26 ottobre 2023

Amare perché ci si scopre amati - 29/10/2023 - XXX Domenica Tempo Ordinario

Amore
(Foto: micheile henderson su unsplash)



«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»
Dio. E sopra Dio nessun altro: nemmeno la Legge.
"Ama Dio!" dunque. Ma non perché qualcuno ti ha imposto di farlo, ma perché Dio per primo ha amato te. L'amore, quindi, sarà sempre un amore di risposta, la risposta ad una chiamata: "Camminiamo insieme. Ci stai?".

Amare perché ci si scopre amati di un amore immenso. Di un amore così grande che non possiamo fare a meno di condividerlo, di portarlo a chi ci sta vicino.
«Amerai il tuo prossimo come te stesso». Dio, poi l'uomo e infine te stesso. Ma anche il movimento inverso: da te, attraverso l'uomo, a Dio. È questa la dinamica di Dio, la dinamica della Trinità: una continua circolazione d'amore. Un abbraccio che non vuole escludere nessuno, che sogna di allargarsi a tutto il mondo.

"Il comandamento più grande", che poi sono due, non è più grande perché sta sopra gli altri. È il più grande perché sta sotto gli altri, è la radice che ne dà il senso, che orienta tutte le altre osservanze. I vari precetti, sono vuoti di significato, di valore, di contenuto se non vengono letti e attuati alla luce e in prospettiva dell'amore.
Quando la Legge viene prima dell'uomo, il non rispettarla è una condanna.
Quando la Legge viene posta al servizio dell'uomo, per quanto egli sia sfigurato dai troppi peccati, nessuna legge potrà mai togliergli l'immagine di Dio impressa nel volto.

Ama l'uomo, quindi anche l'uomo che sei, così come sei: disfatto, sporco, triste, lunatico. Ma anche sorridente, generoso, compassionevole. Perché nessuno di questi aggettivi, per quanto giusti, potrà sostituire il sostantivo che sei: tu sei uomo, tu sei donna. Prima il sostantivo, poi l'aggettivo. Perché il sostantivo è di Dio, tu sei di Dio.

Facciamo attenzione che non è vero che Dio veda tutto bello nell'uomo. Gli dice infatti d'amare anche sé stesso, quasi a dirgli: "Carissimo, c'è un po' di disordine dentro di te".
Ma c'è modo e modo di farlo notare. Perché un conto è comandarti di farlo subito, presto e bene.
E un conto è dirti: "So che è un lavoro pesante e noioso. Vuoi che ti dia una mano? Insieme farai meno fatica e ci divertiremo!"
La vita di Gesù ci dice che Dio preferisce il secondo modo.


(Letture:
Esodo 22, 20-26; Salmo 17;
prima Tessalonicesi 1, 5-10; Matteo 22,34-40
)


19 ottobre 2023

Tutti siamo di Dio - 22/10/2023 - XXIX Domenica Tempo Ordinario

Foto: Diego PH su Unsplash


«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»
Frase famosissima, ma che a ben guardare più che essere una risposta, è una sorgente di domande.
La prima cosa da notare è che la domanda posta dai farisei parla di "pagare", e Gesù dice di "rendere". I farisei e gli erodiani, acerrimi nemici che si alleano contro Gesù, mettono tutto, anche il rapporto con Dio, sul piano commerciale, è tutto un dare-avere in cui si cerca di dare il minimo sperando di ottenere il massimo.
Gesù invece vive tutto sul piano del rapporto personale di amicizia, di amore, di dono. Per Dio tutto è dono, che per dare buoni frutti (cfr. i vangeli delle domeniche passate), per essere restituito, si deve condividere.

C'è da dire anche che questa frase non rappresenta una spartizione dei campi di influenza. Non è un trattato tra due potenze che si spartiscono territori e sudditi vari tracciando un confine rigido e guai a chi l'oltrepassa. E questo perché anche Cesare è di Dio, come di Dio è chi ha posto la domanda. Tutti siamo di Dio.
Quindi come facciamo a riconoscere le cose di Dio e le cose di Cesare? La frase di Gesù non risolve i problemi quando, come spesso succede, le due realtà si mescolano. Perché la realtà concreta è molto complessa, le situazioni storiche cambiano, gli equivoci sono sempre possibili.
Il cristiano non ha una soluzione prefabbricata, buona per tutte le stagioni. Sa però che ciò che torniamo al Padre deve avere il sapore del pane spezzato e condiviso, il profumo della libertà.

Ciò che dobbiamo tornare a Dio non lo dobbiamo cercare tra pietre preziose, vesti lussuose, monete o pergamene. Lo dobbiamo cercare tra le persone. Ogni essere umano porta, anche se sbiadita, corrosa, l'immagine di Dio (Gen 1, 26). Restituire a Dio la sua immagine impressa in ogni uomo e in ogni donna è sempre più urgente.
Ciò che si deve restituire a Dio comprende anche ciò che si deve restituire ai poveri, agli esclusi, alle vittime dell'ingiustizia, ai senza voce, ai dimenticati, agli schiacciati da tutte le forme di oppressione e sfruttamento, a tutti coloro che sono stati privati della dignità e della speranza.
Perché Dio non accetta i resi solo in chiesa, anzi. Lui spesso preferisce riscuotere agli sportelli dell'umanità.


(Letture:
Isaia 45,1.4-6; Salmo 95; prima Tessalonicesi 1,1-5; Matteo 22,15-21)


12 ottobre 2023

Indossare l'abito della gioia e della speranza - 15/10/2023 - XXVIII Domenica Tempo Ordinario

Banchetto di nozze
(icona)



Sinceramente facevo un po' di fatica a comprendere questa parabola per due motivi.

Il primo è che non capisco come si possa rifiutare l'invito ad un pranzo di nozze fatto da un re! Immagino che gli invitati fossero gente che già lo frequentava, per cui non avevano neanche il problema di non avere gli abiti adatti, o di non sapere neanche quali fossero.
Poi però ho notato che Gesù, come le domeniche precedenti, si sta rivolgendo «ai capi dei sacerdoti e ai farisei», cioè a gente che frequentava il tempio giornalmente e conosceva le scritture a memoria. Quindi gli invitati sono loro.
Penso che se il Signore li avesse convocati per una discussione su alcuni problemi urgenti, o per un consiglio su quali punizioni affibbiare, avrebbero mollato tutto subito e sarebbero andati di corsa. Dio invece li sorprende con un invito a nozze, una chiamata a mangiare, bere e festeggiare.
Spesso anche noi cristiani siamo così, facciamo fatica a mollare le 'cose da fare' per fare festa, anche se l'invito viene da Dio.
Gesù ci ricorda che l'ideale cristiano non è una morale opprimente, ma una beatitudine. Il cristiano non è un servo piegato sotto il giogo di un codice severo, ma una persona perdonata e liberata. L'esistenza cristiana non è una sofferenza, ma una festa.
Facciamo fatica ad accettare un dono non previsto, immeritato. Abbiamo sempre paura che nasconda un secondo fine, una fregatura. È sempre il serpente che, anche a noi come ad Eva, cerca di allontanarci dal Signore presentandoci una falsa immagine di Lui.

Il secondo motivo di difficoltà è quella persona trovata senza l'abito nuziale. I servi sono andati per strada e hanno fatto arrivare tutti, non hanno scelto chi invitare e hanno fatto entrare ricchi, poveri, straccioni, mendicanti, operai, giovani, vecchi; «cattivi e buoni» specifica il Vangelo. Non penso proprio che gli invitati abbiano avuto la possibilità di cambiarsi, ma che si siano presentati col vestito, o gli stracci, che avevano.
Quindi il «vestito nuziale» non è quello indossato sul corpo, ma è un vestito del cuore. È l'abito di un cuore che sogna la festa della vita, che desidera credere, perché credere è una festa.
Allora quella persona è il simbolo di tutti quei cristiani che non riescono a credere che il Regno sia un banchetto di nozze, ma pensano piuttosto a un tribunale, magari dell'inquisizione. E perciò si vestono come per un funerale.
Come scrive il biblista Alphonse Maillot, è il simbolo del credente "rivestito di severità, austerità, tristezza, mentre bisognerebbe indossare l'abito della gioia e della speranza. Un uomo che si fa l'idea che occorre portare la tristezza del mondo, invece di portare al mondo il sorriso di Dio".
Troppo spesso anche noi dimentichiamo che in cielo si fa festa per ogni peccatore pentito, per ogni figlio che ritorna, per ogni mendicante d'amore. Quindi per ognuno di noi.


(Letture:
Isaia 25,6-10; Salmo 22; Filippesi 4,12-14.19-20; Matteo 22,1-14)


05 ottobre 2023

Dio non spreca il suo tempo in vendette - 8/10/2023 - XXVII Domenica Tempo Ordinario

acini di luce
(foto J.C.)



Con questo brano si chiude quella che viene anche detta la 'trilogia della vigna' di Matteo che abbiamo visto in queste domeniche. Mentre la prima parabola era rivolta ai discepoli, le ultime due sono rivolte «ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo», cioè alle autorità religiose e civili.
La vigna è spessissimo usata nella Bibbia come metafora del popolo ebraico, per cui il senso immediato della parabola è chiarissimo ai destinatari e anche a noi.

Ma c'è anche un senso un po' più profondo, non così immediato. La vigna non è solo il popolo d'Israele, ma siamo anche tutti noi, tutta l'umanità è la vigna coltivata, curata, amata dal Signore. Ma noi siamo anche la delusione del Signore, siamo gli «acini acerbi» (prima lettura), i contadini malvagi.
Allora per capire la parabola mi pare si debba partire da una frase della prima lettura, dove il profeta Isaia fa esclamare al Signore «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?».
Nonostante tutto Dio è appassionatamente innamorato della sua vigna, cioè anche di me, nonostante le mie infedeltà, nonostante le mie cattiverie, Lui cerca di fare per me quello che nessun altro cercherebbe di fare. Per quanto io sia una vite insignificante e improduttiva, Lui non vuole rinunciare a me. È questo il fondamento della fede!

Ma quando noi usciamo da questa logica di amore, di dono, e ci lasciamo prendere dalla smania del possesso, del primeggiare, quando noi non pensiamo più secondo il "noi", ma solo secondo l'"io", allora diventiamo come i vignaioli della parabola. Invece della gioia del raccolto, del produrre insieme dei prodotti per la festa e la vita, diventiamo portatori di violenza, produttori di frutti insanguinati, distruttori della vita.
Ma anche i sacerdoti e gli anziani del popolo sono sulla stessa lunghezza d'onda, hanno la stessa mentalità. Anche loro continuano a essere legati alla catena della violenza.

Ma Dio non è d'accordo. Lui non ci sta. Lui è per la vita, non per la morte. Lui non è legato a nessuna catena, anzi, vuole spezzare tutte le catene, prima fra tutte quella della violenza. Nella storia continua dell'amore di Dio e del tradimento dell'uomo, Gesù immette la novità del Vangelo: al contrario di quanto detto dal profeta Isaia, non c'è nessuna vendetta, nessuna nuova vigna.
I nostri peccati, le nostre infedeltà, non riescono a fermare il piano di Dio. La vigna darà buoni frutti. Dio non spreca il suo tempo in vendette.
Dio darà la sua vigna «a un popolo che ne produca i frutti». Un popolo formato da chi avrà scelto il perdono al posto della vendetta, la misericordia al posto della giustizia, l'amore al posto della paura, il "noi" al posto dell'"io". E per far parte di questo popolo non conta il nostro passato, quello che conta è solo la nostra voglia di futuro.
E allora la vigna non darà più grappoli rossi di sangue, ma rossi d'amore, acini di luce gonfi del mosto di Dio per donare un vino di felicità e gioia senza fine.


(Letture:
Isaia 5,1-7; Salmo 79; Filippesi 4,6-9; Matteo 21,33-43)


28 settembre 2023

Due figli che sono uno solo - 1/10/2023 - XXVI Domenica Tempo Ordinario




Come sempre, quando Gesù parla di due figli, non vuole indicare due persone diverse, ma due tendenze che sono presenti nel cuore di ognuno di noi.
Il fatto è che non abbiamo quella qualità, peraltro difficile da ottenere e soprattutto da mantenere, che i padri del deserto chiamavano 'cuore indiviso', cioè un cuore che sia centrato su di unico obiettivo e non si lasci distrarre da niente altro.
Noi invece siamo presi da tante cose. A tutti noi capita di dire no, ma poi di ripensarci e fare, o di dire di si e poi dimenticarci di fare. Capita di abbandonare Dio ma poi sentirne la nostalgia e tornare a casa, o di arrabbiarsi col padre perché fa festa per chi è tornato.
Anche a noi capita, come a san Paolo, di fare il male che non vogliamo, e di non riuscire a fare il bene che vorremmo (Rm 7,18-25). Tante volete anche per noi vale la frase che Goethe fa dire a Faust 'Ah, due anime abitano nel mio petto'.

Ma Dio non si arrabbia per questo, anzi, come un genitore davanti ad un figlio che fa fatica a capire, cerca il modo migliore di spiegare come fare. Gli indica una strada e lo rassicura che sarà sempre con lui per sorreggerlo e accompagnarlo. E la strada è quella della ricerca di avere un cuore semplice (Sap 1, 1), di pregare il Signore ce ne faccia dono (Sal 86, 11). La strada è quella del primo figlio che si pentì e andò a lavorare.

Letteralmente Matteo dice che questo figlio 'si convertì', cioè cambiò il suo sguardo. Pensando a quanto detto domenica scorsa, abbandonò 'l'occhio cattivo'. Cioè vide in modo nuovo la vigna, il padre, l'obbedienza.
La vigna non è più la vigna del padre, ma è la 'nostra' vigna, quella del padre, del figlio e di chiunque venga a lavorarci.
Il padre non è più un padrone a cui sottostare, ma il vignaiolo che chiede aiuto per preparare il vino per la festa di tutta la casa.
Ed ecco che il cuore, liberato da vincoli e imposizioni, si ricompone, si unifica. Perché non si può lavorare o amare bene per imposizione, ma solo per libera scelta.

Il nodo della questione sta proprio nel fare la volontà del padre. Ma occorre capire bene quale sia questa volontà. Dio non vuole dei figli che siano dei servi ossequienti, dei burattini che si muovono a comando. Lui vuole dei figli liberi e adulti, che si alleino con lui per la fecondità del creato, che cerchino di portare più vita e più bellezza nella realtà in cui vivono.
Dio non vuole obbedienza, ma fecondità. Non ci chiede sottomissione, ma che lo aiutiamo a portare nel mondo frutti abbondanti, grappoli gonfi di vino per la festa senza fine.

Il Vangelo di oggi si chiude con parole di speranza, con promesse di vita.
Dio ha sempre fiducia in ogni suo figlio o figlia. Nei pubblicani, nelle prostitute, e anche in noi, nonostante i nostri errori, i nostri ritardi nel dire sì. Dio crede in noi, sempre.
Forte di questa certezza, posso anch'io cominciare ogni giorno la mia conversione verso un Dio che non è dovere, ma amore e libertà.
Assieme a Lui e a tutti i fratelli, vendemmieremo grappoli abbondanti, dolci di rugiada e di sole, anticipo di festa e di gioia senza fine.


(Letture:
Ezechiele 18,25-28; Salmo 24; Filippesi 2,1-11; Matteo 21,28-32)


21 settembre 2023

Non scandalizzarsi della generosità di Dio - 24/09/2023 - XXV Domenica Tempo Ordinario

Vigna dopo la vendemmia
(foto J.C.)



Questo è un brano ricco di significati, proviamo a vederne alcuni.

- Essere chiamati a lavorare dal Signore è grazia, è dono. Al Signore, poi, non importa quanto e come abbiamo lavorato. Per Lui conta solo che noi abbiamo accettato di lavorare nella sua vigna.

- Il dono principale non è il denaro che viene pagato. Il Signore dona molto di più: restituisce la dignità! A persone che provavano la vergogna di apparire scansafatiche anche se non volevano esserlo proprio per niente, che vivevano l'umiliazione di essere padri senza stipendio, che erano spolpati della pur minima dignità, il Signore ha donato la dignità di poter tornare a casa a testa alta, l'orgoglio di poter dire ai figli che quel giorno c'era da mangiare per tutti.

- Dio è un padrone "insolito". La sua priorità non è dare lavoro a tutti, ma aprire a tutti la sua vigna. Più che lavoratori cerca partecipanti alla festa del raccolto. Per questo va per le strade ad ogni ora del giorno a chiamare tutti. L'unica condizione che pone è che dicano di sì.

- Proprio per questo non conta 'l'anzianità di servizio'. Non è questione di quanto si è lavorato, ma di intensità, disinteresse, modo di essere, disponibilità a rispondere alla voce del Signore quando si fa sentire. Gli piacciono gli 'operai' che si fidano di Lui, quelli che evitano, perché non gli passa neanche per la testa, di mercanteggiare.

Per questo può sembrare un padrone ingiusto. E umanamente parlando lo è. Perché la giustizia umana è dare a ciascuno quello che si merita. Ma la giustizia di Dio è dare a ciascuno il meglio. E questa apparente ingiustizia ci porta al punto centrale della parabola, a quella constatazione un po' amara del padrone: «sei invidioso perché io sono buono?»
'Invidioso' è la traduzione di un termine che letteralmente significa 'avere occhio cattivo'. In fondo la parabola ci dice che possiamo essere buoni lavoratori, ma essere malati di 'occhio cattivo'. Troppo spesso è più facile accettare la severità di Dio che la sua misericordia. La prova principale è proprio questa: sei capace di accettare la bontà del Signore, di non brontolare quando perdona, quando dimentica le offese, quando è paziente, quando è generoso con chi ha sbagliato? Sei capace di perdonare a Dio la sua 'ingiustizia'?
Siamo capaci di partecipare alla festa del Signore, o anche noi, come il fratello 'obbediente' del figliol prodigo, ci rifiutiamo di entrare?
Il nostro guaio è l'invidia, l'occhio cattivo, la nostra incapacità di gioire quando Dio fa festa per chi, secondo noi, non se lo merita. Dimentichiamo che il primo santo, l'unico canonizzato direttamente da Gesù, era il ladrone appeso alla croce accanto.
L'infinita misericordia di Dio ha un solo nemico: l'occhio cattivo.



Concedimi, Signore, di essere
lavoratore contento della vigna,
di aver servito il Vangelo,
operaio di non so quale ora
ma che non si aspetta ricompensa alcuna.

Lieto solo di aver lavorato alla tua vigna,
per grappoli profumati,
per un vino nuovo,
per una terra più bella.
Contento di essere primo al lavoro
e contento per il denaro degli ultimi.

Ti prego, Signore,
concedimi uno sguardo buono
e poi di imparare a godere della tua bontà.
Tu sei la mia vita,
la mia ricompensa,
il mio frammento d'oro.

Ti dispiace che io sia buono?
mi domandi.
No, Signore, non mi dispiace
perché sono l'ultimo della fila
e tutto è grazia.
Ermes Ronchi
(il grassetto è mio)



(Letture:
Isaia 55,6-9; Salmo 144; Filippesi 1,20-24.27; Matteo 20,1-16)


14 settembre 2023

Dio è colui che perdona - 17/09/2023 - XXIV Domenica Tempo Ordinario




Sono tante le qualità di Dio: può tutto, sa ogni cosa, è misericordioso, è giusto, è padre (e anche madre), è amore, e via dicendo.
Pensando alla raccomandazione di Gesù ad essere «perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt. 5, 48), noi cerchiamo, come possiamo, come riusciamo, con tutti i nostri limiti e difetti, di vivere queste qualità. Ma ce n'è una che ci risulta di estrema difficoltà: perdonare.
Dio è colui che perdona. Il perdono è proprio una delle caratteristiche di Dio. Umanamente parlando il perdono è una follia, una debolezza.

Gesù ci spiega, con questa parabola, le particolarità del perdono di Dio.
Innanzi tutto è del tutto gratuito, è realmente e fino in fondo 'per dono'. È un dono del tutto immeritato e immotivato. Dio non ci perdona perché ci siamo pentiti (anzi, è il suo perdono accolto che suscita il mio pentimento), perché gli chiediamo scusa, perché il nostro errore è piccolo, ecc.. Lui ci perdona per il semplice fatto che siamo esseri umani, sue creature, suoi figli, ed egli ci ama. È questa l'unica causa del suo perdono.
Difatti perdona per primo un debito enorme, impossibile da restituire (10.000 talenti erano pari a circa tutto il gettito della tassazione annuale del regno d'Israele).

L'altra caratteristica del perdono divino è che, come tutti i doni di Dio, per essere efficace, per durare e aumentare nel tempo, dobbiamo condividerlo. Scoprirci perdonati non ci deve far pensare che siamo dei privilegiati, migliori degli altri. Saperci perdonati ci deve insegnare a perdonare. Se non doniamo il perdono ricevuto, finiamo per perderlo.

Con questa parabola Gesù sembra suggerirci che per essere felici sempre bisogna perdonare. La vendetta, il 'fargliela pagare' ci dà al massimo una soddisfazione momentanea, solo il perdono ci dona una pace e una serenità senza fine.
Come scriveva un ragazzo napoletano alla fine di un tema: "Perdono non perché loro meritano il perdono, ma perché io merito la pace"
Il perdono fa bene prima di tutto a noi stessi.





Cercando spunti per questo commento, ho ritrovato un mio vecchio post. Non so dove ho preso questo testo (troppo bello per essere mio) e non avevo indicato la fonte, mi spiace. Ve lo ripropongo (sperando che qualcuno sappia chi l'ha scritto):

Con l'Incarnazione Dio ci dice:
"Accetta il mio perdono. È il mio regalo per te.
Ti perdono tutto.
Ti perdono tutte le volte che nei tuoi fratelli hai visto dei nemici, tutte le volte che li hai sfruttati, umiliati, schiacciati per il tuo interesse.
Ti perdono tutte le cose che anche tu fai fatica a perdonarti, tutte le cose che neanche tu ti perdoni.
Ti perdono tutte le volte che mi hai usato per il tuo egoismo, tutte le volte che hai usato il mio nome per uccidere, tutte le volte che ti sei fatto scudo di me per andare contro gli altri uomini.
Ti perdono tutte le volte che hai rovinato, deturpato, distrutto quel gioiello che è la Terra e che ti avevo affidato perché tu la rendessi ancora più bella.
Ti perdono tutto, ma proprio tutto.
Accogli il mio perdono, per piacere.
E dopo cerca anche tu di perdonare.
Perdona i tuoi fratelli, perdona gli altri esseri umani, sono deboli e impauriti come te.
Perdona te stesso. Perdonati di non riuscire ad essere dappertutto, perdonati di non riuscire a fare tutto, perdonati di non riuscire a prevedere tutto, perdonati di fare scelte che poi si rivelano sbagliate. Perdonati, te ne prego!
E alla fine perdona anche me. Perdonami per tutte le volte che ti sei sentito abbandonato da me, perdonami per tutte le volte ti sei sentito condannato da me, perdonami per tutte le volte che non ti sei sentito amato da me.
"


(Letture: Siracide 27,33-28,9; Salmo 102; Romani 14,7-9; Matteo 18,21-35)


07 settembre 2023

Guadagnare un fratello - 10/9/2023 - XXIII Domenica Tempo Ordinario

Altare della
chiesa della Riconciliazione (Taizé - Francia)
(foto J.C.)



Dopo il discorso programmatico sul monte, dopo il discorso in parabole, col brano di oggi Gesù inizia il 'discorso comunitario' che affronta i problemi della vita di una comunità cristiana.

«Se il tuo fratello...» Tutto deve partire da qui: siamo fratelli. All'interno di una comunità che cerca di essere cristiana c'è un'uguaglianza fondamentale, una pari dignità. Le differenze sono nei ruoli, nelle funzioni, no nel valore delle persone. E questi fratelli non sono perfetti, non sono privi di difetti e mancanze. La Chiesa è santa, ma formata da peccatori. È da questa realtà che nasce l'esigenza della 'correzione fraterna'.

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va'...». Ecco la cosa straordinaria! Andare! Non rimanere fermi nel rancore e nelle proprie ragioni.
Prima ancora di far capire al fratello che ha sbagliato, occorre dimostrargli e convincerlo che è amato nonostante tutto. La carità, la pazienza, la misericordia, la sensibilità, sono la luce indispensabile attraverso la quale il deviante può scoprire il proprio errore di rotta. Più che richiamarlo all'ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare. 
Un qualcosa ha rotto il 'noi', allora non bisogna stare fermi, ma bisogna far in modo di 'guadagnare il fratello'. La riconciliazione è sempre un guadagno, mai una perdita. Si tratta di rinunciare a qualcosa per guadagnare molto di più. L'una o l'altra parte si devono muovere, e Gesù, sempre coraggioso e provocatorio, dice che è proprio la parte 'offesa' a doversi muovere per prima.

Punto di arrivo è: «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Cioè la consapevolezza che una comunità di credenti si regge non sugli sforzi personali del singolo, ma sul nome di Gesù. È il mettere al centro della comunità non la propria persona, il proprio senso di giustizia, il proprio onore, ma sempre e solo Gesù che permette a una comunità di superare tutti i conflitti.

E in questo cammino di riconciliazione, tra il punto di partenza e quello di arrivo, c'è una strada da seguire, ed è quello che Paolo ci indica nella seconda lettura: «La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità».
Ma oltre alla carità, è necessaria anche l'umiltà. Umiltà che si traduce nell'abbandonare qualsiasi atteggiamento di superiorità. Chi ha sbagliato deve sentire che chi lo ammonisce sa di essere peccatore quanto e più di lui, sa di condividere la stessa fragilità e miseria. Non: "Guarda che cosa hai fatto!", ma: "Guarda che cosa siamo stati capaci di fare...".

E se una frattura tra due persone della comunità diventa insanabile? Dobbiamo fare come Gesù, che ha vissuto e ci ha detto di "amare i propri nemici". Gesù amava tutti, la sua famiglia, i suoi amici, ma amava anche i più lontani e li amava per primo anche senza ricevere il contraccambio. Ecco cosa significa "sia per te come il pagano e il pubblicano": anche se non riesci più a sentire l'altro come fratello, almeno amalo come farebbe Gesù, cioè sempre e comunque.


(Ez 33,1.7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20)


31 agosto 2023

Prendi su di te tutto l'amore di cui sei capace - 3/9/2023 - XXII Domenica Tempo Ordinario

Chiesa di San Damiano
Assisi (PG)
(foto J.C.)



Brano molto famoso, ma anche molto facile da fraintendere, soprattutto se lo si legge secondo un dolorismo che ben poco ha di cristiano. Forse il titolo che veniva dato a questo brano, primo annuncio della Passione di Gesù, ha contribuito a distorcere la nostra prospettiva.
Gesù non ha mai annunciato solamente la sua Passione. Lui ha sempre parlato di Passione, Morte e Resurrezione. Queste tre realtà vanno sempre tenute insieme. Se non temiamo conto di ciò che succederà "il terzo giorno" commettiamo lo stesso errore di Pietro.

Gesù, dopo la confessione di Pietro, inizia a spiegare lo scandalo del cristianesimo; un Dio che entra nel rifiuto, nel dolore e nella morte perché ogni suo figlio vive il rifiuto, il dolore e la morte. Pietro, e noi con lui, questo fa fatica a capirlo. Come può salvare il mondo un crocifisso in più tra i milioni di crocifissi della storia? per salvare il mondo ci vuole il potere, il miracolo, l'autorità. In fondo Pietro non fa altro che ripresentare le tentazioni del diavolo subito dopo il battesimo nel Giordano.
Per questo che Gesù lo chiama Satana. Perché invece Dio sceglie i mezzi più poveri: l'amore disarmato, non fare mai violenza, perdonare tutti fino alla fine.

E dopo questo annuncio Gesù ci dona l'essenza del cristianesimo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»
"Se qualcuno vuole": è sempre una libera scelta. Gesù non si impone mai, lui si propone. E a maggior ragione anche noi non dovremmo mai imporlo. La molla che ci spinge a seguirlo è la vita, perché Lui fa grande la vita, la fa fiorire, la fa sbocciare alla massima bellezza.
"Rinneghi sé stesso", che non vuol dire annùllati, butta via le tue capacità e potenzialità, diventa sbiadito e incolore. Gesù vuole delle persone che facciano fruttare appieno i propri talenti. Seguire Cristo è conquistare un'infinita passione per tutte le creature. Rinnegare sé stessi vuole dire sapere che non si è il centro dell'universo, ma che si è dentro una forza molto più grande.
"Prenda la sua croce" non vuole assolutamente dire che si deve soffrire con pazienza, sopportare, rassegnarsi. La croce nel Vangelo è la prova che Dio mi ama più della propria vita. Per capire il senso di queste parole allora dobbiamo provare a sostituire la parola 'croce' con la parola 'amore': "se qualcuno vuole venire dietro a me, prenda su di sé tutto l'amore che è capace di donare". Ama, altrimenti non vivi, e prendi anche la porzione di croce che ogni amore comporta.
E infine "seguimi", cioè fai come fa Gesù. Abbi anche tu il coraggio di toccare il lebbroso, di sfidare chi voleva lapidare l'adultera, di commuoverti per due passeri, di essere libero come nessun altro, di amare come nessun altro.
La legge fondamentale dell'amore è proprio questa: sei ricco solo delle cose che hai donato; se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci.


(Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27)


24 agosto 2023

Aprirsi all'amore di Dio - 27/8/2023 - XXI Domenica Tempo Ordinario

La consegna delle Chiavi a Pietro
Ambrogio Buonvicino (bassorilievo)
Loggia delle Benedizioni, Basilica di San Pietro (Vaticano)



Gesù non è venuto per insegnarci nuove cose, ma per creare una nuova relazione tra Dio e gli uomini. Per questo a volte Gesù abbandona le parabole e usa le domande. Lo fa perché "nella vita contano le domande, perché le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, le domande ci obbligano a guardare avanti e ci fanno camminare". (Pier Luigi Ricci)
La relazione che Gesù cerca non è basata sul sentito dire: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?», ma sull'esperienza personale: «Ma voi, chi dite che io sia?»

La risposta di Pietro, «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», può aiutarci a dare una risposta che sia completamente personale.
Il Cristo, cioè il Messia, la realizzazione di tutte le promesse di pienezza di gioia fatte da Dio.
Il Figlio, cioè tu porti Dio qui, in mezzo a noi. Ci fai vedere e toccare Dio. Con te possiamo abbracciarlo, essere abbracciati, accarezzati, consolati da Dio.
Il Vivente, cioè colui che porta più vita nella mia vita: «io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10)
Tu sei Dio, un nome che dice gioia, libertà, pienezza.
Tu sei vita, cioè forza, capacità di risorgere dalle cadute, anche quelle più rovinose.
Tu sei 'per sempre', eternità che non si lascia condizionare dal passato, che non teme il futuro, ma che fa traboccare di amore il presente.

È una domanda che viene rivolta personalmente anche ad ognuno di noi, e per rispondere non possiamo ricorrere a risposte studiate, o lette, o sentite da altri.
La risposta giusta la sappiamo solo noi, è solo nostra: tu con il tuo cuore e con la tua fatica, con le tue gioie e le tue ferite, tu, che cosa dici di Gesù Cristo?
La risposta giusta è una risposta mai finita, perché è la mia vita. Non è ciò che dico, ma è ciò che scalda il mio cuore, è ciò che cerca di guidare la mia vita.

E la reazione di Gesù alla mia risposta è la gioia sua e mia: «Beato sei tu». Beato non perché sei stato bravo, ma perché ti sei aperto all'amore di Dio.


(Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20)