05 maggio 2022

Il Pastore e le pecore (non i pecoroni!) - 8/5/2022 - IV Domenica di Pasqua

Il Buon Pastore
Tabernacolo della chiesa ss Primo e Feliciano - Vrhpolje (SLO)
(p. M. Rupnik s.j.)



Giornata del "Buon Pastore".
E il 'pastore' presuppone un gregge di pecore.
Ma noi facciamo un po' di fatica ad identificarci con delle pecore. Abbiamo in mente una massa di pecoroni senza nessun cervello, ma non è questo lo stile del gregge voluto da Gesù Cristo.
Basta vedere l'esempio del gregge scelto direttamente da Lui: i dodici apostoli.

La comunità secondo il sogno di Dio rappresenta sia il superamento dell'individualismo (per essere pienamente sé stessi si deve vivere-con) che il superamento del cieco conformismo (per vivere-con bisogna conservare le propria unicità). "Se vuoi essere cattolico devi essere unito nella diversità e diverso nell'unità" diceva Yves Congar. Il dono che ogni persona fa al 'gregge' deve essere un apporto personale, dinamico, unico. Esattamente l'opposto dell'annullarsi nella comunità.
La comunità è ricca solo del contributo dei suoi membri. Viene impoverita se io non metto a disposizione la mia unicità. E impoverire la comunità impoverisce me stesso.
La comunità secondo il sogno di Dio è un banchetto festoso fatto ad un'unica tavolata, non un pasto serioso fatto a tanti piccoli tavoli ben distanziati tra di loro.
È un grande concerto in cui ognuno di noi ha la sua voce che è personale e insostituibile. La sinfonia ha bisogno del timbro inconfondibile della mia personalità. Senza questo, diventa nenia monotona. E senza l'orchestra, la mia nota risuona stonata.
Impoverire gli altri impoverisce anche me.

E il vero pastore è Gesù. Lui dà la vita per le pecore, non le sfrutta, non le domina. Non se ne serve, ma le serve.
Ognuno di noi è conosciuto per nome da Dio, ognuno di noi è importante, unico e amato nella sua unicità.
La cura del gregge di Gesù non è livellatrice, omologante. È personalizzante. Lui non ci vuole passivi. Vuole la nostra collaborazione, vuole che ci comportiamo da persone libere e creative.

Ognuno di noi è pecora affidata ad un pastore e allo stesso tempo pastore a cui sono state affidate delle pecore (i figli, il coniuge, gli amici, tutte le persone con cui interagiamo nella nostra vita, solo per fare degli esempi).
Non rinunciamo alla bellezza della nostra unicità per disperderci nell'anonimato del 'così fanno tutti'. Sforziamoci di essere pecore, non pecoroni.
Dovremmo sempre ricordare che le persone ci vengono affidate dal Signore perché noi le aiutiamo a diventare quello che sono, non per farne dei nostri cloni. Dobbiamo aiutarle e realizzare i loro sogni, non i nostri.


(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)


28 aprile 2022

L'umiltà di Dio - 1/5/2022 - III Domenica di Pasqua

Cristo Risorto con Pietro (particolare)
Cappella della Casa di Pietro - Šempeter pri Gorici (SLO)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)


La seconda parte del Vangelo di oggi (purtroppo esclusa se viene letta la forma breve) è fra i brani che più mi piacciono del Vangelo di Giovanni.
È uno dei dialoghi più significativi di tutta la letteratura. Tre domande come tre sono stati i rinnegamenti attorno al falò nel cortile di Caifa. E da parte di Pietro, tre dichiarazioni d'amore a guarirlo nel profondo dai tradimenti.
L'infinito amore di Gesù si incarna in una sapiente pedagogia: non rimprovera, non rinfaccia, non chiede spiegazioni o scuse. A Gesù non importa giudicare né tanto meno assolvere. A Lui interessa un'altra cosa: "Mi ami?"
Per Lui nessun uomo coincide col suo peccato.
La santità non coincide col non aver peccato, ma col rinnovare, adesso e sempre, la nostra amicizia con Gesù. Il paradiso non è popolato da santi, ma è pieno di peccatori perdonati, di gente come noi.

La cosa veramente commovente è che le tre domande sono sempre diverse (la differenza si nota soprattutto nell'originale greco). Ogni volta Gesù cambia parole, si adatta alla risposta di Pietro. Invece di fargli la predica, è Lui che ascolta con tutto sé stesso, con tutto il cuore, Pietro.

Alla prima domanda (mi ami tu più di tutti?) a ben guardare Pietro non da una risposta. Il verbo usato da Gesù, agápao, è il verbo che indica l'amore assoluto. È un verbo forte, 'esigente'. E Pietro risponde con un verbo 'umile', quello dell'amicizia, dell'affetto: "ti voglio bene".
«Pasci i miei agnelli» riprende Gesù. Tu che emergi sugli altri, ricomincia dai più piccoli, dai più deboli, dagli ultimi. È quasi un ricordo della lavanda dei piedi.

Poi c'è la seconda domanda "mi ami?" Gesù ha capito Pietro, e chiede di meno, anche se parla ancora di amore.
Pietro però, quasi non avesse capito, usa ancora il verbo più rassicurante, meno 'impegnativo'. Non osa parlare di amore, ma si aggrappa all'amicizia, all'affetto.

E infine, con la terza domanda, Gesù, che capisce la difficoltà di Pietro, si abbassa ancora. Si avvicina a questo cuore timoroso e ne accetta il limite: "davvero mi sei amico?"
Gesù si adatta al discepolo che non aveva avuto il coraggio di usare la parola 'amore'. Dio si accontenta.

Gesù dimostra il suo amore abbassando per tre volte la sua richiesta. Rallenta il suo passo per ridurlo alla nostra misura.
La misura del cuore di Pietro diventa più importante delle esigenze di Gesù. Davanti alla fatica di Pietro, Gesù si dimentica di sé. È questa l'umiltà di Dio. Solo così l'amore è vero.

E Gesù, affidando tutto il gregge al cuore timoroso di Pietro, gli dichiara: "Pietro, il tuo desiderio di amore, è già amore".
E lo stesso ripete a tutti noi.


(At 5,27-32.40-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19)


21 aprile 2022

Io sto con Tommaso - 24/4/2022 - II Domenica di Pasqua

Il Risorto e Tommaso (Particolare)
Cappella Collegio Damasceno - Roma
(dipinto parete centrale - p. M. Rupnik s.j.)



Mi è molto simpatico Tommaso. Lo sento vicino. Tante volte anch'io faccio fatica a credere, attraverso periodi di buio, di incertezze, di aridità. Spesso arrivo, come lui, in ritardo agli appuntamenti col Signore.

Tommaso ci invita a fare una seria analisi della nostra fede.
Dobbiamo innanzi tutto chiarirci su cosa è fede e cosa non lo è. Dobbiamo avere coscienza che una cosa è essere credente, e un'altra è 'credere di credere'.
È facile credere in Dio quando le cose vanno bene, quando il cielo è sereno e gli 'affari' vanno a gonfie vele. Ma quando inizia a mancarci il terreno sotto i piedi, quando svaniscono i nostri punti di riferimento, iniziamo a brancolare nel buio, ci scontriamo con i nostri limiti e ci rendiamo conto che di fronte a certe cose siamo del tutto impotenti, dove va a finire la nostra 'incrollabile' fiducia in Dio, il nostro mettere tutto nelle sue mani e abbandonarci a Lui?

Una fede che non sia un fuoco di paglia si deve porre queste domande. L'incertezza e il dubbio possono coabitare con la fede. La debolezza e la fragilità non sono una vergogna. Tutti siamo invitati a scoprire quella parte di incredulità che c'è in noi, ad accettarla, e a farne motivo di solidarietà con i non credenti. È anche questo un modo per rendersi conto che siamo tutti fratelli.

Il Vangelo di oggi esige che tutti noi, che ci diciamo credenti, ci interroghiamo sinceramente sulle sacche di incredulità presenti in noi. Solo così possiamo passare da una fede 'detta' a una fede 'fatta': «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». (cfr. Mt 7, 21-23).

Viviamo in momenti molto duri, la pandemia non ancora passata e la tremenda guerra alle nostre porte ci interrogano nel profondo.
Tutti i morti in solitudine e isolamento, i bambini resi orfani da un virus (*) o da una bomba, le violenze della guerra sui più deboli e indifesi, e tante altre "ingiustizie della vita" ci mettono in discussione, mettono in crisi non solo la nostra coscienza ma anche la nostra fede.
Ci rendiamo conto che non ci basta più recitare qualche preghiera imparata nella nostra giovinezza, non ci bastano più delle enunciazioni di fede puramente intellettuali.
Dobbiamo anche noi, come Tommaso, passare da una fede vissuta 'nella testa' ad un rapporto vivo con una persona, una relazione da cuore a cuore. Dobbiamo anche noi riuscire a dirgli dal profondo del nostro essere «Mio Signore e mio Dio!»


(At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11.12-13.17-19; Gv 20,19-31)


(*) I bambini di età inferiore a 17 anni che a ottobre 2021 avevano perso entrambi i genitori a causa del Covid19, in Italia erano circa 3500 e circa un milione e mezzo in tutto il mondo


14 aprile 2022

Un giorno che sconvolge tutto quanto - 17/4/2022 - Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore

Il Risorto (particolare dell'abside)
Chiesa del beato Claudio - Chiampo (VI)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)



A Pasqua niente sta al suo posto, tutto è disordine, sconvolgimento.
Tutti rimangono frastornati. A Pasqua tutto è messo sottosopra, le pietre pesanti vengono spostate, la vita e la morte si sono rovesciate.
Anche la luce non viene dal cielo, ma dal buio di una tomba. Ci sono angeli che parlano, guardie che vengono prese di sorpresa e che vanno dai capi a trovare una giustificazione.

Ma soprattutto a Pasqua siamo costretti a prendere atto che è la debolezza che ottiene la vittoria, non la violenza. Che il perdono è molto più forte dell'odio; che quello che il mondo chiama 'fallimento' in realtà è un trionfo.
Ciò che era considerata la fine di tutte le speranze, in realtà è l'inizio di un'avventura inimmaginabile.
L'amore ha l'ultima e definitiva parola.
La morte è stata condannata ... a morte. Non è più la fine di tutto, ma è il penultimo atto, la porta verso la gioia più piena, verso la vita più vera.

Ma Pasqua è anche il giorno delle donne.
Erano presenti già sul Calvario, loro non hanno abbandonato Gesù neanche nel momento dell'umiliazione più totale. E nel giorno più importante, loro sono in movimento da prima che sorga il sole, «quando era ancora buio». E sono loro le destinatarie del primo annuncio di un fatto sconvolgente, sono loro che dovranno informare gli apostoli di una notizia inimmaginabile.

Gli uomini, da parte loro, accolgono la notizia con sufficienza, la reputano un 'vaneggiamento tipicamente femminile'. E dopo sono costretti ad arrendersi alle donne, a inseguirle.
Dobbiamo essere onesti, ammettere che in questi giorni cruciali i maschi non hanno fatto una bella figura. Nel momento culminante, fatidico, la bandiera della fede è stata salvata dalle donne.
In quella domenica, primo giorno della settimana per il calendario ebraico, la cosa più importante la sapevano le donne. Gli uomini, anche se si sono messi a correre, sono arrivati dopo, molto dopo.


(At 10,34.37-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9)


07 aprile 2022

Il vero volto di Dio - 10/4/2022 - Domenica delle Palme

Ingresso del santuario nazionale San Giovanni Paolo II
Washington (USA)


La Croce ci rivela il vero volto di Dio.
Dio non lancia fulmini e saette, ma si lascia 'fare' senza opporre resistenza. Dio si abbandona in balia degli uomini, inerme e indifeso, si consegna alla nostra malvagità, sbattuto qua e là, bersaglio degli insulti, degli sberleffi e delle violenze.
Dio umile e umiliato, senza armi né armatura, totalmente vulnerabile. L'onnipotente, in piena libertà, si annienta, rinuncia ad ogni volontà di potenza.
Si fa un Dio che tutti possono colpire, schiaffeggiare, ammazzare.

Ma la Croce rivela anche il cristiano.
Il cristiano lo si deve riconoscere dal fatto che porta la croce "insieme" al Cristo, si fa cireneo del Cristo, ma anche lascia che il Cristo si faccia cireneo per lui.
Perché la Croce non è altro che l'altra faccia dell'amore. Certo, nella croce ci sono anche sofferenze, abbandono, umiliazioni, ma è fatta soprattutto di amore, amore che niente trattiene, ma che si dona tutto, fino alla fine.
Non è la sofferenza per la sofferenza, ma è il segno di una vita donata per amore. La croce deve esprimere prima di tutto solidarietà, volontà di donarsi, capacità di 'perdere' la propria vita per l'altro. È solo curvandosi, schiacciati dalla croce, verso gli altri che possiamo rialzarci e diventare esseri umani aperti a tutti, anche a Dio.
Ma la croce deve essere anche l'unica 'arma' del cristiano. L'ingiuria. la denigrazione, la spada, il fucile o qualsiasi altra arma, usata contro un'altra persona, soprattutto se in nome di Dio, sono una bestemmia.
"La croce di Gesù non è svanita dalla terra. Non è più lui che la porta, ma siamo noi. [...] La croce di Gesù continua a restare eretta sulla terra come segno della verità divina e dello scandalo che essa costituisce per il mondo". (Ernst Käsemann)

Perché la luce della Resurrezione inizia già a splendere con la Croce, anche la Croce è luminosa. Come il Risorto farà del segno delle ferite della Croce il segno del suo amore per noi, la luce della sua gloria, così il nostro corpo resuscitato splenderà di ogni nostro atto d'amore.


(Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56)


31 marzo 2022

La salvezza è in uno sguardo - 3/4/2022 - V Domenica di Quaresima

Gesù e l'adultera (particolare)
Santa Maria del Campo - Ljubljana-Polje (Slo)
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)


Chi ha fatto gli esercizi ignaziani, o anche solo avuto esperienza della preghiera ignaziana, avrà ben presente il primo preambolo della preghiera: la "composizione di luogo" (E.S. 47) cioè utilizzare l'immaginazione per farsi una “icona interiore” della scena che si sta per meditare.
Proprio usando questo metodo, mi colpisce, in questo brano, una cosa che l'evangelista non dice chiaramente ma sottintende: è tutta una questione di sguardi.

Innanzi tutto lo sguardo della donna.
Il suo è uno sguardo che passa dalla paura all'incredulità, allo stupore.
Finora ha fatto esperienza di sguardi di desiderio, oppure di sguardi di condanna. E molto probabilmente in questa scena evangelica molti di quelli che tenevano le pietre in mano avevano entrambi gli sguardi, basta pensare alla storia di "Susanna e i vecchioni" (Dn 13, 1-64).
Ma adesso incontra uno sguardo che non vede in lei né un 'oggetto' di desiderio né un bersaglio per le pietre. Incontra uno sguardo che vede in lei una persona, una sorella.

Poi c'è lo sguardo degli scribi e dei farisei.
Loro vedono in questa donna solo la legge trasgredita. Al centro del loro sguardo non c'è la persona, ma la legge. Tutto, e soprattutto tutti, devono passare questo filtro. Quello che rimane fuori non ha nessuna dignità, non ha nessun diritto. Cessa di essere una persona, un fratello, una sorella, per diventare un oggetto da rifiutare, una cosa da gettare nelle immondizie.

E infine c'è lo sguardo di Gesù.
Il suo è uno sguardo creatore: chiama alla vita una persona, fa emergere il suo essere autentico, reale. Cancella il farabutto, il peccatore e chiama alla vita il santo. Lui non si ferma a quel "poco di buono" che è in noi, ma si ostina a mettere in luce il molto di buono, il meglio che c'è in ognuno di noi.
È uno sguardo rivelatore, perché ci rivela le nostre possibilità, la nostra vera dimensione: quella di figli amati da Dio.

Ha proprio ragione Simone Weil: "ciò che salva è lo sguardo". L'adultera, come Zaccheo, come Matteo-Levi e come molti altri, devono la loro salvezza ad uno sguardo.
La carità comincia dallo sguardo.

Anche noi siamo chiamati a ripulire il nostro sguardo:
- a liberarlo da ogni istinto di separazione e di discriminazione (lui mi piace, mi è simpatico, mi serve - tu no!);
- a purificarlo dalla tentazione di vedere negli altri non degli esseri umani, ma dei problemi;
- a togliergli l'indifferenza che impedisce di vedere le persone, che scivola loro addosso senza neanche accorgersi della loro presenza.
Anche noi siamo chiamati ad avere uno sguardo guidato dall'amore, pieno di attenzione e che dica: "Ti riconosco il diritto di essere quello che sei. Desidero che tu sia tutto quello che puoi essere" (Agnese Baggio)


(Is 43,16-21; Sal 125; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11)


24 marzo 2022

Un padre che macina chilometri - 27/3/2022 - IV Domenica di Quaresima

Parabole del Padre Misericordioso
Portale cattedrale di Santo Domingo De La Calzada - Spagna
(p. M. Rupnik s.j.)



Un paio di cose mi colpiscono in questo padre, protagonista della famosissima parabola del "Padre misericordioso" (che qualcuno dice riassuma tutti i Vangeli).

Innanzi tutto il silenzio. Di fronte al figlio minore che pretende, lui non dice una parola. Ma non è un silenzio dell'indifferenza, è il silenzio dell'amore. Il padre rispetta la libertà del figlio, perché senza libertà non ci può essere amore. Quando Dio ha creato l'uomo ha accettato questo rischio perché brama il nostro amore. Noi siamo il rischio di Dio (Cornelio Fabro).
Il padre non si arrabbia: soffre. Ma sa che non può sostituirsi alla scelta del figlio. La vera paternità è discrezione, è accettare il rischio della libertà. Il padre non aiuta il figlio scegliendo per lui, dirigendo le sue scelte e la sua vita. "Il padre può aiutare il figlio solo essendo un modello" (Arturo Paoli), non imponendosi.

Un'altra cosa che colpisce sono gli innumerevoli passi che il padre fa. Quante volte sarà andato alla finestra per scrutare l'orizzonte sperando di vedere il figlio che torna! Pochi giorni fa sono andato in aeroporto a prendere mio figlio che tornava a trovarci: avrò fatto chilometri camminando su e giù davanti agli arrivi in attesa dell'aereo! Penso che l'attesa di questo padre sia stata molto più fremente della mia, perché io avevo la certezza dell'arrivo, lui solo la speranza.
E quando finalmente da lontano lo vede, il passo si fa corsa, la sofferenza si fa abbraccio, l'ansia si fa urlo di gioia, festa.

Ma il padre non ha ancora finito di camminare, di dover uscire dalla casa. Per un figlio che aveva lasciato in malo modo la casa e che è ritornato, c'è l'altro che era rimasto ma che adesso non vuole rientrare.
Mentre il primo figlio pensava di dover pregare il padre per essere accolto, col secondo è il padre che deve uscire per pregarlo di prendere parte alla sua gioia.

Questo padre deve camminare prima per convincere il lontano che sta tornando che adesso deve entrare in casa con la testa alta, come un perdonato e non come un penitente, come un figlio e non come un servo. L'unica penitenza che padre gli dà è una festa con cibi abbondanti, musica e danze.
E poi deve camminare per tentare di 'convertire' il figlio fedele che rifiuta di entrare perché è convinto di essere "dentro". Alla gratuità dell'amore del padre, questo figlio preferisce la squallida burocrazia della virtù apparente.

La conversione più difficile è proprio quella dei "buoni".


(Gs 5,9-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32)


17 marzo 2022

Il frutto gradito a Dio è che gli altri si sentano più amati - 20/3/2022 - III Domenica di Quaresima

alberi di ulivo



Pagina complessa quella del Vangelo odierno. Però vorrei soffermarmi sulla parabola, che risulta un po' strana, di non immediata decifrazione.

Abbiano "uno" che va a cercare frutti su un suo albero. È chiaro che questo 'tale' è Dio, Dio che viene a cercare i frutti di quel suo albero che sono io.
Però nella realtà Lui viene sempre travestito. Non sai mai né quando né sotto quali vesti verrà. I travestimenti preferiti sono quelli del poveraccio, dell'emarginato, dello straniero, del profugo, del mendicante, di quello che appartiene ad una delle troppe categorie di rifiutati da questa nostra società. Ma questi non sono i soli travestimenti, Dio ha una fantasia infinita in tutto, anche nel modo di incontrarci. E proprio per questo non possiamo pensare di chiuderci in un recinto, di alzare attorno a noi una palizzata per riservare i nostri frutti a chi noi pensiamo ne sia degno. Essere cristiani significa essere 'esposti', lasciare che ogni essere umano possa entrare nel terreno che ci è stato dato e servirsi dei nostri frutti. Tutti hanno il diritto di allungare le mani e servirsi dei frutti del nostro albero. È solo così che possiamo trasformare il deserto in terreno fertile.

E se non produciamo frutto? Ecco l'infinita pazienza di Dio, la sua misericordia: manda qualcuno che zappi il terreno, sparga concime, si prenda cura di noi. Ma i colpi di zappa sulla nostre radici, le palate di concime non certo profumato, non sono per farci star male, per punirci. Sono per darci più vita. Il Dio della vita non vuole la nostra mortificazione, vuole che muoia ciò che impoverisce la nostra vita. Non vuole i nostri sacrifici, vuole che rendiamo sacri i nostri gesti, la nostra vita. Dio vuole sempre e solo donarci più vita.

Le sole nostre privazioni gradite a Dio sono quelle di cui possono godere gli altri. Il nostro digiuno vale solo in quanto qualcuno viene saziato grazie ad esso.

Il frutto gradito al Signore è che il povero, il vecchio, l'ammalato, il bambino si sentano più amati.


(Es 3,1-8.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9)


10 marzo 2022

Si mostra trasfigurato perché Lo riconosciamo quando sarà sfigurato - 13/3/2022 - II Domenica di Quaresima

La Trasfigurazione
Presbiterio chiesa San Nicola (Litija - Slo)
(p. M. Rupnik s.j.)


I primi annunci della Passione avevano fortemente turbato, quando non scandalizzato, gli apostoli. Ecco quindi che Gesù, per rasserenarli, si mostra loro in tutta la sua gloria. Si mostra trasfigurato in modo che lo riconoscano anche quando, tra poco, sarà sfigurato.
Il figlio di Dio ha scelto la strada dell'abbassamento, è sceso fino all'ultimissimo gradino. E il Padre ci chiede di «ascoltarlo», cioè di fare tutto quello che dice e fa, anche se ai nostri occhi è una strada difficile, totalmente fuori dai nostri gusti.
Per noi la strada per la gloria va da trionfo in trionfo
Per Gesù va da umiliazione in umiliazione.
Per noi significa ricevere sempre più.
Per Lui donarsi sempre più.

Gli apostoli scelti da Gesù come testimoni sono gli stessi che chiamerà in disparte nell'orto degli ulivi la sera del giovedì santo. Mi colpisce come in entrambe le occasioni siano oppressi dal sonno.
E quando Pietro si sveglia dimostra proprio di non aver capito niente. Per lui quanto accaduto è come un segnale di riposo quasi definitivo, e non invece un segnale di partenza, un invito a camminare sulle orme di Gesù. Sembra che voglia ripararsi da quanto preannunciato da Gesù, e cerchi, con la costruzione delle tende, di prolungare quella luce rassicurante che ha appena visto.
È curioso questo bisogno, che non è solo di Pietro ma anche di tanti di noi, di costruire una casa a Dio. Facciamo fatica ad accettare che sia disceso sulla terra proprio per abitare la nostra casa. Ci riesce difficile pensare che Lui vorrebbe installarsi a casa nostra, nella nostra vita, al centro di tutti i nostri affari quotidiani.
Dio non ha bisogno di metri quadrati, di edifici. Lui vuole altro. Il nostro cuore è la casa che preferisce. L'ospitalità che chiede è quella domestica. Con l'Incarnazione ha scelto di abitare nella nostra realtà di tutti i giorni, nella tenda della nostra banalità quotidiana.

Restare con Dio sulla cima del monte può essere molto bello. Ma Lui ridiscende subito. Ti riporta tra la gente, sulle nostre strade piene di traffico, di persone che spingono, urlano e ti pestano i piedi.
E in mezzo a tutta questa nostra confusione, si ferma un momento, ti guarda negli occhi e ti dice:
"È bello per me essere qui... Se vuoi entro nella tua tenda"
E Lui, al contrario di noi, sa quello che dice.


(Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17- 4,1; Lc 9,28-36)


03 marzo 2022

Tentazioni di tutti noi - 6/3/2022 - I Domenica di Quaresima

Gesù tentato nel deserto
Cripta chiesa di S. Giovanni Rotondo
(mosaico - p. M. Rupnik s.j.)


Una cosa che in genere trascuriamo in un quadro, ma che invece è importante, è la cornice. Certamente una cornice non trasforma una crosta in un capolavoro o viceversa, ma una giusta cornice esalta le bellezza di un quadro (come può mortificarlo se non è adatta).
E nel 'quadro' che ci presenta il Vangelo di questa prima domenica di Quaresima (le Tentazioni), la cornice, cioè il deserto, non poteva essere più azzeccata.

Il deserto è il luogo biblico della precarietà, della provvisorietà. È dove la realtà viene spogliata dall'apparenza e ridotta all'essenziale, all'indispensabile. Nel deserto ci si trova di fronte ad un cielo sconfinato, alla sabbia e a sé stessi. Niente altro.
Nel deserto si è costretti al faccia a faccia con sé stessi. Ed è proprio questo faccia a faccia con sé stessi che prelude al faccia a faccia con Dio.
Il deserto diventa così il luogo dell'incontro con Dio. La sua presenza è certa anche se rimane nascosta, segreta.
Ma proprio perché luogo dell'incontro con Dio è anche il luogo della liberazione. Nel deserto inizia la liberazione. Si deve imparare a essere liberi dalle nostre certezze, dalle nostre sicurezze abituali, dai nostri piccoli comfort. Bisogna imparare ad accontentarsi esclusivamente di Dio. In fondo la prova del deserto è quella della fede.
Ma grazie alla presenza dell'Unico Necessario, il deserto diventa terra feconda, può fiorire, il silenzio diventa messaggio, la solitudine crea comunione.

E poi c'è il 'quadro' delle Tentazioni.
Ma cosa sono, in concreto, le Tentazioni? Sono il tentativo di Satana di far deviare Gesù dalla strada della fedeltà a Dio, che passa per la debolezza, il nascondimento, l'umiliazione, e termina con la croce.
Satana propone e Gesù tre scorciatoie:
- quella della facile popolarità, ottenuta riducendo la salvezza a solo fattore economico;
- quella del potere, del dominio sugli altri;
- quella del successo spettacolare, cioè l'uso della fede e della religione per i propri interessi particolari.

Ma Gesù rifiuta di limitare la speranza dell'uomo al pane o ai beni materiali. Lui cerca di fargli scoprire e sentire anche un'altra fame.
Rifiuta la suggestione del dominio, dei condizionamenti vari sull'uomo e sceglie la strada della pazienza, della libertà, dell'amore. E accetta anche il rischio del rifiuto.
Rifiuta di sbalordire e meravigliare, ma decide di portare la croce.

Sono le tentazioni di tutti noi quando ci viene da porre alla base della nostra speranza la fiducia nei poteri di questo mondo. Sono tentazioni con cui dobbiamo confrontarci anche noi. Scelte che anche noi dobbiamo fare ogni giorno, e soprattutto dobbiamo ricordacene quando nel Padre Nostro diciamo «Sia fatta la tua volontà»


(Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13)