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34)

Anch'io penso, come don Giovanni Berti autore di questa vignetta, che tante volte Dio voglia 'solo farsi una birretta tra amici'. Ma noi siamo troppo seriosi per rendercene conto.


08 luglio 2021

Portatori di serenità e vita - 11/07/2021 - XV Domenica tempo ordinario

 


Il Vangelo di oggi ha un'essenzialità estrema, sembra quasi un foglietto di istruzioni, ma in realtà è molto profondo.

Una prima cosa si nota per quanto riguarda l'equipaggiamento, le cose da portare: Marco concede il bastone e i sandali che gli altri evangelisti invece proibiscono. E comunque le indicazioni dei sinottici sono diverse e in parte contradditorie. Non è un dress-code o l'elenco di cosa è consentito e cosa è proibito al check-in del missionario!
È l'indicazione di un atteggiamento. È la sottolineatura dell'esigenza di essenzialità, di leggerezza, di libertà, di disponibilità. Non si devono cercare altri 'appoggi' oltre al comando di Cristo. Si deve rinunciare alle sicurezze umane, per contare sull'unica sicurezza della potenza del Vangelo. «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10), proprio perché appaia che la potenza è del Vangelo, non dei mezzi o delle persone impiegati.

Ma c'è da rimarcare anche che vengono mandati «a due a due». Il primo annuncio è proprio questo: l'andare insieme, fianco a fianco. Insieme per dare una testimonianza credibile (la legge ebraica prevedeva che una testimonianza fosse valida solo se portata da almeno due testimoni). Ma c'è anche il fatto che essere in due ha i suoi vantaggi (ci si aiuta, ci si sorregge a vicenda), ma ha anche le sue fatiche, perché ti costringe al confronto e alla messa in discussione, cose che sono costruttive, ma che tuttavia richiedono impegno e soprattutto sono un colpo duro al proprio orgoglio e all'individualismo. Quindi essere in due è anche una testimonianza di unità, di solidarietà, di comunità. Essere in due è segno di tutta la serietà del messaggio.

Però in questo brano mancano due cose.

La prima è che i Dodici vengono mandati ... ma non viene detto 'dove' devono andare.
Non si viene mandati in un 'posto', ma ogni posto è il luogo in cui siamo mandati. Ogni posto in cui ci troviamo è il luogo della nostra testimonianza: il lavoro, la famiglia, il bar, la scuola, il supermercato, la strada. Ogni nostro passo nella vita deve essere testimonianza, segno di riconciliazione e sorgente di serenità e vita («scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano»)

La seconda è che non viene detto quali dovevano essere gli argomenti della predicazione.
Questo perché la predicazione principale, la prima e più importante non va fatta con le parole. Va fatta con la vita. Dev'essere tutta la nostra vita che parla di Dio. In ogni nostro gesto, in ogni nostra azione, ci dovrebbe essere il sapore, l'odore di Dio.
Solo così le nostre parole possono essere reale segno. Solo così possono essere concretezza e non 'aria fritta'.
Inoltre, non avendo la scaletta dei discorsi da tenere, siamo obbligati ad adeguare le nostre parole alla realtà che incontriamo. Siamo chiamati a chiedere l'aiuto dello Spirito Santo per leggere i "segni dei tempi", capire come meglio affrontare le varie situazioni. Si tratta ci capire quando è meglio spronare e quando è meglio consolare, quando è meglio ammonire e quando è meglio abbracciare. Non si possono usare le stesse parole e gli stessi gesti per ogni situazione e con ogni persona.


(Am 7,12-15; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13)


01 luglio 2021

Dio con l'abito di tutti i giorni - 04/07/2021 - XIV Domenica tempo ordinario

 


«Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data?»
Sono queste le due domande che i concittadini di Gesù si fanno. Sono domande importanti, tutto il Vangelo di Marco ruota proprio attorno a queste domande e cerca di darne la risposta. Invece gli abitanti di Nazareth hanno fretta, vogliono chiudere subito la questione. Invece di aprirsi al futuro, all'azione dello Spirito, si rifugiano nel passato, in quello che credono di sapere. Liquidano il problema invece di cercare di risolverlo.

Conoscono, ma sarebbe più giusto dire che pensano di conoscere, Gesù: è uno di loro, uno con cui sono stati per trent'anni gomito a gomito. E non riescono ad andare al di là di questa etichetta. Non riescono perché non vogliono, perché bisogna fare lo sforzo di abbandonare le idee che non spiegano più la realtà attuale. "La radice dell'incredulità è proprio questa incapacità di accogliere la manifestazione di Dio nel quotidiano" (Rinaldo Fabris). Si fa fatica a riconoscere Dio quando indossa l'abito di tutti i giorni.
Gli andava bene un Gesù che faceva il falegname, che apparteneva ad una famiglia insignificante. Ma destava scandalo il fatto che Gesù non rientrasse nei loro schemi riguardo a Dio, non coincideva con quello che loro pensavano di Dio.

In fondo Dio ci fa sempre difficoltà.
C'è chi non crede perché non lo vede.
E c'è chi, come i compaesani di Gesù, non crede perché lo vede.
Ma vedono un Dio diverso da quello che loro immaginano. Non è il dio potente che stermina i nemici, il dio che vince tutto e tutti con la forza e la potenza.
È un Dio che è «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), che non è venuto a condannare ma a salvare, che vince amando, perdonando, donandosi a tutti, nessuno escluso. Vince facendosi mettere in croce!
Un Dio così è difficile, e ci sono tanti che preferiscono rinunciare a Dio piuttosto che all'immagine che si sono fabbricati di Dio.

E Gesù continua a non condannare. Però si meraviglia, si stupisce. Come intenerisce questo Dio che si meraviglia della nostra difficoltà a credere. C'è un grande cuore di madre dietro a questo.

Si sarà consolato con quei pochi malati che ha guarito. I più hanno cercato di spiegare, di capire. Pochi hanno aperto le loro piaghe all'amore. Sono andati al di là dei pregiudizi, dell'ostilità. Invece di fidarsi di ciò che sapevano si sono aperti alla novità di un Dio che cammina al tuo fianco, di un Dio che si sporca i piedi e le mani per esserti vicino, compagno di strada, compagno di vita.


(Ez 2,2-5; Sal 122; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6)

immagini di don Giovanni Berti


24 giugno 2021

Piccoli gesti pieni di vita - 27/06/2021 - XIII Domenica tempo ordinario


 

Il Vangelo di oggi si svolge tra un periodo di tempo, "12 anni", e un gesto, "toccare".

Nella Bibbia il numero 12 rappresenta la totalità (le 12 tribù di Israele che sono tutto il popolo israelita). Quindi dire che la prima donna del brano di oggi era ammalata da dodici anni, è come dire che era ammalata da sempre: da dodici anni era considerata impura, era emarginata e costretta a evitare ogni contatto sia sociale che fisico. Possiamo ben capirla noi che per un solo anno e mezzo circa abbiamo dovuto evitare non solo gli abbracci, ma anche una semplice stretta di mano! Lei, per 12 anni, per la società e la famiglia, era come fosse morta.
Ma 12 anni era anche l'età che a quel tempo segnava l'ingresso nella vita sociale. I maschi diventavano adulti, e le femmine si sposavano. La figlia del capo della sinagoga invece di entrare nella vita era entrata nella morte.
Due donne entrambe colpite a morte, una quella sociale e l'altra quella biologica, quindi entrambe sono impure e intoccabili. Ma tutte e due vengono chiamate "figlie", ambedue vengono "guarite e salvate". Ma per farlo Gesù trasgredisce le leggi e le tradizioni. Quando Gesù deve scegliere tra la vita e la legge sceglie sempre la vita!

Gesù non ama la vita solo a parole, ma anche a gesti. E in questo brano del Vangelo c'è un gesto molto piccolo: toccare. Per quattro volte troviamo questo verbo e poi ancora si dice «vieni a imporle le mani» e che Gesù «prese la mano». Toccare è la forma primordiale di conoscenza, è percezione e superamento del limite di ciascuno, momento di comunione e comunicazione, esprime reciprocità, condivide e scarica le tensioni e le emozioni. È carezza, è sostegno, è consolazione.
La donna del Vangelo (di cui non si dice il nome, e quindi ci può rappresentare tutti, le possiamo tranquillamente dare il nostro nome) sente che Gesù è la sua unica speranza e si fa coraggio nel compiere un gesto che nella mentalità religiosa di quel tempo era una vera e propria trasgressione: anche se rischia di essere messa a morte perché come impura tocca un maestro e uomo, lei ci prova lo stesso. Sente che Gesù è capace di accoglienza, che sa comprendere il suo dolore. Con un lieve tocco è passata dalla religione alla fede.
Gesù si accorge di questo tocco anche in mezzo alla folla. "Sente" la donna anche di più di quanto senta i discepoli che gli sono vicini fisicamente. La donna nascosta non tocca solo il mantello, ma soprattutto tocca il cuore di Gesù, e Gesù non rimane indifferente a questa povertà e fiducia insieme.
E poi c'è la ragazzina dodicenne. Nelle icone della discesa agli inferi si vede Gesù che prende Adamo ed Eva per il polso e li porta in cielo. Il polso è dove si sente il battito del cuore, e quando Dio ti prende per il polso, quando ti prende per mano, ti richiama alla vita, ti dona la sua vita. In questo gesto di Gesù c'è anticipata, c'è ricapitolata tutta la sua vita, la sua missione: donare la sua vita e portare gli esseri umani alla vita piena.

Un'ultima cosa colpisce: né la donna né la ragazza vengono salvate per loro meriti. Dio non salva premiando i buoni, ma donando la sua grazia ai disperati. La grazia di Dio non è un premio per quelli che sono bravi, ma un rimedio per quelli che fanno fatica; se non fosse così, il paradiso sarebbe terribilmente e desolatamente vuoto.


(Sap 1,13-15; 2,23-24; Sal 29; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43)


17 giugno 2021

Le tempeste dalla vita - 20/06/2021 - XII Domenica tempo ordinario

 


Le tempeste fanno parte della vita, e ce ne sono di tutti i tipi: da quelle lievi, col sole e l'arcobaleno, a quelle con tuoni, fulmini, nuvole nere e pesanti che sembrano schiacciarti a terra.
E poi ci sono quelle che ti prendono di notte, quando già tutto sembra più terribile e difficile. Quelle che ti scuotono fin nel profondo, ti sbatacchiano talmente forte che anche la speranza schizza via lontano e non la trovi più. Quelle che ti fanno pensare che il sole non sorgerà più, che ti fanno sentire abbandonato da tutti, anche da Dio.
E anche tu, come gli Apostoli, rimproveri Dio, lo accusi: "Non ti importa più niente di me?"

Ci sono rimproveri, accuse, che rivolgiamo a Dio che in realtà sono delle preghiere stupende. Sono delle preghiere perché indicano che in fondo Dio ha un posto grande nel nostro cuore, che sappiamo che la nostra vita è nelle sue mani; forse Lui si è solamente addormentato, ma noi non ci siamo dimenticati di Lui. Siamo come bambini che nel momento della paura si mettono a chiamare la mamma e il papà con le lacrime agli occhi.

Sono momenti difficili, di solitudine estrema. È proprio in un momento come questo che Gesù, vero Dio fatto uomo, ha gridato "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15, 34). Dio ci capisce benissimo. In quei momenti soffre per noi e con noi. Anche se noi non lo sentiamo, anche se ci sembra in tutt'altre faccende affaccendato, anche se ci sembra stia russando sul cuscino a poppa.

Una cosa colpisce: sono tutti gli apostoli che svegliano Gesù, non uno solo.
Da quei momenti non si esce da soli, la notte va superata in unione con gli altri. Accettare l'aiuto, anche maldestro e impacciato, è importante. È vero che l'altro non ti potrà mai capire fino in fondo, ma c'è, è presente. È lì per te, che soffre assieme a te, non a causa di te.

E anche chi è vicino a persone che stanno passando queste tempeste è importante che sappia ascoltare, sappia accettare il fatto che spesso non può fare niente altro. In certe situazioni non esistono parole giuste, anzi, a volte tutte le parole sono sbagliate. Esistono però la tenerezza, la vicinanza.

Non è vero che Dio non risponde. Il fatto è che Lui non risponde come noi vorremmo. E a volte le persone che sono vicine sono la risposta, Lui si fida talmente di noi da farci sua risposta.


(Gb 38,1.8-11; Sal 106; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-41)


10 giugno 2021

Sentire il grano crescere e vedere la Parola annunciata - 13/06/2021 - XI Domenica tempo ordinario

 


Il vero protagonista del Vangelo di oggi è il semplice seme. Una realtà piccola, apparentemente insignificante, ma con una potenzialità grandissima. Un superconcentrato di vita.

E Gesù, parlandoci del Regno come di un seme, non vuole indicarci una generica speranza. Vuole invece invitarci, spronarci a scoprire l'azione del seme, la sua potenza che sta agendo in questo stesso momento.
Perché il Regno è presente, avviene già adesso. Questo è il fatto decisivo. Ed è essenzialmente potenza di Dio, non azione dell'uomo. Si sta manifestando anche nell'assenza di segni esteriori, cresce e lavora anche se sembra non succeda niente.
La forza del seme non gli viene dall'azione del contadino, la possiede in sé. La forza del Regno non viene dalle nostre azioni, la possiede in sé.
Il credente, come il contadino, è uno che tutto questo lo 'sa'. Lo sa, ma non sa il 'come'.

La parabola non ci dice cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Ci dice cosa sta facendo il seme. Ci ricorda che non siamo noi i costruttori del Regno, né tanto meno i progettisti o i direttori dei lavori. Noi siamo chiamati a offrire delle possibilità al Regno.
E a volte la possibilità più grande può essere quella di non intralciare, di non infilare tra i progetti di Dio i nostri bozzetti.

Il contadino della parabola è un esempio. Lui dorme o sta in piedi a seconda che sia notte o sia giorno. Ecco, anche noi siamo chiamati a vivere il momento presente, a leggere i 'segni dei tempi' per trovare il seme che qui e adesso sta germinando. A ricordarci che se Dio ci ha messo in questo tempo è perché è in questo tempo che dobbiamo vedere il seme che cresce, non in un passato che non c'è più, né in un futuro che non ci appartiene.
È necessario adoperare diversamente i nostri sensi. Dobbiamo sentire il grano che cresce, dobbiamo vedere la Parola che viene annunciata.

Dobbiamo riuscire a contemplare il fatto che la debolezza è la forza del seme, che la vulnerabilità è la sua potenza.


(Ez 17,22-24; Sal 91; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34)


03 giugno 2021

Possiamo diventare Amore - 06/06/2021 - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

 


«Prendete, questo è il mio corpo»
Prendere, afferrare, è questo che ci chiede Gesù. Un verbo molto fisico, che chiede un contatto molto ravvicinato, molto 'intimo'. A Gesù, a Dio, non è stato sufficiente scendere dal cielo e venire a vivere in mezzo a noi, non gli è bastato lasciare la sua gloria e prendere un corpo umano. La sua sete d'amore non si è ancora placata. Vuole, ha bisogno di entrare dentro di noi, di farsi nostra carne, di arrivare ad ogni cellula di ogni essere umano.
E questo lo poteva fare solo facendosi cibo. Ma non cibo raffinato, riservato a pochi eletti, bensì cibo comune, che si trova sulle tavole di tutti, su quella del re come su quella del carcerato. Non era sceso abbastanza in basso con l'incarnazione. Per raggiungere veramente tutti, per essere tutto in tutti, si è fatto cibo, pane condiviso in una tavolata di amici.

Gesù non è sceso sulla terra per sconfiggere il male, per castigare i peccatori. Lui è il grande seminatore, è sceso tra di noi per seminare il Paradiso sulla terra, per piantare Dio in ogni essere umano. Il nostro rispetto, la nostra venerazione non gli bastavano, non erano abbastanza.
E allora ci ha chiesto di mangiarlo, di mangiare il suo corpo condiviso. "Ti mangerei di baci" si dice ad un bambino piccolo, e Gesù ci ha preso in parola, si è fatto piccolo per farsi mangiare.

Prendere e mangiare. È il Creatore che chiede alla creatura un abbraccio, chiede il permesso di diventare una cosa sola. San Leone Magno diceva: "partecipare al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo". Ricevendo Dio, che è Amore, noi possiamo diventare Amore.
E allora il 'prendere' e il 'mangiare' si trasformano in un unico verbo, in un'unica azione: donarsi.


(Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26)