24 novembre 2022

Essere aperti alla sorpresa - 27/11/2022 - I Domenica tempo di Avvento





E così inizia di nuovo l'Avvento.
Cerchiamo però di prestare attenzione a questo 'di nuovo'. Facciamo che non sia il solito inizio, ma realmente un 'nuovo' inizio. Nuovo proprio nel senso di vedere ogni giorno come un'altra possibilità, vedere la persona che magari da anni di sta vicina (coniuge, figlio/a, collega, amico/a ecc. ecc.) come una persona nuova. Ripartire dal passato per vivere il presente aperti ad un futuro da costruire insieme.

"Non dobbiamo arrestarci nella nostra esplorazione.
E il terminare del nostro esplorare
sarà arrivare là donde siamo partiti.
E conoscere il luogo per la prima volta
"
(T. S. Eliot: Quattro quartetti - Little Gidding, V)



Ma veniamo alle letture di oggi.
Penso che la chiave di lettura stia in due forme verbali: “vegliate” e “state pronti”. Vegliare e stare pronti perché, come ci dice il Vangelo, non sappiamo né il giorno né l'ora in cui il Signore verrà. Ma ci sarebbe da aggiungere che, come per Maria («Come avverrà questo?» Lc 1, 34), non sappiamo neanche il come tutto ciò avverrà.
Tempo fa con mia moglie si parlava del nostro matrimonio, di come ci fossimo preparati, di quali aspettative e quali sogni avessimo quel giorno, e di come poi, nel corso degli anni, fossero andate le cose: certamente in modo diverso ma soprattutto inaspettato. Ma d'altra parte anche Maria e Giuseppe avevano sperato nella nascita di figli, ma certamente il modo, le circostanze in cui ciò è avvenuto sono state molto diverse da come le avevano immaginate.

Attendere non significa sapere tutto in anticipo. Vegliare non vuol dire neutralizzare la sorpresa.
Quando si ha a che fare con Dio bisogna sempre essere aperti alla sorpresa. Oserei dire che se Dio non ci sorprende, allora non è dio ma soltanto una nostra idea, un idolo che ci siamo costruiti.

Perché Dio è spesso misterioso («i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie» Is 55,8), mai totalmente immaginabile, a volte anche bizzarro, mai totalmente spiegabile o comprensibile. Dobbiamo ricordaci che ogni volta che diamo una definizione di Dio, dovremmo aggiungere alla fine "... ma non solo!"
Dobbiamo essere aperti alla sorpresa per non fare come i farisei, che erano convinti di sapere tutto di Dio, ma che non lo seppero riconoscere quando venne in mezzo a loro. E anzi, arrivarono a condannare a morte Dio convinti di fare la volontà di Dio.

Ma soprattutto dobbiamo essere aperti alla sorpresa per poterlo riconoscere quando ci viene a trovare ogni giorno della nostra vita, quando cammina nelle nostre strade, quando si fa presente sotto l'aspetto più inaspettato e impensabile.


(Is 2,1-5; Sal 121; Rm 13,11-14; Mt 24,37-44)


17 novembre 2022

Il Regno di Dio avanza per accoglienze - 20/11/2022 - XXXIV Domenica tempo ordinario - Solennità di Cristo Re

Il buon ladrone



Nonostante la recente morte della regina Elisabetta II abbia colpito tutto il mondo, la nostra mentalità fa fatica ad afferrare il concetto di re e di regno. Sono istituzioni che ci sono sempre più estranee.
Invece il punto centrale della predicazione di Gesù è proprio quello di "Regno di Dio".
Ma il Regno di Dio non è un luogo o una situazione o un gruppo di persone. Invece è il fatto che Dio regna e che le potenze che gli sono nemiche (il peccato, la morte, satana) sono vinte. È un regno spirituale.
E anche se sarà pienamente realizzato nel futuro, quando Dio sarà tutto in tutte le cose (cfr. 1Cor 15, 28), è già presente nella persona di Gesù, nella sua predicazione e nelle sua azioni.
E la cittadinanza di questo regno non si ottiene per diritto di nascita, ma viene solo dalla risposta personale, dalla conversione.
Infine, è un regno in cui, se ci saranno dei privilegiati, saranno i 'non aventi diritto': i piccoli, i deboli, i poveri, gli stranieri, tutti quelli che per la società non contano.

Proprio per sottolineare questo significato, quando Gesù si proclama Re in modo solenne, lo fa quando è inerme tradito, passato di mano in mano come un oggetto. Lo fa quando viene dileggiato, sputacchiato, schiaffeggiato, trattato come un re da burla, oggetto di divertimento per la gente e i soldati.

In questo contesto colpisce molto che gli unici due che vedono la realtà regale e divina di Gesù siano un centurione romano (cfr. Lc 23, 47) e un delinquente confesso (che rimane l'unico santo canonizzato direttamente da Gesù).

Quest'ultimo, dà una grande definizione di Dio: "è condannato alla stessa nostra pena". Dio è dentro la nostra sofferenza. Dio viene crocifisso in tutti i crocifissi della storia. Dio entra nella morte perché là entra ogni suo figlio.
Dio ci mostra che il primo dovere di chi ama è di essere insieme con l'amato.

«egli invece non ha fatto nulla di male» Dio non fa il male, a nessuno, mai. Dio fa esclusivamente bene. 'Dio non può che amare' (fr. Roger).

«ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». E Gesù fa di più, lo porta con sé. Come il pastore con la pecorella smarrita, se lo carica in spalla e lo porta a casa: "sarai con me". Mentre tutto il nostro mondo ragiona per esclusioni, per separazioni, per respingimenti alle frontiere, il Regno di Dio avanza per inclusioni, per accoglienze, per abbracci.
- Ricordati di me, prega il peccatore, sarai con me, risponde l'amore.
- Ricordati di me, prega la paura, sarai con me per sempre, risponde l'amore.
Non sarà solo ricordo, ma sarà soprattutto abbraccio che avvolge per sempre, che porta al cuore e nel cuore l'amato per l'eternità.


(2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43)


10 novembre 2022

Aprire una breccia di speranza - 13/11/2022 - XXXIII Domenica tempo ordinario

Mosè nella rupe
Nostra Signora di Aparecida (Brasile)
(mosaico - Centro Aletti)

 



Il Vangelo di oggi è un filo teso sopra due versanti. Da una parte il versante della violenza, dove sembrano vincere i più forti, i più feroci, dove domina la legge della giungla, dove regna la distruzione. Dall'altra parte il versante della tenerezza che salva: «nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto»

Lo scopo di Gesù non è anticiparci il futuro, dirci cosa e come succederà. Il Vangelo vuole svelarci il senso di quello che succederà. Difatti dopo ogni 'crisi', c'è un annuncio di una svolta, un tornante che apre la nostra vista su nuovi orizzonti, verso cieli aperti. Nel muro di violenza e di paura si apre una breccia di speranza.

Questo esplicito, e a volte implicito, "ma voi..." ripetuto più volte è un invito alla speranza, a resistere a tutto quello che sembra vincere nel mondo. È un'esortazione a non rassegnarsi, a non arrendersi. Il Vangelo sprona ad un tenace, umile e quotidiano lavoro dal basso, chiama a prendersi cura della terra e delle sue ferite, degli esseri umani e della loro lacrime, a "scegliere sempre l'umano contro il disumano" (p. David Maria Turoldo)
«Quando dunque accadranno queste cose?» Il quando è adesso. Perché è 'adesso' che il mondo è fragile, è 'adesso' che la convivenza tra gli uomini è difficile, è 'adesso' che l'amore sembra stia soccombendo. "Ogni giorno c'è un mondo che muore, ma ogni giorno c'è anche un mondo che nasce" (p. Ermes Ronchi). E il cristiano è chiamato a non nascondersi, ma a stare in mezzo al mondo e a prendersene cura. Stare vicino alle croci con perseveranza, non solo se capita, ma come un suo progetto di vita.

«Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» Al di là di tutte le disgrazie, anche al di là della morte, viene un Dio che è il massimo esperto d'amore. Lui ha un'infinita cura per l'infinitamente piccolo. Anche una sola mia fibra gli interessa, anche un solo mio capello per Lui è importante, importante d'amore. Dio ha a cuore tutto l'uomo, nella sua interezza.
Nelle prove, nelle miserie della vita dobbiamo ricordare una cosa: Dio non ci protegge dalla croce, ma nella croce. Le croci le incontriamo, le attraversiamo, ma sappiamo che neanche un nostro capello andrà perduto.


(Ml 3,19-20; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19)


03 novembre 2022

Amare con la pienezza di Dio - 6/11/2022 - XXXII Domenica tempo ordinario

Battistero del Duomo di Padova (affresco)



A ben guardare i sadducei, con la loro domanda volutamente provocatoria, involontariamente esprimono una esigenza profondamente umana: la sete di eternità, l'esigenza che, attraverso i figli, qualcosa di noi ci sopravviva.
E Gesù ci dice che lo stesso bisogno di fecondità ce l'ha Dio. Quest'ansia umana è diventata anche ansia divina ed è per questo che afferma "sono figli di Dio perché sono figli della resurrezione".
Dio e gli uomini hanno lo stesso bisogno di dare la vita a figli da amare. Dio è Padre perché ha dei figli che sono vivi per sempre.
È questo il seme, la radice della resurrezione.

Un'altra cosa però traspare dalla domanda: i sadducei concepiscono il Paradiso come una durata senza fine di tempo. E questa visione è anche di tanti cristiani. Spesso si pensa al Paradiso più come ad un prolungamento del presente che come alla forma stessa della vita di Dio; più come ad una sottrazione di vita («non prendono né moglie né marito») che come ad un'addizione senza fine e misura di vita. Essere in cielo significa partecipare della vita di Dio, è il superamento dei limiti dell'amore.
Ecco perché non si sposeranno, perché il matrimonio non sarà più necessario. Quello che rimarrà sarà l'amore. Non si sposeranno ma ameranno, e lo faranno senza più misura o limiti, perché ameranno con la pienezza di Dio. Nessun gesto d'amore andrà perduto o dimenticato, ma invece verrà portato alla massima grandezza.

«Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe». Loro appartengono a Dio, ma anche Dio appartiene a loro. È così forte il loro legame che Dio si presenta con il nome dei suoi amici, di coloro che ama. Dio più forte della morte, ma anche così umile da sentire i suoi amici come parte integrante di sé.
Ed è perché sono parte di sé che li farà risorgere, che ci farà risorgere. Perché è solo con la nostra resurrezione che può essere "Padre per sempre".
Dire resurrezione equivale a dire Dio. La fede nella resurrezione non è il frutto del mio desiderio di esistere oltre la morte, della mia sete di eternità, ma ci dice il bisogno di Dio di donare la vita, di custodire tutte le vite "all'ombra delle sue ali" (cfr. Sal 17, 8).

Noi diciamo che l'uomo è un 'essere mortale'. Ma Gesù ci dice invece che l'uomo è un essere 'natale', che esiste per la nascita, che nasce continuamente, che nascerà per sempre. Il nostro pellegrinaggio non va verso la morte, ma va dalla morte verso la vita.


(2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,16-3,5; Lc 20,27-38)


27 ottobre 2022

La salvezza è in uno sguardo - 30/10/2022 - XXXI Domenica tempo ordinario

Gesù e Zaccheo
Cappella Collegio Internazionale del Gesù - Roma
(dipinto - Centro Aletti)



Tutto il brano del Vangelo di oggi ruota attorno al 'vedere':
- Zaccheo cerca di vedere, ma non ci riesce perché la folla glielo impedisce (intenzionalmente?);
- si arrampica su di un albero per vedere;
- però più che vedere, viene visto;
- la folla vede 'male' prima, ma anche dopo: «vedendo ciò, tutti mormoravano»;
- e infine c'è Gesù, che vede 'diverso'.

Gli abitanti di Gerico avevano l'occasione di vedere spesso Zaccheo. Ma cosa vedevano in lui? Per loro lui era l'odioso esattore delle imposte, il ladro, il collaboratore dei romani. Decisamente un 'poco di buono'. E secondo loro, sarebbe stato per sempre così. Di lui vedevano solo gli aspetti peggiori.

Invece lo sguardo di Gesù è diverso. Non si accontenta della crosta dei difetti. Lui la rompe e va in profondità. E proprio dove la 'gente' non era mai andata a 'vedere', Lui trova un Zaccheo altro, uno che doveva ancora venire alla luce. Un Zaccheo inedito.
Il vero Zaccheo.
Lo sguardo di Gesù è uno sguardo che dona vita, è creatore. È uno sguardo che non si ferma alla superficie, al già conosciuto. Non si rassegna al 'poco di buono', ma si ostina a cercare, a portare alla luce il 'molto di buono', il meglio che è in ogni persona.
È uno sguardo rivelatore, perché manifesta all'uomo le sue possibilità. Non guarda al tuo passato, vede solo il tuo futuro, e se ne prende cura.
Tu, Dio, nascondi il nostro passato nel cuore di Cristo e del nostro futuro te ne prendi cura. (fr. Roger)

In fondo, con uno sguardo, Gesù ha rovesciato non solo la vita di Zaccheo, ma anche la nostra idea di Dio.
Con uno sguardo, Dio ha detto a Zaccheo :"ho fede in te". Gesù ha creduto in Zaccheo quando tutti gli altri l'avevano condannato. Ed è da questa fede di Dio, che è nata la fede di Zaccheo.

Non importa quali e quante mascalzonate abbiamo fatto nella nostra vita, non conta il peso delle nostre miserie o il numero dei nostri fallimenti. Ogni volta che Dio ci guarda, ci dice "ho fede in te, so che puoi fare qualcosa di diverso". Quando scendiamo dall'albero delle rassegnazioni, dei rimorsi, delle paure, troviamo una voce e uno sguardo che non ci rinfacciano le nostre mancanze, ma ci donano le nostre possibilità.
"Avere fede significa credere in Uno che crede in noi" (Alessandro Pronzato)


(Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10)


20 ottobre 2022

Non si è 'giusti' se si disprezzano gli altri - 23/10/2022 - XXX Domenica tempo ordinario

Il pubblicano e il fariseo (affresco, XIV secolo)
Nartece del Monastero patriarcale di Peć, Kosovo




Dopo aver spiegato la necessità di una preghiera fiduciosa e insistente (Vangelo di domenica scorsa), Gesù ci dice qual è l'atteggiamento da tenere nella preghiera. E lo fa con una storia 'esemplare'. Questa si svolge nella cornice sacra del tempio, cioè nella casa di Dio, e usa la tecnica del contrasto tra i due personaggi.

Da una parte abbiamo il fariseo, cioè l'osservante scrupoloso della legge, il praticante fedele. La persona pia per antonomasia.
E lui prega nella posizione giusta secondo le norme giudaiche: in piedi, a testa alta, le braccia sollevate al cielo. Anche il suo inizio è perfetto, difatti attacca con la preghiera più bella, quella di ringraziamento e di lode.
Ma subito dopo tutto il teatrino che ha messo in piedi crolla miseramente, completamente. Anche se i suoi occhi sono rivolti al cielo, il suo sguardo è concentrato solo su sé stesso.
La sua è una preghiera atea, perché il fariseo è talmente pieno di sé che nel suo animo non c'è il minimo spazio per Dio. Anche se in quel momento Dio gli parlasse, lui è talmente preso dal rimirare i suoi meriti, che non lo sentirebbe. Come fa notare Rinaldo Fabris "Dio è la copertura di un io ricco che strumentalizza il rapporto religioso per la propria esaltazione. L'uomo che si nasconde dietro questa preghiera non aspetta nulla da Dio, non ha nulla da chiedere, egli fa solo mostra di sé, dei suoi diritti, del suo credito davanti a Dio".
Il fariseo si è messo davanti ad uno specchio e ha chiamato 'dio' l'immagine che ha visto. Difatti in tutto il suo discorso ha usato sempre e soltanto la prima persona singolare. Per lui non c'è altra persona che non sia lui stesso.

E dall'altra parte c'è il pubblicano. Per i devoti è il peccatore per definizione, fa un mestiere infamante, è sinonimo di ladro, truffatore, collaborazionista con l'occupante romano.
Lui se ne sta in disparte. Non alza gli occhi al cielo, Non alza le mani verso l'alto. Invece le usa per battersi il petto.
Ma il suo discorso è tutto alla seconda persona singolare. Anche se ha gli occhi bassi, il suo sguardo è rivolto al 'tu' di Dio. Lui si aspetta tutto dal Signore, riconosce di essere peccatore, di non avere neanche scusanti. Ma sa anche che per non esserlo più ha necessità dalla misericordia di Dio. Non ha niente da offrire, e quindi si aspetta tutto da Dio.
Non critica gli altri per sentirsi, almeno un po', meno peccatore. Lui conta unicamente sulla grazia del Signore.

La differenza tra i due è che il fariseo si serve di Dio per essere ammirato. Il pubblicano ha necessità di Dio per ripartire, per ricominciare.
Il pubblicano è tornato a casa perdonato, non perché più onesto o più umile del fariseo, Dio non si merita, neanche con l'umiltà, ma perché, come una vela che si gonfia di vento, si apre a Dio che lo riempie con la sua misericordia. Che in realtà è la sua unica e vera onnipotenza.


(Sir 35,15-17.20-22; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14)


13 ottobre 2022

Riaprire sentieri verso Dio - 16/10/2022 - XXIX Domenica tempo ordinario

La vedova e il giudice
(icona di Paolo Sedrani)


Gesù ci porta a scuola di preghiera da una povera vedova. Come tantissime altre volte Lui porta ad esempio gli ultimi della società, i reietti, i disprezzati, i calpestati dalla vita e dagli altri.
Lui in questa donna, fragile ma indomita, ci indica la tenacia con cui riaprire i sentieri verso Dio. Ci insegna come chiedere e cosa chiedere: «Fammi giustizia!». Questa vedova domanda giustizia a chi fa giustizia, cioè dice al giudice di essere vero giudice, di essere sé stesso, di recuperare la sua funzione e la sua dignità.

Pregare è chiedere a Dio di darci sé stesso. Tutta la prima parte del Padre Nostro, non è altro che chiedere Dio a Dio: "donaci te stesso!" Il mistico medievale Meister Eckhart diceva: "Dio non può dare niente di meno di sé stesso, ma dandoci sé stesso ci dona tutto".

È per questo che abbiamo «necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai». Non perché la risposta si fa attendere, ma perché la risposta è infinita. Dio è un dono che non ha mai fine. Camminare con Lui significa scoprire sempre nuovi sentieri, nuovi cammini, nuove possibilità negli altri e in noi stessi.
La preghiera è molto di più del gridare verso il cielo, è mescolare la forza di Dio con la nostra forza.
Pregare è anche riaprire sentieri, perché il sentiero verso il tuo fratello se non lo percorri spesso, si riempie di rovi e cespugli, e alla fine scompare.

Bisogna però fare attenzione. Pregare sempre non significa recitare sempre delle preghiere. Una vita di preghiera non si misura con il numero delle preghiere dette. Non vuol dire ripetere più possibile formule o invocazioni. Significa avere la coscienza che la nostra vita è immersa in Dio, che siamo circondati, immersi nel suo amore.
Pregare è come voler bene: se tu ami qualcuno, lo ami sempre, indipendentemente da cosa stai facendo.

Ma Dio esaudisce le nostre preghiere? Dio ci ama, però, come disse Dietrich Bonhoeffer, "Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse". E il Vangelo ne è pieno: non vi lascerò orfani, sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del tempo. Perché il più grande dono, il vero esaudimento della preghiera, è di aumentare la nostra comunione con Dio, e questo porta frutti superiori ad ogni nostra attesa e ad ogni nostra richiesta.
Il nostro compito non è di interrogarci sul ritardo di Dio, ma di aiutare l'alba del Regno compiendo gesti di luce e di amore.


(Es 17,8-13; Sal 120; 2Tm 3,14-4,2; Lc 18,1-8)


06 ottobre 2022

Ogni miracolo è solo l'inizio di una storia - 9/10/2022 - XXVIII Domenica tempo ordinario

 

Cristo e il lebbroso (part.)
Cripta chiesa di san Pio da Pietrelcina - San Giovanni Rotondo
(mosaico - Centro Aletti)



«Appena li vide» Subito, in fretta, senza quasi lasciarli parlare. Ma non è la fretta di chi cerca di sbolognare subito una rogna, di chi cerca di allontanare una persona inopportuna, molesta.
È la fretta dell'amore: "affrettiamoci ad amare, le persone se ne vanno così presto!" diceva il poeta e prete polacco Jan Twardowski. È la fretta di Maria che va da Elisabetta (Lc 1, 39). È la fretta di Dio che si china sulle sofferenze umane, pronto a consolare e asciugare le nostre lacrime (Ap 7, 17 e 21, 4). È la fretta del Padre che corre incontro al figlio che torna camminando a capo chino. È l'amore che previene, che riesce a sentire la sofferenza dell'amato perché è la sua stessa sofferenza.

«E mentre essi andavano, furono purificati». Non aspettano il miracolo per mettersi in cammino, ma con il loro camminare aiutano il miracolo. Il futuro inizia col primo passo, la promessa si realizza nel divenire. "La Provvidenza conosce solo uomini in cammino" (san Giovanni Calabria). Lungo il cammino, passo dopo passo, la guarigione si fa strada dentro di loro. Dio vuole servirsi dei nostri passi, fatti solo sulla fiducia nella sua Parola, per compiere i suoi miracoli, per donarci la salute, la gioia della guarigione.

E Dio, che ha provato il dolore della loro malattia, prova la gioia della guarigione dei dieci lebbrosi. Di tutti e dieci. E nove di loro ascoltano le parole di Gesù, le eseguono alla lettera.
Uno invece disubbidisce. Non va a presentarsi ai sacerdoti, ma torna indietro. "A volte bisogna andare contro la legge per esserle fedeli in profondità" (Dietrich Bonhoeffer). E Gesù lo loda.
Penso che a Dio facciano piacere, più che i ligi applicatori della legge, questi innamorati di Lui e della vita, che seguono il cuore, che fanno della legge la rampa di lancio per i loro slanci d'amore, che cantano la vita e vivono il canto.

Dieci sono stati guariti, uno solo è stato 'salvato'. Ogni miracolo è una storia incompiuta, un inizio di storia. Perché l'essere umano è più del proprio corpo. Ha bisogno di più, di una sorgente di vita, di quella fonte inesauribile che è Dio.
E allora capiamo che lo straniero disprezzato che torna, non è salvato perché è tornato a ringraziare. Viene salvato perché è entrato in comunione. Ha riallacciato la relazione con il proprio corpo, con il cielo, con Dio: gli ha abbracciato i piedi e ha cantato alla vita.


(2Re 5,14-17; Sal 97; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19)


22 settembre 2022

Ogni povero è amico di Dio - 25/9/2022 - XXVI Domenica tempo ordinario

 

Illustrazione dall'Evangeliario di Echternach (*)



Per molti, troppi, secoli questa parabola è stata usata dai potenti, e purtroppo anche da tanti uomini di chiesa, per tenere 'rassegnati' e sottomessi i poveri e gli indigenti: i poveri devono solo lasciare che i ricchi finiscano in pace il loro banchetto e abbiano la loro sepoltura, così poi, in Paradiso, avranno la loro rivincita.
Niente di più lontano dal senso biblico di 'rassegnazione'. Mai nella Bibbia si invita a rimandare all'al di là la soluzione alle ingiustizie del presente. La fede è anche indignazione, denuncia delle disuguaglianze, lotta contro le ingiustizie. Il giudizio di Dio non è rimandato all'ultimo giorno, ma inizia e va proclamato nel presente, oggi.
Cerchiamo quindi di capire meglio cosa ci vuole comunicare questa parabola.

Innanzi tutto c'è una particolarità: in tutto il vangelo di Luca questa è l'unica parabola in cui uno dei protagonisti ha un nome. È un nome peraltro comune nell'ebraismo (significa "Dio aiuta", "Yahweh viene in soccorso"). Ma soprattutto è il nome di un amico carissimo di Gesù (Gv 11, 5). È un nome che sa di affetto e vicinanza, che ha il sapore di cene condivise nella gioia e nella semplicità (Lc 10, 38), che ha l'odore del nardo (Gv 12, 3). È un nome che sa di resurrezione (Gv 11, 38-44).
Il povero ha il nome dell'amico perché ogni povero è amico di Dio, così come ogni povero dovrebbe avere, per me, il nome, e il posto, di un amico.

Il ricco invece non ha nome. Per i semiti il nome esprime la realtà della persona, la sua storia e la sua missione. Il ricco non ha nome perché non ha realtà,non ha storia, non ha missione. Ha costruito la sua vita sul vuoto, sulle cose e alla fine è divenuto 'cosa'. Ha perso il vero senso della vita, perché non si può vivere per «fare lauti banchetti» tutti i giorni.
Lui si è isolato, separato dalla vita. La ricchezza l'ha imprigionato nell'egoismo. La sua sarà anche, all'apparenza, una prigione dorata, ma sempre prigione è. Impegnato a guardare nel suo piatto ricolmo non vede il povero che sta alla sua porta. I cani vedono meglio di lui!
La sua è una vita apparentemente piena. Ma in realtà è vuota. Piena di cose, ma a ben guardare sono cose inutili. Se queste facciate posticce, queste maschere, cadessero non rimarrebbe niente, se non un'estrema solitudine e mancanza di senso. Una disperazione. Cioè un inferno, e non nell'al di là, ma già qui sulla terra.

La morte non è un ribaltamento di quello che succede qua adesso, ma è il presente che viene 'fissato' nell'eternità.
Il ricco si accorge che ha bisogno degli altri (Abramo e anche Lazzaro) quando è dall'altra parte, quando ormai non è più in tempo. Lui si preoccupa degli altri (i suoi cinque fratelli) in ritardo.
Ma questa impossibilità non è dovuta ad una 'punizione' da parte di Dio. Anche se all'inferno il ricco rimane sempre un «figlio» (è così che lo chiama Abramo). Il fatto è che non è la morte che converte, ma la vita!

«Hanno Mosè e i profeti», hanno il grido dei poveri, che sono la parola e la carne di Dio («tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» Mt 25, 40). Nella loro fame è Dio che ha fame, nelle loro piaghe è Dio che è piagato. Non c'è apparizione o miracolo o preghiera che conti quanto il loro grido: "Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa." (San Vincenzo de' Paoli).

Con questa parabola "Gesù non cerca di spaventarci con un inferno futuro o di consolarci con un paradiso futuro. Piuttosto intende mostrarci come il Cielo cammini là dove risuona la Parola di Dio che permette ad un uomo di trovare il proprio fratello" (Alphonse Maillot)


(Am 6,1.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16; Lc 16,19-31)


(*)Pannello superiore: Lazzaro alla porta dell'uomo ricco.
Pannello centrale: L'anima di Lazzaro è trasportata in Paradiso da due angeli; Lazzaro nel petto di Abramo.
Pannello inferiore: L'anima del ricco è trasportata da due diavoli all'inferno; il ricco è torturato nell'inferno


15 settembre 2022

La scoperta degli altri - 18/9/2022 - XXV Domenica tempo ordinario


Sagrada Familia - Barcellona (Spagna)
Particolare dell'interno (foto J.C.)



A un primo sguardo sembra quasi che Gesù lodi la disonestà, che ammiri questo amministratore disonesto che cerca di rimediare ad una irregolarità per mezzo di altre irregolarità. È forse per questo che la parabola viene omessa nella forma breve?

Battute a parte, per capire questo brano bisogna andare al centro, al motivo dominante, senza lasciarsi 'distrarre' dagli elementi secondari, di sfondo.

Innanzi tutto c'è da dire che la lode di Gesù non è rivolta all'amministratore disonesto o alla sua disonestà, ma alla furbizia di cui ha dato prova, cioè Gesù loda la capacità di tirarsi fuori da una situazione difficile. Dio ci ha donato un cervello ed è contento se lo usiamo. Usare la propria capacità di ragionare, la propria fantasia, ragionare con la propria testa è già un rendere grazie al Signore.
Il Signore ama le persone che di fronte a situazioni nuove non si chiudono dietro ad un 'si è sempre fatto così', ma usano le proprie capacità per leggere i segni dei tempi, per capirli, per dare nuove risposte e scoprire nuove strade.

Ed è quello che ha fatto questo amministratore, ha fatto una scoperta decisiva: ha scoperto gli altri. Fino a quel momento in pratica non si era accorto della loro esistenza, aveva pensato esclusivamente a sé stesso, ai propri interessi. E adesso scopre la realtà dei rapporti personali, dell'amicizia oserei dire. Continua ad usare ingiustamente della proprietà altrui, ma adesso non lo fa a suo vantaggio, ma a vantaggio degli altri.
La sua salvezza passa attraverso questa sua apertura agli altri.

Questo deve essere ben chiaro a tutti noi. Come Chiesa dovremmo sempre ricordarci che elezione non vuol dire privilegio, ma servizio. Non dobbiamo 'appropriarci' dei beni del Signore, ma li dobbiamo 'dilapidare' a vantaggio dell'umanità. Anche noi, come Chiesa, dovremmo fare come l'amministratore, che ammette di non essere capace di maneggiare la zappa, e ammettere che non possiamo fare altro mestiere che perdonare, usare misericordia, compatire (nel senso di patire insieme), aprire, liberare.

Ma anche come semplici cristiani la parabola ci insegna ad essere 'irregolari', ma in altra maniera, cioè a vantaggio del prossimo. Dovremmo imparare a minimizzare le colpe degli altri, cancellarne le offese, non ragionare in termini di diritti o di chi ha ragione ma in termini di dono, di amore. Dovremmo imparare ad aprire le mani per donare, per regalare gioia, speranza.

Certo, i nostri conti col Signore saranno sempre in rosso, ma Lui troverà quello che ci manca negli altri.


(Am 8,4-7; Sal 112; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13)