09 ottobre 2025

Tutto dev'essere rendimento di grazie - 12/10/2025 - XXVIII Domenica tempo ordinario

Guarigione dei dieci lebbrosi
miniatura dal Codex Aureus (1035-1040 circa)
Norimberga (Germania)

 
 
Dieci lebbrosi, e quindi esclusi dalla comunità, che si fidano della parola di Gesù «a distanza», e si incamminano per andarsi a presentare dai sacerdoti, incaricati ufficialmente di controllare l'avvenuta guarigione. E lungo la strada si accorgono della sparizione della malattia.
Ma uno solo, un Samaritano (per gli ebrei un rinnegato, un eretico), sente il bisogno di tornare indietro "per lodare Dio e ringraziare Gesù". Uno solo mostra riconoscenza, cioè 'riconosce' che ciò che gli è capitato è dono. Gli altri, probabilmente perché appartenenti al popolo eletto, ritengono normale la loro guarigione, quasi una cosa dovuta.
 
Gesù apprezza l'uomo che mostra gratitudine, che non dà nulla per scontato. Che sa aprirsi allo stupore, alla sorpresa, e quindi al ringraziamento.
Può essere facile ringraziare Dio quando otteniamo una grazia eccezionale, di fronte a un evento straordinario, ma la riconoscenza non scatta quasi mai di fronte alle cose che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno, alla presenza dei miracoli offerti dall'esistenza quotidiana. Li consideriamo diritti acquisiti, cose scontate; non sappiamo più coglierli come eventi straordinari pur nella loro banalità ordinaria.
Lo scrittore G.K. Chesterton osservava, con amara ironia, che "ogni anno ringraziamo commossi la Befana per i doni che ci mette nella calza appesa al camino, ma dimentichiamo di ringraziare Colui che, ogni giorno, ci dà un paio di gambe da infilare nelle calze".
Ci è mai successo, al mattino, di dire grazie al Signore per il nuovo giorno? Il sole che sorge viene considerato qualcosa che va da sé. Non lo sappiamo cogliere nel suo aspetto di 'evento straordinario' e, soprattutto, di dono. Dobbiamo convincerci che 'tutto è grazia'. Niente ci è dovuto, nulla è meritato. E se tutto è grazia, tutto dev'essere rendimento di grazie.
Se ogni cosa viene da Dio gratuitamente, tutto deve ritornare a Lui attraverso la lode e la meraviglia e la gratitudine.
Cristiano non è colui che chiede o riceve delle grazie, è colui che rende grazie. Difatti l'Eucarestia, che rappresenta l'atto più alto del culto cristiano, significa, letteralmente, 'azione di grazie'.
 
Ma Dio non si aspetta da noi dei ringraziamenti alla maniera paternalistica dei cosiddetti benefattori. Dio gradisce le persone che 'fanno funzionare' i suoi doni, che non li lasciano ricoprire dalla polvere dell'abitudine e della noia.
Ognuno di noi ha un compito 'eucaristico': dobbiamo fare memoria delle sue meraviglie per celebrarle nel canto, nella gioia, nella festa.
E questo compito non è limitato all'ambito della preghiera liturgica, ma deve estendersi alla totalità della nostra vita quotidiana. Ogni nostra azione dovrebbe celebrare i benefici di Dio: anche un sorriso può diventare un gesto liturgico.
 
Dunque non dobbiamo essere distratti di fronte al miracolo della vita, sbadati di fronte alle sorprese degli avvenimenti quotidiani.
Dobbiamo cercare le tracce del passaggio di Dio attraverso il fluire dei fatti più comuni e ordinari; non dare per scontato niente di ciò che ci viene offerto; scoprire le 'improvvisazioni di Dio' anche nei doni più piccoli e abituali.
E mantenerci sempre in atteggiamento di gratitudine, nelle sue due facce di accettazione e di gioia.
Allora anche la nostra vita sarà un grandioso "memoriale" delle opere del Signore.
 
 

 
Letture:
2 Re 5,14-17
Salmo 97
2Timoteo 2,8-13
Luca 17,11-19
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19)

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».
 
 

02 ottobre 2025

Legarsi totalmente ad un Altro - 5/10/2025 - XXVII Domenica tempo ordinario

 
Il dono della vita. Il dono dell'amore.
La creazione di Adamo (particolare)
Michelangelo Buonarroti
(affresco soffitto Cappella Sistina - Roma)

 
«Accresci in noi la fede!»
Ma cos'è la fede.
Non è credere che Dio esiste: gli ebrei lo credono fermamente.
Non è neanche una sfilza di verità da credere, o un complesso di norme da rispettare: i farisei seguivano fedelmente non solo i 10 comandamenti ma anche le oltre 600 regole ebraiche, e Gesù decisamente non è tenero con loro!
Avere fede vuol dire avere fiducia, fare affidamento su di un Altro, legarsi totalmente ad un Altro. È stabilire un legame, una relazione con Dio; non per stare al sicuro, essere protetti, ma per "farsi portare", lasciarsi guidare. È una realtà dinamica, un affidarsi a Qualcuno in vista di un cammino. Si crede per "camminare con".
Non è un qualcosa dato una volta per sempre e sempre uguale. È una situazione da vivere giorno per giorno, a volte con fatica, a volte con gioia. È un cammino sempre diverso, da inventare.
 
Non ci rende dei privilegiati, non ci mette al riparo delle tempeste che si abbattono sui comuni mortali. La fede ci permette di camminare al buio, aggrediti dai soliti elementi ostili, in mezzo alle difficoltà di tutti, alle prese con i problemi comuni dei nostri fratelli, ma con l'unica sicurezza di una Presenza, di una mano che ci afferra, non per sottrarci alle intemperie, ma dopo che abbiamo superato la bufera (come è accaduto a Pietro che rischiava di affondare - Mt 14,31).
La fede non ci dispensa dal duro mestiere di uomini. Non ci spiana la strada. Semplicemente, le dà un senso.
 
La fede che vuole Gesù (e che chiedono gli apostoli) non è quella che ti fa muovere in uno spazio sicuro e ben definito, che ti dice ad ogni passo dove mettere i piedi.
La fede chiesta dagli apostoli ti spinge a camminare secondo l'imprevedibile geografia di Dio, seguire itinerari sconcertanti, esplorare territori sconosciuti, col solo bagaglio di una Parola che ti sloggia continuamente dalle posizioni acquisite («Vattene dalla tua terra, [...] verso la terra che io ti indicherò» - Gen 12,1), che ti obbliga a viaggiare al buio impedendoti di tirar fuori dalle tasche la bussola di una saggezza troppo umana. È una fede che si sforza di tener dietro a un Dio sempre più in là, che sempre ti precede («Egli vi precede in Galilea»» - Mc 16,7).
Non pretende di conoscere la strada prima di partire, ma si preoccupa di non perdere i contatti col Compagno di viaggio.
Non proclama di avere Dio dalla propria parte, ma si preoccupa di mettersi quotidianamente dalla parte di Dio.
 
Insomma, è una fede difficile, che a tratti brilla e a tratti si eclissa, che spesso tormenta e a volte consola. È una fede operante. Una fede che, trasformando radicalmente l'uomo, dà nuova forma al mondo. Una fede "levatrice di Dio". Insomma, la fede dei santi.
 
 

 
Letture:
Abacuc 1,2-3;2,2-4
Salmo 94
2Timoteo 1,6-8.13-14
Luca 17,5-10
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,5-10)

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: "Sràdicati e vai a piantarti nel mare", ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: "Vieni subito e mettiti a tavola"? Non gli dirà piuttosto: "Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu"? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"».
 
 

25 settembre 2025

Dove un uomo non ha attorno a sé nessuno, se non dei cani, lì c'è Dio - 28/9/2025 - XXVI Domenica tempo ordinario

 
Parabola dell'uomo ricco e Lazzaro
Da un manoscritto di origine francese della fine del XIII secolo
British Library (Londra)

 
Per molti, troppi, secoli questa parabola è stata usata dai potenti, e anche da tanti uomini di chiesa, per tenere 'rassegnati' e sottomessi i poveri e gli indigenti: i poveri devono solo lasciare che i ricchi finiscano in pace il loro banchetto e abbiano la loro sepoltura, così poi, in Paradiso, avranno la loro rivincita.
Niente di più lontano dal senso biblico di 'rassegnazione'. Mai nella Bibbia si invita a rimandare all'aldilà la soluzione alle ingiustizie del presente. La fede è anche indignazione, denuncia delle disuguaglianze, lotta contro le ingiustizie. Il giudizio di Dio non è rimandato all'ultimo giorno, ma inizia e va proclamato nel presente, oggi.
Cerchiamo quindi di capire meglio cosa ci vuole comunicare questa parabola.
 
Innanzi tutto c'è una particolarità: in tutto il vangelo di Luca questa è l'unica parabola in cui uno dei protagonisti ha un nome. "Lazzaro" è un nome peraltro comune nell'ebraismo (significa "Dio aiuta", "Yahweh viene in soccorso"). Ma soprattutto è il nome di un amico carissimo di Gesù (Gv 11, 5). È un nome che sa di affetto e vicinanza, che ha il sapore di cene condivise nella gioia e nella semplicità (Lc 10, 38), un nome che sa di resurrezione (Gv 11, 38-44).
Se Gesù dà al povero il nome del suo amico Lazzaro, ogni povero dovrebbe avere, anche per me, un nome d'amico.
 
Il ricco invece non ha nome. Per i semiti il nome esprime la realtà della persona, la sua storia e la sua missione. Il ricco non ha nome perché non ha realtà, non ha storia, non ha missione. Ha costruito la sua vita sul vuoto, sulle cose e alla fine è divenuto 'cosa'. Ha perso il vero senso della vita, perché non si può vivere per «fare lauti banchetti» tutti i giorni.
Lui si è isolato, separato dalla vita. La ricchezza l'ha imprigionato nell'egoismo. La sua sarà anche, all'apparenza, una prigione dorata, ma sempre prigione è. Impegnato a guardare nel suo piatto ricolmo non vede il povero che sta alla sua porta. I cani vedono meglio di lui!
La sua è una vita apparentemente piena. Ma in realtà è vuota. Piena di cose, ma a ben guardare sono cose inutili. Se queste facciate posticce, queste maschere, cadessero non rimarrebbe niente, se non un'estrema solitudine e mancanza di senso. Una disperazione. Cioè un inferno, e non nell'aldilà, ma già qui sulla terra.
 
La morte non è un ribaltamento di quello che succede qua adesso, ma è il presente che viene 'fissato' nell'eternità.
Il ricco si accorge che ha bisogno degli altri (Abramo e anche Lazzaro) quando è dall'altra parte, quando ormai non è più in tempo. Lui si preoccupa degli altri (i suoi cinque fratelli) in ritardo.
Ma questa impossibilità non è dovuta ad una 'punizione' da parte di Dio. Anche se all'inferno il ricco rimane sempre un «figlio» (è così che lo chiama Abramo). Il fatto è che non sono i miracoli né la morte a convertire, ma è la Vita che converte!
 
«Hanno Mosè e i profeti», cioè hanno il grido dei poveri, che sono la parola e la carne di Dio («tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» Mt 25, 40). Nella loro fame è Dio che ha fame, nelle loro piaghe è Dio che è piagato. Non c'è miracolo che valga il grido dei poveri: "Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa". (San Vincenzo de' Paoli).
 
 

 
Letture:
Amos 6,1.4-7
Salmo 145
1Timoteo 6,11-16
Luca 16,19-31
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma".
Ma Abramo rispose: "Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi".
E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"».
 
 

18 settembre 2025

Dio ama le "irregolarità" che vanno a vantaggio del prossimo - 21/9/2025 - XXV Domenica tempo ordinario

Parabola dell'amministratore scaltro (1540)
Marinus van Reymerswaele
Kunsthistorisches Museum (Vienna)

 
 
Se leggiamo questa parabola (L'amministratore disonesto) in maniera distratta ci sembra che Gesù lodi la disonestà di questo personaggio. Ma se andiamo al centro, al tema dominante, possiamo fare delle scoperte interessanti.
 
Gesù loda la capacità di tirarsi fuori da una situazione difficile. Dio ci ha donato un cervello ed è contento se lo usiamo. Usare la propria capacità di ragionare, la propria fantasia, ragionare con la propria testa è già un rendere grazie al Signore.
Il Signore ama le persone che di fronte a situazioni nuove non si chiudono dietro ad un 'si è sempre fatto così', ma usano le proprie capacità per leggere i segni dei tempi, per capirli, per dare nuove risposte e scoprire nuove strade.
 
L'amministratore ha fatto una scoperta decisiva: ha scoperto gli altri. Fino a quel momento aveva pensato esclusivamente a sé stesso, ai propri interessi. E adesso scopre la realtà dei rapporti personali, dell'amicizia oserei dire. Continua ad usare ingiustamente della proprietà altrui, ma adesso non lo fa più a suo vantaggio, ma a vantaggio degli altri.
Ha scoperto che la propria salvezza passa attraverso l'apertura agli altri.
 
Questa è una lezione essenziale per la Chiesa. Che non è padrona, bensì semplice amministratrice e dispensatrice dei tesori del suo Signore.
La Chiesa non può vivere pensando a sé stessa, alla propria sicurezza, ai propri diritti, al proprio prestigio, al proprio potere. Deve 'mettere in circolazione' i beni del suo Padrone. Deve scoprire la propria identità nel suo 'essere per' gli uomini.
I beni del Signore vengono 'dissipati' quando sono tenuti per sé, chiusi, protetti, difesi. La vera, grossa infedeltà consiste nel non largheggiare, nel non distribuire a piene mani.
Ed è giusto che la Chiesa - come l'amministratore che si dichiara incapace di maneggiare la zappa - non faccia altri mestieri che non siano il suo: perdonare, usare misericordia, compatire (nel senso di patire insieme), comprendere, aprire, liberare. E lo faccia nel modo più ampio possibile.
 
Ma la lezione riguarda anche ciascuno di noi. La parabola ci insegna a compiere 'irregolarità' in altra maniera. Dio ama le 'irregolarità' che vanno a vantaggio del prossimo.
Si tratta di minimizzare le colpe degli altri (e non di aumentarle, come facciamo abitualmente), ridurre i loro difetti, cancellare le offese, tirare una riga sopra i torti, non ragionare in termini di diritti o di ragione/torto ma in termini di amore.
Invece di chiudere le nostre mani per arraffare, dobbiamo spalancarle per donare, dobbiamo 'dissipare' per regalare gioia, luce, speranza.
Allora il Signore tornerà a fidarsi di noi.
 
Certo, alla fine, nei nostri conti mancherà sempre qualcosa. Lui però sarà soddisfatto egualmente della nostra 'cattiva amministrazione' se quello che manca potrà trovarlo 'altrove', e non nel nostro portafoglio.
E noi ci saremo fatti degli amici che parleranno bene di noi presso l'Amico.
 
 

 
Letture:
Amos 8,4-7
Salmo 112
1Timoteo 2,1-8
Luca 16,1-13
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,1-13)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: "Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare".
L'amministratore disse tra sé: "Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua".
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: "Tu quanto devi al mio padrone?". Quello rispose: "Cento barili d'olio". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta". Poi disse a un altro: "Tu quanto devi?". Rispose: "Cento misure di grano". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta".
Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
 
 

11 settembre 2025

Amare non è un'emozione, ma un'azione - 14/9/2025 - Esaltazione della Santa Croce

 
Miniatura della Crocifissione
inizio dell'XI secolo (particolare)
(Codex Uta, Bayerische Staatsbibliothek - Monaco)

 
La festa della Esaltazione della Croce ha la sua origine in vicende storiche. La croce ritrovata e riconquistata nel VII secolo dall'imperatore Eraclio è il motivo storico della festa. Ma il motivo spirituale è molto più profondo e importante: la croce è lo svelamento supremo di Dio.
Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all'uomo che è in croce. Perché l'amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è di essere con l'amato. Gesù è in croce solo per essere con me e come me. Perché io possa essere con Lui e come Lui.
 
«Dio ha tanto amato». È questo il cuore profondo del cristianesimo. "Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama" (Paul Xardel). La salvezza è Lui che ama me, proprio me e così come sono, e non io che amo Lui.
«Amare tanto» è cosa da Dio, e da veri figli di Dio. Ogni volta che una creatura ama tanto, in quel momento sta facendo una cosa divina, in quel momento è pienamente figlia di Dio, incarnazione del progetto del Padre.
«Ha tanto amato il mondo da dare»: amare non è una emozione, ma un'azione. Comporta un dare, generosamente, illogicamente, dissennatamente dare. E "Dio non può dare nulla di meno di se stesso" (Meister Eckart).
 
«Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Il mondo è salvato, non condannato.
Ogni volta che temiamo condanne per le ombre che ci portiamo dietro, siamo pagani, non abbiamo capito niente della croce.
Ogni volta che siamo noi a lanciare condanne, siamo pagani, scivoliamo fuori dalla salvezza di Dio.
Salvare vuol dire anche conservare, e per questo nessun gesto d'amore, nessun coraggio, nessuna forte perseveranza, nessun volto andrà perduto o dimenticato. Neppure il più piccolo filo d'erba. Perché è tutta la creazione che brama, che geme nelle doglie della salvezza (Rm 8,18-22).
 
 

 
Letture:
Numeri 21,4-9
Salmo 77
Filippesi 2,6-11
Giovanni 3,13-17
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,13-17)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
 
 

04 settembre 2025

Dio non è capace di fare le sottrazioni - 7/9/2025 - XXIII Domenica tempo ordinario


 
 
A noi, che sentiamo sempre le parole del serpente che ci invita a diffidare di Dio, sembra quasi che Dio si metta in concorrenza con i nostri cari, che ci chieda di rinunciare a loro per poter accogliere Lui. Siamo portati a pensare che l'amore per Dio ci debba portare ad una 'sottrazione' nei nostri amori umani. Ma Gesù usa una parola precisa: 'più'. Dio non fa sottrazioni, Lui fa solo addizioni!
 
L'accento delle parole di Gesù non è sulla rinuncia, ma sulla conquista. Non indicano un punto di partenza, indicano una meta da raggiungere. In pratica Gesù ci dice: "Tu sai quant'è bello amare tuo padre, tua madre, il tuo coniuge, i tuoi figli; quanto ti fa bene e ti rende felice. Ecco, io ti dono qualcosa di più, qualcosa che rende il tuo amore ancora più bello, qualcosa che ti fa stare ancora più bene, che ti rende ancora più felice",
Dio non toglie niente, anzi, aggiunge. Lui aggiunge il suo amore al nostro amore, accoglie, e fa suo, il nostro amore per amare ancora di più le persone, il mondo.
 
«Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». 'Portare la croce' non significa 'sopportare' le sofferenze e le difficoltà della vita. Non è un sopportare passivo, ma un 'prendere' attivo.
Perché la croce è il riassunto della vita di Gesù, quindi 'portare' la croce significa vivere una vita come la sua, che sapeva amare come nessun altro.
Prendere la croce vuol dire prendere l'amore, perché senza amore non sei vivo, e prendere anche la parte di dolore che ogni amore porta con sé, perché sennò non ami.
Perché Dio non ci salva dalla croce, ma nella croce, non protegge dal dolore ma nel dolore, non dalla tempesta ma nelle tempeste della vita.
 
Essere figli di Dio non vuol dire essere figli di una sottrazione, ma di un'addizione. I credenti non sono uomini e donne diminuiti, ma sono uomini e donne che hanno più amore, più libertà, più consapevolezza. "Il cristiano è un essere umano finalmente promosso a uomo" diceva don Primo Mazzolari.
Il cristiano è uno che ha scoperto che il vivere il Vangelo rende più belle le esperienze belle che facciamo nella vita.
 
 

 
Letture:
Sapienza 9,13-18
Salmo 89
Filèmone 1,9-10.12-17
Luca 14,25-33
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: "Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro".
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
 
 

28 agosto 2025

Quando offri un banchetto invita poveri... - 31/8/2025 - XXII Domenica tempo ordinario

 
Pranzo comunitario in una mensa della Caritas
(foto Ansa)

 
Questo brano del Vangelo è tutto un gioco di sguardi. Gli invitati osservano Gesù e Gesù osserva gli invitati. Ma sono sguardi molto diversi. Gli invitati osservano per cogliere in fallo. Gesù per trovare la strada per aprire i cuori all'amore di Dio («non sono venuto per condannare, ma per salvare» Gv 12,47).
 
Gesù nota che i farisei non si sono resi conto che il loro zelo per Dio, a poco a poco, si è trasformato in ricerca della propria affermazione. Gesù allora cerca di correggerli citando un brano del libro dei Proverbi che loro dovrebbero conoscere bene: «Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: "Sali quassù", piuttosto che essere umiliato davanti a uno più importante» (Prov 25,6-7).
Non dice questo per umiliarli né tanto meno per dettare un nuovo galateo, ma per ricordare, a loro come a noi, che l'ultimo posto non va scelto per umiltà o modestia, né tanto meno per 'farsi vedere'. Va scelto per amore: mi metto ultimo perché tu venga prima di me, tu abbia il meglio prima di me!
 
L'ultimo posto non è umiliante, è il posto di Dio. È il posto per chi vuole agire come Gesù, che è venuto per servire e non per essere servito. Gesù ci rivela che il volto del Padre è quello di un Dio 'capovolto', che non se ne sta su nei cieli ad aspettare che noi arriviamo fino a Lui, ma che scende fin sotto i nostri piedi per poterci, da sotto, sollevare fino al suo Regno.
 
Gesù ci invita, come diceva don Tonino Bello, a "opporre ai segni del potere il potere dei segni". Il linguaggio dei gesti lo capiscono tutti, perché è una lingua che va da un cuore ad un altro cuore. E certi gesti ribaltano totalmente la nostra scala di valori, creano una vertigine, un'inversione di rotta nella nostra storia, aprono la strada per un nuovo modo di abitare la terra. Sono veramente la primizia del Regno.
 
Ecco perché quando accogli chi non viene accolto, chi viene calpestato, «sarai beato perché non hanno da ricambiarti». La vera gioia la trovi quando fai le cose non per interesse, ma per generosità.
L'uomo per star bene deve dare. È la legge della vita. Perché è la legge di Dio.
È il segreto delle beatitudini: Dio regala gioia a chi produce amore.
Nel Vangelo il verbo "amare" si traduce sempre con il verbo "dare".
 
 

 
Letture:
Siracide 3,17-20.28-29
Salmo 67
Ebrei 12,18-19.22-24
Luca 14,1.7-14
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-14)

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: "Cedigli il posto!". Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: "Amico, vieni più avanti!". Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
 
 

21 agosto 2025

Salmo 9

«...tu non abbandoni chi ti cerca, Signore» (Sal 9,11b)

    Signore, anch'io voglio essere uno che ti cerca. E, dopo averti trovato, ti cerca ancora, dovunque, chiedendo informazioni a tutti, al mistico come all'assassino, allo studioso come alla beghina, alla monaca come al libertino. Tutti possono fornirmi delle indicazioni sul tuo conto.

    Guai se mi illudessi di «tenerti» una volta per sempre.

    La ricerca ricomincia ogni giorno.

    Ogni giorno devo cercarti, trovarti, farmi trovare da Te.

    Se sarà necessario, salirò sulla barca come Pietro e Andrea, anche se non ho mai avuto un gusto particolare per la pesca.

    Magari mi metterò al banco della gabella, come Levi il pubblicano, anche se non ho mai nutrito eccessiva simpatia per i numeri.

    Per male che vada, ci sarà sempre una tavola sotto cui cacciarmi per raccogliere almeno le tue briciole.

    O un orlo della tua veste da afferrare.

    O un sicomoro su cui arrampicarmi.

    O un sospiro che ti permetterà di rintracciarmi...

(Alessandro Pronzato, Coraggio Gridiamo, Ed. Gribaudi, pp. 175-176)

La porta è stretta, ma sempre aperta - 24/8/2025 - XXI Domenica tempo ordinario

Porta Santa
Basilica di san Pietro (Roma)


 
«Signore, sono pochi quelli che si salvano?» Gesù non risponde su quanti saranno i salvati, ma sulla modalità con cui verranno salvati. La porta è stretta perché è a misura di bambino: «Se non sarete come bambini non entrerete!» (Mt 18,3).
La porta è stretta, ma i piccoli, i bambini passano senza nessuna fatica. Se punto sui miei meriti non passo, la porta è strettissima. Se punto sulla bontà del Signore, come un bambino che si butta delle mani protese del padre, la porta è larghissima.
Per passare la porta dobbiamo farci piccoli, dobbiamo lasciare andare tutte le 'cose' che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita.
 
Dobbiamo lasciar andare le cose materiali, cioè le ricchezze, gli oggetti a cui ci siamo legati.
Dobbiamo abbandonare anche i brandelli di potere e prestigio più o meno gradi che abbiamo raggiunto, tutte le maschere che abbiamo indossato per celare le nostre debolezze e le nostre paure, tutti i ruoli di cui ci siamo rivestiti per prevaricare e scavalcare gli altri.
«Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Dobbiamo lasciar andare anche tutti quelli che riteniamo i nostri meriti. Tutte le Messe, le preghiere, le pratiche religiose fatte solo per 'salvarci'. E infine dobbiamo abbandonare anche tutte le nostre 'buone azioni'.
 
La porta è stretta ma aperta. È sempre aperta. Quello che Gesù offre non è solo rimandato nell'aldilà. È salvezza che inizia già adesso. È un mondo più bello, più umano, dove ci sono costruttori di pace, uomini dal cuore puro, onesti sempre, e allora la vita di tutti è più bella, più piena, più gioiosa se vissuta secondo il vangelo.
La porta è aperta ed è sufficiente per tanti, tantissimi. Infatti la grande sala è piena, vengono da oriente e da occidente e sono folla ed entrano. Non sono migliori o più umili, non hanno più meriti. Hanno semplicemente accolto Dio per mille vie diverse. Dio non si merita si accoglie.
 
«Voi, non so di dove siete». Tutti abbiamo sentito con dolore questa accusa: "vanno in chiesa, ma poi fuori sono come gli altri, se non peggio...".
Può succedere, se vado in chiesa ma non accolgo Dio dentro di me.
Dio che entra e mi trasforma, mi cambia pensieri, emozioni, parole, gesti. Mi dà i suoi occhi, e un pezzo del suo cuore.
Il Dio della misericordia mi insegna gesti di misericordia, il Dio dell'accoglienza mi insegna gesti di accoglienza e di comunione.
 
 

 
Letture:
Isaia 66,18-21
Salmo 116
Ebrei 12,5-7.11-13
Luca 13,22-30
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,22-30)

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete". Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!".
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
 
 

14 agosto 2025

Il fuoco dello Spirito - 17/8/2025 - XX Domenica tempo ordinario

 
Mosè davanti al roveto ardente
(Marc Chagall)
Museo Nazionale del Messaggio Biblico Marc Chagall (Nizza)

 
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra»
Troppo spesso nel corso della storia i cristiani hanno interpretato queste parole come un invito a bruciare i nemici, i peccatori, coloro che non si conformavano al 'pensiero corrente'.
Invece il fuoco che è venuto a portare Gesù è il fuoco dell'amore, il fuoco della vita ("La vita xe fiama" diceva il poeta Biagio Marin); è il fuoco dello Spirito, quelle fiamme che la mattina di Pentecoste si sono posate sugli apostoli e che li hanno resi capaci di portare la Buona Novella in tutto il mondo; è il roveto ardente che lo Spirito accende lungo le strade della nostra vita.
 
«Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione»
Sembra che ci sia una contraddizione tra questa frase e il Gesù che chiede di amare i nemici (Mt 5,44), di benedire chi ci maledice (Lc 6,28), che ha pregato fino all'ultimo per l'unità, «perché siano una cosa sola» (Gv 17, 11), che ha dato il nome di diavolo, cioè 'divisore', al peggior nemico dell'uomo.
Dio non è neutrale, Lui si mette sempre dalla parte dei più deboli. Gesù fa di un bambino il modello di tutti, dei poveri i prìncipi del suo regno, dei derelitti e degli emarginati gli invitati al suo banchetto di nozze.
Gesù vuole risvegliare la nostra coscienza, rompere la nostra 'pace' fatta di sopraffazione degli altri, di cancellazione delle voci che non ci piacciono, di negazione delle parole che non ci fanno comodo.
 
In fondo è questo il fuoco che Gesù vorrebbe fosse acceso: il fuoco del Vangelo che ci fa voce di chi non ha voce, che ci fa lottare per la giustizia, che non ci fa restare passivi, arrendevoli di fronte all'ingiustizia, alla violenza, alla prevaricazione.
C'è il seme incandescente di un mondo nuovo nelle cose. C'è una goccia di fuoco nel profondo del mio spirito, una lingua di fuoco, come a Pentecoste, sul capo di ognuno di noi.
C'è lo Spirito Santo che accende roveti ardenti ad ogni angolo di strada. Sta a noi decidere di «avvicinarsi a osservare questo grande spettacolo» (Es 3,3)
 
 

 
Letture:
Geremia 38,4-6.8-10
Salmo 39
Ebrei 12,1-4
Luca 12,49-53
 
 
 

 
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,49-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D'ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».