25 maggio 2023

Buon Compleanno Chiesa - 28/5/2023 - Domenica di Pentecoste

Pentecoste
Luigi Pagano (tecnica mista su carta)



Fin dall'inizio c'è una forte tentazione nella Chiesa: vedere nel mondo un nemico, vederlo tutto brutto, tutto cattivo. E a questa tentazione si cede in due maniere:
- una è asserragliarsi nel Cenacolo, cioè rinchiudersi nel proprio guscio, sentirsi una cittadella assediata e quindi pensare solo a sé stessa, alla propria sacrestia, al proprio 'cortiletto';
- l'altra di vedere il mondo come un nemico da sconfiggere, da annientare a forza di anatemi o di crociate variamente armate.
È facile dimenticarci che il mondo invece è un'umanità da amare, e da salvare amando. Troppo spesso dimentichiamo che la salvezza non si ottiene 'contro' il mondo, ma 'con' il mondo.

Gli apostoli chiusi «per timore dei Giudei» nella presunta sicurezza del Cenacolo sono la Chiesa che si chiude in sé stessa, la Chiesa autoreferenziale. Una Chiesa che per paura del peccato, chiude fuori dalla porta i peccatori. Anche quelli soltanto presunti tali.

Ma anche la seconda maniera di cadere in tentazione la Chiesa l'ha già vissuta, ad esempio quando Giacomo e Giovanni, di fronte al rifiuto di un villaggio samaritano, chiedono a Gesù: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Lc 9, 54).

Mi colpisce molto l'ironia di Dio (Dio è spesso ironico con noi, Lui è serio ma non serioso, ci canzona per ridere con noi, non di noi), ironia che Lui usa per aiutarci a superare queste tentazioni.
Alla Chiesa che chiude le finestre e i portoni, che si asserraglia in sacrestia, Lui manda «un vento impetuoso» che fa volare le imposte e spalanca i portoni. Che prende gli Apostoli e li spinge fuori, sulle strade e sulle piazze.
Alla Chiesa che invoca «un fuoco dal cielo» che bruci tutti i peccatori, Lui appicca il fuoco sulle loro teste.

Dio manda lo Spirito Santo: vento che spalanca le imposte delle nostre paure e abbatte le porte delle nostre false e meschine sicurezze;
fuoco che incendia d'amore le nostre persone e le nostre vite
.

Questa è la Pentecoste, compleanno della Chiesa. Spinta dal vento dello Spirito Santo, riscaldata dal fuoco dell'amore del Padre, e rincuorata dalle parole di Gesù «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi [...] Ricevete lo Spirito Santo».
Dopo duemila anni la modalità è sempre la stessa: visto che «dell'amore del Signore è piena la terra» (Sal 33, 5) non si deve stare sulla difensiva. Il mondo non è brutto e nemmeno cattivo, non dobbiamo combatterlo, né tanto meno abbatterlo.
Dobbiamo accoglierlo nel nostro abbraccio e, con tutto il nostro affetto, affidarlo alle mani colme d'amore di Dio.


(At 2, 1-11; Sal 103; 1Cor 12,3-7.12-13; Gv 20,19-23)


18 maggio 2023

Gesù è più vicino di prima - 21/5/2023 - Ascensione del Signore

Ascensione
Salvador Dalì
(olio su tela - 1958)



In genere solo la prima lettura e il Vangelo sono collegate, mentre la seconda lettura è un po' a sé. Invece oggi mi sembra che tutte e tre le lettura siano collegate tra loro da un concetto che si può riassumere in una parola: "forza". Nella prima lettura: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo», nella seconda lettura: «la straordinaria grandezza della sua potenza», e nel Vangelo: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra».
Forza e potenza: forza per vivere, potenza per andare senza sosta, per generare nuove nascite. Fede vuol dire entrare nel flusso di vita che alimenta senza sosta tutte il creato. Come credente so che la mia vita è attraversata da una forza più grande di me, che non verrà mai meno e che rende la vita più forte delle sue ferite.
È il flusso di vita di Cristo, che viene come forza ascensionale che porta verso una vita più luminosa, verso più consapevolezza, più amore, più libertà. E ci rende una fonte di nuove nascite per gli altri.

Capire bene l'Ascensione vuol dire capire che il Signore non è andato in una zona lontana del cielo, ma incredibilmente è più vicino di prima. Se prima era insieme con i suoi discepoli, ora è dentro di loro. Non è andato al di là delle nubi, ma al di là delle forme. È asceso nel profondo delle cose, è andato nell'intimo del creato e delle creature. Se prima era vicino, adesso è dentro, nel profondo, nell'intimo. Come ha detto Benedetto XVI: "Ascensione non è un percorso cosmico-geografico, ma è la navigazione spaziale del cuore che ti conduce dalla chiusura in te all'amore che abbraccia l'universo".
L'Ascensione non allontana Gesù, anzi. Ti dà la certezza che in tutti i giorni, in tutte le cose, Cristo è presente ed è forza di ascensione per tutto il creato. Il Signore non devi conquistarlo, non devi raggiungerlo perché è già dentro, si è dato e rimane: «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ».

È 'disceso' lasciando sulla terra quasi niente: un gruppetto di uomini impauriti e sfiduciati. Come sottolinea il Vangelo, gente piena di dubbi. E proprio a queste persone che dubitano ancora, ma anche a noi e alle nostre paure e infedeltà, Lui affida il mondo. Ci spinge a pensare in grande, a guardare lontano, a gettare il cuore oltre. Perché ha fiducia nell'uomo, ha fiducia in me più di quanta ne abbia io stesso; sa che posso diventare lievito, contagiare di Spirito e di vita chi mi è affidato.

E le ultime parole ci regalano il grande sogno: «Battezzate e insegnate a osservare tutto ciò che vi ho comandato».
Battezzare non significa versare un po' d'acqua sulla testa di una persona; significa immergere. Immergere ogni uomo in Dio, farlo entrare nell'abbraccio di Dio, far sì che si lasci sommergere dalla vita di Dio, da quella linfa vitale, fargli incontrare davvero il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
«Insegnate a osservare ...». Ma che cosa ha comandato Cristo, se non l'amore? Allora il suo comando diventa: immergete l'uomo in Dio e insegnategli ad amare, a lasciarsi amare, a donare amore. Tutto il Vangelo sta in questo.
Ascensione è la festa del nostro futuro, è la glorificazione di tutto l'uomo. Con tutto il mio essere, anima spirito e corpo, io muovo verso l'intero Dio. E come Gesù di Nazareth è salito nelle profondità degli uomini, così anche noi un giorno saliremo nelle profondità di Dio.
Andate, immergete e immergetevi in Dio, insegnate ad amare. Siate intermediari di quel miracolo, il più delicato, che è donare speranza, amorevolezza e forza di vita a tutte le creature, tutti i giorni, in tutti gli incontri.


(At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20)


11 maggio 2023

C'è un unico comandamento - 14/5/2023 - VI Domenica di Pasqua

Amatevi gli uni gli altri



Non bisogna leggere in maniera riduttiva l'esortazione di Gesù a osservare i comandamenti. Non si tratta di leggi e regolamenti, prescrizioni e divieti. Qui significano tutti gli insegnamenti di Gesù, che lui stesso riassume in un unico comandamento: «che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13, 34)
Gesù non introduce un nuovo codice, ma un Vangelo. E questa "notizia che dona gioia" va accolta e fatta diventare ispiratrice del nostro modo di vivere, di agire. Ma in un'ottica di amore e di libertà.

Cristiano non è colui che rispetta una legge, ma chi ha accettato l'invito ad inserirsi in una comunione di vita, in una logica di amore. Cristiano è uno che sa di essere amato: «sarà amato dal Padre mio».
Fermiamoci un momento a considerare l'amore di Dio.

Innanzi tutto è un amore gratuito, immotivato. Cioè non dipende dalle nostre qualità, dai nostri comportamenti. L'unica ragione per cui Dio ci ama non risiede in noi, ma in Lui. Dio ama perché la sua natura è amare, Dio non può far altro che amare. Un amore motivato è un amore umano, un amore senza motivo è divino.
L'amore di Dio è indifferente ai valori, alle qualità delle persone. Dio ama il peccatore non a causa del suo peccato, ma nonostante il peccato, e non smette mai di amarlo. E ama i giusti non certo a motivo della loro buona condotta, delle loro buone azioni.

E questo amore immotivato è anche creativo: Dio non ama ciò che è in sé degno di amore, ma amando dona valore all'oggetto del suo amore. Dio mi ama non perché valgo qualcosa, o perché ho delle qualità o dei meriti, ma io divento 'prezioso', acquisto valore perché Lui mi ama.
L'amore non prende atto dei valori, li crea. Non li verifica, li produce. Amando conferisce valore. L'amore è creatore di valore. Non devo sforzarmi di essere amabile per ottenere il suo amore, ma è il suo amore che mi rende amabile.

L'amore di Dio è anche preferenziale, è la preferenza data ad una persona. E Dio preferisce ognuno di noi, a ognuno di noi dice "Tu sei il mio prediletto". Per Lui ciascuno di noi è un assoluto, non una minuscola parte di un tutto.

E infine l'amore non si rassegna alle rotture, alle divisioni, alla separazione. L'amore crea comunione. Chi ama compie sempre il primo passo verso l'altro, cerca di ristabilire i contatti, di diminuire, di annullare le distanze. Non aspetta che sia l'altro a venire incontro, è lui che fa il primo (ma anche il secondo, il terzo ...) passo. È sempre Dio che, dopo tutte le nostre infedeltà, prende l'iniziativa e ci viene a cercare.

Ma come possiamo rispondere a questo amore? Ce lo dice lo stesso Giovanni  nella sua prima lettera: «se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Gv 4, 14). L'evangelista non dice "se Dio ci ha amato, dobbiamo amare Lui", ma «dobbiamo amarci gli uni gli altri». La nostra risposta all'amore di Dio va trasferita sul prossimo. Dio mette sul proprio conto ciò che noi, per quanto riguarda l'amore, "dirottiamo" sul prossimo.
Non c'è nessuno strumento per misurare l'intensità del nostro amore per Dio.
L'unica verifica, la più impegnativa, è data dal mostro amore per il prossimo. Dire di amare Dio e poi disprezzare gli altri esseri umani, anche solo alcuni, fa di noi dei bugiardi: «Se uno dice: "Io amo Dio" e odia suo fratello, è un bugiardo» (1Gv 4, 20).

E sempre Giovanni, nella sua seconda lettera, riassume così:
«E ora prego te, o Signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Questo è l'amore: camminare secondo i suoi comandamenti. Il comandamento che avete appreso da principio è questo: camminate nell'amore» (2Gv 5-6)


(At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21)


04 maggio 2023

Uno squarcio di luce nel cielo - 7/5/2023 - V Domenica di Pasqua



Il brano del Vangelo di oggi fa parte del lungo discorso di addio di Gesù raccontato da Giovanni. È quasi un testamento che Gesù lascia ai suoi discepoli, quindi anche a noi.
Gesù parla di cuore, casa, posto, luogo ... tutte parole che fanno parte del vocabolario comune, quotidiano, ma che in questo contesto assumono un significato particolare. Con esse Gesù vuole esorcizzare la paura degli Apostoli, prevenire che il "loro cuore venga turbato".
È per questo che precisa che la sua partenza non è un distacco definitivo, che non è un'assenza, che si tratta di un 'allontanamento' momentaneo, che sarà una presenza diversa, nascosta. È un 'precedere' i suoi, un andare a prendere possesso di una dimora definitiva, che diverrà un posto anche per loro.

E Gesù, soprattutto alla fine del brano, svela anche la sua meta. Non va in un posto. Va a una Persona: «Io vado al Padre». E questo punto di arrivo, questa Persona non è inaccessibile, perché anche loro, attraverso la 'via' che è il Cristo, sono incamminati verso la Casa del Padre.

E il Padre non è uno sconosciuto, hanno già avuto la possibilità di vederlo: «chi ha visto me, ha visto il Padre».
Gesù per combattere il nostro turbamento, la nostra paura di essere abbandonati, ci dona uno squarcio di luce, una feritoia attraverso la quale possiamo intravedere la Persona dov'è Gesù e dove siamo diretti anche noi. Vedere Gesù significa vedere anche il Padre. Significa vedere, anche se solo un po', la gloria della Trinità.
Penso che questo sia prima di tutto una cosa bella, molto bella. Gesù ci indica che la fede non è solo impegno, rischio, dottrina, dubbi, ecc. ecc.. La fede è prima di tutto una cosa 'bella'. È contemplare Dio non in quanto verità, e neanche in quanto si dimostra buono e misericordioso verso di noi, ma in quanto Lui si avvicina a noi per manifestare sé stesso nella bellezza del suo amore trinitario.

Dostoevskij ha affermato che "la bellezza salverà il mondo". Penso che facciamo molta fatica a sottoscrivere questa affermazione. Eppure la Bellezza è anche un attributo divino!
Nella Bibbia viene usato spesso un vocabolo relativo a Dio: kabôd, che viene normalmente tradotta con 'gloria'. Il senso però è molto più vasto, tra l'altro è lo splendore della divinità, l'irradiazione della vita stessa di Dio.
Creando il mondo dal nulla Dio ha composto una sinfonia in sei giorni e dopo il termine di ogni sua opera, "vide che era bello". Il termine ebraico usato nella Genesi infatti significa sia bello che buono.
Quindi la prima bellezza è quella divina della creazione. Offuscata, se non persa, coll'uscita dal giardino di Eden, con l'Incarnazione è riapparsa sulla terra la bellezza di Dio. Dio non si fa più 'sentire' attraverso i profeti, attraverso le parole, ma si fa vedere! Attraverso Gesù si è fatto volto, volto umano. E alla sua luce abbiamo la possibilità di contemplare l'invisibile attraverso il visibile.

Non dobbiamo considerare la bellezza come semplice ornamento, come apparenza. Cerchiamo di non dimenticare che è manifestazione dello splendore di Dio. Non chiudiamo quella feritoia aperta da Gesù, perché privi di quello sguardo non riusciremmo più ad orientarci in questo mondo, a coglierne la profonda, ma semplice, bellezza.


(At 6,1-7; Sal 32; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12)


27 aprile 2023

Ognuno di noi è un modello esclusivo - 30/4/2023 - IV Domenica di Pasqua

pecore



Per capire meglio questo brano bisogna fare una premessa. A quei tempi non c'erano ovili privati, riservati ad un unico gregge, ma c'era un unico ovile per tutti i pastori della zona. Alla sera ogni pastore portava le sue pecore all'ovile, dove si mescolavano con tutte le altre, e le affidava ad un guardiano. Al mattino, poi, si presentavano i pastori e ognuno chiamava le sue pecore, che riconoscendo la voce del proprio pastore, uscivano dall'ovile. Anche se tutte mescolate, le pecore riconoscono la voce e la seguono. Non vanno dietro ad un altro pastore, perché ha una voce estranea.

Le pecore, nel buio della notte, possono aver avuto paura di essere state abbandonate, di aver perso il pastore, ma lo ritrovano al mattino. Non quando lo vedono, ma quando "ascoltano la sua voce".
È la voce che permette di riconoscere il pastore. È la voce che restituisce chi era stato sottratto alla vista.
Viene in mente Maria di Magdala la mattina di Pasqua (Gv 20, 14-17): finché si affida al vedere, piange perché avverte la mancanza di ciò che le è stato tolto. Ma lo ritrova al suono di una voce che la chiama per nome: «Maria!». Gli occhi non lo avevano riconosciuto, difatti lo aveva scambiato per un giardiniere, ma la voce l'ha svelato. Quel timbro, quel tono, il nome pronunciato con profondo affetto, fanno scoccare la scintilla del riconoscimento. Anche lei, come le pecore, riconosce il Pastore 'quando lo sente pronunciare il suo nome'.

«Chiama le sue pecore, ciascuna per nome ...»
Ogni pecora, oltre a riconoscere quella voce unica, riconosce anche il proprio nome. In effetti Gesù non parla mai di 'gregge', di una massa indistinta, ma parla di singole pecore, di singole persone. Chiamandoci per nome Gesù si fa riconoscere, ma ci rivela anche il nostro valore, la nostra importanza per Lui.
Questo rapporto personale, intimo, all'insegna dell'unicità è quello che intercorre tra noi e il vero Pastore, quello che lo caratterizza rispetto a tutti gli altri pastori 'abusivi'.
Per Dio io non sono 'uno tra i tanti', per Lui sono 'unico'. Non sono un numero, un essere anonimo perso in una massa indistinta, una pedina intercambiabile. Né tanto meno sono uno che deve adeguarsi agli altri, conformarsi a qualcun altro. Agli occhi di Dio, ma soprattutto al suo cuore, io sono un essere unico, inconfondibile, irripetibile.
"Ogni persona è una scoperta, un esemplare esclusivo [...] Io sono qualcosa che non può essere ripetuto e di cui non esiste copia o sostituto" (Abraham Joshua Heschel)
Al di fuori delle statistiche non esiste l'uomo medio, standard. Dio non lavora in serie. Ogni essere umano è un modello originale, un esemplare 'esclusivo'. Ogni uomo che viene al mondo è necessario, è importante, è "importante d'amore" (Pierre Talec), ma soprattutto è insostituibile.
Ognuno di noi è chiamato a produrre la propria nota originale (e insostituibile) nel concerto dell'universo. Se non vivo in pienezza la mia unicità, se affogo nel conformismo, nel 'così fan tutti', faccio mancare la mia nota alla sinfonia universale, rendo più povera non solo la mia vita, ma tutto il creato, persino Dio.

Posso farmi sostituire in un lavoro. Ma non posso farmi sostituire nella vita.
La Vita non può fare a meno di te.


(At 2,14.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10)


20 aprile 2023

Ogni incontro può essere un'apparizione - 23/4/2023 - III Domenica di Pasqua

I discepoli di Emmaus
Janet Brooks-Gerloff (1992)
(Abbazia di San Cornelio, Aquisgrana)



Vangelo molto ricco di vari spunti di meditazione quello dei 'discepoli di Emmaus', ma mi limiterò a vederne un paio.

«Egli entrò per rimanere con loro»
Proprio pochi giorni fa la mia amica A.F. mi faceva notare che ai nostri pochi 'eccomi' rivolti al Signore, fanno invece riscontro i numerosi 'eccomi' che Dio ci dice.
Dio ha deciso di restare con noi. Lui vuole stare con noi anche se noi non lo riconosciamo, anche se noi lo riteniamo uno che non sa niente "quello che accade nei nostri giorni".
Ogni giorno Lui ci dice 'eccomi, sono qua'.
Noi lo possiamo incontrare sulle nostre strade. Solo che ha il volto di uno qualsiasi, l'aspetto comune di una persona che incontro o che mi ferma per strada.
Lui ci da un appuntamento nell'imprevedibile, ci chiede che il nostro cuore sia attento alle persone. Lui si rivela attraverso il "sacramento del fratello".
Ha deciso di rimanere in mezzo a noi, con noi, e noi dobbiamo 'ri-conoscerlo', cioè conoscerlo di nuovo ogni volta. Perché ogni incontro può essere un incontro col Vivente, col Risorto. Ogni incontro è sorpresa, novità.
Ogni incontro può essere un'apparizione.

«Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero»
Pasqua è il dono della luce, è un dono che si riceve con gli occhi.
Giovanni ci ricorda che quando Gesù è venuto in mezzo a noi, "il mondo non l'ha riconosciuto" (Gv 1, 10). E adesso che ha deciso di rimanere, il peccato diventa quello di tenere gli "occhi chiusi". Non è Lui che è assente, che non ascolta le nostre preghiere, che è in ritardo sulle nostre richieste. Siamo noi che non lo riconosciamo perché teniamo gli occhi chiusi.
«si fa sera e il giorno è ormai al tramonto»
Apri i nostri occhi, Signore, aprili alla tua luce. Luce che non abbaglia, luce che ci dona il tuo sguardo che è pieno solo di amore infinito.


(At 2,14.22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35)


13 aprile 2023

Uno di noi, uno che non c'era - 16/4/2023 - II Domenica di Pasqua

Gesù Risorto e Tommaso
Collegio Stella Maris - La Gavia - Madrid (Spagna)
(mosaico - Centro Aletti)



La Chiesa appena nata fa subito esperienza delle difficoltà della missione: gli Apostoli non riescono a 'convincere' neanche uno dei loro! Parlano bene, di un fatto che hanno vissuto, ma non sono convincenti. E se non 'convertono' neanche uno dei loro, come potranno convertire il resto del mondo?
Quando i miei figli hanno detto che avevano iniziato il rapporto con le ragazze che poi saranno diventate le loro mogli, avevano lo sguardo, il modo di parlare, tutto l'atteggiamento del corpo, che esprimevano tutta la loro gioia e la loro felicità. Più che le parole, era tutta la loro persona che parlava, che convinceva.
Agli Apostoli mancava ancora questa gioia profonda, questo amore traboccante. Mancava ancora lo Spirito Santo.
Non bastano le belle parole per convincere. Occorre anche che tutta la nostra vita parli, tutta la nostra persona viva e comunichi il nostro amore.

Tommaso è uno di noi. È un uomo del nostro tempo che viveva 2000 anni fa. Lui ha già la mentalità di oggi: conta solo ciò che si può misurare, pesare, toccare, analizzare, calcolare. Se una cosa non la puoi trovare in una provetta, o con una ricerca su internet, o se non è una voce della busta-paga, non conta, non esiste.

Dio non si scandalizza di questo nostro modo di pensare. Gesù non condanna Tommaso (e noi con lui). Lui è disposto a soddisfare la sua curiosità, il suo bisogno di concretezza: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!»
Ma quando Gesù va verso di lui, Tommaso rinuncia ad ogni verifica è dà la grande risposta, la più grande proclamazione di fede del Vangelo: «Mio Signore e mio Dio!»
È la risposta di un uomo trasformato dall'incontro profondo col Signore, la risposta di una persona purificata, che non ha più bisogno di toccare con le mani perché è stato toccato nel cuore.

E a questo punto c'è l'unica benedizione narrata da Giovanni: «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». È la benedizione dei credenti, la nostra benedizione.

Poi Giovanni spiega lo scopo del suo Vangelo. Non è un libro scritto per soddisfare la curiosità o per aumentare la nostra conoscenza. È stato scritto per alimentare la nostra fede, per farci crescere nella fede, per sostenerci nel nostro cammino di fede.
E in questo cammino un buon compagno può essere proprio Tommaso, colui che 'non c'era'. Perché lui è come noi, non cade subito in ginocchio, non si fida, ha dei dubbi e delle resistenze, ha i 'piedi pesanti' e che fanno fatica a sollevarsi da terra, tarda ad arrendersi. Anche lui come noi ha tanto bisogno dell'infinita pazienza di Dio. Ma è proprio per tutto questo che alla fine usa le parole più semplici per dire la cosa più grande: «Mio Signore e mio Dio!»


(At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31)


06 aprile 2023

Gesù ci precede sempre - 9/4/2023 - Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore

Cristo Risorto
Chiesa Beato Claudio - Chiampo (VI)
(mosaico - Centro Aletti)


È Pasqua.

Nel Vangelo di questa notte, l'angelo del sepolcro ci annuncia che Gesù non è più qui, che ci precede in Galilea (Mt 28, 7).

Sempre così con Gesù: non è mai dove ce lo aspettiamo, non è mai dove lo cerchiamo. Fin dall'inizio ci ha detto "seguimi". Lui è sempre avanti, oltre i nostri limitati orizzonti, oltre le nostre paure, ma anche oltre i nostri sogni più rosei.
Invece a noi farebbe molto comodo un Dio che stesse fermo, che ci desse la possibilità di sapere sempre dov'è, che ci permettesse di pensare: "L'ho raggiunto. Sono arrivato. Adesso posso sedermi e riposare".

Per fermarlo, per bloccarlo, facciamo di tutto: l'abbiamo messo in croce, sperando che dei chiodi gli impedissero di muoversi; l'abbiamo messo in un sepolcro, sperando che una grossa pietra gli impedisse di andarsene in giro per il mondo.

Ma tutto questo non è stato sufficiente. Lui non si lascia di certo bloccare da noi, dal nostro egoismo e dai nostri piccoli interessi.
Lui ci precede sempre, e noi dietro ad arrancare appesantiti dalle nostre false certezze e dalle nostre infime sicurezze.

Che questa Pasqua sia l'inizio di un viaggio dietro a Lui verso le braccia del Padre protese per abbracciarci.



Auguro a tutti una Buona Pasqua, e lo faccio con queste parole di santa Madre Teresa di Calcutta:
Quando sentite nel cuore la sofferenza, ricordate che dovrà venire la risurrezione: dovrà spuntare l'alba della gioia di Pasqua.
Non permettete mai ad alcuna cosa di colmarvi di dolore a tal punto da farvi dimenticare la gioia del Cristo risorto.



Veglia della notte
(Rm 6,3-11; Mt 28,1-10)

Messa del giorno
(At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9)


30 marzo 2023

Una scelta d'amore - 2/4/2023 - Domenica delle Palme

fronde di palma



Si può dire che tutto il racconto della Passione che viene letto oggi è articolato sul tema della Croce. La Croce è il punto culminante dell'opera di salvezza compiuta da Gesù, è il momento definitivo della rivelazione dell'amore del Padre per l'umanità. Ma la croce è anche una dimensione fondamentale dell'esistenza del cristiano.

Occorre quindi capire a fondo il significato profondo della Croce. La Croce di Cristo non è un accidente che gli è capitato. Gesù non ha subito la croce, ma ci si è avviato ben cosciente.
La Croce è una precisa scelta d'amore. È la madre che rifiuta la chemioterapia per proteggere la vita che ha nell'utero. È la persona che si tuffa per salvare uno che sta annegando e non si preoccupa di annegare lui stesso. È l'alpinista che taglia la fune per salvare la vita del compagno di cordata.
La Croce è l'estremo gesto d'amore: scelgo di morire io perché tu possa vivere. È Dio che sceglie di morire perché l'essere umano, tutti gli esseri umani possano vivere.
Vedere nella Croce la sola sofferenza è sminuire, svilire l'amore di Dio.

Accogliere la mia croce allora non significa un atteggiamento di faticosa e lamentosa sopportazione. Significa scegliere di amare. Amare non la sofferenza, ma amare la vita, amare tutta l'umanità, amare Dio.
E quando riesco a fare ciò, scopro che non esiste croce solitaria. La croce viene sempre portata in due, perché una croce solitaria è disumana. Scopro che seguire Gesù non vuol dire arrancare sotto un peso tutto mio, ma stare a distanza di croce da Gesù: Lui da un capo ed io dall'altro dello stesso legno.
Perché prima di essere "mia", la croce è la croce di Cristo. Ogni croce è di Cristo. Sotto ogni croce c'è Lui. A noi viene proposto semplicemente di portarla insieme.
La croce, prima di essere un oggetto, è una Persona che la porta.
Ed ecco allora nella croce non vedi più il legno che ti spezza le spalle, ma le spalle di Qualcuno che sta davanti a te portando lo stesso peso. Quindi una circostanza dolorosa non è più qualcosa che 'ti capita', ma qualcosa che 'ci capita'. Nel senso che prima di tutto capita a Lui.
Quando si tratta di croce, Gesù è l'esperto. Lui c'è sempre. Dobbiamo solo alzare gli occhi per vederlo che sta portando il nostro stesso peso.

E alla fine non si capisce più chi sia il Cristo e chi il Cireneo. È un continuo scambio di ruoli: a volte è Lui che aiuta te a portare la croce, e a volte sei tu che aiuti Lui a portare la croce.
Ma in fondo non importa chi aiuta chi. Ciò che conta è che non sei più solo, che c'è Qualcuno che ti ama e che ti sta vicino, che condivide le tue gioie e i tuoi dolori, che non ti abbandona mai.


(Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14- 27,66)


23 marzo 2023

Le lacrime di Dio - 26/3/2023 - V Domenica di Quaresima

La resurrezione di Lazzaro
Giotto (affresco)
(Cappella degli Scrovegni - Padova)



Come sempre il Vangelo di Giovanni è molto ricco di messaggi e significati, ma un particolare mi ha sempre colpito. È un particolare che mostra più di mille parole il grado di intimità e profonda partecipazione con cui Gesù vive il rapporto con l'umanità:
«"Dove lo avete posto?". Gli dissero: "Signore, vieni a vedere!". Gesù scoppiò in pianto. »
Mi colpiscono molto queste lacrime, questo pianto dirotto. Un Dio che prima "si commuove profondamente" e si "turba molto" e poi scoppia in pianto non si era mai visto!
Un Dio così, che piange la morte di un amico, che non si vergogna di apparire umano, che non nasconde i propri sentimenti, è un Dio che senti molto vicino al tuo cuore. È un Dio su cui sai di poter contare sempre. È un Dio da cui ti senti capito, accolto e amato in ogni vicissitudine dalla vita, specialmente di fronte al dolore e allo scandalo della morte.
Le lacrime di Dio sono un miracolo alla pari del richiamare alla vita un morto di quattro giorni.
Quelle lacrime ci dicono che neanche Dio è d'accordo con la sofferenza. Neanche Lui accetta ad occhi asciutti il sepolcro. Neanche Lui si rassegna alla separazione.

Gesù va al sepolcro non come un essere superiore che non condivide o non capisce le nostre debolezze, ma ci va «commosso profondamente». Ed è solo dopo aver condiviso con noi e fino in fondo il nostro dolore e la nostra debolezza, che ritrova il tono del comando: «Togliete la pietra!». Ma Marta gli fa presente che il morto puzza. C'è un significato teologico dietro questo particolare.
Dopo aver creato l'uomo Dio era compiaciuto: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona/bella» (Gen 1, 31). E adesso il creatore si trova di fronte al proprio capolavoro sfregiato, che "manda cattivo odore". È il viaggio fatto dall'uomo nella sua fuga, nella sua disubbidienza, nel suo rompere il dialogo e il rapporto con Dio. Dagli spazi smisurati dell'Eden alla prigione di un sepolcro.

Ma Dio non si rassegna. A Lazzaro, come ad ognuno di noi, 'grida a gran voce' «vieni fuori!»
Vieni fuori dalle tue paure, vieni fuori da tutte le maschere che ti sei messo per nasconderti, vieni fuori da tutte le etichette che ti hanno appiccicato o che hai accettato.
Spezza le bende che impediscono al tuo cuore di volare alto, di sognare il cielo, di fremere per i fratelli e le sorelle.
La nostra resurrezione inizia già ora, quando ubbidiamo a quel comando e usciamo alla luce e alla vita.

"La lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la Terra" ha scritto Gianni Rodari. Le lacrime di Dio non possiamo neanche immaginare quanto pesino. Però queste lacrime di Gesù ci parlano più di tutta la Bibbia.


(Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45)